Internacionālā Komunistiskā Partija

Il Programma Comunista 1969/20

Partito e organismi di classe nella tradizione della Sinistra comunista Pt.4

Il Partito era inteso come uno schieramento democratico-parlamentare nel quale il formarsi di “maggioranze” e “minoranze” avrebbe determinato il costituirsi del suo “governo” e della sua “opposizione”; “legittimi” l’uno e l’altra, e abilitati ad inglobare ogni “tendenza” proletaria, dagli anarchici ai riformisti, dai sindacalisti ai massimalisti, dai centristi ai sinistri. In tal modo il partito era concepito soltanto come una organizzazione, solo genericamente operaia e socialista, o comunista, a seconda della moda e dei tempi, ed il suo programma, trionfo di questa concezione, rifletteva lo spirito di accomodamento del partito alle circostanze, in ogni tempo e luogo. Partito, come corpo di princìpi e di azione unitari, diventa incomprensibile, diventa un “cenacolo” di fedelissimi, “escluso dalla storia”, alla mercé delle condizioni oggettive, quindi sub-umano, e via di questo passo. Anche se non si diranno queste cose, le si faranno, e poi, al momento opportuno, le si codificheranno. In tal guisa Lenin diventa accomodante, tatticistico, senza schemi fissi e principi immutabili. Il “vero” partito comunista è soltanto quello che riesce a restare a galla, col bello e col cattivo tempo, proprio perché è… comunista.

Al “peccato originale” dei cristiani, che determina sin dalla nascita il destino dell’individuo e della specie umana, si fa corrispondere un “battesimo comunista”, che renderebbe il partito dei proletari, qualunque “peccato” commetta, invulnerabile dalle insidie del nemico, solo che lo “voglia”. Salvo poi a stramaledire la maggior forza del nemico, per giustificare le più cocenti sconfitte, altrimenti prevedibili e inevitabili. Si scordò che non solo è indispensabile un Partito, e Comunista, ma il Partito Comunista poggiante sul marxismo rivoluzionario. Questo insegnamento, derivante dalle “lezioni della controrivoluzione”, è invece fatto proprio dalla Sinistra Comunista, e forma oggetto particolare di studio e di codificazione politica nelle celebri Tesi di Roma del 1922, dalle quali è imprescindibile il ricostituirsi del nuovo Partito mondiale comunista.

Breve storia degli organismi di classe

Pretende il cosiddetto “comunista” di oggi di attribuire un’etichetta di originalità al marxismo svincolandolo dalle vicende della storia passata e negandogli il possesso conoscitivo del domani. Ciò è falso: è una pretesa esistenzialistica. I fatti sono incaricati di confermare con tragica esattezza le precise anticipazioni della Sinistra Comunista e di rinsaldare la dottrina e la prassi comuniste rivoluzionarie.

A questo fine, assieme a citazioni di argomenti usati dai fautori dell’immediatismo, soprattutto in Italia, culla, se vogliamo, di filosofemi “nuovi”, daremo una sintesi dell’evoluzione dei Consigli operai e di fabbrica.

– Le Commissioni Interne

Inizialmente, furono costituite da operai che godevano della fiducia delle maestranze della fabbrica con l’incarico di trasmettere alle direzioni aziendali i reclami dei lavoratori. Normalmente non erano stabili, e venivano nominate ogni volta che si presentava la necessità di trattare col padrone. I limiti di competenza di queste commissioni operaie erano circoscritti ai provvedimenti punitivi e di licenziamento presi dalle direzioni dell’officina. Dei salari e degli orari di lavoro si occupavano i sindacati.

La Commissione Interna venne riconosciuta per la prima volta in Italia in occasione della firma del contratto triennale di lavoro tra la fabbrica di automobili ITALA di Torino e la FIOM il 27 ottobre 1906. Nel testo si prevedeva che tutti i conflitti in ordine all’interpretazione del contratto fossero risolti d’accordo tra la C.I. e la direzione. Il contratto stabiliva anche che i membri della C.I. dovessero essere cinque, senza stabilire modalità di scelta, e che rimanessero in carico per tutta la durata del contratto. Man mano che si istituivano contratti di lavoro, si procedeva ai riconoscimenti, più o meno contrastati, delle C.I.

Anarchici e sindacalisti avversarono le C.I. ritenendole organi di pacificazione sociale, che impedivano quella “ginnastica rivoluzionaria” rappresentata dagli scioperi.

Con la soppressione durante la Prima Guerra mondiale del diritto di sciopero, a seguito della mobilitazione industriale per l’approvvigionamento all’esercito, alle C.I. fu riconosciuto soltanto il diritto di patrocinare le richieste operaie presso le aziende e i comitati di Mobilitazione Industriale. Da quanto i dirigenti della FIOM di allora riferivano, si desume il carattere riformistico delle C.I., sulla cui base sorgeranno poi non solo i Consigli di fabbrica, ma anche le teorizzazioni dell’ordinovismo.

Nel Congresso nazionale della FIOM, a Roma nel novembre 1918, Bruno Buozzi, segretario generale della Federazione Italiana Operai Metallurgici (FIOM), affermava che la

«pretesa che le organizzazioni accampano con sempre maggior vigore, in relazione all’aumento della loro forza di discutere direttamente o a mezzo delle C.I. di ogni cosa che nelle officine riguardi non solo i salari, ma la stessa distribuzione del lavoro, tende di per sé a far condividere tra le maestranze e gli industriali la direzione tecnica delle officine».

Emilio Colombino, segretario della FIOM, precisava:

«Per conquistare le fabbriche occorre che gli operai debbano imparare che cosa è l’industria, perché sarebbe inutile conquistarle per doverle poi perdere perché non le sappiamo amministrare. Bisogna quindi che noi pian piano prendiamo i migliori nostri compagni e li mettiamo in contatto con le necessità industriali e facciamo capire loro quali sono le difficoltà, quali i mezzi per sormontarle. Le Commissioni Interne devono essere in contatto con gli industriali e capire le loro malizie e imparare da loro, perché abbiamo nella testa molte teorie e dobbiamo ammettere che non sempre siamo infallibili. Conviene insistere per queste C.I., sempre tacciate di tradimento. Siamo persino arrivati a dubitare se era utile conservarle, perché quando si nominano, dopo quindici giorni gli operai le mandano a spasso, accusando tutti di tradimento (…)
«Quindi insistiamo per le C.I. È il primo passo per la conquista dello stabilimento (…) È la C.I. che deve analizzare l’andamento industriale, rendersene conto, controllarlo, sorvegliare l’attività degli industriali, per difendere gli interessi della collettività operaia. Veder cosa costa la produzione, cosa costa la materia prima, cosa viene a costare la produzione nei paesi di provenienza, cosa viene a costare nello stabilimento, qual’è il margine d’utile dell’industriale, quale il salario da corrispondere all’operaio. Questo è quello che domandiamo noi, molto meno della partecipazione proposta dagli industriali, e la domandiamo per creare gli organizzatori di domani, per gli industriali del campo operaio, coloro che dovranno gestire le fabbriche quando noi, come ci auguriamo, saremo presto padroni del mondo».

Nei primi mesi del 1919, la FIOM di Torino richiese il riconoscimento delle C.I. e il diritto di nominarne lei sola i membri, contrariamente alla vecchia consuetudine per cui i membri venivano eletti da tutte le maestranze. I padroni accettarono. La C.I. divenne organo sindacale e i disorganizzati furono esclusi dalle elezioni per i commissari interni.

– I consigli di fabbrica

Con le dimissioni della C.I. della Fiat-Centro di Torino, officina con diecimila operai, nell’agosto 1919 venne nominata una nuova C.I., la quale comunicava agli operai che occorreva eleggere dei commissari di reparto, questi a loro volta avrebbero dovuto scegliere i componenti delle C.I.

È interessante il commento dell’Avanti!, il quale sottolineava che in tal modo

«la lotta di classe si atteggia a forme nuove e complicate e rende necessario il sorgere di istituti operai agilmente articolati, capaci di aderire al processo di produzione industriale e di risolvere immediatamente gli innumerevoli conflitti, che nascono dalla molteplicità delle specializzazioni di lavoro».

L’Ordine Nuovo commentava l’evento della nascita dei primi rappresentanti di reparto con un indirizzo ai commissari eletti alla FIAT:

«Siamo giunti al punto in cui la classe lavoratrice, se non vuol venir meno al compito di ricostruzione che è nei suoi fati e nelle sue volontà, deve incominciare a ordinarsi in modo positivo e adeguato al fine da raggiungere. E se è vero che la società nuova sarà basata sul lavoro e sul coordinamento delle energie dei produttori, i luoghi dove si lavora, dove i produttori operano e vivono in comune, saranno domani i centri dell’organismo sociale e dovranno prendere il posto degli enti direttivi della società odierna».

L’Ordine Nuovo proseguiva auspicando che nella officina sorgessero scuole per l’istruzione tecnica professionale degli operai atte ad avviarli alla conoscenza delle tecniche produttive, ecc.

Dopo alcune settimane, il Congresso della Camera del Lavoro di Torino votava un ordine del giorno sulla base dell’indirizzo del centrismo massimalista del P.S.I., decretato al Congresso di Bologna del partito nell’agosto 1919. L’ordine del giorno, dopo aver accettato il deliberato del Congresso del partito a Bologna di «iniziare l’opera di preparazione per la gestione proletaria», aggiunge:

«In merito ai princìpi cui ci si deve uniformare per la costituzione dei Consigli, il Congresso ritiene: a) che i nuovi organismi (strumento che la classe operaia si foggia per conquistare tutto il potere sociale, partendo dalla fabbrica e allargandosi a tutti i rami della produzione) debbono strettamente aderire e addestrarsi al processo di produzione e di distribuzione della ricchezza sociale; b) che in essi la massa di tutti i produttori manuali e intellettuali deve trovare una forma organica e diventar esercito disciplinato e cosciente del suo scopo e dei mezzi adeguati a raggiungerlo; c) che questa creazione di nuovi organismi non tende a togliere valore e autorità alle organizzazioni esistenti, politiche ed economiche, del proletariato, ma ad integrare con esse il potere massimo di tutti i produttori, organizzando tutto il popolo nel sistema dei consigli dei lavoratori. In conformità con questi princìpi, il Congresso approva la costituzione del nuovo organismo, invitando le massime organizzazioni di classe del proletariato italiano sulle direttive del programma comunista, ad estendere, intensificare, facilitare e coordinare il movimento per la creazione della Repubblica Comunista, e dando mandato ai futuri rappresentanti delle organizzazioni di Torino e provincia al Congresso confederale di sostenere in esso il riconoscimento del nuovo organismo del Consiglio dei produttori, ed invitando la CGL a stabilire che in apposita settimana rossa venga intensificata la propaganda per la estensione dei Consigli dei produttori in tutti i paesi d’Italia».

I passi citati confermano quanto abbiamo già anticipato, cioè la confusione tra Consigli di fabbrica e Consigli operai o Soviet, condivisa sia dai massimalisti sia dagli ordinovisti, e mettono in evidenza una caratteristica che distingue ancor oggi i partiti opportunisti, il considerare cioè le “organizzazioni economiche e politiche del proletariato” sullo stesso piano, per modo che il potere consisterà nella loro integrazione. Il Partito, qui, non appare nemmeno come organo subalterno agli altri, ma alla pari con essi. Ogni organismo, di conseguenza, sarà autonomo e indipendente nella propria sfera. Marx e Lenin non hanno proprio nulla che vedere con questo sottoprodotto politico.

– Il programma dei commissari di fabbrica

Queste aberrazioni si ritrovano, più accentuate che altrove, nel cosiddetto Programma dei commissari di fabbrica, nelle cui «dichiarazioni di principio» si legge:

«1) I commissari di fabbrica sono i soli e veri rappresentanti sociali (economici e politici) della classe proletaria, perché eletti a suffragio universale da tutti i lavoratori sul posto stesso di lavoro».

Noi avevamo appreso dal marxismo rivoluzionario che il solo e vero rappresentante sociale, economico e politico, della classe proletaria è il Partito Comunista, e che gli organismi della lotta specifica, sindacati, consigli, ecc., ne sono gli organi d’azione rivoluzionaria. Avevamo appreso che il Partito Comunista è il solo e vero rappresentante della classe proletaria, non perché scelto a suffragio universale da tutti i lavoratori sul posto di lavoro, ma perché è dotato di continuità d’azione e di pensiero sulla base del marxismo; è l’avanguardia cosciente del proletariato. Secondo la definizione ordinovista del partito, quello bolscevico non sarebbe stato il rappresentante cosciente di tutta la classe proletaria, perché i suoi 5 membri non erano eletti a suffragio universale da tutti i lavoratori e perché non inquadrò mai, né prima né dopo la presa del potere, tutti i lavoratori, ma solo una parte, una minima parte, quella, precisamente, che ne aveva accettato il programma integrale.

Ancor meglio si precisa la tesi immediatista di questi falsi marxisti nel punto 3°, dove si trova questa affermazione:

«Le direttive del movimento operaio devono nascere direttamente dagli operai organizzati sui luoghi stessi di produzione ed esprimersi per mezzo dei Commissari di fabbrica», cosicché «i Consigli incarnano (…) il potere della classe lavoratrice organizzata per officina, in antitesi con l’autorità padronale che si esplica nell’officina stessa; socialmente incarnano l’azione di tutto il proletariato solidale nella lotta per la conquista del potere pubblico, per la soppressione della proprietà privata».

Al punto 7° la demagogia prende la mano agli estensori del Programma:

«L’Assemblea di tutti i commissari delle officine torinesi afferma con orgoglio e sicurezza che la loro elezione e il costituirsi del sistema dei Consigli rappresenta la prima affermazione concreta della Rivoluzione Comunista in Italia!»

Quindi, la direzione politica spetta agli «operai organizzati sui luoghi stessi di produzione», giusto come avevano affermato Bakunin in polemiche con Marx, i sindacalisti e gli spontaneisti oggetto della critica spietata di Lenin. Il partito, volente o nolente, ritornerebbe ad essere, come lo avrebbero desiderato gli immediatisti della Prima Internazionale, una pura e semplice “cassetta delle lettere”, un registratore statistico dei fenomeni sociologici.

Anche allora, come oggi e come negli scontri tra il Consiglio Generale di Londra dell’Internazionale e Bakunin, ritornava la critica al partito politico sotto forma di critica al burocratismo, a causa del quale la direzione del partito stesso si trasformerebbe in direzione di una oligarchia di pretoriani. Il pericolo del funzionarismo nel partito non è un’ipotesi astratta, ma non si allontana né con un espediente organizzativo, né con un mutamento dei princìpi e del programma, né tanto meno con inversioni o diversioni tattiche, né, infine, e a maggior ragione, bestemmiando sopra il burocratismo medesimo.

D’altronde, questo pericolo è di gran lunga molto più vicino, e si concretizza assai più spesso, proprio in quegli organismi di base che, nelle intenzioni degli operaisti, dovrebbero esserne immunizzati per la loro composizione esclusivamente operaia.

Abbiamo riferito di proposito quel passo del capo sindacalista della FIOM Colombino, il quale dichiarava che i membri delle C.I. erano ritenuti dai proletari di fabbrica venduti al padrone. Ed è storia ormai purtroppo secolare che proprio nei sindacati operai sono sorte e si sono addestrate le schiere dei traditori della rivoluzione comunista. Infatti, non a caso, negli organismi immediati, così come nelle delegazioni parlamentari dei partiti operai, è sempre prevalsa la politica dell’accomodamento, dell’opportunismo e infine del tradimento aperto: negli organismi immediati, perché il continuo e stretto contatto dei loro dirigenti con la “realtà” capitalistica li ha portati e li porta a sopravalutare la contingenza sacrificando ad essa la preparazione, lunga e dura, dell’assalto rivoluzionario al potere statale della borghesia; nelle delegazioni parlamentari, perché i deputati socialisti hanno trovato nell’ambiente supercorrotto della democrazia rappresentativa tutte le condizioni per mettervi radici, quando avrebbero dovuto andare nei parlamenti per distruggerli.

Il sindacalismo rivoluzionario sorge come reazione alla spregevole prassi riformista dei capi operai, ma il risultato fu di ingannare ancora una volta la classe con l’indicazione dell’utilizzo di falsi strumenti e di false forme di lotta rivoluzionaria. Nulla cambiò, e il riformismo continuò a celebrare le sue orge di oscena collusione col potere statale del nemico di classe, col padronato.

I Consigli di fabbrica ebbero con l’occupazione delle fabbriche nell’autunno del 1920 la loro giornata di gloria, nella quale gestirono finalmente alcune aziende occupate dai rispettivi lavoratori. Quella stessa giornata fu il loro canto del cigno.

– I Consigli in Germania

La Germania annoverava non solo il più forte partito socialista, il Partito Socialista Democratico Tedesco (SPD), ma anche la più forte centrale sindacale nazionale. Vi avevano sede le federazioni sindacali internazionali più forti, l’edile, la metallurgica, ecc. La Centrale sindacale tedesca, come il SPD, aderirono alla “unione sacra” appoggiando la guerra imperialistica col pretesto che si dovevano salvare e difendere le “conquiste” straordinarie che il proletariato aveva raggiunto nel Reich.

Varando la legge sul servizio ausiliario il 31 dicembre 1917 vennero istituite per legge anche le Commissioni Interne permanenti o Consigli di fabbrica, eleggibili a suffragio universale e segreto, e sovvenzionate dalle direzioni aziendali anche per le ore di lavoro perdute dai Commissari di fabbrica.

Nel novembre del 1918 i sindacati strinsero un patto di “unione del lavoro” col padronato per la ricostruzione nazionale, anticipando le ignominie perpetrate nel secondo dopoguerra dal sindacalismo “moderno”.

Nell’aprile del 1919, sotto la spinta dello sciopero generale, il governo di Berlino accettò di introdurre i Consigli operai nella costituzione, e nell’aprile stesso presentò un progetto in cui, tra l’altro, si dice: «Ai Consigli di operai e di amministrazione possono essere concesse facoltà di controllo e di amministrazione nei campi loro assegnati». Nello stesso mese, il Congresso dei Consigli accettava a maggioranza un programma di indole corporativa in cui si prevedeva «la costituzione di una Camera del Lavoro per la quale saranno autorizzati a votare tutti i tedeschi che posseggono il diritto di elettorato». È la “Costituente del Lavoro”, caldeggiata dai socialisti italiani, ben vista dagli immediatisti e dai fascisti, i quali, infine, la realizzeranno con la Camera delle Corporazioni fasciste.

Inoltre il programma delibera: «Ogni mestiere elegge un consiglio di produzione al quale le varie categorie mandano i loro consiglieri. La agricoltura e le professioni libere eleggono adeguate rappresentanze». Il progetto prevede, inoltre, l’istituzione di due Camere, la Camera Generale del Popolo e la Camera del Lavoro, spettando alla prime il diritto di legiferare sul piano politico e culturale, e alla seconda su quello amministrativo. Si richiedono i Consigli di Produzione, in cui gli operai sono rappresentati dai loro Consigli, e le Unioni del lavoro, organi «di intesa tra leghe d’imprenditori e sindacati», per mantenere l’equilibrio nelle questioni di lavoro e di categoria. Il programma ne precisa così le finalità: «I Consigli di produzione sono i rappresentanti della produzione sostenuta in comune da operai e da imprenditori. Gli operai vi sono rappresentati dai loro Consigli. Il Consiglio di produzione è il fondamento della socializzazione».

Il fascismo troverà così forme e strumenti già confezionati per il suo successo, preparati a puntino proprio dall’opportunismo socialdemocratico, ovviamente pacifista, antifascista e controrivoluzionario.

La sostanza del progetto fu recepita nella legge del 4 febbraio 1920, nella quale erano canonizzati i compiti principali dei consigli di fabbrica, tra cui «a) la collaborazione con la direzione dell’impresa per promuovere l’efficienza produttiva e l’introduzione di nuovi metodi di lavoro; b) promuovere e mantenere la pace industriale, promuovendo il pronto intervento degli uffici di conciliazione o con altri mezzi atti a dirimere pacificamente le controversie che si verificassero», e tutta una serie di meccanismi legali, atti a scongiurare la rottura dell’equilibrio sociale.

D’altro canto, l’assemblea dei Consigli di Berlino il 26 giugno 1919, con la maggioranza di comunisti e indipendenti di sinistra, approva un programma in cui le funzioni politiche dei consigli trovano bensì un certo spazio, ma si avverte la grave deficienza di considerare la conquista del potere politico non come un processo diretto dal Partito politico della classe operaia, ma come volontà espressa democraticamente dal popolo lavoratore. Risaltano, cioè, le debolezze politiche degli spartachisti e le incertezze innate dei centristi, le stesse che impedirono in Germania la costituzione in tempo, rispetto agli eventi, di un omogeneo Partito Comunista. Tuttavia non si nota in questo programma dei Consigli nessuna tendenza né corporativa né pacifista, contrapponendosi in questo in maniera netta e di classe sia al progetto governativo sia a quello sindacale, cioè socialdemocratico.

Il governo socialdemocratico, che oggi definiremmo di “sinistra”, trasformava in organi di Stato quei Consigli che negli intendimenti degli ingenui avrebbero dovuto costituire il “governo industriale operaio”, il “potere” proletario sui mezzi di produzione. Le “profezie” della Sinistra Comunista si avveravano puntualmente. Lo Stato capitalista si impossesserà anche dei sindacati. Senza la direzione del partito politico proletario, il partito comunista, tutti gli organismi di classe perdono prima ogni reale capacità di lotta rivoluzionaria, poi vengono meno persino alla lotta di classe e infine vengono utilizzati dalle classi ricche.

A cinquant’anni di distanza, mentre il capitalismo si accinge a ripetere questo tentativo, usando gherminelle varie in combutta con le direzioni sindacali e con i partiti socialdemocratici di oggi, cioè gli ex partiti comunisti e socialisti, il proletariato sembra non aver capita la lezione e naviga in balìa della controrivoluzione più spietata.