Internacionālā Komunistiskā Partija

Il Programma Comunista 1963/11

La guerra che piace ai padroni

Una delle armi ideologiche più usate dalla classe dominante nel periodo di tempo che va dalla prima guerra mondiale ad oggi, è consistita nella diffusione tra il proletariato della credenza che la forma di governo democratica potesse garantire un stato «giusto», superiore alle classi, sollecito del bene  «comune»,  non stato della borghesia, ma «di tutti». Che questa posizione sia solo una menzogna interessata è stato ampiamente dimostrato in sede teorica e pratica dal marxismo, giacché ogni forma di Stato, anche la democrazia quindi, non rappresenta e tutela se non gli interessi delle classi dominanti. Di qui, per i proletari, la necessità della lotta rivoluzionaria contro la democrazia ed i suoi sostenitori come contro ogni altro sistema di governo basato sulla divisione della società in classi antagoniste; della lotta per la sua abolizione, per la distruzione dei privilegi ch’essa, sotto una illusoria forma egualitaria, difende.

Il tentativo delle borghesie nazionali di aggiogare i lavoratori al carro democratico, che poca presa aveva su un proletariato diretto da un partito genuinamente marxista rivoluzionario, si sono invece largamente diffusi nel movimento operaio in seguito alla degenerazione opportunistica dei partiti della rivoluzione d’ottobre. Gli opportunisti dipendenti dalla centrale moscovita, in perfetta coordinazione di interessi con i capitalisti di occidente, si sono fatti e si fanno premura, abusando del prestigio loro conferito da una lontana tradizione rivoluzionaria e dal nome di cui essi fanno strame, di diffondere questa tabe debilitante in seno al proletariato internazionale, badando semmai a farla precedere dagli aggettivi «vera» e «socialista», quasi che una semplice operazione di … chirurgia estetico-linguistica potesse cambiare la sostanza dei fatti.

L’incessante evolvere, in seno al modo di produzione capitalistico, delle contraddizioni che esso stesso col suo sviluppo genera, spinse la borghesia dei vari paesi a risolvere con le armi lotte a cui davano i nomi ormai logori di storici principi, come libertà, democrazia, eguaglianza ecc. e che sorgevano invece dalla necessità di distruggere vite umane e prodotti  dei quali, nella loro miopia bottegaia, non potevano più far commercio, e di trarre nuova linfa da un orribile bagno di sangue.

Nella II guerra mondiale, il panorama dei belligeranti presentò una variante: se, nella prima guerra imperialistica, anch’essa bandita come ultima crociata mondiale della democrazia, si levò possente e nuova la voce del proletariato che, iniziando la rivoluzione mondiale, rifiutò la guerra fra stati, la guerra fra operai  sulle cui carcasse si regalavano ricchi sovraprofitti ai mai satolli capitalisti, e abbracciò con ardore i principi della lotta di classe, della guerra rivoluzionaria contro i nemici comuni dei proletari d’ogni paese, questa voce tacque nella seconda carneficina: il proletariato, seguendo i vessilli dell’opportunismo, si scannò sui campi di battaglia, e vedemmo lo Stato che si definiva socialista accettare le alleanze più bastarde e schierarsi sul fronte dell’imperialismo. A venti anni dalla prima, una nuova cruenta battaglia per la spartizione dei mercati riponeva giganteschi dilemmi, dilemmi che non risiedevano in idee e principi immortali, ma balzavano irresistibili dal seno stesso del modo di produzione vigente e non potevano come non possono essere risolti  con la guerra fra stati: ma l’opportunismo, valendosi della sua influenza sul proletariato, lo imbottì di illusioni democratiche, in nome della democrazia lo schierò sui campi di battaglia e nelle file partigiane, inviò i proletari a immolarsi perché sopravvivesse un modo di produzione che era il loro tiranno: illusi dalla chimera democratica, essi si buttarono anima e corpo nella contesa imperialistica.

Terminò la lotta con il consolidamento della democrazia, delle libertà costituzionali, e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ma già il capitale delineava un nuovo conflitto fra i due imperialismi vittoriosi: Usa e Urss. La menzogna proseguì. La paura di una rinascita del glorioso proletariato tedesco spinse le democrazie a rinfocolare l’odio per lo sconfitto, a seminare la discordia fra gli sfruttati. Ci mostrino, questi signori, le loro mani, esse sono lorde di sangue; svelino il vero volto della democrazia; dicano con quali metodi ci «difesero» dai metodi nazisti; raccontino, i paladini del parlamentarismo d’oltre  Manica, come il leonino Churchill diresse la sua guerra! Forse, qualche proletario ci troverà qualche sorpresa, qualcosa che «stona».

* * *

E’ stato recensito in questo giorni (Gazzetta del Popolo, 7.5.1963) un libro su una poco nota azione di guerra dell’aviazione alleata, voluta direttamente da Churchill: il bombardamento di Dresda del 13 febbraio 1945. Il libro è di un inglese, David Irving, si intitola: The destruction of Dresden e reca, come crisma ufficiale, la prefazione addirittura di un Maresciallo dell’aria britannico.

Queste le parole del libro parafrasate dal giornale: «Nella notte del 13 febbraio 1945 la città di Dresda, nella Germania Orientale, fu distrutta da un terribile bombardamento aereo anglo-americano». Gli inglesi effettuarono una incursione alle 22,10 e un’altra all’1,30 di notte. Era stato calcolato che quest’ultimo sarebbe stato il momento buono per colpire con maggiore efficacia, cogliendo la gente in crisi, mentre usciva dai rifugi dopo la prima incursione, mentre i pompieri erano al lavoro, mentre accorrevano le squadre di soccorso da fuori città…

«I bombardieri erano accompagnati da «Mustang» che scendevano a mitragliare la folla nei parchi e sulle rive dei fiumi. I morti furono complessivamente 132.000, più che a Hiroshima ed a Nagasaki… A Dresda furono abbattuti edifici per undici miglia quadrate, quasi tre volte la quantità abbattuta in Inghilterra in tutto il corso della guerra, e la stessa proporzione si applica ancor più abbondantemente al rapporto fra i morti di Dresda e i morti inglesi per bombardamenti aerei tedeschi. La distruzione di Dresda – secondo alcuni pareri – non aveva scopi militari immediati… Quella dimostrazione di potenza distruttiva non era nemmeno servita ai fini politici che Churchill si proponeva in occasione della conferenza di Yalta, perché le condizioni del tempo avevano costretto a rimandare l’operazione dopo il termine della conferenza. Quella operazione aerea e i suoi disumani effetti, sproporzionati ai risultati bellici, inutili ai fini politici, rimasero per lungo tempo sconosciuti agli inglesi…. Churchill faceva dire che non era vero niente. Sapeva invece che era vero tutto». Questi i metodi del famoso statista: prima l’eccidio di una popolazione inerme, poi la menzogna più spudorata. Un’elegante dimostrazione dei metodi democratici!

Ecco, dunque, 132.000 morti in poche ore e la distruzione di una città priva di scopi militari, il tutto per dare «una lezione»! Migliaia di cadaveri a Nagasaki ed Hiroshima, fosse comuni nella steppa, crematori fumanti nella Germania. Potete scegliere: morire per l’Est o per l’Ovest, morire per la democrazia o per il fascismo; ma, ad Est  od a Ovest, con la democrazia ed il fascismo, morti per il capitale. Siano queste montagne di cadaveri una lezione indimenticabile per il proletariato, affinché si riorganizzi saldamente sotto la guida del suo partito e del suo programma, per la lotta senza quartiere contro il capitalismo internazionale, per restituire all’uomo l’identità con la specie.

[Un’osservazione complementare; le armi «convenzionali» sono altrettanto distruttive quanto le armi  nucleari; i pacifisti che vorrebbero l’eliminazione delle seconde e la conservazione delle prime – quelle «pulite» – trovano qui la risposta]. 

Sguardi alla Germania Est: il «diritto al lavoro»

Come abbiamo visto (n, 8 e 9 del «Programma Comunista»), nella Repubblica democratica Tedesca il sogno di un ordine profondamente «giusto» è inseguito con un accanimento e una «buona volontà», tali ché all’«ingiusto» salario orario si sostituisce, ove possibile, il «giusto» e più redditizio (per il capitale e… per il lavoratore che, onde guadagnare di più, spreme tutte le sue energie) salario a cottimo; e vi abbiamo riconosciuto un’altra prova della persistenza dei rapporti economici e sociali capitalistici.

È più che naturale che, sullo sfondo di questi «armonici» rapporti di lavoro si articolino deliziosamente i «diritti» concessi a piene mani da qualunque Stato capitalista che voglia «fare bella figura», e passare per democratico e comprensivo dei «problemi del lavoro». Tocca, ovviamente, al primo capitolo del «Il «Socialismo» del Codice del Lavoro nella R.D.T.» illustrare il carattere particolare dei diritti vigenti nel «socialismo» marca Ulbricht, sottolineando le «conquiste» in essi contenute, conquiste che il capitalismo dei «reazionari» paesi occidentali non sogna neppure.

I diritti concessi nella R.D.T., si legge a pag. 15, – sono i seguenti:

a) diritto al lavoro;
b) diritto alla formazione professionale e alla riqualificazione;
c) diritto al riposo;
d) diritto alla protezione della salute e del lavoro;
e) diritto all’assicurazione di mallatìa, invalidità e vecchiaia;
f) diritto all’attività culturale e sportiva;
g) diritto all’assistenza sanitaria e sociale.

Dopo questo elenco, il «Codice» può dichiarare soddisfatto:
«In ogni Stato, i diritti e le leggi esprimono la volontà della classe dirigente»,
che è vero, ma non è piuttosto compromettente per voi? Le cose si «aggiustano» con la successiva spiegazione:
«Nella R.D.T., dove i mezzi di produzione sono nella loro grande maggioranza di proprietà del popolo, questi diritti sono assicurati dall’esercizio del potere economico e politico da parte degli operai uniti ai contadini, agli intellettuali e agli strati di lavoratori». (Ma che bello: gli intellettuali come classe alleata degli operai, e gli «altri strati di lavoratori» [i preti, forse?] dietro?).

Che la struttura di una società sia socialista o capitalista, o che so io, feudale, trova dunque, dite anche voi, conferma e prova nei diritti e nelle leggi che lo Stato formula e attua. Vediamo dunque un po’ i vostri bei «diritti».

Francamente non ci sembra, dalla scorsa all’elenco sopra riportato, che vi siate sbilanciati troppo, e non troviamo un diritto che non sia già vecchio e malandato nei paesi da voi tanto «odiati» e nei confronti dei quali nutrite, oltre che una invidia smisurata, un sacrosanto complesso d’inferiorità; i paesi, cioè, in cui le leggi «esprimono la volontà della classe dirigente» capitalistica; paesi che, ad ogni minima scossa del sottofondo sociale, si mettono a distribuire diritti a profusione; paesi in cui perfino gli aborriti regimi totalitari, appena debellate le forze rivoluzionarie, cominciano a scodellare diritti e riforme. Il primo diritto che danno è quello al lavoro. Ogni uomo ha diritto a farsi sfruttare (ed a sfruttare), che diamine! E spiegano: gli uomini sono tutti uguali, tutti hanno gli stessi diritti, e intanto battono amichevoli (e democratiche) manate sulle spalle forzute d’un lavoratore ammansito, cui annebbiano il cervello con panzane di «diritti» e «giustizia» dopo di averlo consumato fisicamente nella fabbrica. Il coronamento di tutti i «diritti» si ha quando tutti, lavoratori e sfruttati a braccetto, si recano alle urne, gli uni in attesa che il mondo cambi, gli altri sapendo benissimo che, fin quando esiste con tutti gli altri il diritto elettivo, per loro andrà sempre bene.

Dunque, nel socialismo, strombazza il Codice dello sfruttamento «socialista», i lavoratori avrebbero il diritto al lavoro. Ma questa è bella! Reclamare il diritto al lavoro ponendo in movimento la classe proletaria, è certo utile. Può divenire una leva per metterla in moto, se tale diritto non è ancora stato ottenuto nella società borghese. È una rivendicazione che la pone di fronte allo Stato (e, per fortuna, non di fronte alla singola azienda), mettendolo nella condizione di riconoscere la sua impotenza a garantire le sue strombazzate leggi. Chiarisce la realtà di questo diritto al lavoro in una società in cui le crisi e la disoccupazione sono croniche. La rivendicazione può quindi avere un senso, in determinati momenti, entro la società borghese: è utile per mettere la classe lavoratrice sul piede di guerra; inutile se viene «regalata» dallo Stato. Deve essere una conquista, non un regalo. Non può avere senso dopo, appena conquistato il potere da parte del partito proletario, che lo abolisce sostituendolo con l’obbligo al lavoro per tutti, e la certezza della sua esistenza.

Altro che diritto!

Diritto al lavoro significa che, se un individuo (base della società non comunista) non trova lavoro, può far baccano per averlo. Presuppone quindi la possibilità d’essere senza lavoro e quella di cercarlo, d’essere insomma un corpuscolo vagante nell’economia sociale, affidato alla propria fortuna o sfortuna. Presuppone come ogni diritto, (Marx insegna) la disuguaglianza, l’ingiustizia; tradisce il sopruso. È il diritto del salariato d’essere salariato, cosa di cui, crediamo, farebbe volentieri a meno. Presuppone il lavoro come merce, e l’esistenza del mercato. Presuppone, insomma, un’economia capitalistica.

Nel socialismo nessuno potrà fare valere il diritto al lavoro, come altri diritti, perché tutti saranno obbligati, in quanto membri della società, a prestare l’attività stabilita. Tutti saranno lavoratori e nessuno sarà lavoratore salariato munito di «diritti».

Nella formula legislativa, riflesso inflessibile della turpe realtà sociale, malgrado tanto uso di aggettivi demagogici, è già palese l’uso della forza lavoro, dell’attività umana, come mezzo per l’accumulazione. Non il lavoro di tutti in funzione del miglioramento della società, ma l’utilizzazione della forza di chi è costretto al lavoro dalla dura esistenza (anche se, perdendolo, può balbettare d’averne il diritto) allo scopo di produrre merci. E chi, dalla dura esistenza, non ne è costretto? È semplice: questi potrà stare a vedere. Il lavoro altrui non stanca affatto, anzi è divertente. A pag. 18 del «Codice», leggiamo infatti:

«Naturalmente (naturalmente, naturalmente] nella R.D.T. non esiste nessuna costrizione al lavoro».

Ecco il complemento necessario del diritto al lavoro: che per qualcuno esso non sia un «dovere».

La costrizione al lavoro non è formulata legalmente, ma chi appartiene alla classe dei non-proprietari vi è costretto senza bisogno di nessuna legge se «vuole» riempire lo stomaco, e il «diritto» gli dà solo diritto alla tortura quotidiana. Per chi avrebbe invece un senso l’obbligo al lavoro, perché le sue condizioni gli permettono di strafregarsene del «diritto», non esiste – che diamine, sarebbe poco democratico – la costrizione!

In una delle definizioni della forma che succederà all’attuale società, Federico Engels mette bene in chiaro questo aspetto e riportiamo la citazione a scorno di chi agisce nel senso contrario e pretende tuttavia d’essere fedele ai classici del marxismo:
«Un nuovo ordine sociale è possibile, nel quale spariranno le attuali differenze di classe e nel quale – forse dopo un breve periodo di transizione, un po’ travagliato, ma ad ogni modo utile dal punto di vista morale – grazie allo sfruttamento secondo un piano e all’ulteriore sviluppo delle esistenti immense forze produttive di tutti i membri della società, ad un uguale obbligo al lavoro corrisponderà una situazione in cui anche i mezzi per vivere, per godere la vita, per l’educazione e lo sviluppo di tutte le facoltà fisiche e spirituali saranno a disposizione di tutti, in modi uguale e in misura sempre crescente» (Prefazione del 1891 a «Lavoro salariato e capitale» di Marx, pag. 17, Editori Riuniti, 1957).

Riteniamo che non sia il caso di soffermarci sugli altri diritti elencati, esistenti dappertutto, che comunque «non possono essere attuati che sulla base del diritto al lavoro» («Codice» , p. 18). Liquidando quest’ultimo, vengono dunque liquidati tutti, se è il caso di prendersene il disturbo.

La «collaborazione» allo sfruttamento

«Ma non è tutto» spiega il «Codice», insaziabile, a pag. 17, «perché il diritto al lavoro comprende anche il diritto di partecipare, in modo creativo, alla elaborazione e alla realizzazione dei piani, e d’intervenire nella direzione dell’azienda e dell’economia nel suo complesso».
Nella società socialista, si spiega, dove i mezzi di produzione (e i prodotti?) appartengono «in prevalenza» a tutta la società, il lavoratore oltre ad avere il diritto al lavoro ha
«il diritto e il dovere di contribuire in modo attivo alla affermazione del principio della democrazia socialista: collaborare nel lavoro, nella pianificazione e nel governo».

Nel socialismo, quando cioè la società non sarà ancora libera dal principio egualitario nella distribuzione dei prodotti, principio che fissa la quantità di consumo in base alla quantità indistinta (ore di lavoro, senz’altra qualifica) di attività lavorativa prestata, sarà anche un «dovere» partecipare all’elaborazione dei piani di produzione, subordinandosi comunque alle direttive non-aziendali del partito politico dittatore. Anzi, la prestazione di lavoro obbligatorio e questa collaborazione saranno del tutto inscindibili, e non ci sarà affatto bisogno di codificare la necessità di collaborare al socialismo, esistendo invece la costrizione al lavoro.

Che cosa si intende nella Germania Orientale con:
«intervenire nella direzione dell’economia nel suo complesso»,
come dice il «Codice del Lavoro»? Su che base avvengono questo «intervento», questa «collaborazione»? Sulla base di classe, nell’interesse della classe, nella prospettiva della completa distruzione del mercato che per un certo tempo resiste, anche se menomato; per l’abolizione delle ultime isole di lavoro salariato, per l’eliminazione insomma degli ultimi resti sociali della forma produttiva precedente? Oppure si tratta di una «collaborazione» individualistica, basata sull’incentivo produttivo, cioè l’interesse personale del produttore (cfr. prima parte di questa serie d’articoli), mirante unicamente all’aumento della produttività, svolta per l’accumulazione e la vendita di merci sul mercato?

Nel primo caso la collaborazione è sociale ed è distintiva del socialismo, nel secondo è quella in atto nel capitalismo, e dovuta nella Repubblica Democratica Tedesca all’associazionismo nella produzione, ma subordinata all’anarchia produttiva.

Collaborare, in sé, non ha significato; è necessario analizzare il carattere di questa collaborazione nell’ambiente sociale. Quando abbiamo esaminato i rapporti salariali (nella misura in cui il «Codice» ce ne ha dato la possibilità), abbiamo visto come la «collaborazione socialista» in pratica si riduce alla prestazione produttiva intensificata, nel contrabbando, ormai di norma per gli opportunisti giunti al potere, del socialismo per la forma che estrae più prodotti con maggiore intensità e maggior durata di lavoro umano (salariato), e che, in generale, produce di più. Il produrre di più, in sé, sarebbe socialismo! (Di qui il complesso d’inferiorità e l’inseguimento dei paesi capitalistici occidentali, più avanzati e perciò tutt’altro che da imitare).

Fin quando il rapporto dominante nella società resta il lavoro salariato, collaborare, «creativamente» o meno, significa collaborare al proprio sfruttamento di salariato. Ciò vale perfino quando al potere c’è un vero partito comunista, o come, per esempio, quando occorra non interrompere la produzione in un paese in cui la rivoluzione ha vinto, per poter rifornire dei necessari mezzi di sussistenza la popolazione e appoggiare con tutto il necessario (armi, uomini, vettovagliamento) la rivoluzione degli altri paesi. Ma i comunisti non etichetteranno come socialista tale necessità, che non contrasta col fatto che il potere è in realtà nelle mani del partito rivoluzionario. Ciò sarà messo in conto di quei tali sacrifici che la classe deve storicamente compiere, perché è sulle sue spalle che poggia la nuova umanità. Nessuno nasconderà la realtà: il lavoro salariato dovrà essere sopportato, essendone impossibile l’abolizione in un paese isolato dagli altri, e gli operai sapranno di essere ancora, per forza di cose, sfruttati, solo non più da una classe antagonistica, ma da sé stessi, organizzati come potere politico dominante e in funzione della vittoria negli altri paesi, unica possibilità per raggiungere la meravigliosa meta: abolizione del lavoro salariato, instaurazione del socialismo.

Il lavoro salariato sarà in quel momento non lavoro socialista in sé, ma lavoro utile al socialismo.

Ciò chiarito, resta anche chiarito che «collaborazione» sia mai quella in atto nella Germania Orientale, dove non è mostrata come peculiare del capitalismo, ma contrabbandata come un rapporto della nuova società, non come una triste ma necessaria realtà, ma come una realtà di sogno, conte la prima pietra di un nuovo mondo. Tutto il vecchio mondo, con i suoi rapporti economici, la sua anarchia nella produzione, il suo spreco di energie e di prodotti, e tutte le sue brutture, le sopravvivenze storiche di una forma che ha fatto il suo tempo, sono fatti passare per la nuova società priva di contraddizioni.

Fin quando esiste il lavoro salariato, esso «collabora», nell’azienda, al capitalismo.
«Sino a tanto che l’operaio è operaio salariato, la sua sorte dipende dal capitale. Questa è la tanto rinomata comunità di interessi fra operaio e capitalista (ovvero tra classe salariata e potere dello Stato)». (Carlo Marx, «Lavoro salariato e capitale», pag. 38, Editori Riuniti).
Chiaro, no? I brillanti autori del «Codice del Lavoro» nella R.D.T. si ritengono autorizzati a definire «socialista» la «collaborazione» della classe oppressa all’esaltazione produttiva del loro paese, dal fatto che da loro non esisterebbe la classe sfruttatrice. Ma come mai, allora, esiste il lavoro salariato? Dobbiamo citate altri pezzetti di «Lavoro salariato e capitale»?
«Il capitale presuppone dunque il lavoro salariato, il lavoro salariato presuppone il capitale. Essi si condizionano a vicenda; essi si generano a vicenda» (pag. 37).
Poco dopo, nella stessa pagina:
«La forza-lavoro del salariato si può scambiare con capitale soltanto a condizione di accrescere il capitale, di rafforzare il potere di cui è schiava».

Essi hanno scoperto, esattamente come gli economisti cui Marx si è rivolto con la frase riportata più sopra, che gli interessi del loro Stato e del proletariato sono gli stessi, solo perché il loro Stato e il lavoro proletario sono elementi di uno stesso rapporto: quello dello sfruttamento capitalistico!