Rivendichiamo la visione marxista dei rapporti fra partito e sindacati
Gli opportunisti ci accusano di voler costituire un sindacato di partito, e in questo modo pensano di poter battere la nostra critica della loro politica fallimentare in campo sindacale. È necessario dunque chiarire ancora una volta in che senso noi comunisti ci opponiamo alla cosiddetta autonomia sindacale e alla unificazione della CGIL con le organizzazioni bianche CISL e UIL.
Il sindacato è l’organizzazione che gli operai si sono data per combattere contro il padronato sul terreno economico, cioè sul terreno della contrattazione del prezzo della loro forza-lavoro.
È chiaro che il primo e più elementare conflitto di interessi che si verifica nella società capitalistica è quello fra la tendenza dei capitalisti, o dello stato capitalistico, ad abbassare il costo della forza-lavoro operaia e la tendenza opposta degli operai a mantenere o migliorare le loro condizioni di vita. Se il padronato sfrutta a questo scopo la concorrenza esistente fra gli operai, specialmente nei periodi di crisi industriale, che gli permette di mantenere fermi o di abbassare i salari, esso si serve anche delle nuove invenzioni della tecnica per accelerare i ritmi di produzione e pompare maggior lavoro dagli operai nello stesso tempo. Il sistema dei cottimi, dei premi di produzione, degli incentivi vari che vengono concessi all’operaio, rappresentano altrettanti sistemi per spremere più forza-lavoro e di conseguenza abbassarne il prezzo; tutto questo si traduce in un peggioramento reale delle condizioni degli operai che, pur guadagnando quanto prima, lavorano molto di più, mentre una parte sempre maggiore dei loro compagni viene espulsa dalla produzione e va ad ingrossare l’esercito dei disoccupati che contribuirà poi, generando una maggiore concorrenza fra gli operai, a ridurre i salari al minimo vitale.
È evidente che gli operai devono reagire a questa tendenza, devono lottare contro di essa, e a questo scopo si organizzano nel sindacato, cioè danno vita ad una organizzazione di lotta a cui possono e devono aderire tutti gli operai che sentono la necessità di difendersi contro gli assalti del padronato e di migliorare le proprie condizioni di lavoro. Condizione necessaria e sufficiente per aderire all’organizzazione sindacale è dunque l’essere lavoratori salariati indipendentemente dalle idee politiche o dalle convinzioni personali di ciascuno. Ma è proprio nel condurre questa lotta immediata ed elementare che gli operai, o almeno la parte più cosciente di essi, si rende conto dei seguenti fatti:
1) Che la lotta economica non è sufficiente in se stessa a migliorare stabilmente la condizione degli operai: ad ogni aumento dei salari corrisponde più o meno un aumento dei prezzi che riporta il salario al livello primitivo; ad ogni riduzione dell’orario di lavoro corrisponde un’intensificazione dei ritmi che aumenta il peso del lavoro stesso, ecc.
2) Che la classe capitalistica si serve della forza organizzata dello Stato per reprimere ogni movimento veramente generale degli operai; che lo Stato è perciò lo strumento di repressione della classe operaia da parte del capitale, comitato d’amministrazione degli interessi della classe dominante, come lo chiama Marx nel Manifesto dei comunisti.
3) Che perciò la liberazione effettiva e totale della classe operaia non può venire dalla lotta economica, ma da una lotta che tenda a spezzare il potere politico della classe borghese e lo stesso modo di produzione capitalistico. Non si tratta più di stabilire il prezzo della forza-lavoro ma di distruggere lo stesso rapporto di classe che fa del lavoro una merce acquistabile dal capitalista: «Abolizione del lavoro salariato», il che significa distruzione del sistema capitalistico.
Sulla base di questa necessità, resa evidente dallo svolgersi stesso delle lotte immediate della classe operaia, sorge il partito politico di classe, cioè l’organizzazione per la lotta politica della classe proletaria contro il regime borghese, formata da tutti coloro che sentono la necessità di questa lotta e sono disposti a condurla. Come si sia svolto il processo di formazione del partito politico di classe, come la teoria di Marx ed Engels sia divenuta, al fuoco di grandi battaglie condotte dagli operai in tutto il secolo scorso, l’unica teoria del partito proletario, come la borghesia sia riuscita in diverse riprese a distruggere l’organizzazione del partito, e soprattutto abbia cercato, attraverso l’azione di organizzazioni falsamente richiamantisi al proletariato e al comunismo (gli attuali partiti opportunisti, come gli attuali gruppetti di sinistra, non sono altro che questo), di intaccare le basi stesse della teoria e del programma comunista; come si presenti oggi la situazione di innumerevoli raggruppamenti che si richiamano alla lotta per la classe operaia, ma il partito di classe è solo il nostro, per quanto ridotto nei suoi effettivi, non interessa qui di trattare. Quello che è importante è stabilire il rapporto che intercorre storicamente fra organizzazioni sindacali e partito politico.
Dunque la totalità o la maggioranza della classe operaia conduce la lotta economica e a questo scopo si organizza nei sindacati; una parte minoritaria della classe assurge ad un più alto grado di coscienza, come abbiamo cercato di spiegare, e si organizza per la lotta politica nel Partito politico. Il Partito politico rappresenta dunque storicamente il più alto grado di organizzazione e di coscienza raggiunto dalla classe operaia.
I suoi legami con l’organizzazione sindacale sono evidenti: se pure esiste uno specifico campo di azione del sindacato e uno specifico campo di azione del Partito, non esiste però una separazione netta, o peggio una opposizione, fra lotte economiche e lotta politica e perciò fra sindacato e partito. La lotta economica è la base della lotta politica, la quale a sua volta deve costituire il punto di arrivo della lotta economica stessa. La lotta puramente sindacale della classe operaia è, secondo la definizione di Marx, una lotta contro gli effetti dello sfruttamento capitalistico; è necessario passare alla lotta contro le cause che generano questi effetti, e cioè contro il modo di produzione capitalistico in se stesso, alla lotta politica il cui organo necessario è il partito politico. La lotta economica è nella visione corretta del marxismo la «scuola di guerra» che abilita i proletari a condurre una battaglia più generale: la battaglia politica per la distruzione del sistema capitalistico e per l’abolizione del lavoro salariato.
Due posizioni irrinunciabili
Da questa visione generale nascono le due posizioni irrinunciabili dei comunisti nei confronti dei sindacati:
1) Il partito politico di classe deve dirigere il sindacato e servirsene come «cinghia di trasmissione» del suo indirizzo politico alle grandi masse proletarie.
2) La funzione del sindacato, come primo nucleo organizzativo e primo germe della coscienza di classe del proletariato, è insostituibile. I comunisti non possono negare la lotta quotidiana dei lavoratori, né l’organizzazione che porta avanti questa lotta, ma devono lavorare nel seno dei sindacati per conquistarli alla direzione del partito.
Nella storia delle lotte proletarie il rapporto tra sindacato e partito ha subito molte vicissitudini, ma la tesi del sindacato apolitico è sempre stata in ogni tempo propria dei traditori della classe operaia e dei controrivoluzionari; al contrario, i comunisti hanno sempre affermato la necessità della direzione del partito sul sindacato come base necessaria per la conduzione della lotta rivoluzionaria del proletariato. All’epoca della prima Internazionale, partito e sindacati in certo qual modo si identificavano; la lotta economica degli operai e le loro organizzazioni erano in molti casi proibite per legge, e questo faceva sì che ogni lotta che partisse da esigenze immediate e locali prendesse subito un aspetto politico, di scontro con lo Stato borghese, per cui i sindacati stessi si trovavano a condurre una lotta che, anche se partiva da esigenze immediate e parziali, era però in sostanza una lotta politica. Il legame fra le organizzazioni sindacali e i primi germi di organizzazioni politiche del proletariato era perciò strettissimo e nessuno metteva in dubbio che le organizzazioni politiche dovessero dirigere e influenzare quelle economiche. Alla prima Internazionale, organo squisitamente politico del proletariato, aderivano infatti, oltre alle Trade Unions inglesi, anche la maggior parte delle società di mutuo soccorso e di resistenza francesi e italiane; le stesse organizzazioni sindacali facevano, dunque, proprio il programma del partito politico e costituivano esse stesse la rete organizzativa del Partito.
Dopo il 1871 e la sconfitta della Comune di Parigi la situazione cambia radicalmente. Da una parte il capitale europeo, in piena fase di espansione, può permettersi di dare ai suoi operai le briciole del bottino strappato ai popoli d’Africa e d’Asia recentemente «colonizzati», e perciò rende legale la lotta economica e i sindacati, i quali diventano sempre più grandi e potenti; dall’altra cerca, attraverso la concessione di miglioramenti immediati, di strappare dalla mente del proletariato la coscienza delle necessità della lotta politica e, creando le famose aristocrazie operaie, cioè dei ceti operai ben pagati e privilegiati, riesce effettivamente a legare le masse proletarie al suo carro dando loro l’illusione che la lotta economica sia sufficiente per «progredire» sempre di più, e che perciò non ci sia alcun bisogno di distruggere il modo di produzione capitalistico, ma basti «riformarne» alcune storture più appariscenti. Questa situazione fa sì che il sindacato e il partito politico si dividano: il sindacato si allarga sempre di più e tende ad esprimere la famosa tendenza corporativa, cioè la tendenza ad occuparsi solo ed esclusivamente dei miglioramenti immediati che gli operai possono strappare in un dato momento al Capitale, senza interessarsi della lotta generale politica, o al massimo intendendo questa (per esempio le Trade Unions) solo come necessità di rendere stabili alcune conquiste immediate con un’azione legislativa adeguata. Il Partito politico, che nella seconda Internazionale si era ricostituito su basi marxiste eliminando gli anarchici, deve a questo punto differenziarsi dalle organizzazioni economiche, pur affermando la necessità di lavorare in esse e di dirigerle a fini rivoluzionari.
Si hanno i famosi patti «d’unità d’azione», attraverso i quali le centrali sindacali ammettono almeno teoricamente la superiorità del Partito e la necessità di sottomettersi alle sue decisioni. Già però il sindacato mostra un’aperta tendenza all’«autonomia», cioè alla lotta solo economica e corporativa, e negli stessi partiti della seconda Internazionale l’ala destra opportunista e riformista comincia ad affermare il valore assoluto della lotta economica e perciò la necessità di slegare completamente il sindacato dal partito: l’ala sinistra rivoluzionaria e comunista combatterà in questi tempi la prima battaglia per riaffermare la sottomissione del sindacato al Partito, e saranno i nostri compagni della Sinistra italiana, contemporaneamente a Lenin in Russia, a battersi su questo terreno.
Con il naufragio della seconda Internazionale, che aderì in blocco alla guerra 1914-18 proprio sulla base delle istanze sindacali, in quanto gli opportunisti dei partiti socialdemocratici pretesero che il proletariato di ogni paese avesse da difendere alcune sedicenti conquiste economiche e, in primo luogo, la libertà di organizzazione che il «nemico della patria» avrebbe distrutto, si formano la terza Internazionale e i partiti comunisti, ai quali il programma dell’Internazionale fa obbligo di lavorare nei sindacati e di conquistarli alla direzione del Partito. Per la prima volta siamo in presenza di due formazioni politiche che si contendono la direzione dei sindacati: le organizzazioni socialdemocratiche riformiste e controrivoluzionarie, che a parole si dichiarano ancora partiti operai e che in genere hanno una preponderanza netta sui sindacati, e le nuove organizzazioni comuniste, che incarnano il vero partito di classe del proletariato e che si battono per strappare ai riformisti la direzione delle organizzazioni economiche. Anche in questa situazione i comunisti, benché in netta minoranza, affermano decisamente la necessità di conquistare il sindacato per trasformarlo in organo della rivoluzione proletaria, e sono invece i socialdemocratici a sostenere insieme alla borghesia e al fascismo la neutralità e apoliticità dei sindacati proprio per impedire che passino sotto le bandiere del comunismo.
Autonomia del partito = soggezione al capitale
A questo punto, vorremmo ribattere la giustificazione che i bonzi della C.G.I.L. e i loro compari della C.I.S.L. e U.I.L. portano per giustificare la loro tesi dell’«autonomia sindacale». Essi dicono che la tradizione del sindacato diretto e influenzato dai partiti politici ha nuociuto ai lavoratori. Ma i proletari d’Europa hanno una tradizione centenaria in questo campo, e possiamo affermare che le lotte più dure e più entusiasmanti contro il Capitale in quest’arco di tempo furono condotte proprio da sindacati alla cui testa stava il partito politico di classe, e, se oggi una parte degli operai può prestar fede alla storiella del sindacato «apolitico», questo avviene solo perché 20 anni di direzione di partiti opportunisti sui sindacati ha giustamente disgustato. I bonzi della C.G.I.L. mettono davanti agli occhi degli operai la loro sporca politica nel campo sindacale, e se ne servono per convincere i lavoratori che il sindacato deve essere autonomo dai partiti politici; ma la soluzione non sta nel proclamare l’«autonomia del sindacato», bensì nel distruggere l’influenza dei partiti opportunisti sul sindacato e nel sottometterlo alla direzione del vero ed unico partito di classe.
Ma può esistere veramente un sindacato che sia «autonomo dai partiti politici, dal padronato e dallo Stato», come vanno predicando gli opportunisti? Lenin ha risposto 50 anni fa per noi: un simile sindacato non può esistere! E la ragione è questa: In una società come quella capitalistica, divisa in classi che hanno interessi inconciliabili, una classe combatte l’altra o si sottomette al suo dominio e si piega alle sue esigenze. La classe borghese tende a mantenere in piedi il modo di produzione capitalistico e, per far questo, sottomette ai suoi interessi la classe operaia anche concedendo, nei momenti di particolare espansione produttiva, miglioramenti relativi, in particolare ad alcuni strati operai. In una fase simile di espansione produttiva, il sindacato può oggettivamente giocare un ruolo autonomo nel senso che, essendo il mercato della forza-lavoro particolarmente favorevole, può strappare al padronato delle migliorie economiche: ma questo ruolo autonomo sarà pur sempre controrivoluzionario perché, essendo il sindacato slegato dal partito politico, questi miglioramenti stessi serviranno a corrompere e ad allontanare dalla lotta rivoluzionaria vasti strati proletari. Il Capitale paga con pochi soldi elargiti agli operai il solo diritto alla sopravvivenza; il sindacato accetta i pochi soldi e garantisce la sopravvivenza del sistema capitalistico.
La storia dei sindacati inglesi e americani e dei sindacati europei diretti dai partiti opportunisti dimostra quanto sia vero quello che abbiamo detto. Le Trade Unions, in cambio delle briciole del banchetto coloniale dell’Inghilterra, cancellarono qualsiasi coscienza di classe dalla mente degli operai inglesi, i quali spartivano con i loro padroni il sudore e il sangue dei proletari indiani o cinesi o russi, così come oggi i proletari americani e le loro potentissime organizzazioni sindacali vendono in cambio del «benessere» la pelle dei vietnamiti o dei sudamericani, e così come i sindacati francesi basarono a suo tempo la pace sociale in Francia sullo sfruttamento intensivo degli algerini trapiantati nella metropoli come carne da cannone per l’industria francese.
Un sindacato, dunque, che si proclami autonomo dal partito di classe proletario è un sindacato che non vuol più servire a distruggere il Capitale e perciò è un sindacato sottomesso alle esigenze del Capitale: è «autonomo» dal partito proletario, sì, ma non dallo Stato e dal padronato a cui in questo modo garantisce una lunga vita. Ma c’è di più: se, in un momento di boom produttivo, il sindacato può svolgere il ruolo che abbiamo detto, in un periodo di crisi industriale, divenendo sfavorevole il mercato della forza-lavoro, il sindacato non può far altro che piegarsi alle esigenze della produzione sacrificando loro anche gli interessi immediati degli operai. In momenti simili, la lotta quotidiana della classe operaia tende irresistibilmente a trasformarsi in lotta generale politica; la classe si rende conto che solo al di là dei confini del modo di produzione capitalistico può trovare la sua emancipazione. Perché il capitale, per sopravvivere, deve dare dei giri di vite sempre più forti alle condizioni del proletariato, si pone immediatamente il collegamento fra sindacato e partito, e l’«autonomia» in questo caso serve solo ad impedire la trasformazione della lotta economica in lotta politica e a garantire la sopravvivenza del capitalismo sulle spalle degli operai. Le lezioni storiche in questo senso sono moltissime ma è storia d’oggi il blocco dei salari accettato dai sindacati inglesi, il sabotaggio dello sciopero di maggio da parte dei sindacati francesi, la canagliesca opera di spezzettamento delle lotte da parte dei sindacati italiani i quali vogliono e proclamano la loro «autonomia». Tutti gli operai sanno che quei sindacati vogliono essere autonomi dal partito di classe, ma non sono per nulla autonomi né dal padronato le cui esigenze rispettano «responsabilmente», né dallo Stato borghese alle dipendenze del quale vogliono, invece, farsi assumere. Autonomia del sindacato dal partito significa dunque in realtà: assoggettamento in ogni senso alle esigenze del capitalismo, sottomissione degli interessi immediati e generali della classe proletaria a quelli della classe borghese, rinuncia cinicamente dichiarata a qualsiasi tentativo di distruggere una volta per sempre questa infame società.
Ecco perché i veri comunisti negano qualsiasi autonomia al Sindacato e, senza neanche presupporre il «sindacato di partito» (che è una sciocchezza e che è patrimonio semmai proprio degli opportunisti, i quali hanno sempre subordinato gli interessi del proletariato alle loro esigenze di bottega, non esitando a scindere le organizzazioni economiche della classe operaia) affermano chiaramente la loro intenzione di conquistare i sindacati alla direzione del partito comunista mondiale, di trasformarli in sindacati rossi, in strumenti al servizio della rivoluzione proletaria, riproponendo la chiara antitesi di Lenin: il sindacato può essere autonomo dai padroni e dal loro Stato solo sottomettendosi alla guida del partito di classe, ma, quando si dichiara autonomo rispetto al partito, è necessariamente al servizio del padronato e dello Stato borghese.