L’amaro risveglio della borghesia Belga
Nella plumbea atmosfera mondiale di conformismo becero e di supina accettazione del fatto compiuto, l’esplosione negra di Léopoldville è giunta come una Diana di battaglia, come un fiero grido di sopravvivenza degli oppressi. Stipati nei luridi quartieri periferici della cittadella congolese dell’affarismo mondiale, pomposa nella sua esibizione di banche, empori e cristianissime chiese, i negri hanno urlato al mondo: “Ci siamo!” Sia onore ad essi.
Sulle loro fatiche poggiano la grassa opulenza della borghesia belga, la mediocrità soddisfatta degli uomini politici della metropoli, il torpore delle masse proletarie nei pur giganteschi aggregati industriali delle valli della Mosa e della Sombre: delle loro gocce di sudore e di sangue sono tempestate come di diamanti le corone dei defunti Vandervelde e dei viventi Spaak. Il Belgio e, attraverso i suoi forzieri, le banche mondiali dell’imperialismo, hanno dato loro Bibbie e alcool, ospedali e scuole, perché lavorassero a sfruttare per conto terzi le immense riserve di un territorio ricco sopra e sotto il suolo, nelle miniere di rame e di uranio del Katanga come nelle piantagioni di caffè e di cacao, negli alti forni come nelle centrali elettriche. E la leggenda borghese-democratico era che la popolazione di colore fosse grata della sua paterna assistenza al governo di Bruxelles, e che il solo Congo, nell’immenso Continente nero, fosse al riparo dei sussulti e delle rivolte, grazie alla democrazia e agli eterni principii…
La smentita è venuta, brusca e rapida come una folata di vento. I depositari della cristianissima civiltà bianca hanno risposto a colpi di fucile. Possano i minatori che escono, neri come i negri di Léopoldville, dai famigerati pozzi del “felice” regno di Baldovino sentire che un vincolo di fratellanza, non nel pianto ma nella lotta senza quartiere, li unisce ai morti e ai vivi di altra pelle, contro un solo e identico nemico: il Capitale!
L'irreperibile pianeta
Conviene che il lettore ci consenta senza appesantire troppo di tornare sull’argomento del razzo di Capodanno 1959, sia in quanto alcuni altri testi russi hanno dato qualche precisazione – che al solito ed anche in questo campo vira pian piano verso la confessione del fallimento – sia per chiarire qualche punto rimasto forse oscuro e qualche errore incorso nella nota ultima.
Un articolo della Pravda rimanda a tentativi futuri la realizzazione di un razzo osservabile e “verificabile” nella sua orbita. Spiega che il razzo attuale è invisibile ai più grandi telescopi ottici ed al radar, oltre la distanza che si assume di aver riscontrata di 597.000 km. Il telescopio dà la esatta posizione nella sfera celeste, ma solo il radar darebbe la distanza, se potesse agire a grande portata, il che non è. Quindi un futuro razzo sarà tracciante, sbufferà periodiche nuvolette di vapore di sodio, e sarà seguito otticamente. Alle grandi distanze il rilievo di posizione angolare permette di calcolare l’orbita e le distanze col vecchio metodo parruccone di Tycho Brahe e di Giovanni Keplero. Quanto al radar, esso basa il rilievo di distanza sul tempuscolo che il fascio di onde hertziane mette dalla Terra all’oggetto e ritorno: a 600.000 km sono quattro secondi, ma i fattori di errore fisici e di osservazione sono tali che si ha il diritto di non credere. Dunque aspettiamo il pianeta tracciante: lo dia ad intendere al Keplero, e poi si crederà.
È stato dato d’altra parte uno schema del moto del Lunik proiettato sulla Terra. Va chiarito che non è il razzo che gira attorno alla Terra ma questa che gira sotto di esso, che ascende in linea verticale o quasi. Vi sarebbe una certa deriva trasversale a moto uniforme pari a quello della periferia terrestre sull’atto del lancio, ma dipende dalla latitudine ignota e non si vede nello schema, in cui i passaggi sulla stessa verticale sono a 24 ore esatte.
Anche questa volta non è detta l’ora del lancio, ma si può dedurre meglio che dai primi comunicati. Il razzo non è partito (come credemmo) all’alba del 2 gennaio, ma la sera alle 20, dato che si insiste sulle 62 ore che noi credevamo 81, e che sono ancora più assurde per la corsa di 600.000 km. Ci vengono fornite nove posizioni con ore e distanze, meno quella di partenza che è segreta come luogo e incerta come ora: il razzo non parte proprio da terra ma da una certa altezza a cui è condotto accelerando dai motori a reazione. In tale momento a non molti chilometri dalla Terra il razzo raggiunge una velocità massima “di fuga” e comincia il moto ritardato: da terra la velocità sarebbe 11.200 metri al secondo che valgono 40.000 km all’ora. Il moto di un corpo in queste condizioni si può calcolare, essendo le velocità diminuenti tali che i loro quadrati cambiano come le distanze dal centro della Terra. Si può fare il calcolo per la serie di ore date dai russi, e dedurre dalle distanze affermate e dalla media delle tratte tra due posizioni le velocità approssimate; si vedrà che sono tutte esagerate.
Ora delle osservazioni russe progressive: zero, 7, 10, 17, 23, 25, 34, 40, 50, 62. Velocità desunte dalla marcia dei russi: km/ora 14.300; 12.330; 10.290; 9.350; 9.550; 9.750; 12.000 (tra 370.000 e 442.000 km!); 6.800; 7.250.
Sono tutte velocità maggiori di quelle teoriche puntuali che risultano alle stesse distanze: 10.000; 8.700; 7.300; 6.250; 6.040; 5.300; 4.850; 4.520; 4.270. Colle medie, 15.300; 9.350; 6.800; 6.150; 5.675; 5.020; 4.685; 4.395.
Non si può che concludere che sono troppo forti gli spazi misurati . Con le velocità dette i 600.000 km (non è semplice il calcolo) comportano circa 94 ore e non 62. All’ultimo contatto il razzo era più vicino del dichiarato e si può arrischiare l’ipotesi che fosse solo a 385.000 km, ossia alla distanza della Luna.
Non conta la spiegazione che la Luna avrebbe accelerata la marcia del razzo. Questa assurda maggiore velocità è stata annunziata tra 370.000 e 442.000 km, ossia, se le distanze fossero vere, dopo la Luna, quando la attrazione lunare collaborava con la terrestre ad un maggior ritardo, dopo avere data prima una certa accelerazione, compensandosi i due effetti. Tutto questo è molto elementare ma ci basta per ritenere che i dati annunziati sono politici, e non scientifici.
Non crediamo quindi all’inverificabile pianeta solare. Un corpo, chiariamo, passerebbe nella attrazione della Luna a circa un nono della distanza dalla Terra, ed a quella del Sole, essendo il rapporto delle due masse 330.000, ad un 580° ossia circa alla distanza della Luna. Ma questo è vero se i corpi sono fermi, mentre invece girano tutti attorno al Sole. Per questo la Luna resta legata alla Terra e non cade sul Sole. Il razzo, per “sciogliersi” dalla Terra e legarsi al Sole o cadervi, dovrebbe non avere la velocità impressa, come spiegammo, della rivoluzione della Terra, circa 30.000 m/secondo. I russi ora destramente lo riconoscono quando dicono che “ha percorso” 30 milioni di chilometri. Li ha infatti percorsi, anche se è in qualche posto della Terra ove sia caduto. Insieme al deretano di Molotoff.
Invece anche un razzo “sparato” verso il Sole dovrebbe davvero essere a molti milioni di chilometri sulla congiungente per cadervi, dato che parte in possesso della componente trasversale di circa 30 km al secondo, che basta a tenerlo alla distanza della Terra, di circa 150 milioni, per l’effetto di Keplero e Newton.
Infine l’ipotesi che i russi siano riusciti a far partire il razzo con una velocità iniziale molto superiore a quella di fuga nemmeno regge, perché essi dichiarano che i primi 100.000 km li ha percorsi in sette ore, che è circa la velocità totale corrispondente a quella distanza nel calcolo teorico. Deve piuttosto ritenersi che il razzo Lunik sia partito dalla Terra ad una velocità minore di quella di fuga, non riuscendo ad allontanarsi di più di 400.000 km.
Perché gli scienziati del campo antagonista non fanno nessuna critica non lo sappiamo dire. Forse siamo troppo poco scienziati noi per permetterci di interloquire. Ma l’avvenire dovrà pure chiarire il mistero.