Internacionālā Komunistiskā Partija

Il Programma Comunista 1961/12

Cos'è, dunque, il "nuovo corso sindacale"?

Era inevitabile che la recente lunga serie di lotte rivendicative, di scioperi coraggiosamente condotti dai lavoratori ed anzi il più delle volte lasciati alla loro esclusiva iniziativa, creasse notevoli divergenze nello stesso seno della classe operaia e costringesse i dirigenti sindacali, s soprattutto quelli del tradizionale sindacato unitario, a trovare e mettere avanti delle giustificazioni del proprio operato, della funzione od inefficacia delle loro organizzazioni. Tutto cio era  già emerso nelle « conferenze di  fabbrica», in merito alle quali abbiamo avuto modo nel n. 10 di descrivere lo stato d’animo e le prese di posizioni di un certo numero di militanti di base, sia del PCI che della CGIL.

Ecco dunque, di pari passo con le lotte rivendicative in corso, intessersi un’ignobile speculazione su quella che l’on. Novella chiama l'”inventiva”, e una critica che, oltre a non risolvere nessun problema, tende a infangare le azioni che i proletari abbandonati a se stessi hanno spontaneamente intrapreso, azioni a i volte ingenue ma sempre coraggiose e cariche d’uno spirito di solidarietà quale da tempo non affiorava alla coscienza degli operai, soffocata da una parte dell’ opportunismo dei dirigenti e dall’altra dal riformismo paternalista dei datori di lavoro. I punti sui quali i bonzi sindacali sono stati costretti a soffermarsi riguardano l’azione sindacale, cioè lo sciopero generale, la strategia e la tattica delle lotte rivendicative, ma essi li hanno elusi risolvendoli in problemi di organizzazione come il finanziamento, l’autonomia del sindacato e il suo riconoscimento nella fabbrica.

La loro tesi è che la classe operaia è giunta a una forma di lotta “qualitativamente” superiore, cioè differenziata, che non contempla più gli scioperi “polverone” dell’immediato dopoguerra e ancor più del 1919-24, ma scioperi che, appunto perchè differenziati ai diversi livelli, ottengono “concreti” miglioramenti con minori sforzi, minori perdite e minori pene (cosa che, fra parentesi, è smentita dalle stesse lotte recenti spesso prolungatesi oltre il limite della sopportazione umana). I bonzi non escludono né il tema dello sciopero generale, né quello dell’azione unitaria, ma, proprio loro, i concretisti!, si astraggono dal vivo della lotta e, postisi al disopra di questa, contemplano l’insieme delle agitazioni dall’ alto di una soffice e olimpica nube per concludere con la solita superficialità e ipocrisia che, sebbene divise per settore, esse contengono e realizzano una unità di classe, e gli scioperi isolati, in quanto si intrecciano e si sostituiscono incessantemente gli uni agli altri, acquistano un carattere generale, unitario e permanente!!

Esiste una strategia e una tattica del sindacato?

Rifacciamoci dunque ancora una volta, alla concezione marxista per chiederci quale dovrebb’essere la tattica del sindacato in quanto organizzazione operaia, e se esso abbia o no una strategia.

Il sindacato è la prima forma di organizzazione del proletariato intesa a salvaguardarne gli interessi immediati e soprattutto ad unificarne le forze disseminate nei diversi rami della produzione. Tuttavia, da quando si è costituito in classe rivoluzionaria, il proletariato si è creato una forma di organizzazione superiore, il partito politico, il quale, superando ogni limite e classificazione di mestiere, e guardando più innanzi degli interessi immediati e locali, eleva la lotta operaia sul piano della battaglia generale e finale per l’abbattimento dei rapporti di produzione capitalistici e per l’instaurazione di quelli socialisti; nel partito, dunque, la classe operaia supera i limiti di tempo, di luogo e di categoria che viceversa sono peculiari al sindacato. Ciò non significa che da quel momento il sindacato abbia perso ogni funzione, e quindi non abbia più ragione d’esistere, conclusione schematica la quale non è se non il rovescio della medaglia dell’altra che sostiene, all’opposto, l’autonomia e l’apoliticità del sindacato. La questione non va posta nei termini di un esame delle diverse forme di organizzazione della classe operaia, come se esistesse fra loro una specie di divisione del lavoro o peggio ancora una successione di fasi che si cancellano a vicenda, ma va posta nella dinamica delle lotte del movimento operaio, il quale è proteso, è vero, alla conquista del potere e all’abbattimento dei rapporti di produzione capitalistici, ma per raggiungere questo fine ultimo, deve percorrere tutta una strada in ascesa, costituita appunto dagli scioperi rivendicativi, attraverso i quali prende via via coscienza della propria forza e dell’incapacità del sistema economico e sociale borghese, travagliato come è da continue e insuperabili contraddizioni, di assicurare ai proletari un’esistenza tollerabile e raggiunge una prima, immediata unità. Se ne deduce che non esistono una tattica e una strategia proprie del sindacato e chiuse in esso, ma esiste un fine generale ultimo, la presa del potere, che la classe proletaria può raggiungere solo guidata dal partito, mediante una strategia e una tattica da esso dettata e di cui l’organizzazione sindacale è uno strumento, una arma insostituibile. Essa affianca l’opera del partito, la alimenta promuovendo scioperi di attacco nei momenti rivoluzionari e di “difesa” quando i rapporti di forza volgono a favore della classe dominante, ed ha quindi una funzione ben più vasta ed importante deila salvaguardia di interessi immediati (che, anche se soddisfatti, mai il proletariato riesce a mantenere per un periodo di tempo abbastanza lungo) che rientra nell’ampio disegno della lotta rivoluzionaria di preparazione e di assalto. Di questo ampio disegno, di questa strategia, gli scioperi generali costituiscono i punti e le linee, e rappresentano la prima forma importante di contrapposizione del proletariato come classe al capitalismo e, non in sé, ma per i loro sviluppi successivi, costituiscano un atto rivoluzionario.

Se quindi i bonzi hanno voluto ribadire l’attribuzione al sindacato di una strategia e di una tattica proprie (e vedremo che cosa intendono dire con ciò), è perchè nei loro programmi ed obiettivi non sono più presenti i cardini del programma storico rivoluzionario, ma solo quelli stantii del riformismo borghese pre-marxista. Quando il fine della presa del potere, della distruzione dello Stato capitalista, dell’ instaurazione della dittatura proletaria e della radicale trasformazione del sistema economico basato sul mercato e sullo sfruttamento della forza lavoro, vengono abbandonati, si ha da una parte l’abdicazione del partito alla sua funzione specifica e dall’altra si viene creando una separazione e nello stesso tempo una sovrapposizione delle due organizzazioni della classe operaia, sindacato e partito, L’opportunismo, incarnato oggi dal PCI vede nelle contraddizioni del regime capitalistico non più l’antitesi storica fra il processo sociale di produzione e l’appropriazione privata dei prodotti, ma un temporaneo e risanabile squilibrio fra i diversi rami dell’apparato produttivo. E’ ovvio che, in una tale visione politica di natura riformista, il sindacato venga ad assumere una sua autonomia con propri scopi da perseguire, definiti nei termini del controllo operaio sulla gestione dell’azienda, sui piani di investimento, sulla classificazione del salario in base alla produttività dei vari settori; il che di  “fatto” (terminologia usata per mascherare il “nulla di fatto”) raggiungerebbe lo scopo prefisso! Spezzato il rapporto dialettico lotte rivendicative-sindacato-partito, l’opportunismo subordina il sindacato alla polverizzazione aziendale dei salariato e delle sue lotte, e quindi, invece di farne la loro guida, lo mette al loro rimorchio; poi adegua il partito al sindacato, e ne fa una sua appendice. In questo capovolgimento della piramide, non solo i compiti del partito e del sindacato, del PCI e della CGIL, finiscono quindi per coincidere, per cui è sempre più difficile alla classe operaia distinguere quelle che dovrebbero essere le loro rispettive funzioni, ma tutti due perseguono finalità che non hanno nulla a che vedere col rovesciamento del sistema di produzione capitalistico, mentre hanno tutto a che vedere con l’inserimento del movimento operaio nel processo produttivo. Non a caso la CGIL ha fatto propri concetti dei corporativismo fascista richiedendo il riconoscimento giuridico del sindacato e il suo inquadramento nello Stato democratico: non a caso tutte le lotte ch’essa imposta partono dall’azienda, dal settore, dall’analisi della produttività del lavoro nei diversi campi, e subordina a questa il salario operaio creando nuove sperequazioni che rendono ancora più difficile una lotta rivendicativa d’interesse generale.
La classe operaia, infatti, attua lo sciopero generale non solo quando è presente nelle piazze nella sua totalità e nello stesso istante, ma soprattutto quando le sue rivendicazioni valgono per tutti e ancor più quando tendono a mettere in evidenza, fuori da ogni compromesso, i limiti del sistema salariale, e perciò contribuiscono a sviluppare nei singoli proletari la coscienza che i loro problemi non possono essere definitivamente risolti se non da loro stessi e attraverso l’attacco rivoluzionario alla cittadella borghese. Tutto ciò manca nelle lotte presenti ed è il motivo principale della sfiducia dei giovani nelle organizzazioni operaie. I dirigenti, che hanno chiaramente accusato la “fuga” dei giovani (e anche dei vecchi) ne ricercano la causa nella mancanza di quadri, nella sopravvivenza di schemi organizzativi superati, nell’insufficienza dei finanziamenti, e ne concludono che bisogna “portare il sindacato nell’azienda”.

I “risultati concreti

Abbiamo avuto modo più volte di elencare le sperequazioni salariali promosse dal paternalismo padronale ed esasperate dai sindacati, CGIL compresa, che si manifestano ancor più gravi quando si passa all’esame della parte variabile e tipicamente aziendale del salario. Questa frantumazione del mercato della forza-lavoro ha costretto gli stessi bonzi a scendere al livello della política aziendale venendo così a sovrapporsi alle C.I. e a svolgere, come queste, un compito di conciliazione inevitabile in questa sede. Si è avuto quindi una generale e progressiva abdicazione di compiti: dal partito al sindacato prima, dal sindacato alle C.I. poi; e lungi dal reagirvi i sindacati si battono per essere riconosciuti nell’azienda, come lo sono le C.I.
Una delle manovre per raggiungere tale scopo è quella, che si sta sempre più estendendo, di far raccogliere dalla direzione le quote mensili.

Questo sistema di raccolta merita una critica a sé sia per il suo effetto sui lavoratori, sia per il riconoscimento che in tal modo la classe padronale apertamente dà non solo di non aver più alcun timore dei sindacati, ma di considerarli come organi di conciliazione permanente entro ai quali la classe operaia dev’essere convogliata per poterla meglio controllare.

Le direzioni si incaricheranno dunque d’interpellare i lavoratori circa il sindacato a cui preferiscono iscriversi, al fine di procedere alle trattenute mensili. E’ inutile osservare quale arma di ricatto sia stata così offerta loro; ciò che è ben più grave è il controllo che i capitalisti potranno esercitare su buona parte dell’organizzazione e che non mancherà, presto o tardi, di dare i suoi frutti. Il caso della FIAT ne è l’esempio più clamoroso, ma non certo l’unico. Uno dei problemi discussi dai lavoratori dell’Alfa, tanto per citare un caso, è stato quello del rinnovo delle maestranze effettuato dalla direzione. Molti dei vecchi militanti sono stati licenziati, e i nuovi assunti, provenienti in genere dalla campagna, con scarso istinto di classe e minore esperienza, sotto l’influsso del parroco sfuggono al controllo dell’organizzazione politica per andare ad iscriversi al sindacato che più fa comodo al padrone. Ora, questo fenomeno sarà ulteriormente aggravato dal nuovo sistema di raccolta e la CGIL, se non vuol perdere una buona parte dei suoi iscritti, si vedrà costretta a legarsi ancor più alle altre centrali sindacali nel favorire la politica paternalistica del padronato a tutto danno dei lavoratori.

Chiediamoci infine quali siano stati i miglioramenti conseguiti dalle maestranze per quanto riguarda sia gli aumenti salariali che la riduzione dell’orario di lavoro. In genere, dopo scioperi che sono costati un gran numero di ore lavorative, si è ottenuto un aumento che si aggira in media sul 4,5%, frazionato però in diversi scaglioni l’ultimo dei quali scatterà alla metà del 1962. Ora in base a una statistica dell’ISTAT sul costo della vita si rileva che negli ultimi quattro mesi, cioè appunto nel periodo in cui i lavoratori erano in lotta, esso è cresciuto del 3,5% e possiamo senz’altro prevedere che fra un anno sarà aumentato non meno del 10%. Come si vede, non solo non si sono avuti “concreti” miglioramenti, ma neppure si riuscirà a mantenere il precedente livello salariale; frattanto la classe operaia dovrà restare inattiva in forza delle tregue sottoscritte dai dirigenti  Il secondo punto, cioè la riduzione dell’orario di lavoro, non può essere isolato dal primo, perché non si può parlar di riduzione dell’orario di lavoro fino a che i salari non saranno aumentati in modo così notevole da mettere gli operai in condizione di non accettare il lavoro straordinario. Ma, a parte ciò, essa costituisce, nei termini in cui si vorrebbe attuarla, un’altra beffa. I bonzi sono infatti riusciti a strappare una settimana di riposo all’anno tramite l’ accantonamento in un fondo speciale di un certo numero di minuti ogni mese, utilizzabili per ferie e permessi retribuiti. In realtà, si sono così attenuate alcune assurdità che avrebbero dovuto essere risolte già da tempo e che riguardano l’ordinamento delle ferie, notevolmente meno lunghe di quelle degli impiegati e operai delle altre nazioni, e i primi tre giorni di malattia che non vengono pagati: ma gli accordi separati, azienda per azienda, conclusi in materia conservano un carattere particolare, e non solo non risolvono le sperequazioni in atto fra i diversi settori della classe lavoratrice, ma li aggravano.

I problemi dei quali i giovani operai chiedono insistentemente una soluzione non sono puri problemi di organizzazione, ma dipendono dal grado di autonomia raggiunto dalla classe operaia di fronte al processo produttivo e dalla ripresa della lotta rivoluzionaria, di cui gli scioperi generali sono un aspetto. Ma per ciò è necessario riportare il sindacato su una base nazionale, fuori dall’azienda, al di sopra delle divisioni per settori e rami di produzione, per ritrovare quell’unità di classe che costituisce la sola arma di cu i proletari dispongono e senza la quale né il partito rivoluzionario può operare nel vivo delle battaglie operaie, né si può raggiungere il fine ultimo e l’obiettivo storico del proletario come classe. L’organizzazione non è qualcosa che si realizzi al di sopra della lotta, ma nella lotta stessa e nell’impiego dei mezzi ch’essa richiede. Ogni impostazione politica ha la sua forma di organizzazione, e quella del sindacato chiuso nell’azienda e nel settore esprime e rispecchia una politica ultra-opportunista come quella che si sta miseramente conducendo oggidì. Nell’inevitabile ripresa del movimento rivoluzionario sarà lo stesso proletariato, sotto la spinta del partito, che cercherà e troverà la sua organizzazione di combattimento, non di conciliazione e compromesso.