Internacionālā Komunistiskā Partija

Il Programma Comunista 1961/8

Il primo assaggio dello spazio extraterrestre

L’evento è stato di prima grandezza come fatto politico; è un problema diverso stabilire la sua grandezza come fatto scientifico. Sono in ragione inversa: in una società ad economia monetaria il successo politico è in ragione della credulità ed insipienza generale, che sono immense, e la parola scientifico ha una portata dubbia, perché solo in una società comunista, ossia non di classe e non di moneta, comincerà a nascere la scienza umana.

Ma questo è un modo di vedere limitato al nostro ristrettissimo movimento. Andiamo quindi avanti, magari nella ipotesi che siamo noi gli asini, in un mondo sapiente.

Lo smacco degli americani è stato pieno. Non solo sono stati preceduti nel far viaggiare un uomo vivo fuori dalla atmosfera terrestre; ma quello che loro preparavano era di portata molto minore: un lancio di missile-satellite per una decina di migliaia di chilometri, con arrivo in mezzo all’oceano. I russi hanno il 12 aprile 1961 attuato un lancio di uomo vivo con una “nocca”  intera in orbita Kepleriana attorno alla Terra, col risultato di arrivare non lungi dal punto di partenza – cosa che non parrebbe essere grandiosa – ma comunque recuperando il soggetto vivo dopo 89 minuti di giro completo su orbita, più un margine di altri 19 minuti, lungamente sufficienti alla fase di lancio e discesa.

Gagarin ha assicurato che poteva resistere più a lungo, ma per ora non si può dire che il limite di durata passi il tempo di un secondo giro o di più giri, o si sarebbe ridotto al massimo ad un’altra mezz’ora, con arrivo fuori dall’URSS, che certo non conveniva.

Anche se il soggetto americano avesse volato prima per venti minuti, raggiungendo un’altezza dell’ordine di quella russa (tra 175 e 302 km ), la “realizzazione” sovietica avrebbe costituito un fatto più clamoroso.

America dunque battuta in pieno, nell’effetto (lasciamo stare le cause!). Grave sconfitta accusata. “Being first in space is a terrific propaganda“: essere primi nello spazio costituisce una propaganda terrificante! Ecco come si tirano le somme all’americana. Mondo monetario vale mondo di pubblicità. E a Mosca non scherzano nello sfruttare il successo!

Una scusa degli americani è che non vogliono rischiare nessuna vita per il loro culto della persona umana! Scusa magra, dato che i russi agitano questa stessa retorica, usano le stesse droghe. Sebbene il risultato non sia tanto grande quanto le gonfiature di questi giorni, esso valeva bene la pelle di alcuni primi sperimentatori, se vi fossero stati casi di morte. La fabbrica degli eroi è da secoli il vertice di ogni retorica, alla quale servono tanto bene i morti quanto i vivi. E a morti clamorose, anche con alta probabilità, in questo mondo di gente che vuole sfondare nel rumore e nel conto in banca, si trovano da Est e da Ovest volontari a josa, senza rispondere di violenza alla libertà e dignità della personalità ta-ta-ta-ta.

Lasciamo per ora la Persona Unica e i miliardi attoniti.

Il Vostok col suo passeggero ben vivo ha raggiunto l’altezza minima di 175 e la massima di 302 chilometri. Di quanto l’uomo si è allontanato dal centro della Terra? Il raggio terrestre è di 6.378 km , e quindi il passo fatto è tra il 2,75 e il 4,75 per cento.

Se il prossimo passo fosse la Luna, si pensi che la distanza è 60 raggi terrestri, ossia da quel 5 per cento, si tratta di andare al seimila per cento. Tutto sta a cominciare, è motivo buono per la retorica dei poeti; ma si può vedere dove avviene che “la quantità si trasforma in qualità”.

L’uomo ha resistito all’assenza di gravità. Ma è la stessa cosa a 300 km e a milioni di km? L’attrazione terrestre a 300 km è diminuita in ragione inversa delle distanze dal centro elevate al quadrato. Il calcoletto mostra che agiva su Gagarin per il 90 per cento circa di quello che agisce su me sedentario. Ma, data la velocità del Vostok e del suo corpo, di circa 8 mila metri al secondo, una forza opposta, centrifuga, esattamente uguale a quel 0,90 della gravità, lo teneva in equilibrio. In queste condizioni l’esperimento prova che, in un complicatissimo apparecchio, si sopravvive per più di 108 minuti.

Supponiamo che il veicolo giri a soli 10 raggi terrestri. L’attrazione sarà ridotta di 100 volte, all’uno per cento, e la contraria forza centrifuga sarà la stessa. L’effetto sulla vita è lo stesso? Lo neghiamo, o almeno non è stato dimostrato.

Lasciamo a parte tutte le fasce di radiazioni ecc. per tema delle quali si prova con esseri vivi sotto i 400 km di altezza.

Se leggiamo le risposte ad esempio del Blagonravov in Italia alle varie domande, e confrontiamo la prima “intervista” diramata con la conferenza stampa di Gagarin, noteremo una seria prudenza contro la convenienza di sfruttare il rumore.

Noi non crediamo che Gagarin vagasse nella cabina, come nella fantascienza in cui fu primo Verne, che lui leggeva da ragazzo. Pensiamo che nel moto su orbita il veicolo debba essere rigido e tutto il suo contenuto legato all’involucro. Un piccolo spostamento varia la misura della forza centrifuga contro quella costante dell’attrazione. Abbiamo arrischiato una paradossale tesi: la vita non è solo possibile sulla Terra, ma su un corpo abbastanza grande da tenere attratto a sé il vivente.

Non abbiamo creduto che Gagarin vedesse il cielo nero, la Terra azzurra e il Sole di decuplicato splendore. La sua retina sarebbe bruciata. Blagonravov ha detto seccamente: “Non aveva finestre, vedeva ‘per radio'”.

Uno ha detto: “Le stesse osservazioni non si facevano meglio con apparecchi e registrazioni o trasmissioni?”. “Certo, – ha detto lo scienziato – l’esperimento è servito a mostrare che l’uomo non era in stato di incoscienza o letargo, ma il poco che ha fatto si poteva fare con dispositivi strumentali”.

E il simpatico ragazzo si è infine lasciato sfuggire: “Spero di volare veramente“. Ossia di “fare il pilota”.

Tutto questo riporta noi codini e antilluministi alla previsione che per viaggiatori spaziali l’umanità userà dei robots.

L’uomo spaziale è bravo: bravo inde ac cadaver.

La retorica poetica che mosse i Monti e i Carducci in epoche in cui la venalità mercantile lasciava pure qualche spiraglio per scoprire un compito alla persona, ha oggi – e non in Russia – creata la formula che Gagarin vale un secondo Colombo.

Non ci preme confrontare i valori personali, che non sono il nostro metro, e non diremo che Colombo (fatta poi la parte fra storia e leggenda?) ebbe lui l’idea del nuovo principio, anche se era un grosso errore (è l’errore che genera la nuova verità) in quanto credette di aver trovato le Indie “buscando Oriente per Occidente”, e che solo combatté la organizzata dottrina del tempo e strappò poche ore alla rivolta dei marinai che lo volevano affogare nell’Atlantico.

Questo confronto non serve. L’impresa di Colombo, come avrebbe fatto quella di un altro, aprì le vie, per motivi che egli non poteva prevedere, ad una nuova epoca e forma storica.

L’umanità bianca poté spostarsi, con epopea più vergognosa che gloriosa, sui nuovi continenti, che del resto forse altri uomini di razza bianca avevano molto prima calcato. Si aprì con le grandi scoperte geografiche l’era borghese: una cosa orrenda ma che doveva nascere e scorrere.

Citano che Lenin avrebbe detto che la scoperta di altri pianeti abitati avrebbe condotto a mutare la nostra teoria marxista della storia. Se Lenin lo disse, fu unicamente nel senso che solo una forma sociale non capitalista avrebbe dato soluzione ai problemi della vita nel cosmo. 

Ora non si tratta di dire che Gagarin è andato fuori di tanto, che Colombo si sarebbe potuto contentare di tagliare un trecento miglia di Oceano, fuori di Spagna; e lo avevano già fatto tanti, ignoti.

Lenin non pensò che, avendo qualche miliardino di uomini di troppo, avremmo usato Venere come colonia di popolazione! Avrebbe fondato un nuovo imperialismo, proprio lui! E solo così sarebbe saltata la nostra dottrina sulla successione delle forme storiche!

I kremliniani ci possono credere. Come il capitalismo lo vedono solo in America, lo vedranno in futuro tutto migrato su Venere o Marte. E allora ci ammorberanno con altri mille anni di coesistenza social-capitalista!

Quali conquiste della scienza! Al tempo di Mussolini, quando il cretinismo di moda aveva come “vertici” Benito, Adolfo e Tenno, così come oggi ha i due K (non sono i due corridori svizzeri Kubler e Koblet di qualche anno fa, ma i deliziosi odierni campioni Kennedy e Krusciov), e quando l’America scese in guerra, fu fatta una scema canzone: Colombo, Colombo, chi te l’ha fatto fa’!?

Quando le flotte di astronavi faranno saltare la storia ed esporteranno l’onta dei dollari o dei rubli, che è lo stesso, dovremo dunque sentire gli scemi, che vedono tutto in responsabilità personale, cantare: Gagarin, Gagarin, chi te l’ha fatto fa’!?

Noi non ridiamo amaro che dell’umanità beota e della sfrontatezza dei registi e dei managers di tutto il bordellame pubblicitario, onta massima di un mondo putrefatto.

[RG-29] La base economica del conflitto algerino Pt.2

Aspetti esplosivi dell’agricoltura

Si è visto dalle statistiche già citate di fonte francese che: 1) la proprietà indivisa (comunitaria) delle tribù è stata sempre più sostituita nelle zone agricole dalla proprietà privata: 2) il tipo di conduzione agricola capitalistico domina sul tipo tradizionale mussulmano.

Non basta. La popolazione europea che vive dell’agricoltura, compresa la popolazione non attiva, era nel 1954 di 93.000 persone (attivi 45.000), mentre risultava di 221.230 nel 1911 e nel 1948 di 123.000, cosicché, se al principio del secolo rappresentava 1/3 della popolazione europea complessiva, oggi non ne è più che il decimo; ma in sessant’anni la proprietà europea è aumentata di oltre il 50%, passando da 1.846.000 a 2.726.000 ha., e ha così raggiunto il massimo di estensione e concentrazione, avendo occupato il massimo di terre atte al suo modo di produzione e compresso fino ai limiti del possibile l’agricoltura arcaica mussulmana. Le terre migliori del litorale, coltivate a viti, agrumi, prodotti ortofrutticoli, e tutte le colture industriali (alfa, sughero, ecc.), sono in mano ad europei.

Parallelamente all’ estensione e concentrazione della proprietà capitalistica, sono stati spettacolosi gli sviluppi della meccanizzazione dell’agricoltura. Fra il 1939 e il 1955, il numero delle mietitrici-trebbiatrici è aumentato di oltre 7 volte: do 500 nel 1939 a 3.730 nel 1955.

Quello dei trattori è cresciuto di quasi 4 volte, cioè da 5.600 a 20.508 nello stesso periodo.

Questa situazione si ripercuote sulla manodopera agricola. L’arcaico khamessat (colonia parziaria a 1/5) tende rapidamente a scomparire senza che la manodopera salariata aumenti di altrettanto. Nel 1951, il numero dei lavoratori agricoli permanenti era di 171.232, di cui 8.000 europei; nel 1954, era di 112.000, mentre i non-permanenti raggiungevano i 459.000, Nessuno dei diversi piani per l’avvenire prevede un aumento della manodopera agricola.

Paragonando la produzione del 1911, del 1938 e del 1953 nei settori base dell’alimentazione, si constata che essa è diminuita notevolmente per testa di abitanti. Poiché ci interessa la produzione globale, non distinguiamo qui fra produzione europea e produzione mussulmana: della partecipazione effettiva dei due gruppi al consumo globale sarà possibile farsi un’idea riferendosi all’ammontare dei redditi delle diverse categorie sociali riportati in una successiva tabella.

Vediamo dunque l’andamento della produzione per testa:

PRODUZIONE IN KG PER ABITANTE
AnnoGrano (duro e tenero)OrzoPatateLegumiMaisOlio d’oliva (hl)Datteri
1911163,0174,07,37,02,52,47,0
1938132,099,810,584,63,22,010,7
1953119,283,025,86,01,33,012,2

Analoghi risultati si ottengono nelle statistiche riguardanti l’allevamento, dove la decadenza colpisce non solo il rapporto fra numero di bestie per abitanti, ma anche il patrimonio zootecnico assoluto (salvo, fra il 1938 e il 1953 una leggera ripresa degli ovini).

NUMERO DI BESTIE PER MILLE ABITANTI
AnnoBoviniOviniCaprini
191120011091
19381533824631
1953694378339

La decadenza dell’agricoltura è, come si sa, un fenomeno tipico dell’economia capitalistica, aggravata qui dal forte tasso di incremento demografico della popolazione algerina (oggi calcolato al 28 per mille, tre volte quello degli europei in Algeria).

Si aggiunga che le prospettive di miglioramento qualitativo del suolo sono ormai nulle: il limite estremo non solo è stato raggiunto, ma, secondo R. Dumont, «ogni giorno che passa l’Algeria ha in media 100 ettari di terre in meno». È vero che, dal 1926, è in atto un piano di costruzione di sbarramenti più adatti alle condizioni naturali, ma la politica dei grandi sbarramenti-serbatoi trova un freno nella «terribile minaccia dell’invasamento» (R. Gendarme, «L’économie de l’Algérie», 1959), giacché nel periodo di 50 anni in cui si calcola che una opera di sbarramento sia ammortizzata essa è pure soggetta ad insabbiarsi e la terra perde di qualità in modo probabilmente irrimediabile in un’economia mercantile. Nessuna speranza, dunque, di guadagnare terre nuove agli indigeni, o agli europei.

Classi sociali e interessi di classe

La tabella che segue, basata su uno studio pubblicato recentemente dal Club Jean Moulin («Les perspectives d’emploi des Européens en Algérie»), dà sia la struttura delle diverse classi in presenza, sia le differenze di reddito tra europei e mussulmani all’interno di ogni categoria e tra «madrepatria» e colonia:

Gruppi socialiFamigliePopolaz. totalein % del totaleRedd. indiv. In frs.Rapp. con la Francia
1. – Conduttori agricoli ricchi e dirigenti del commercio e dell’industria:
Europei10.00030.00031.215.0005 volte
Mussulmani4.00021.0000,254341,8 volte
2. – Quadri amministrativi e tecnici, commercianti. medi e agiati, liberi professionisti:
Europei77.000277.00026,6365.0001,5 volte
Mussulmani25.000133.0001,5226.0000,9 volte
3. – Salariati permanenti dell’industria, del commercio e dell’amministrazione, piccoli e medi commercianti:
Europei168.000638.00061,3119.0000,5 volte
Mussulmani225.0001.193.00014,275.7000,3 volte
4. – Operai agricoli permanenti, e non-agricoli a impiego irregolare, disoccupati, casalinghe, piccoli commercianti:
Europei25.00095.0009,157.9000,25 volte
Mussulmani310.0001.653.00019,634.6000,14 volte
5. – Conduttori agricoli su piccole aree, giornalieri agricoli, lavoratori stagionali, famiglie di lavoratori in Francia:
Nessun europeo
Mussulmani996.0005.400.00064,224.5000,1 volte

Basta uno sguardo alla tabella per dimostrare che l’Algeria presenta le caratteristiche di una economia coloniale, ed è percorsa da violentissime tensioni sociali, facilmente rilevabili dall’enorme scarto fra i redditi delle diverse categorie. Le categorie privilegiate della colonia, e le loro controparti o appendici indigene, sono ultra-ricche; a volte, anzi, più ricche che le categorie corrispondenti in Francia (cfr. i numeri 1 e 2 del quadro).

I loro interessi sono comuni: solo quella che può essere considerata come la «borghesia algerina» – soprattutto i capitalisti fondiari mussulmani – potrebbe avere un interesse anche all’indipendenza nazionale, per la cui causa si è schierato, perlopiù, molto tardi. Ma essa è spaventata dalla massa enorme degli espropriati e del proletariato agricolo e industriale e dai problemi che un ritorno alla calma e allo sviluppo economico solleva (specialmente l’impossibilità di rendere sedentari gli espropriati: riforma agraria). Di qui la sua tendenza al compromesso e al blocco col resto della sua classe, anche se francese, come è avvenuto in Tunisia e un po’ meno nel Marocco, malgrado i suoi «sentimenti nazionali».

Come è confermato dai numeri 3, 4 e 5 – sebbene il quadro, di fonte borghese, sia piuttosto confuso nelle delimitazioni di classe, cosicché si possono trovare unite sotto lo stesso titolo categorie e sottocategorie sociali diverse, proletarie e non-proletarie (piccolissimi commercianti, ambulanti, ecc.) -, esiste in Algeria un terreno favorevole alla rivoluzione doppia, in cui si profila un proletariato che si metta alla testa della massa contadina miserabile – la cui estrema povertà e documentata da un reddito medio di frs. 24.500 allora! e cerchi d’imporre la propria soluzione. È in questi paesi che la Rivoluzione russa ebbe naturalmente una ripercussione formidabile nel 1919-27; le masse l’avevano capito; possano capire in futuro che la Russia di Krusciov non ne è la erede!

In fondo alla tabella troviamo (categoria 5) i soli indigeni, quelli che il marxismo considera ancor più miserabili ed oppressi del proletariato: il reddito medio, qui calcolato nel 1954 a 24.500 frs. si ritiene oggi caduto a 17.000 (Moch).

La situazione di questa categoria è stata così giudicata dagli economisti borghesi: «Supponendo che l’impiego medio di un agricoltore sia di 200 giorni all’anno, almeno 700.000 agricoltori mussulmani e rispettive famiglie (circa 3.500.000 persone), cioè il 45% degli effettivi rurali al giorno d’oggi, potrebbero ritirarsi dall’agricoltura senza che la produzione diminuisca». Le masse ritirate dal lavoro agricolo per riempire i «campi di raccolta» (in cui sarebbero concentrati da 1,5 a 2 milioni di mussulmani) non assorbono che la metà della popolazione eccedente.

Come si vede ai numeri 3 e 4 della tabella, il problema nazionale e coloniale tocca direttamente il proletariato. I mussulmani espropriati affluiscono nelle «bidonvilles» e fanno concorrenza agli operai europei che sono privilegiati in quanto godono di diritti negati agli altri (assunzione al 100-90%, reddito assicurato in tempo di crisi); la concorrenza fra i lavoratori e l’immenso esercito di riserva causato dalle espropriazioni ad opera della classe capitalistica fondiaria a favore dei compari capitalisti dell’industria, sia in Francia che in Algeria, inasprisce a sua volta il conflitto fra le due «comunità di operai» e rigetta gli europei nel campo dei colonialisti, perché l’antagonismo cresce col crescere della concorrenza stessa. Così, ogni europeo, sia pure un lavoratore, si presenta in linea di principio come un colonialista, perché la società europea nella sua totalità opprime l’indigeno. Questo il ruolo del fattore di razza e nazione nel gioco degli antagonismi di classe in Algeria: ed è un ruolo sociale, come spiegava Marx a proposito dell’Irlanda, la «prima colonia» dell’Inghilterra.

Vediamo i fatti in Algeria: nel 1954, mentre la disoccupazione infuriava tra i mussulmani, e il pieno impiego regnava fra gli europei, di fronte a 65.120 impiegati europei si trovavano 15.190 mussulmani; di fronte a 51.650 operai qualificati europei, 49.830 mussulmani; di fronte a 7.200 manovali europei, 141.130 mussulmani; di fronte a 33.890 domestici e personale di servizio non-mussulmani, 47.000 mussulmani. Ma dietro questi concorrenti mussulmani si profilavano più di 200.000 disoccupati e semidisoccupati delle bidonvilles e del bled, da cui masse enormi di senza-lavoro si rovesciavano senza tregua nei centri urbani. Di recente, i mussulmani hanno superato in numero gli europei in tutte le città ad eccezione di Algeri, dove il rapporto è di 43 a 57: eppure, il 90,8% degli europei abita nelle città contro il 19% dei mussulmani. Il fenomeno dell’urbanesimo ci fornisce l’indice sicuro del ritmo dell’espropriazione; ed è impressionante:

Popolaz. Urbana (A)Popolaz. Rurale (B)Rapporto fra (A) e popol. algerina
1900…..316.0003.700.000?0,077
1930…..590.0004.900.000?0,120
Tasso d’aumento in rapporto al 1900+ 90%+ 32%?
1959…..2.100.0006.700.000?0,235
Tasso d’aumento in rapporto al 1930+ 260%+ 36%

Cortina di ferro contro la Francia

Si è analizzato finora lo sviluppo dell’agricoltura, che è il dato fondamentale dell’Algeria, giacché le principali industrie algerine sono estrattive, e quindi anch’esse legate al suolo (Marx, infatti, le includeva nell’agricoltura). Passiamo ora all’analisi dell’economia globale, indicando l’importanza di ogni settore produttivo rispetto all’insieme degli altri.

Nel 1954, la produzione bruta complessiva dell’Algeria ammontava in valore a 591,1 miliardi di franchi, così ripartiti:
1) Agricoltura, allevamento, foreste e pesca: 197,6 miliardi, pari al 33,4% del totale (in Francia, 30%).
2) Trasporti, commercio, servizi diversi: 230 miliardi, cioè il 39,2% (in Francia, 30%).
3) industria (compresi energia, miniere, edilizia, lavori pubblici): 163,5 miliardi, cioè il 27,4%, contro il 50% in Francia.

Analizzando comparativamente i diversi settori, distinguiamo:

Nell’agricoltura:
1) produzione vegetale, rappresentante il 43,5% del settore, suddivisa in:
cereali (frumento, orzo, avena, mais, riso, sorgo), 37%;
vino (non consumato dai mussulmani), 35%;
frutti (agrumi, olive, datteri, fichi, uva da tavola ecc.), 14%;
ortaggi (patate, pomodori, legumi secchi ecc.), 12%;
2) colture industriali, rappresentanti il 26.5% del totale, suddivise in:
tabacco, 73,5%,
cotone, lino, barbabietole da zucchero, 26,5%;
3) produzione animale, rappresentante il 25% della produzione agricola:
carne, 42%,
prodotti lattieri, 34%,
pollame 15%, lane e pelli 9%;
4) produzione forestale, rappresentante il 4% dell’insieme della produzione agricola (alfa, crine vegetale, sughero, ecc.).

Gli altri due settori (trasporti, commercio, industria) si suddividono in industria alimentare (compresi fiammiferi, tabacchi e saponi), 39,5%; lavori pubblici e edilizia, 23%; miniere, elettricità, gas e petroli, 12,75%; produzione e trasformazione metalli (comprese manutenzione e riparazione), 12%; materiali da costruzione, ceramiche, vetrerie, 4,75%; tessili, 4,5%; industria chimica e caucciù, 3%; cuoi e calzature, 2.25%; ind. poligrafica, 1,75%; carte e cartoni, 0,75%; diversi 2,15%.

Le prospettive di sviluppo economico decennale (1957-1966) sono le seguenti: «Portare ad oltre 1.600 miliardi il valore annuo di una produzione interna che fu di circa 695 miliardi nel 1956; aumentare del 5% all’anno in media il livello di vita di una popolazione cresciuta da 10 a 13 milioni (l’europeo avrà quindi un aumento di 246.000 frs. contro 24.600 al mussulmano, il che aggraverà lo scarto già esistente); assicurare un impiego non-agricolo a circa 875.000 persone in più, di cui 780.000 mussulmani». Ma, a giudicare dai piani in atto per il 1966, si avrebbe una sviluppo estremamente debole del settore agricolo, la cui parte sul totale diminuirebbe dal 33,4% al 15,4%; nel settore industriale, sarebbero stimolati soprattutto la produzione di petrolio, l’industria edilizia, i lavori pubblici e in misura minore l’industria di trasformazione; che devono dare impulso al settore industriale che passerebbe dal 27,4% al 47,9 %. Ciò significa che la dipendenza economica dell’Algeria dalla Francia aumenterebbe.

Il rimedio? Marx lo proponeva per l’Irlanda: autogoverno e indipendenza dall’Inghilterra; rivoluzione agraria; protezione doganale verso le merci inglesi.

Trasferimento del conflitto algerino in Francia e in «Oriente»

«L’Irlanda il baluardo dell’aristocrazia fondiaria britannica. Lo sfruttamento di questo paese non è solo la fonte principale della sua ricchezza materiale, ma anche la sua maggior forza morale. È grazie ad essa, in realtà, che l’Inghilterra domina l’Irlanda. L’Irlanda è dunque il grande mezzo con cui l’aristocrazia inglese mantiene la sua dominazione nella stessa Inghilterra» (Marx a A. Meyer e A. Vogt, 9-4-1870).
Allo stesso modo, la perdita dell’Algeria vibrerebbe un colpo terribile alla grande proprietà fondiaria francese e alle numerose industrie che beneficiano delle sue materie prime e di questo mercato protetto.

Lo studio citato più sopra concludeva a favore dell’abbandono del vespaio algerino: sarebbe perfino più economico rimborsare tutti i proprietari per le perdite subite, il che rappresenterebbe al massimo il prezzo di 18 mesi di guerra. Ma sarebbe uccidere la galline dalle uova d’oro. Un capitalista non accetterà mai, a meno d’essere pazzo completo, di vendere la propria azienda per vivere poi di rendita: essa non solo gli dà da vivere, ma si ingrandisce, e aumenta di valore, se la tiene. I «riformatori» del Club Jean Moulin confondono il capitale (cifra d’affari complessiva) con i titoli di proprietà delle installazioni, degli attrezzi, del suolo ecc.; credono che il capitalismo sia un modo di proprietà mentre è un modo di produzione. Ma le terre e il capitale situati in Algeria non possono essere trasferiti in Francia: col gettito della loro vendita bisognerebbe acquistare terre da altri proprietari francesi, cioè espropriarne un gran numero e accrescere la concentrazione della proprietà terriera, o creare nuove industrie in concorrenza con quelle esistenti. Quello che si verificherà è dunque un trasferimento dell’elemento fondamentale del conflitto algerino. Finora la proprietà fondiaria capitalistica in Francia godeva di una stabilità notevole; gli inconvenienti del capitalismo agrario erano riservati ai «territori d’oltremare», e la piccola proprietà particellare metropolitana poteva sopravvivere. Ciò non potrà più avvenire. D’altro lato la concorrenza fra i lavoratori in Algeria si trasferirebbe in Francia se tutti gli europei fossero rimpatriati; mentre nell’industria, colpita dalla concorrenza mondiale, si aggraverebbero i conflitti di classe fra capitale e lavoro. È vero che il prolungarsi della guerra d’Algeria ha già permesso d’imporre i primi sacrifici «materiali» e di introdurre progressivamente le «misure di austerità» imposte dalla perdita dell’Impero coloniale. La smobilitazione delle masse lavoratrici ad opera di organizzazioni economiche e politiche corrotte mira, in definitiva, a evitare alla borghesia francese una sorpresa simile a quella che si è prodotta in Belgio. Ma nessuna astuzia potrà evitare alla crisi di installarsi nel cuore del sistema economico francese, soprattutto man mano che la concorrenza sul mercato internazionale si accrescerà.

Nel 1909 (lettera a I. I. Skvorzóv-Stepanov, del 16-12) Lenin caratterizzava così la differenza fra la Germania 1849 e la Russia dopo il 1900: la Germania era divisa in 36 stati feudali che la rivoluzione borghese doveva abolire per erigere uno Stato capitalista unitario: quella che si poneva per prima era dunque una questione nazionale. In Russia, invece, l’unità nazionale era già compiuta; dunque si poneva la questione agraria. Ma la borghesia non poteva «risolvere» il problema agrario che a prezzo di molti decenni di espropriazioni e delle peggiori calamità (è la storia di tutti i piani agricoli della Russia degenerata e borghese): dunque, solo il proletariato poteva, mediante la sua dittatura, spezzare gli ostacoli allo sviluppo delle forme produttive sull’agricoltura e regolare il problema agrario. Per l’Algeria la situazione è analoga: e i «comunisti», con la loro «nazione algerina in formazione», sono ben lontani dal leninismo. La prima questione che si porrà non appena proclamata l’indipendenza dell’Algeria, quale che essa sia, sarà quella fondamentale, che nessun velo nasconderà più agli occhi delle masse: la questione agraria, il problema sociale. Nessun paese divenuto indipendente in quest’area geografica ha finora risolto quel problema: esso sarà la prossima tappa, non per la «volontà» delle masse o dei loro dirigenti, ma per la spinta irresistibile delle condizione economiche.

L’Algeria, in cui la decomposizione della proprietà comunitaria stabilizzatrice è più progredita, rischia di scatenare il movimento generale. L’area geografica e storica cui l’Algeria appartiene non troverà dunque la «pace» con la «fine della colonizzazione» vantata da Krusciov. Né l’esempio dei cholchos russi o delle comuni rurali cinesi, né lo sviluppo della politica agraria fin qui praticata, potranno risolvere la questione. Lenin aveva concluso dal problema agrario russo alla necessità della dittatura del proletariato: questa è la soluzione sempre «attuale» anche per l’Algeria.

Africa amara

In un articolo pubblicato nel n. 6 di quest’anno, avevamo presagito – illustrando i rapporti di produzione e di lavoro vigenti nelle colonie portoghesi in Africa, – che nessun cordone sanitario avrebbe impedito alla rivolta negra di estendersi entro i confini dell’Angola o del Mozambico. Le recentissime sommosse e la loro feroce repressione ne hanno dato una pronta conferma.

Del resto, le autorità coloniali di Lisbona non sono nemmeno riuscite ad impedire che, in senso inverso, le notizie sulla tensione sociale nei territori d’oltremare (considerate dai dirigenti portoghesi come «provincie metropolitane», i cui abitanti è loro cristianissimo dovere di proteggere, educare e… incivilire) varcassero i confini e giungessero sia in Europa, sia alle N.U., dove 39 paesi afro-asiatici – ancora illusi di potersi servire di questo strumento ai finì della «decolonizzazione» – hanno presentato il 21 marzo una mozione affinché il problema delle colonie portoghesi e del loro aperto disprezzo dei «diritti fondamentali dell’uomo» sia discusso pubblicamente e con urgenza (campa cavallo!).

Non è da oggi, infatti, che S.M. cristianissima il fucile porta la… civiltà fra i negri soggetti a Lisbona. Citiamo alcune tappe di quest’opera gloriosa:
Agosto 1959: a Pijiguiti, nella Guinea portoghese, i lavoratori negri del porto entrano in sciopero; alcune diecine vengono uccisi a colpi di mitraglia.
Luglio 1960: a Cabinda, nell’Angola: massacro di operai manifestanti per rivendicazioni economiche.
Settembre 1960; a Mueve, nel Mozambico: più di 100 africani uccisi dalle forze dell’ordine durante una manifestazione a favore di due arrestati negri.
Ottobre 1960; a Icolo e Bengo, sempre nell’Angola: 30 morti e 200 feriti, e i villaggi rasi al suolo, per una analoga manifestazione di protesta.
Novembre 1960; a Loanda, nell’Angola: 8 prigionieri della prigione militare fucilati sul posto, senza processo.
Febbraio 1960; sempre a Loanda, nell’Angola: i morti in seguito alla repressione di una sommossa risultano – secondo un corrispondente della Radio-TV francese (forse lieto di poter scaricare sui portoghesi un po’ delle… glorie di cui il suo esercito si è coperto in Algeria) – circa 800. E, si badi, sono sommosse più o meno «urbane», che prescindono dalla guerriglia in corso nella boscaglia o ai margini delle grosse piantagioni europee.

È proprio sul terreno dei rapporti di lavoro (per i quali rimandiamo ai primo sommario articolo da noi pubblicato nel n. 6 di quest’anno), che tali sommosse sono perlopiù avvenute, o direttamente, o indirettamente, cioè per solidarietà verso arrestati e torturati. Le colonie portoghesi sono uno di quei casi di cui parlava Marx, in cui l’impianto di rapporti di produzione capitalistici in continenti extra-europei non esclude la persistenza di un’economia schiavista, ma si sovrappone e intreccia ad essa: qui il Capitale si serve sia della bandiera del «lavoro libero», sia di quella della schiavitù e del servaggio; diventa negriero nel modo e nelle forme classiche.

Ed è, naturalmente, benedetto dagli zelantissimi preti metropolitani…