La via dell’emancipazione dei popoli ex coloniali non passa attraverso i Sukarno
Il fatto è già vecchiotto: non siamo stati pronti, come il giornalismo di tutto il mondo, a registrarlo e a ritrasmetterlo ben condito ai lettori. Sono però sempre utili alcune osservazioni generali tanto più ora che l’attenzione dell’«opinione pubblica» si è allentata e si è visto che la conflagrazione mondiale (o quasi) pronosticata a causa dell’Indonesia e del suo «cattivo» Sukarno, – come a causa della Corea o di Suez, del Laos o del Vietnam – stenta a prodursi.
Il fatto consiste in ciò: abbandonando l’ONU, Sukarno, a nome dell’Indonesia, ha «protestato» per l’esistenza sulla penisola malese di uno Stato artificiale eretto dall’imperialismo britannico nell’autunno 1963: la Malaysia, – che comprende anche la parte nord dell’isola di Borneo. Poiché lo Stato della Indonesia è formato oltre tutto da un arcipelago di numerose isole ed isolette, si comprenderà facilmente quale controllo vi si possa esercitare installandosi in alcune isole, o parti di queste, e pattugliando le acque di tutta la zona. La Malaysia è praticamente l’occhio dell’imperialismo internazionale nel cuore dell’Asia sudorientale, ed è centro di commercio importantissimo: basti pensare alla città di Singapore, che ha mantenuto la sua funzione di base strategica e mercantile per l’intera area. Ben naturale, quindi, l’interesse della Inghilterra di non lasciarsi sfuggire la preda; ben naturale, quindi, anche la reazione di Sukarno.
Un sommario esame della Malaysia fornisce un eloquente «campione» del sovvertimento delle strutture e dei rapporti sociali prodotto dal commercio e dagli investimenti dei paesi superindustrializzati, i cui interessi determinano il corso della vita (e della morte) anche dell’ultimo «selvaggio». Lo Stato-cuscinetto non ha più una popolazione eminentemente indigena. Su 10 milioni di abitanti, 4 milioni e 350 mila sono cinesi, immigrati in genere come salariati o portati dagli inglesi; i malesi sono un po’ meno; il resto è composto da indiani e pakistani. V’è insomma una confluenza di 3 o 4 ceppi etnici principali, che naturalmente hanno diversi modi di vita: i cinesi formano principalmente l’esercito della forza-lavoro e dei commercianti, mentre i malesi forniscono, con i sultani locali, gli intermediari dell’impero britannico, che per tradizione rinfocolano l’astio
verso le altre comunità per accaparrarsi la simpatia dei compatrioti poveri.
In tali condizioni, le forze rivoluzionarie della Malaysia devono quindi porsi obiettivi che vadano ben oltre la fasulla «indipendenza» nazionale. Un pur augurabile ricongiungimento all’Indonesia non risolverebbe ancora nessun problema, perché resterebbe quello fondamentale della continuazione del moto rivoluzionario fino al completo scardinamento dei rapporti di dipendenza economica dai paesi imperialistici, di qualsiasi latitudine e con qualsiasi frasario demagogico.
La reazione di Sukarno è infatti, su questo terreno, ben modesta; essa si limita a reclamare l’abbandono della Malaysia da parte degli inglesi e il diritto a questo territorio di «autodeterminarsi». E’ naturale che in paesi come quelli dell’arcipelago indonesiano, che hanno subito profondi sconvolgimenti economici, politici e sociali sotto le dominazioni imperialistiche che più diverse nel corso dei secoli (dal Portogallo all’Olanda e alla Gran Bretagna, per non parlare degli USA), l’odio antimperialista sia ben vivo. Ma, come in tutte le nuove formazioni nazionali, il movimento viene frenato per impedire che nelle masse proletarie si risvegli la coscienza della propria forza e dei propri interessi.
La verità è che gli Stati borghesi nati dal processo di liberazione dal colonialismo si muovono in continue contraddizioni: dipendono dal mercato mondiale retto dai paesi più sfruttatori e tendono a liberarsene, ma non hanno la forza di poggiare sulle proprie gambe, devono ad ogni scossone stare all’erta che le energie latenti nelle classi proletarie e semiproletarie non si rendano autonome liberandosi dagli «aiuti» militari ed economici che «benefattori» esteri sono sempre pronti ad offrire: sono quindi legati ai loro oppressori dalla comune necessità «di addormentare la rivoluzione». Essi sanno che il proletariato ha una possibilità di successo nella sola misura in cui esce dall’ambito nazionale e considera i propri interessi come identici agli interessi internazionali della propria classe; perciò danno fiato alla solita demagogia sulla patria, la funzione della religione (vedi «Islam socialista» di Ben Bella e Nasser) i sacri confini, ecc.
E’ vero: Sukarno ha avuto l’ardire di dichiarare di fronte al mondo che gli interessi imperialistici non solo non hanno abbandonato l’Indonesia all’atto della sua indipendenza, ma vi sussistono ancora più forti e le impongono una schiavitù altrettanto dura. E’ noto che, anche quando la direzione politica è ceduta alle forze indigene è sempre il capitale straniero che opera nei paesi «indipendenti» imponendo fra l’altro la monopolizzazione cioè la produzione quasi esclusiva delle materie prime necessarie alle industrie dei paesi sviluppati. Ora, durante la conferenza dei «paesi non impegnati» tenutasi al Cairo il 5 ottobre 1964, Sukarno ricordava le parole da lui dette alla precedente conferenza a Belgrado, nel 1961: «Le vecchie potenze coloniali, quando devono lasciare i loro territori, cercano, vogliono conservare il più possibile i loro interessi economici e talvolta anche di quelli politici e militari. E questo viene compiuto in vari modi, provocando discordie fra tutti gli strati della popolazione istigando la secessione di una parte del vecchio territorio coloniale col pretesto dell’autodecisione, creando il caos mediante provocazioni militari…».
Egli inoltre poteva, e ben a ragione, deridere l’ipocrita modello di democrazia posto ai paesi sottosviluppati: «Fu vano ogni sforzo che facemmo per raggiungere il progresso mediante il loro tipo di democrazia [lo crediamo!] e il loro modello di capacità tecnica. Mediante gli intrighi, l’ingerenza, la sovversione, l’intervento, le vecchie forze imperialiste lavoravano per conservare le proprie posizioni, per difendere i propri interessi. L’autonomia di sviluppo non si realizzò! Divenne chiaro, invece, che la loro capacità di ingerirsi nei nostri affari politici, economici e militari era più forte di tutte le forze nazionali che potevamo mettere in campo per resistervi».
Un altro punto del discorso di Sukarno chiarisce il senso della «indipendenza» concessa ai paesi sottosviluppati: «Come potrebbe bastare [il progresso economico] se proprio la base della nostra struttura economica è fatta in modo da convogliare i prodotti del nostro suolo verso le casseforti delle gigantesche società del mondo capitalista? Come potrebbe bastare, se il nostro sistema economico è fatto in modo da convogliare i proventi delle nostre fatiche verso le tasche di quelle medesime vecchie
istituzioni straniere che ci sfruttavano nel periodo coloniale?».
Sukarno ha senz’altro ragione in tutto questo, ma quale soluzione offre da parte sua a tali contrasti? Non sono essi la dimostrazione che nell’ambito del mercato mondiale l’«indipendenza» significa dipendenza dai rapporti di forza esistenti? Fare affidamento sulle proprie forze, solidarizzare con tutti i paesi «non impegnati» in un fronte unico contro l’imperialismo, riformare l’ONU, significa contrapporre agli effetti dei rapporti piratereschi vigenti sul mercato internazionale le stesse cose, solo capovolte: il mercato va bene perché frutta, ma che non siano sempre e solo gli altri a guadagnarci! L’ONU va a meraviglia, ma solo se salvaguardi anche i nostri interessi! Nello stesso tempo, un’alleanza dei paesi «sottosviluppati» dovrebbe creare una diga contro la penetrazione (o la conservazione) degli interessi imperialistici: ma come non vedere che essa – nel quadro dei rapporti sociali borghesi – si limiterebbe a spostare il problema senza risolverlo? Alimentare gli scambi e gli «aiuti» fra paesi «non impegnati» significa creare un mercato in cui per forza di cose i più grandi e i più ricchi predomineranno sui più piccoli e più poveri e gli antagonismi di cui ora ci si lamenta si riprodurranno fatalmente.
Non basta. Sulla scia dell’esempio cinese, Sukarno critica la coesistenza pacifica, ma in questi termini: essa avrebbe una giustificazione fra Stati Uniti e Russia perché questi paesi hanno raggiunto un equilibrio, mentre non è ammissibile fra i paesi «in via di sviluppo» e i vecchi imperialismi perché qui esiste sproporzione e il rapporto è a tutto favore dei secondi. Dunque la coesistenza pacifica è valida se permette di concludere buoni affari ma è da respingere se uno ci perde; di più, è usata da Sukarno per giustificare proprio quell’«equilibrio» fra USA e URSS che poggia sullo sconvolgimento di tutto il resto del mondo, tagliato a fette prima e dopo la seconda guerra mondiale, diviso in sfere d’influenza e continuamente dilaniato dai «coesistenti» come da ogni paese mercantile che si rispetti. Dire, come fa Sukarno: «Ci sarà coesistenza pacifica fra noi, paesi in via di sviluppo, e gli Stati imperialisti, solo quando saremo in grado di fronteggiarli con forze pari», è dire, semplicemente, quello che dicevamo i libero-scambisti di un secolo fa, anch’essi predicanti uno «equilibrio» ed una «fraternità», insomma una coesistenza pacifica come risultato dell’eliminazione dei vincoli e degli ostacoli al commercio; è dire quello stesso al quale Marx aveva già risposto, appunto un secolo fa: 1) «finché lasciate sussistere il rapporto del lavoro salariato al capitale, lo scambio delle merci avrà un bel realizzarsi nelle condizioni più favorevoli, vi sarà sempre una classe che sfrutta ed una che è sfruttata»; 2) «la fraternità che il libero scambio stabilirebbe fra le diverse nazioni della terra non sarebbe più fraterna di quella che esso fa nascere fra le diverse classi di una sola e medesima nazione». L’«equilibrio» del mercato mondiale non solo non elimina i contrasti fra gli Stati, ma li spinge al massimo: dunque, un governante-commerciante come Sukarno o subisce lo «equilibrio» esistente, o cerca di modificarlo con la forza (ammesso che ce l’abbia), quindi con la guerra; esso, d’altra parte, non elimina i contrasti sociali all’interno del Paese; dunque, i proletari o li subiscono così come sono, o cercano di modificarli con la violenza di classe saldata a quella dei proletari degli altri continenti. In tutti i casi, esso si trova di fronte sia l’imperialismo mondiale che la borghesia nazionale, nella triplice veste di signori della guerra, di signori del commercio, di signori del «mantenimento dell’ordine». La sua via ha potuto correre parallela per un certo tempo a quella di Sukarno (o di Ben Bella, o di chi altro); è venuto, o presto verrà, il momento in cui le due strade devono necessariamente separarsi e contrapporsi.