Internacionālā Komunistiskā Partija

Il Programma Comunista 1961/18

Torniamo da capo

E’ un anno di celebrazioni, in Italia e nel mondo; tutte intonate alle glorie della civiltà della democrazia e dell’immancabile trionfo del progresso. Ma, dietro le cortine fumogene della propaganda e della sua regia hollywoodiana, è difficile che il proletario non riesca a tirare le somme, e a chiedersi che cosa mai sia cambiato (salvo i personaggi) rispetto al 1938 o, se ha i capelli grigi, rispetto al 1913. Il cambiamento, se c’è stato, è in peggio – che è, del resto, l’unico progresso di cui la società borghese sia capace.

La prima guerra mondiale, immancabilmente combattuta per la civiltà e la democrazia, fu vinta dai rappresentanti di quest’ultima. Il «nemico», incarnazione dell’anti-civiltà e dell’anti-democrazia, cadde non tanto sotto i colpi di ariete degli eserciti, quanto sotto i colpi di mazza dei proletari, vestiti da marinai e   soldati o da lavoratori civili, interessati a ben altro che agli «scopi di pace» dell’ Intesa: e la «civiltà» trionfante non avendo del tutto schiacciato il vinto, e non desiderando che il mal seme rivoluzionario dilagasse, diede all’Europa una pace balorda, truffaldina, cinica, ruffiana come tutte le paci messe insieme da borghesi, ma almeno un simulacro di assetto politico – il famoso pezzo di carta con firme e bolli ufficiali, che serve, se non altro, a salvare la faccia. Nella seconda guerra mondiale, la «civiltà» e la democrazia stravinsero, il proletariato non fece sentire il suo ruggito, non fu necessario tenere in piedi uno stato centrale tedesco in grado di sventare l’assalto di rozze mani incolte ai templi della proprietà e del capitale: a sedici anni e più dalla fine del conflitto, le nazioni portatrici del progresso non hanno neppure regalato all’Europa centrale il pezzo di carta di un trattato di pace.

La prima guerra mondiale promise la fine di tutte le guerre; bastarono pochi anni perché su diversi teatri europei ed extraeuropei, i fatti smentissero l’impegno solenne. Dopo la seconda, che rincarò la dose delle proclamazioni pacifiste per il domani, non è passato anno e, a volte, neppure mese, senza che in Asia o in Africa la guerra si riaccendesse, anche a prescindere dai ponti aerei in Europa e dalla catena di episodi di guerra fredda che la stampa chiama «rivolte», «colpi di stato», o «rivoluzioni», solo per non chiamarli battaglie di Berlino, Praga, Budapest, Suez, Algeri (visto che questi due ultimi focolai si considerano appendici dell’Europa culla della civiltà, dei valori morali, ecc. ecc.).

La prima regalò al mondo quella delizia che fu il corridoio polacco; la seconda, più generosa, gli regalò Berlino divisa in due e sottodivisa in quattro e, diversamente dalla meno sfacciata sorella maggiore, non si curò nemmeno di organizzare la pagliacciata dei plebisciti per decidere della sorte di  milioni di minoranze nazionali, sbattute di qua e di là in nome della democrazia, del rispetto della persona umana, e degli eterni «valori morali».

Il 1918-19 appioppò al mondo la Società delle Nazioni, il covo di briganti della frase leninista; il 1945 gli fece il regalo dell’ ONU, un palazzo fatto di vetro non per consentire all’uomo della strada di vedere dietro le quinte della diplomazia segreta, ma per permettere alla prima sassata di spezzarne i cristalli. L’istituto ginevrino comprendeva un numero relativamente piccolo di Stati e nazioni e fece la lamentevole fine che tutti sanno dopo di aver messo lo spolverino a nuovi conflitti; l’istituto nuovayorkese abbraccia quasi tutto il mondo, vede seduti ai suoi tavoli i colossi vincitori della guerra per la civiltà, la democrazia e il progresso; e la sua esistenza, essenziale – dicevano e ripetono loro alla pace, serve unicamente a sanzionare l’inevitabilità delle guerre sotto il segno e l’impero di Sua Maestà il Capitale. A Ginevra si parlò per lunghi anni di disarmo, affannose trattative avvennero, ma, passato un ventennio, i membri della Lega erano più armati di prima e, puntualmente, si saltarono al collo. A New York il disarmo è sempre all’ordine del giorno, ma l’uomo della strada non ha bisogno di una particolare «cultura» e «competenza» per sapere dove stia di casa questo misterioso personaggio. Nel primo caso il «militarismo tedesco» non era stato completamente smantellato e la propaganda poteva sostenere che, appunto per questa fatale debolezza, si era ricaduti nella guerra da cui le candide democrazie occidentali, se fosse dipeso soltanto da loro, si sarebbero tenute pudicamente lontane: nel secondo, la Germania è stata messa (e lo è ancora) sotto il controllo di truppe di occupazione e polizia, ma non è lei che ha combattuto in Corea, in Indocina, a Suez, in Algeria o, periodicamente nelle repubbliche dell’America Latina. Ad assicurare la continuazione con gli «ideali della guerra antifascista» è perfino rimasto in sella un rappresentante fisico di quei «valori», De Gaulle: algerini e francesi sanno molto bene che razza di … antitotalitarismo egli abbia regalato e regali dall’alto della sua poltrona presidenziale.

Oggi, come nel 1938, malgrado tutto ciò, la retorica pacifista, disarmista, umanitaria batte la grancassa: lo fa, anzi, su scala ancor più clamorosa. Oggi come allora, se si creano armi nuove, se si sperimentano bombe e missili ultrapotenti, è per garantire la pace, per scoraggiare eventuali aggressori (quali se l’organizzazione internazionale comprende tutti; e ognuno di questi tutti è un perfetto campione di civiltà, democrazia e progresso?)e più ancora per approntare alle generazioni che verranno nuove tecniche pacifiche, nuovi strumenti di reciproco affetto ed amore: ovvero si riarma soltanto perché l’ ONU eserciti la sua benemerita funzione di soccorritrice delle aree sottosviluppate e di insegnante di democrazia e di autogoverno ai popoli che si sono emancipati troppo in fretta, senza il tempo di frequentare le scuole autorizzate di convivenza civile e di amministrazione pubblica. Una selva di istituzioni internazionali provvede a fornire cibo e medicine ai popoli più tormentati dalla malattia e dalla fame: ma ogni anno un nuovo congresso di esperti ripete che la fame aumenta e le malattie dilagano. Un gigantesco blocco di popoli proclama di aver raggiunto o di star raggiungendo il socialismo: ma all’altro blocco esso non offre nulla di diverso da qualunque consorteria capitalista, il commercio, gli scambi, le trattative diplomatiche, la coesistenza pacifica; insomma, la continuazione dello status quo. Anche da questo lato, le «medicine» lasciano malato l’infermo; anzi gli preparano l’agonia  e, se va bene, il funerale d’ultima classe.

Siamo daccapo. Perché il capitalismo è lì; e democrazia, progresso e civiltà sono, come fascismo e nazismo, nomi diversi per indicare la stessa cosa, quel mostro famelico e sanguinoso. E l’alternativa è ancora, è sempre  più, quella del 1918: o dittatura del proletariato, o dittatura della borghesia; o rivoluzione o guerra.

Il mito della solidarietà araba

Gli avvenimenti di Siria, dando un nuovo e serio colpo al pan-arabismo e ancor più (giacché il primo era comunque un’aspirazione lontana) alla tante volte proclamata solidarietà araba, ha fornito l’ennesima conferma della impossibilità, per le giovani borghesie uscite dai travagli della liberazione dalle forme più immediate di dominazione coloniale, di costruire assetti politici meno angusti dei confini politici «nazionali» di Stati che ricalcano le artificiose linee di frontiera imposte dal vecchio colonialismo.

Nessuno di questi tentativi, in particolare nel mondo arabo, è riuscito, nè riuscirà fin quando la spinta rivoluzionaria rimarrà chiusa entro i limiti di una prospettiva sociale borghese: si può anzi dire che nessun blocco di popoli e stati sia, fra quelli costituitisi di recente in organismi statali autonomi, più diviso di quello che si chiama arabo; di nessuno si può dire che la solidarietà reciproca sia una frase più vuota.

L’Egitto aveva tentato, mediante la formazione di una repubblica egizio-siriana, di gettare un ponte verso il pan-arabismo; in realtà, aveva esportato in Siria il nazionalismo esagitato della sua borghesia, ed è d’altra parte ben noto che la ex-RAU guardava all’Iraq con profonda antipatia (ricambiata in pari misura da quest’ultimo), e che questo e quella non godono affatto della benevolenza degli altri potentati arabi del Vicino Oriente. Lo stesso potrebbe dirsi della Tunisia e del Marocco, sia nei loro rapporti reciproci, sia in quelli col moto algerino; e si potrebbe andare avanti con gli esempi – se ne occorressero ancora.

Non è soltanto il fatto che «Stati arabi» è un termine dietro il quale difficilmente si potrebbe scoprivi una realtà omogenea, tanto è stata diversa la storia, tanto è diversa la presente composizione etnica dai diversi enti nazionali; ciò avrebbe un’importanza relativa, o non re avrebbe nessuna, se al suo posto non vi fosse la realtà di borghesie unite bensì da interessi negativi di classe, ma divisi da interessi positivi, economici, politici, mercantili, di prestigio ecc. La borghesia non può dare nulla più dello stato nazionale (e anche questo, con tutte le riserve del caso): il suo limite è lì e, quando pare ch’essa lo superi, getta in realtà il seme di nuovi e più aspri contrasti di stato e di nazione. Solo il proletariato reca nelle sue condizioni di esistenza, e nell’ideologia del suo partito, i presupposti del superamento delle barriere nazionali: solo le rivoluzioni coloniali in cui esso sia presente come forza indigena e come forza mondiale possono andar oltre il traguardo dei «confini maledetti».

Nel caso Siria-Egitto, la vicenda si conclude col crollo di tre miti: quello della solidarietà araba al disopra dei confini nazionali, quello della stessa solidità dello Stato nazionale egiziano, quello infine del suo «grande capo». Una volta di più, gli altari eretti agli individui, ai «grandi», ai «migliori», cadono in frantumi.

Conferme congolesi

La tragica fine di Mister H è venuta a confermare quanto dicevamo nell’ultimo numero. Dando per ammesso (cioè per ipotesi alla quale non crediamo) che l’ONU, in quest’anno e mezzo, sia intervenuto nel Congo nell’umanitario proposito di favorirne uno sviluppo ordinato e una sistemazione interna razionale, ha fatto due volte fallimento: ha impedito che le forze genuinamente popolari creassero con le proprie energie uno stato unitario ed anzi ha favorito la formazione di tendenze centrifughe e secessioniste; è poi ricorsa alla forza, in veste di poliziotta internazionale, quando queste tendenze si erano consolidate, e si è mostrata ancora più debole degli avversari. Mister H è stato la vittima più o meno sinceramente compianta di una politica che pretende d’essere di magnanimo aiuto alle ansie di indipendenza dei popoli e che è solo di controllo poliziesco dei loro movimenti. Non volle la «violenza» delle forze alle quali era affidato, almeno a breve scadenza, l’avvenire del Congo: è caduto sotto quella delle forze retrograde che prima lasciò scatenarsi, poi tentò o finse di tentar di reprimere. L’ONU zimbello di Ciombè: oh, grandezza degli istituti internazionali di conciliazione e arbitrato!

Ma il fattaccio ha rivelato qualcos’altro. Con Ciombé non solidarizzano soltanto i belgi per ovvie ragioni d’affari: lo guardano con tenero affetto sia i francesi attraverso il loro burattino di Brazzaville, l’ex-abate ed ora presidente della Repubblica Centrale Africana Youlou, sia gli inglesi i quali hanno scoperto che anche loro possiedono «un Katanga», la vicina Uganda, e che in ogni caso hanno sicuramente interessi finanziari nelle ricche terre di Ciombé e interesse politico che il «disordine» non dilaghi nelle due Rhodesie o nel Kenya. L’ONU zimbello di potentati finanziari bianchi e di negri venduti ai bianchi: volevate un’altra conferma del marxismo?