Razionalizzazione della produzione e riforme economiche, falsi obiettivi indicati agli operai dalla rinunciataria politica dei partiti opportunisti Pt.1
Questo ottimo articolo di un giovane compagno merita l’attenzione di tutti i lettori, i quali vi troveranno la critica dei moderni sviluppi della tecnica produttiva e dell’automazione e della loro acerba critica, rilevando da sé che la stessa va messa in rapporto alle fondamentali posizioni di Marx sull’incremento della pena di lavoro, dell’intensità di lavoro, e della produttività del lavoro anche considerata come fatto sociale, tutte cose che ogni vero comunista rivoluzionario deve detestare e disprezzare come infamie fino a quando rimane la vergogna del potere politico negli artigli sanguinolenti del capitalismo borghese e democratico.
In questi ultimi mesi i maggiori organi di stampa, gli uomini politici più rappresentativi, gli intellettuali più impegnati hanno ansiosamente seguito lo svilupparsi della congiuntura ed auscultato con attenzione il cuore della malata economia nazionale. Già in questa molteplice concordia di interessi possiamo constatare come di fronte al comune pericolo (costituito dal timore della diminuzione dei loro mal guadagnati proventi) tensioni antiche, dibattiti, differenti opinioni si siano taciute tutte di fronte all’imperativa necessità di trovare una cura adeguata. E la cura c’è, è saltata fuori, non per le virtù intellettuali, o per la chiara diagnosi, di un qualche insigne studioso: ma perché insita nelle leggi stesse del capitalismo.
Di fronte a sconvolgimenti, crisi, situazioni preoccupanti, il rimedio è unico: diminuzione dei costi di produzione per ottenere un ritorno competitivo dell’industria nazionale, per resistere alla concorrenza internazionale. Questo è dunque il rimedio universale, unico ed obbligato; rimedio che per applicarsi segue due diverse vie: da un lato un sempre più accentuato intervento dello Stato nella gestione dell’economia, sostituendosi al singolo imprenditore per salvaguardare gli interessi della borghesia come classe e del capitalismo come modo di produzione; dall’altro la necessità di far pagare agli operai la diminuzione od il contenimento dei costi di produzione imponendo per ora un blocco dei salari (ed in effetti una loro reale diminuzione) che secondo la raffinata tecnica del governo di centro sinistra deve essere realizzato con l’acquiescenza delle organizzazioni sindacali consce di sacrificarsi pel bene nazionale, in questo caso “l’equa” remunerazione del capitale per mantenere attivo il motore della nostra economia.
I precedenti della razionalizzazione capitalistica
Questa necessaria tendenza del capitalismo italiano si attua secondo due direttive: l’una derivata dall’altra. Alla scala aziendale o dell’unità produttiva si tratta di razionalizzare la produzione; alla scala nazionale si tratta di programmare l’economia onde mantenerne inalterato lo sviluppo; poiché all’attuale livello un semplice ristagno di pochi mesi (come abbiamo visto nel caso italiano) porta già in sé le più gravi minacce per il futuro del capitalismo. Tutt’altro quindi che superamento della teoria delle catastrofi; si tratta invece della vulnerabilità massima al suo attuale livello ad ogni sia puri minima tensione generata dalle sue interne e numerose contraddizioni.
In questo articolo noi ci poniamo il compito di analizzare le presunte meraviglie della razionalizzazione e della pianificazione ai cui altari borghesi e venduti bruciano il più denso incenso nel tentativo di mistificare il proletariato sul contenuto di classe ed oppressivo di tali perfezionamenti.
Di razionalizzare la produzione certo non si parla solo da oggi; anzi è una costante tendenza del capitalismo il tentativo di risparmiare il più possibile sulla forza lavoro sfruttando più intensamente ed estesamente un minor numero di operai. La razionalizzazione quindi è una necessità per il capitale e noi possiamo seguirla nei continui perfezionamenti apportati alle macchine ed agli utensili messi in moto o guidati dalle braccia proletarie. Dall’energia idraulica, alla forza del vapore, al motore elettrico o a scoppio, all’energia atomica e alla cibernetica assistiamo ad un continuo perfezionamento tecnico degli utensili produttivi e ad un immane sviluppo delle forze produttive che portano al risultato di diffondere ad un livello sempre più allargato la socializzazione della produzione e quindi ad acuire la contraddizione insanabile dovuta al cozzare di tali forze produttive contro il cristallizzarsi della forma capitalistica.
Quello che abbiamo presentato è uno sviluppo che è usato dal capitale; usato per aumentare lo sfruttamento del proletariato; per aumentare l’intensità del lavoro, la sua produttività; basti ricordare al sorgere del secolo le scoperte dell’americano Taylor che fra i primi codificò e razionalizzò lo sfruttamento dell’operaio. Se prima l’operaio semplicemente vendeva la propria forza lavoro all’imprenditore, ma gli rimaneva una certa indipendenza sul modo di svolgere il proprio lavoro, ora egli era imprigionato da tempi e cicli di lavorazione; la sua partecipazione al lavoro era esclusa, anzi era considerata dannosa. Mai come da allora il prodotto uscito dalle sue mani gli era nemico. La tendenza a razionalizzare è dunque una costante del capitalismo. Costante che alle singole imprese si presenta con la necessità della legge naturale della concorrenza; si presenta come una necessità per tentare di dominare le tensioni che nello stesso seno aziendale si determinano; una necessità dettata dalla lotta per la sopravvivenza sul mercato; poiché chi abbassa i costi, chi razionalizza di più e meglio a spese degli operai è il signore del mercato; chi non può adeguarsi muore e sparisce. Però, come tutti i fenomeni che si verificano nel campo economico, quello della razionalizzazione ha conseguenze anche alla scala sociale.
Da un lato abbiamo l’aumento della disoccupazione (detta tecnologica) di operai già maturi, espulsi perché inadatti dal processo produttivo (e di ciò ci occuperemo in seguito), e di riflesso la necessità pel capitale di operai freschi, giovani e qualificati; dall’altro l’aumento della pletora medio borghese impiegatizia impegnata all’elaborazione delle nuove teorie (del linguaggio, delle informazioni, della rilevazione dei dati) connesse con la “rivoluzione dei computer”, mentre si assiste ad una dequalificazione e proletarizzazione dell’impiegatuccio piccolo borghese anch’egli ora legato ad una macchina che gli toglie ogni parvenza di autonomia o di libertà e che svuota d’ogni contenuto i suoi sogni miseri ed ipocriti. Esaminiamo ora le conseguenze che tali perfezionamenti alla tecnica produttiva portano alla situazione di classe degli operai. Se, come abbiamo già accennato, tali novità (tanto per citare macchine con controllo elettronico, treni di laminazione completamente automatici, officine intere guidate da cervelli elettronici) fanno gridare al miracolo gli zelatori del capitale e se, dialetticamente, in quanto approfondiscono le interne contraddizioni del capitalismo possiamo considerarle un fatto positivo, al momento attuale si convertono in un peggioramento della situazione della classe sfruttata. Gli stessi “computer”, infatti, che fanno gridare alla novità gli opportunisti di oggi, vengono usati per impostare e preparare i nuovi cicli di lavorazione, i tempi ed i metodi, le fasi del lavoro in modo sempre più tirato ed oppressivo; sicché la razionalizzazione avviene; ma come necessariamente deve accadere in una società divisa in classi antagoniste avviene unilateralmente razionalizzando lo sfruttamento della forza lavoro. In questo modo le fabbriche modello divengono vere galere in cui lo sfruttamento psico-fisico degli operai, per le necessità concorrenziali del capitale, è il massimo razionalmente possibile. A tale luce le vuote parole su democrazia aziendale, superamento del vecchio capitalismo, scoperta di novità a cui adattare i cardini del marxismo rivelano tutto il loro contenuto opportunista e fiancheggiatore e si può facilmente constatare come la tendenza attuale non sia null’altro se non il perfezionamento di un capitalismo sempre eguale a se stesso, tendente per la necessità della sua sopravvivenza a raggiungere il suo optimum nello sfruttamento. Questo è quindi l’aspetto della razionalizzazione della produzione che si concretizza in un aumento del flagello pei proletari; ma che dialetticamente avanza verso la sconfitta stessa di coloro che l’hanno iniziata sperando da essa il proprio salvataggio come classe.
E le sue conseguenze
Visto quindi come la razionalizzazione sia una via obbligata che il capitalismo è naturalmente spinto ad imboccare, è da vedere quali conseguenze porti la sua adozione nelle singole unità produttive. È ammesso universalmente che la razionalizzazione porta ad un considerevole aumento della disoccupazione; disoccupazione che per le sue caratteristiche (accennate poco sopra) trova particolare difficoltà ad essere riassorbita; mentre solo in parte tale liberazione molto estesa di forza lavoro può essere reintegrata mercé lo sviluppo delle società stesse produttrici di macchine elettroniche, poiché tali compagnie abbisognano di maestranze giovani e addestrate, mentre sono proprio lavoratori “superati” dalla tecnica produttiva che sono stati gettati sul lastrico e per i quali si apre solo la prospettiva di una disoccupazione o sotto occupazione senza prospettiva. La razionalizzazione si annuncia quindi con l’aumento dei disoccupati, l’aumento di quello che Marx definì come l’esercito di riserva, che porta ad un’azione calmieratrice sui salari; tende cioè ad aumentare la concorrenza fra gli sfruttati ed a far abbassare di conseguenza il livello dei salari. Abbiamo con ciò da un lato finanziamento e salari elevati ad una mano d’opera ricercata e qualificata, una vera aristocrazia operaia, paga e soddisfatta dei nuovi sistemi; dall’altro un abbassamento del livello medio dei salari per effetto dell’aumentata disoccupazione che si converte in possibilità di autofinanziamento ed aumentata capacità concorrenziale delle industrie. Questo processo rende però più evidenti ed implacabili le tensioni sociali ed implica per le aziende la necessità di un continuo sviluppo produttivo; poiché con gli oneri della razionalizzazione e con la situazione generale del mercato un limitato periodo di stasi, una sosta nella riproduzione del capitale implica già una crisi, crisi i cui contraccolpi sono sempre più difficili a pararsi (il caso recente dell’Olivetti insegni). Occorre notare infine come il processo su elencato, per gli alti oneri che comporta, per la selezione implacabile che attua fra aziende sane e non, concorrenziali e non, porta ad accentuare ed estendere il processo di concentrazione dei capitali mediante fusione di imprese a scala anche internazionale. Possiamo ricordare i fatti recenti dell’accordo RIV — SKF (annunciato da La Stampa — organo della Fiat, proprietaria della RIV — mediante un’intervista rilasciata da Agnelli dalla quale stralciamo, fra molte altre degne di più spazio, la seguente affermazione: “Ma arrivati a questo punto, con un livello salariale ormai adeguato a quello europeo [?] abbiamo due scelte: o più produzione con lo stesso numero di uomini, o la stessa produzione con un minor numero di uomini. Queste le sole alternative perché l’industria italiana sopravviva“. Agnelli ha parlato chiaro: evidentemente, nelle sue parole, con qualsiasi delle soluzioni da lui indicate il risultato è sempre un aumento smisurato dello sfruttamento operaio), le fusioni delle società ex elettriche e infine, lampante nel suo inequivocabile significato, il varo, da parte del governo di centro sinistra, di una legge avente lo scopo di favorire con sgravi fiscali le operazioni di fusione fra imprese, nel quadro questo della ristrutturazione dell’economia nazionale ed alla bella faccia della programmazione “democratica”. Tutto ciò svela il contenuto bigotto ed antistorico della difesa compiuta da parte dei partiti sedicenti operai degli interessi piccolo-borghesi, oppressi da tale tendenza, con la difesa della piccola proprietà e della piccola industria votate alla morte dal progredire di tale concentrazione. Ma la difesa di tali interessi da parte del P.C.I. ha un chiaro significato: la rinuncia ormai definitiva a rappresentare gli interessi del proletariato per accollarsi il compito di paladino delle lamentele piccolo borghesi ai cui numerosi voti il partitone, ormai consacrato alla sola prospettiva del parlamento, mira.
La razionalizzazione e i sindacati
Il processo che abbiamo testé esposto non è naturalmente frutto di nostre scoperte od invenzioni, si tratta al solito di raccogliere dati e notizie da cui ricavare una tendenza che noi, come nostro costume, confrontiamo alla luce della dottrina marxista invariabile e definitiva che ci permette di mantenere la nostra direzione rivoluzionaria.
È parimenti nostra abitudine, un eccesso di scrupolo se si vuole, far risaltare la nostra posizione dalle parole stesse di coloro che noi attacchiamo. Valga questo metodo anche in questo caso.
Riporteremo qui sotto vasti estratti di un articolo comparso sull’organo dei sindacati tedeschi-occidentali Welt der Arbeit in data 6-3-’64 e riportato dal bollettino internazionale della Federazione Sindacale Mondiale (a cui aderisce la C.G.I.L.), La Presse Syndicale n. 9 maggio 1964. Tale articolo è di particolare importanza perché si riferisce ad un’altra nazione, tecnologicamente più avanzata, capitalisticamente più vecchia, in cui ci è quindi possibile controllare quello che per ora in Italia è solo una tendenza al suo inizio; e ci permette di confrontare che le vicende del proletariato sono uniche nonostante la differenza di nazionalità. Il titolo dell’articolo succitato (traduciamo dal francese de La Presse Syndicale) è il seguente: L’automazione, flagello o benedizione:
“L’economia tedesca si sforza di economizzare la mano d’opera per mezzo di miglioramenti tecnici. Generalmente questo processo si dice ‘automazione’. Questa parola è diventata il simbolo della razionalizzazione moderna. In effetti l’automazione non è che una parte del progresso tecnico. Se pure tutti i settori della nostra economia non approfittano della tecnica in eguale misura, noi constatiamo tuttavia una cosa sbalorditiva: nella Repubblica Federale Tedesca, nel 1963, ciascun operaio ha prodotto in media, in un’ora, il 60% in più del 1956. Ecco un esempio. Per fabbricare 45 mastelli di 60 litri in latta galvanizzata, in un’ora, occorrono 30 metalmeccanici e 20 macchine. Per fabbricare, nello stesso tempo, 45 mastelli della stessa dimensione in materia plastica, sono sufficienti un operaio ed una macchina semiautomatica. Da qui l’economia di 29 operai che, come si dice, sono ‘tecnologicamente liberati’. Si afferma che il progresso tecnico crei posti di lavoro nuovi in misura maggiore di quelli che sopprime. Ritorniamo al nostro esempio. Per fabbricare una macchina che produce dei mastelli in plastica occorre meno mano d’opera di quanta occorreva per la fabbricazione di 20 macchine destinate alla produzione di mastelli in latta. Questo dimostra che delle ‘liberazioni tecnologiche’ hanno luogo non soltanto nelle imprese raggiunte direttamente dalla razionalizzazione, ma anche nelle altre. Si deve dunque distinguere fra liberazioni dirette ed indirette”.
“Queste liberazioni tecnologiche possono creare la disoccupazione, ma non obbligatoriamente. In sé queste liberazioni, sia dirette che indirette, non significano che un’economia di forza umana. Se, per mezzo di miglioramenti tecnici, si arriva a liberare 50 operai su 100, non si procede a licenziamenti che nel caso ove non sia possibile raddoppiare la produzione. Dei licenziamenti possono essere evitati egualmente se ciascuno degli operai non lavora più che metà tempo [ma con metà salario aggiungiamo noi…]. Se un’impresa non può compensare la ‘liberazione’ con la riduzione del tempo di lavoro e l’aumento della produzione, vi possono essere dei posti liberi in altre imprese. La condizione preliminare in questo caso, è un’espansione economica generale e una riduzione generale del tempo di lavoro”.
“[…] Una condizione preliminare per un aumento della produzione è l’aumento dei salari, perché altrimenti i prodotti non troverebbero degli acquirenti”.
Notiamo di passaggio come sia ipocrita il linguaggio di tale articolo, in cui l’articolista ha timore di chiamare le cose col loro vero nome, in cui invece di licenziati e di disoccupazione parla di “liberi” e “liberazione”, alchimia di parole che nasconde solo l’opportunismo di chi le usa. Ancora una cosa è da sottolineare, per ben mettere in evidenza il completo opportunismo dell’estensore della nota: in essa si arriva a mettere in primo piano la funzione degli operai come consumatori (e la funzione capitalistica dell’aumento dei salari per sostenere la domanda industriale), come acquirenti, in luogo della loro situazione di sfruttati. Nonostante tale punto di vista viene confermato che a tale livello “condizione preliminare è un’espansione economica generale“; sicché giustamente poco sopra noi osservammo – senza essere forniti dei ricchi uffici studi dei sindacati attuali – che una semplice stasi a tale punto era già un grave sintomo di crisi e di tensione sociale.
Ma riprendiamo la nostra lettura:
“Dai dati dell’Istituto della Ricerca Industriale il 6% del totale dei lavoratori è ogni anno ‘tecnologicamente liberato’. Nel 1962 v’erano nella R.F.T. 25,5 milioni di lavoratori; il 16% rappresenta dunque 1,5 milioni. Se lo slancio del progresso tecnico sarà mantenuto nei prossimi anni, occorrerà creare annualmente 1.500.000 posti di lavoro, vale a dire 15 milioni da qui al 1972. Se questi ‘liberati’ devono restare nella produzione il prodotto sociale deve accrescersi del 50% e il tempo deve essere ridotto a 35 ore per settimana. Altrimenti noi non sfuggiamo alla disoccupazione. […] Nel 1956 il tempo di lavoro settimanale (pagato) nell’industria era di 48 ore. Sette anni più tardi non era che di 44,5 ore, cioè 7,3% di meno. Malgrado questa riduzione effettiva la produzione del 1962 era circa dei 50% più elevata di quella del 1956. […] Malgrado la riduzione dell’orario di lavoro e una produzione crescente il progresso tecnico ha eliminato 63.530 posti di lavoro nell’industria. Dunque nell’era dell’automazione la riduzione del tempo di lavoro è non soltanto possibile, ma indispensabile. Il numero dei posti di lavoro che permettono all’uomo un lavoro creatore diminuisce rapidamente, non soltanto nella produzione, ma anche nel lavoro degli uffici tecnici e commerciali. Per il lavoratore ‘liberato’ era, fino ad ora, relativamente facile trovare un nuovo impiego, ma molto più difficile trovarne uno equivalente”.
“L’automazione e le altre forme del progresso tecnico svalorizzano soventemente la qualificazione professionale e minacciano il livello del salari individuali. Molti fattori che avevano una grande influenza sul salario, come l’esperienza acquistata, l’abilità, la quantità e la qualità del lavoro, il lavoro pesante o l’influenza dell’ambiente, perdono la loro importanza. Essi sono sostituiti da altri fattori soprattutto neuropsichici. Ma nei contratti collettivi, dove si tiene conto dei posti di lavoro convenzionali, questi fattori non hanno valore o giocano un ruolo secondario. Di più, essi non possono essere misurati. Da ciò i conflitti sul livello dei salari. In una piccola officina si arresta una catena di lavorazione superata, dove lavoravano degli operai altamente qualificati. La nuova catena ha una capacità doppia; ma degli operai diventano superflui. La direzione dell’impresa risolve il problema alla sua maniera; essa procede ad un riordinamento delle categorie; ne risultano delle rilevanti riduzioni di salario, in certi casi fino a 1,20 marchi all’ora (1 DM vale 155 lire it.). Ne risulta che 45 operai, di cui alcuni aventi 15 anni di anzianità, lasciano l’impresa proprio quando le altre officine della regione non offrono dei salari più alti”.
“Se la mano d’opera fosse stata rara la direzione non avrebbe mai preso delle misure così severe. I sindacati non possono ammettere che le imprese automatizzino, abbassino le loro spese ed elevino i profitti mentre per i lavoratori derivano solo degli svantaggi”.
Interrompiamo a questo punto la traduzione, del resto quasi integrale, del lungo e significativo articolo. Ne ricaviamo che le testimonianze di una tendenza vengono confermate nella pratica: diminuzione dei salari, dequalificazione dei lavoratori, licenziamenti, disoccupazione, aumento della proletarizzazione; ecco le lampanti conseguenze dei miracoli della tecnica moderna. Non ci occorreva del resto un articolo in proposito per confermare nella realtà la nostra tesi. Essa sta già tutta scritta, nella sua integrità, nella completezza teorica del marxismo; il quale, tutt’altro che invecchiato, seppe fin dall’origine, in quanto critica completa di un capitalismo unico dalla nascita alla sua scomparsa, prevederne le linee di sviluppo e le conseguenze che avrebbero portato nella schiera proletaria. Noi quindi non sentiamo la necessità di stupirci tremanti di fronte alle meraviglie di una tecnica tiranna, ma possiamo con orgoglio di militanti constatare la storica verifica di una linea di sviluppo necessaria per il capitale che il Partito ed il Programma Comunista già conobbero e previdero. Semmai, più che per il valore di testimonianza, tale articolo ci serve per battere in breccia la politica rinunciataria e bugiarda delle centrali sindacali di osservanza moscovita. Di fronte alle gravi conseguenze che l’articolo tradotto cita, quali sono le prospettive che vengono aperte il movimento sindacale? Semplicemente due, eccole:
“I sindacati rivendicano dunque degli indennizzi e delle misure per il riadattamento sociale. I sindacati stimano che sarebbe giusto che le imprese, stabilendo i piani di acquisto delle nuove macchine, adottino contemporaneamente delle misure per gli operai che saranno colpiti (dall’automazione)”.
Una prospettiva rinunciataria
Eccola la prospettiva; essa è completamente rinunciataria, immersa nel sistema vigente; se prima gli operai erano considerati in quanto consumatori, ora si reclamano per loro misure di riadattamento sociale, e quali? Scuole? Istituti? Corsi gratuiti? Una prospettiva vergognosa, di paziente ed imbelle attesa, una prospettiva che isola, stanca ed abbatte i proletari. Di fronte a tali sconvolgimenti li si invita ad aspettare le briciole dei superprofitti, una prospettiva che può andare bene per le vendute aristocrazie; ma che contraddice gli stessi interessi economici del proletariato. Da tali parole alle lotte articolate per catena, per fabbrica il passo è breve. Ovunque si tende a frantumare l’unità di classe degli operai, a dividere la loro forza, a frammentare i loro interessi. Di fronte a tali manovre da rinnegati noi rivolgiamo agli operai il nostro grido. Dovunque è loro interesse lottare come classe, uniti e compatti, lottare non per riforme o per il loro riadattamento “sociale”, ma lottare come classe contro il capitale, lottare per la scomparsa del capitalismo. Solo in questo modo, lottando per il programma massimo, la rivoluzione comunista, potranno difendere anche i loro interessi economici sotto il dominio del capitale,
Tale è l’unica via: all’unità del capitale, alla concentrazione massima degli sfruttatori è tradimento contrapporre vie nuove di lotta o ricercare metodi nuovi; è solo da contrapporre l’unità internazionale della classe degli sfruttati.
A un secolo dalla fondazione della Prima Internazionale Pt.1
Il 28 settembre 1864, nel corso di un comizio promosso in solidarietà alla Polonia – paese allora smembrato e sottoposto al giogo dell’aristocrazia feudale, veniva proclamata a Londra la costituzione della I Internazionale. Il suo vero nome di fondazione fu: «Associazione Internazionale dei Lavoratori». Carlo Marx ne redasse il celebre «Indirizzo inaugurale», che svolse cominciando con queste parole:
«È una grande verità di fatto che la miseria delle classi operaie non è scemata negli anni che vanno dal 1848 al 1864, benché proprio questo periodo non abbia confronto negli annali della storia per riguardo allo sviluppo dell’industria e all’incremento del suo commercio».
I
La miseria è crescente
La grande verità di fatto che Marx sottolineava, mediante la citazione della vivente storia, era dunque la «miseria crescente» dei lavoratori salariati nel capitalismo. Nonostante il «folle» progresso dell’industria e la espansione del commercio, cresciuti tanto rapidamente da fare impazzire di gioia il cancelliere dello scacchiere dell’impero britannico, Gladstone, lo stesso altissimo funzionario era obbligato ad occuparsi della miseria della classe lavoratrice del proprio paese. Se infatti da un lato era aumentata la ricchezza della nazione – in tale proporzione da strabiliare perfino quel portavoce della classe possidente –, dall’altro e per converso la miseria della classe lavoratrice non solo non era affatto diminuita, anzi era aumentata, materialmente e sostanzialmente, per il peggiorare del suo stato di precarietà e per la sua accresciuta dipendenza dal capitale.
La contraddizione era addirittura stridente; e certo non sarebbero bastate ad offuscarla, meno che mai a risolverla, le parole o le manipolazioni statistiche di abili ripartitori del «reddito nazionale». Sta anzi appunto in tale contraddizione che, per i comunisti degni di questo nome, si rivela in tutta la sua crudezza la natura propria del modo capitalistico di produzione, e si manifesta con luce solare il carattere dei suoi effetti antisociali.
Come dunque poteva accadere e accade che all’aumento della ricchezza della nazione non corrispondesse e non corrisponda un miglioramento effettivo delle condizioni di vita degli operai salariati; anzi, queste peggiorino? La risposta classica della dottrina comunista è arcinota: la miseria crescente della classe lavoratrice è la conseguenza del progresso storico dell’industria e del commercio capitalistici (considerati nel senso più generale). Il fenomeno è oggettivo e poggia sulle radici stesse dell’attuale modo di produzione.
L’accumulazione del capitale, o, il che è equivalente, il progresso dell’industria e del commercio capitalistici, spoglia progressivamente i produttori dei loro strumenti di lavoro. «Liberati» dal mezzo di sostentamento, questi vengono buttati sul libero mercato della manodopera, ove potranno vendere l’unica cosa di cui possono ormai disporre: la loro forza-lavoro. Separati dagli strumenti di lavoro, tutta la loro proprietà si riduce alla forza-lavoro: gli oggetti di consumo, le sussistenze, tutto ciò che serve a mantenere in piedi e in vita l’operaio, dipenderanno ineluttabilmente dalla possibilità stessa di alienare questa forza, vale a dire di cederla a un padrone, a un capitalista, a un direttore di azienda, le figure in cui lo sfruttamento capitalistico del lavoro si impersona.
Se l’aumento della massa delle merci, del volume della ricchezza, non migliora affatto la situazione della classe operaia è proprio perché, con esso, aumentano in pari tempo la dipendenza e la schiavitù generali del lavoro salariato dal capitale. Con quanto precede non ha nulla a che vedere il cosiddetto miglioramento continuo del tenore di vita di chi lavora, tanto ipocritamente e instancabilmente magnificato dalla classe dominante. Non si nega infatti che i mezzi di soddisfazione del consumo possano storicamente aumentare, e che in effetti aumentino: ciò avviene in rapporto all’aumentata massa dei bisogni, che progrediscono, con l’aumento della produzione e della produttività del lavoro, in misura molto maggiore del consumo effettivo, tanto che a questo riguardo può ben dirsi che la disparità nei confronti delle altre epoche sociali è enorme. Ma il dato di base, il fatto fondamentale è che, con la perdita degli strumenti di lavoro, ogni riserva economica è perduta per i produttori, che quindi restano esclusi dalla ricchezza che hanno prodotto. Ed è in forza e per effetto di ciò che la loro stessa esistenza ha esclusivamente valore per i bisogni di valorizzazione del capitale.
Il lavoro salariato appartiene al capitale, forza sociale impersonale. Lo stesso operaio dispone della forza-lavoro solo per cederla: vendendola egli acquista il diritto a mangiare. Le sussistenze della classe lavoratrice dipendono esclusivamente da questo scambio: forza-lavoro contro salario. Nel sistema del salariato l’operaio, schiavo della azienda capitalistica, mentre produce la ricchezza per gli altri, produce per sé la miseria, l’abbrutimento fisico e mentale. Questo stato di dura soggezione non scema affatto con la produzione che aumenta o con la ricchezza che cresce; il loro progredire fa progredire anche la oppressione dei salariati, ne aggrava lo stato di precarietà, l’incertezza del domani, la caduta nell’esercito industriale di riserva, la disoccupazione, la fame, e infine il precipitare nella voragine della guerra, dove essi saranno inevitabilmente impiegati come carne da cannone.
La miseria crescente della classe operaia resta dunque una grande verità di fatto, che nessun aumento della ricchezza nazionale fa scemare. Essa è assolutamente ineliminabile senza l’abbattimento del sistema capitalistico, senza l’abolizione del lavoro salariato. Il regno del capitale è il regno dell’abbondanza delle merci e, allo stesso tempo, della miseria, della fame, dell’abbrutimento del «produttore».
Di fronte al progresso dell’industria e del commercio capitalistici, all’aumento della produzione, alla potenza del capitale, Marx – come in quel celebre discorso – non invocò per i lavoratori delle briciole «riformiste», ma levò alto il vessillo della lotta rivoluzionaria e comunista della guerra di classe dei salariati, dei proletari, contro il dominio del capitale.
Con l’ardente grido del 1848: «Proletari di tutto il mondo unitevi!» Marx fonda la I Internazionale.
II
Oggi dopo cent’anni
A distanza di un secolo, venti anni dopo la seconda guerra imperialistica, lo spettacolo del «progresso economico», che si apre sulla scena mondiale col grandeggiare dell’industria e col ciclopico sviluppo del commercio, è più stupefacente, vertiginoso e quasi allucinante, che mai. Tutti gli indici economici, tutti i dati produttivi, hanno raggiunto proporzioni gigantesche, mentre la ricchezza di un pugno di nazioni si è smisuratamente accresciuta, in tale misura da non trovare confronto col passato.
Eppure, malgrado tutto il «progresso economico», rimane una grande verità di fatto, una verità sempre più viva e palpitante, che la massa della miseria della classe lavoratrice non è per nulla diminuita e che la sua schiavitù salariale è così terribilmente aumentata da superare ogni limite prima raggiunto. Centinaia di milioni di lavoratori, di proletari, di semi-proletari, di salariati di tutti i paesi, sono sottoposti ad uno sfruttamento spietato, a una schiavitù costante ed avvilente; mentre una gran parte di essi vive addirittura nella più nera e squallida miseria, soffrendo letteralmente la fame. Lavoratori dell’India e in genere dell’Asia, dell’Africa, dell’America meridionale e centrale, della «ricca» Europa e della «ricchissima» America del Nord, salariati di tutte le razze e di tutti i continenti, sono permanentemente soggetti all’assillo spietato del bisogno economico e della ricerca del pane, alla minaccia costante della disoccupazione, alla paura della guerra; in balia di un meccanismo inesorabile di sfruttamento. Tutta una massa enorme dell’umanità, la stragrande maggioranza di essa, patisce sofferenze incalcolabili a causa del cieco e spietato dominio del capitale, di questo vampiro sociale che si ingigantisce nutrendosi del sangue succhiato al vivente lavoro.
Ovunque, su tutto lo sferoide, si giri lo sguardo, la miseria e le sofferenze di tutti coloro che vivono di salario restano un dato di fatto incancellabile, inconfutabile, e, vigendo il regime del lavoro salariato, ineliminabile. Perfino gli Stati Uniti, che estorcono profitti e sovrapprofitti dal mondo intero, che dominano e depredano con la loro potenza economica e militare la gran parte della popolazione terrestre, non sfuggono a questa verità di fatto, a questa legge fondamentale del capitalismo. Malgrado le immense ricchezze accumulate, malgrado l’opulenza accecante, non solo negli USA milioni e milioni di negri vivono in condizioni sotto-bestiali e in uno stato di semi-schiavitù politica, ma la stessa maggioranza dei proletari di pelle bianca conduce una esistenza precaria, dannata e in molti casi miserabile. Non c’è bisogno, per questo, di rifarsi alle recenti dichiarazioni ufficiali del presidente dello Stato federale, che mentre il suo paese attraversa un periodo di grande floridezza economica ha dovuto impegnarsi a «dichiarare guerra alla miseria» in casa propria. Non è necessario, e si può ben lasciare questa personificazione del sistema dell’opulenza e della fame condurre la sua «guerra»; risulterà, alla fine, che i miseri si ritroveranno più miseri. Un paese che spende all’incirca venti e forse trenta miliardi di dollari per la sola pubblicità è senza dubbio quello che ha acuito al massimo l’antitesi tra capitale e lavoro salariato, che ha spinto all’estremo il dominio del prodotto sul produttore, che ha portato al vertice la divinizzazione della merce e del denaro, la schiavizzazione dell’operaio e dell’uomo. Si può senz’altro elevare a norma che il capitalismo più fa pubblicità, più condanna alla morte per fame i suo «sudditi».
Batta pure la grancassa il gangsterismo politico d’oltre Atlantico, strilli pure lo slogan della «guerra alla miseria», tanto comodo, in questo momento, alle varie «bande» per la loro campagna elettorale: alla fine, la «povertà» sarà più povera. Ovunque domina il capitale (e domina su tutto il pianeta), i lavoratori, gli operai, le masse salariate giacciono sotto il tallone di ferro del suo sfruttamento e delle sue leggi: della sua oppressione, della sua cieca forza distruttiva. Il capitalismo è un’economia di profitto, in cui l’uomo e i suoi consumi sono soltanto i mezzi a quell’unico fine.
III
La piovra dell’«aristocrazia operaia»
Ma se dappertutto il lavoro salariato geme sotto il tallone di ferro del capitale; se ovunque la schiavitù salariale del lavoro, cresciuta più che mai col sopravvivere del capitalismo a sé stesso, è il sistema generale; sono tuttavia alquanto differenti nei diversi paesi del mondo le condizioni materiali di vita e la situazione momentanea della classe operaia. Le condizioni materiali del proletariato sono strettamente connesse all’evoluzione generale degli Stati, e risente dei rapporti che, nel corso storico, si stabiliscono fra di essi. Il proletariato degli Stati Uniti e di alcuni Stati europei si trova a vivere in paesi che detengono la egemonia economica e militare, finanziaria e politica, sul resto dei mondo. Questo fatto ha notevoli conseguenze su strati più o meno numerosi della classe operaia, sul suo atteggiamento politico, e in genere sullo svolgimento della lotta di classe e rivoluzionaria per l’abbattimento del sistema di produzione capitalistico. Se si vuol capire l’atteggiamento politico della classe operaia, l’influenza enorme che su di essa esercitano l’opportunismo, la corruzione parlamentare e la seduzione nazionale, non si può fare a meno di considerare i rapporti materiali che l’evoluzione economica e politica del capitalismo ha stabilito (e stabilisce) fra gli Stati e fra le diverse aree geografiche ed economiche. È chiaro di per sé che è impossibile capire lo sviluppo economico di un paese, la situazione momentanea della classe lavoratrice al suo interno, lo svolgimento della lotta di classe, la formazione delle aristocrazie operaie e l’apparire del fenomeno opportunistico, considerando tutti questi aspetti isolatamente e in modo autonomo, cioè senza tenere conto dello sviluppo dell’economia mondiale e dei rapporti in continuo cambiamento che si producono fra gli Stati.
Nel corso di interi secoli e fino ad oggi uno strato più o meno numeroso del proletariato dei paesi capitalistici di occidente, in particolar modo di alcuni paesi di questa area geografica, ha divorato le briciole delle masse enormi di profitti e sovrapprofitti estorti dalla propria borghesia al resto del mondo, grazie al suo dominio commerciale, tecnico, finanziario, militare. Con queste briciole, concesse a una parte della classe operaia, la borghesia ha posto al suo servizio gli stessi partiti operai, cointeressandoli alla politica colonialista e di brigantaggio imperialista. Il proletariato di questi paesi si è quindi venuto a trovare e tuttora si trova in una situazione di apparente benessere di fronte al resto della popolazione mondiale; ma la radice materiale di questa situazione risiede nello sfruttamento esoso, nelle sofferenze atroci, inflitte a centinaia di milioni di lavoratori, nella rapina e nello sterminio di interi popoli. La borghesia occidentale, oggi non la sola, ha praticato e pratica il saccheggio e lo sfruttamento coloniale di territori e popolazioni immensi, il brigantaggio imperialistico sul mondo intero. Se dunque alcuni strati della classe operaia in Europa e negli Stati Uniti, se in genere il proletariato d’Occidente, si sono venuti a trovare, rispetto a quelli del resto del mondo, in una diversa condizione materiale di vita, tutto ciò non è dipeso e non dipende che dalla spoliazione di una buona parte del pianeta ad opera delle rapaci borghesie metropolitane.
Il frutto del sudore e del sangue di centinaia di milioni di lavoratori di «colore», che nel secolare dominio dell’Occidente capitalistico è affluito e affluisce in Europa e negli Stati Uniti, ha originato e origina quella differenza; ha consentito e consente a strati della classe operaia i «vantaggi materiali» che tanto hanno accecato e accecano gli occhi delle aristocrazie operaie; ha alimentato e alimenta la peste opportunista; ha costituito e costituisce la base della pretesa superiorità e della burbanzosa civiltà del bianco. Ed è inoltre la matrice del fetentissimo difesismo nazionale, di cui il proletariato di Occidente dimostrò in passato di essere spaventosamente affetto ed è ancor oggi profondamente impeciato.
Il capitale ha base mondiale. Penetrato in tutti i paesi del globo ad economie più o meno chiuse e presalariali, rivoluzionandone l’antica tecnica di produrre e i modi di vita tradizionali esso li ha saccheggiati e sottomessi alla sua egida; li ha legati al mercato mondiale ponendoli alla mercé di un pugno di potenze capitalistiche, che ne hanno tenuto e ne tengono in mano il destino economico e politico.
Pur se, oggi, una gran parte dei paesi coloniali ha acquisito l’indipendenza politica e, sotto questo aspetto, il colonialismo può formalmente considerarsi un capitolo della storia del capitalismo che si avvia ad appartenere al passato; la realtà dei rapporti economici non è cambiata a svantaggio delle potenze capitalistiche e colonialiste, le più forti delle quali ne hanno addirittura tratto benefici incommensurabilmente maggiori. Il capitale monopolistico, l’alta finanza, come schiacciano la piccola produzione e dissolvono le economie ristrette all’interno di ogni nazione, analogamente all’esterno schiacciano i paesi economicamente deboli, cioè poco sviluppati dal punto di vista industriale, li aggiogano al proprio carro, ne condizionano lo sviluppo, lo subordinano alle proprie esigenze. Tutti gli Stati di recente formazione, tutti i paesi del blocco «afro-asiatico», tutti i popoli ex-coloniali assurti a indipendenza nazionale nel secondo dopoguerra, hanno esperimentato e stanno esperimentando dolorosamente il fenomeno per cui la dittatura del capitale – americano, europeo, e di alcune altre potenze imperialistiche – li accompagna come la loro ombra; pesa sulla loro vita politica come una spada di Damocle; stringe in una morsa di acciaio tutta la loro economia ed il loro stesso avvenire.
È oggi di moda l’ipocrita e piratesco ritornello dell’aiuto economico e finanziario ai paesi del cosiddetto terzo mondo e «sottosviluppati». Da tutte le bande dell’orizzonte politico fanno coro le voci «piangenti» sulle centinaia di migliaia di uomini e donne che vi muoiono per fame: vittime dell’indigenza o della «carestia». La filantropia borghese invoca viveri, generi di prima necessità e medicine da inviare in soccorso. Ma intanto su quei territori si avvicendano le forze armate della repubblica stellata, del regno britannico o della gendarmeria internazionale del capitale (l’O.N.U.), pronte a mantenere l’ordine, a spegnere nel sangue ogni focolaio di ribellione, ogni tentativo di progresso civile. E il dato di fondo, il fatto che è alla base di tutto, e che neppure quelle stesse voci non possono nascondere, è che il divario economico tra i paesi arretrati e quelli super-industrializzati si è approfondito paurosamente, proprio come vogliono le leggi della produzione capitalistica che solo la rivoluzione proletaria potrà storicamente infrangere. La borghesia imperialistica di occidente, dopo di aver depredato ed immiserito popoli interi, è costretta ad organizzare il servizio di carità per assicurarne la sopravvivenza. Le cose dunque non solo non potevano andare in modo diverso, ma, restando in piedi il modo capitalistico di produzione, non potranno neanche cambiare. Il capitalismo lo ha scritto a lettere indelebili: «i ricchi diventano sempre più ricchi; i poveri sempre più poveri». In circa tre quinti della superficie terrestre, la fame miete vittime stabilmente e permanentemente, anche a prescindere dalle stragi causate dalle cosiddette carestie. Ma in altre regioni del mondo le derrate alimentari vengono deliberatamente distrutte; buttate a mare, se del caso; e ciò per «sostenere» i prezzi di mercato. Sono i prodigi tipici dell’economia di profitto, nei quali si concreta il miracolo per cui mezzo miliardo di individui, appartenenti a un gruppo di nazioni «privilegiate», possono godersi i benefici momentanei derivanti dal dominio economico e finanziario sui circa tre miliardi che formano il resto della popolazione del globo.
Ora, se non si tiene conto di tutto ciò, è ovvio che non si può comprendere la situazione materiale del lavoro salariato, la base unica che determina le differenze interne. Se si prescinde da tutta l’evoluzione mondiale, e dall’intreccio di legami e rapporti reciproci che questa intesse fra gli Stati e fra i popoli, non si possono realmente capire le condizioni di vita del proletariato, l’atteggiamento specifico della classe operaia e dei partiti che la influenzano di fronte alla lotta di classe comunista, lo sviluppo stesso di questa lotta nei diversi paesi e continenti, con tutti gli aspetti patologici e negativi che pervicacemente lo caratterizzano.
La situazione materiale del proletariato dei paesi super-industrializzati è strettamente dipendente da quella del proletariato di tutti gli altri paesi e delle loro masse lavoratrici. Questa interdipendenza, mentre dal punto di vista economico rivela l’influenza che esercita sulle condizioni di vita del proletariato all’interno di un dato paese il peso economico e finanziario sul mercato mondiale (potenza imperialistica) del corrispondente apparato statale, dal punto di vista politico mostra quale incidenza possa avere la diversità relativa di condizione materiale di esistenza sull’atteggiamento politico della classe operaia e delle forze politiche che la influenzano rispetto alla lotta rivoluzionaria per il comunismo. La differenza nelle condizioni di vita del proletariato nei paesi «ricchi» e nei paesi «poveri», per usare un linguaggio di comodo, è un fatto di grande importanza nello sviluppo della lotta di classe. Un fatto né casuale, né tanto meno «naturale». Esso è un prodotto tipico del capitalismo, che raggiunge l’apice con l’estensione del suo dominio su tutto il pianeta. Non bisogna dimenticare che proprio mediante questa differenza relativa, la quale tende ad allargarsi a favore delle grandi metropoli capitalistiche, una parte della classe operaia è stata conquistata alla politica opportunista di collaborazione con la borghesia. E questo è un fatte che bisogna assolutamente non trascurare.
Nel secolo scorso, in modo tipico l’Inghilterra e in seguito in modo ancora più impressionante gli Stati Uniti, mercé il dominio commerciale ottenuto sul mercato mondiale in forza della loro potenza economica e militare, si sono creati, accanto alla loro borghesia, una borghesia «operaia» e dei partiti sedicenti socialisti ma perfettamente borghesi, quindi interessati alla politica imperialistica e nemici acerrimi della rivoluzione proletaria e del comunismo. Durante tutto il periodo di esistenza della II Internazionale (1889–1914), finita nella vergogna della difesa della patria borghese, l’opportunismo mise profonde radici nell’Europa occidentale proprio per il fatto che gli Stati imperialisti di questo continente (Inghilterra, Francia, Belgio, Germania, ecc.), imposto il loro dominio politico ed economico su un miliardo circa di oppressi (più della metà del genere umano allora), poterono vivere alle loro spalle pompando sovrapprofitti favolosi, con poche briciole dei quali comprarono i capi dei partiti socialdemocratici. I rapporti venutisi a stabilire fra gli Stati del mondo in seguito allo sviluppo del capitalismo, crearono all’interno dei paesi imperialisti la base economica della corruzione dei capi operai e di strati della classe lavoratrice, cioè dell’opportunismo socialsciovinista e democratico-pacifista.
È dunque solo considerando il processo complessivo, lo sviluppo generale dell’economia e della storia politica degli Stati ad esso legata, che si disegna con chiarezza davanti ai nostri occhi la reale prospettiva della lotta proletaria e socialista. Il programma della rivoluzione comunista è interamente basato sulla natura inscindibile dei rapporti reciproci fra classi e stati, che il corso dei capitalismo determina internazionalmente. La prospettiva del comunismo è mondiale, passa per la rivoluzione internazionale del proletariato, poggia sulla dittatura comunista in tutto il mondo.
Solo così diviene agevole comprendere da un lato la paurosa depressione politica in cui versa la classe operaia dei paesi super-industrializzati, come gli Stati Uniti, e dall’altro lo stato di relativo fermento e di predisposizione alla guerra di classe delle masse lavoratrici dei paesi sottoposti al dominio economico e finanziario delle potenze imperialistiche solo così è anche possibile stabilire con precisione le radici economiche dell’opportunismo; avanzare perfino la previsione dell’area in cui l’incendio della futura rivoluzione dovrà incominciare a divampare.
La parte più avanzata e risoluta del proletariato dei paesi sia dell’Occidente, che dell’Oriente, deve cercare di afferrare questa realtà, capire il legame profondo, il nesso inscindibile, fra la situazione continentale e quella del resto del mondo: deve sforzarsi di apprendere e non più dimenticare che i limiti del fronte di lotta sono internazionali e che senza questa necessaria prospettiva ogni tentativo, ogni sforzo anche il più generoso, è irrimediabilmente condannato alla confitta.
Il capitalismo ha base mondiale. Non solo, ma la sua tendenza storica è di concentrarsi sempre più. Questo fenomeno fondamentale dell’attuale modo di produzione è più visibile e appariscente che mai, dopo ogni crisi, dopo ogni guerra. Il processo di concentrazione della ricchezza nelle mani di un pugno di potentati monopolistici di due o tre grossi paesi è, sotto un aspetto generale, il dato centrale di questo dopoguerra. Esso è alla base dei rapporti fra gli Stati, della situazione e dei rapporti reali fra le classi nell’Occidente, nell’Oriente, dovunque: è alla base del soffocamento politico di qualsiasi moto antimperialista, della repressione di ogni alzata di testa del proletariato. Tre continenti (America, Asia, Africa), per limitarsi a quelli ora più direttamente interessati, nel torno di questo «pacificissimo» scorcio di tempo sono teatro di operazioni militari e di guerre locali. In quasi trenta paesi, schieramenti militari, forze armate, gruppi ordinati in guerriglia, si scontrano. Ovunque, o quasi, sotto l’egida dei briganti imperialisti, e per la conservazione dei loro sporchi interessi, che vengono fatti massacrare senza possibilità e speranza di successo. Dal canto loro, i super-Stati coltivano col cinismo più assoluto le loro eterne conferenze per il disarmo e per la pace, mentre proseguono nella corsa agli armamenti e potenziano la loro produzione bellica. Queste alte piraterie, che con tanto sussiego e «spirito umanitario» parlano di pace e di mantenimento della pace nel mondo; queste alte piraterie che siedono a un tavolo di conferenza per patteggiarvi la vita e il benessere dei popoli, tengono sguinzagliate le loro ciurmaglie, armate fino ai denti coi più poderosi ordigni di guerra, pronte ad uccidere sprezzantemente, a calpestare ignobilmente, le deboli forze di piccoli paesi schiavizzati, che vogliono solo emanciparsi dalla loro funesta tutela.
La guerra e la pace sono le due facce inseparabili del capitalismo: dopo la guerra la pace; dopo quest’ultima la guerra. Non c’è scampo a questo dilemma, sotto il capitalismo. Russia e Stati Uniti hanno dato luogo, proprio in questi giorni, a uno scambio di annunzi circa le loro ultimissime realizzazioni nel campo degli ordigni bellici. È l’ultima notizia a sensazione che ha fatto turbinosamente il giro del pianeta: Mosca possiede una «super-bomba», quasi quasi un raggio della morte! Dal canto suo Washington risponde di possedere più potenti mezzi di offesa e di difesa. La cosa, quindi, non la impressiona affatto. L’umanità ascolta attonita sia l’annuncio che il terrificante dialogo delle due «pacifistissime» centrali. Ma, dopo lo scoramento, giunge l’immancabile conforto del gazzettume, e l’imbonimento dei crani ad opera delle centrali di stampa ed altre: «Nessuna preoccupazione, si tratta di strumenti a presidio della pace; di mezzi capaci di distogliere chicchessia dal fare la guerra».
Malauguratamente il proletariato oggi è in ginocchio, mentre dal canto suo la guerra sembra maturare nel profondo. Non saremo certo noi a mancar di lanciare il grido quasi secolare: «Contro la guerra degli Stati, viva la guerra delle classi!», se la prima dovesse «sorprendere» il proletariato e l’avanguardia comunista una terza volta ancora, in questo secolo che non ha oltrepassato da molto la metà del suo percorso. Ma il punto è un altro. Per uscire dall’inferno capitalista, dagli orrori e dalle infamie della putrescente società di classe, dalle rovine di una terza guerra imperialista, la rivoluzione comunista mondiale deve poter battere in breccia la guerra degli Stati. E allora sì che, senza dubbio alcuno, si saprà, si «scoprirà», che un «vero» raggio della morte esiste. Che è in possesso di una classe. Che appartiene al proletariato. Che si chiama: Dittatura proletaria.
Questa sì riuscirà a cancellare, per sempre, le menzogne, le mistificazioni, le infamie, gli orrori della società divisa in classi. È essa il «vero» raggio della morte del sistema che genera inevitabilmente le guerre, il capitalismo; in grado essa sola di sciogliere definitivamente il dilemma della pace e della guerra sul pianeta.
I comunisti non si stancano di ripetere che l’unica via storica per liberare l’umanità dal giogo del capitale e della guerra è la rivoluzione proletaria. L’umanità deve procedere inesorabilmente per questa strada e per nessun’altra. Lo scioglimento di tutti i problemi politici e sociali dell’epoca nostra, l’epoca della civiltà borghese, sta tutto racchiuso nell’abbattimento del dominio del capitale sul lavoro vivente e nell’instaurazione della Dittatura Comunista Internazionale?