Internacionālā Komunistiskā Partija

Il Soviet 1920/28

Per i nostri compagni d’Ungheria

  Salvate dalla morte e dal freddo undicimila compagni!

  Compagni! L’inverno è alle porte. E tuttavia migliaia di compagni giovani e vecchi soffrono e agonizzano nelle carceri e nei campi di concentramento d’Ungheria! Anzi, il numero di essi è ancora aumentato per gli arresti in massa delle ultime settimane!

   Tutto il mondo sa a quali orribili tormenti siano soggette le vittime del terrore bianco nell’Ungheria di Horthy. La situazione dei prigionieri è così spaventosa, che perfino l’Internazionale dei sindacati, che certamente non ha fama d’esser comunista o bolscevica, si vide costretta a un’azione. Disgraziatamente la nostra previsione, che il boicottaggio da solo non sarebbe stato sufficiente a strappare le vittime dalle mani dei carnefici della Guardia bianca, si è dimostrata anche troppo vera. Nessuno parla ormai più di boicottaggio, ma migliaia di lavoratori e di lavoratrici continuano a languire nelle carceri e negli ergastoli ungheresi, continuano ad esser percossi, maltrattati, tormentati e straziati a morte!

   L’inizio dell’inverno acuisce insopportabilmente le sofferenze dei superstiti!

   Ad essi manca sufficiente nutrimento, ma soprattutto biancheria ed abiti caldi! Nelle sottili baracche dei campi di concentramento e dietro i muri dei reclusori e delle fortezze questi uomini, coperti solo di cenci, vanno incontro a terribili martirii.

   Compagni! Noi sappiamo quanto spesso negli ultimi mesi si fece appello alla vostra solidarietà, e quanto spesso voi, lavoratori tedeschi, avete fatto sacrifizio del vostro misero salario per le vittime dei tribunali statari di Berlino, di Monaco e della Ruhr, e come voi, compagni italiani, norvegesi, svedesi, danesi e svizzeri, avete raccolto fondi per i figli di Germania, di Russia, d’Austria.

   E tuttavia noi dobbiamo richiamar l’attenzione vostra sui più poveri tra i poveri, sui più miseri tra i tormentati, e far appello per essi alla vostra solidarietà. Le sofferenze son troppo grandi, la miseria troppo orribile, perché noi possiamo tacere! Noi dobbiamo parlare, vi dobbiamo invocare! E noi sappiamo che, nonostante tutti i sacrifizi da voi già fatti, non vi avremo invocato invano. Se noi oggi non possiamo liberare le vittime, almeno facciamo di tutto per alleviare la loro situazione!

   Ma si deve agir presto, se si vuole che l’aiuto abbia ancora efficacia pratica! Noi raccomandiamo a tutte le organizzazioni giovanili comuniste e rivoluzionarie, in unione coi sindacati e con le organizzazioni femminili del loro paese di costituire subito dei Comitati i quali in tutte le città e i villaggi inizino immediatamente una

REGOLARE RACCOLTA DI ABITI, CAPI DI BIANCHERIA E DENARO PER ACQUISTARNE.

   Nella stampa di partito, dei sindacati, delle organizzazioni femminili e giovanili si deve svolgere la più intensa propaganda d’azione. Dove sia necessario e possibile, si deve in pubblici comizi richiamare l’attenzione dei larghi strati operai sulle orribili sofferenze dei compagni ungheresi. Non si deve trascurare alcun mezzo per dare impulso ampio e fortunato all’azione di soccorso in pro dei compagni ungheresi.

   Appena costituiti i Comitati di soccorso e iniziata l’azione, se ne deve dar notizia al sottoscritto Comitato, che curerà e vigilerà l’ulteriore inoltro di doni e la loro sollecita distribuzione.

Il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Giovanile Comunista

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Il Soviet raccomanda vivamente a tutti i compagni, a tutti gli operai d’Italia, quest’opera doverosa di solidarietà proletaria. Al fronte unico della reazione capitalistica internazionale, opponiamo coi fatti il fronte unico della fratellanza internazionale tra i lavoratori! Non dimentichiamo che i compagni ungheresi soffrono il più feroce martirio per aver tra i primi osato levar la bandiera dell’emancipazione proletaria.

Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.6

Ora l’affinità tra le leghe sindacali, abbraccianti quasi tutta la classe lavoratrice, e l’organismo statale, diventa ancora maggiore.

I funzionari sindacali vanno d’accordo coi funzionari statali non solo in quanto con la loro potenza reprimono la classe lavoratrice a vantaggio della borghesia, ma anche perché la loro «politica» sempre più tende a ingannar le masse con mezzi demagogici e a guadagnarle per il loro accordo coi capitalisti. E anche il metodo cambia con le circostanze: rozzo e brutale in Germania, dove i capi delle organizzazioni con la forza e con l’inganno impongono ai lavoratori il lavoro a cottimo e il prolungamento dell’orario di lavoro, raffinamente astuto in Inghilterra, dove questa burocrazia sindacale – al pari del governo – si dà l’apparenza di lasciarsi condurre contro voglia dai lavoratori, mentre in realtà sabota le loro rivendicazioni.

Pertanto deve valutare anche per le organizzazioni sindacali, ciò che Marx e Lenin hanno rilevato per lo Stato: che cioè, nonostante la formale democrazia, la sua organizzazione rende impossibile di farne uno strumento della rivoluzione.

La potenza controrivoluzionaria dei sindacati non può esser distrutta e indebolita da un mutamento di persone, dalla sostituzione di dirigenti radicali o «rivoluzionari» agli antichi capi reazioni. È proprio la forma dell’organizzazione quella che rende le masse press’a poco impotenti, e impedisce loro di fare dei sindacati gli organi della loro volontà.

La rivoluzione può vincere soltanto distruggendo questa organizzazione, cioè trasformando così radicalmente la forma dell’organizzazione, da farla diventare, qualche cosa di assolutamente diverso. Il sistema dei Soviety, l’instaurazione di essi è in grado di sradicare ed eliminare non solo la burocrazia statale, ma anche quella sindacale; essa non soltanto formerà i nuovi organi politici del proletariato in opposizione al Parlamento, ma anche le basi dei nuovi sindacati. Nelle lotte di partiti in Germania si è spesso fatta dell’ironia sull’affermazione che una data forma organizzativa possa essere rivoluzionaria, mentre ciò dipenderebbe solo dai sentimenti rivoluzionari degli uomini, degli organizzati. Ma se il contenuto fondamentale della rivoluzione consiste nel fatto, che le masse stesse prendono nelle loro mani i proprii affari, la direzione della società e della produzione, allora è controrivoluzionaria e danno ogni forma d’organizzazione, che non permetta alle masse di dominare e governare da sé; quindi essa deve essere sostituita con un’altra forma che è rivoluzionaria in quanto essa permette ai lavoratori di decidere attivamente da se stessi su tutto.

Ciò non deve significare, che data una classe operaia ancora passiva si debba anzitutto creare e perfezionare questa nuova forma, nella quale posteriormente possa attivarsi lo spirito rivoluzionario degli operai. Questa nuova forma organizzativa può essa stessa esser creata solo nel corso del processo rivoluzionario dai lavoratori che cominciano a essere in rivoluzione. Ma il riconoscimento del significato dell’attuale forma organizzativa determina l’attitudine che Comunisti devono assumere di fronte ai tentativi che già si verificano d’indebolire o sopprimere tale forma.

Nel movimento sindacalista, e ancora più nel movimento dei sindacati «industriali» (I.W.W.), trapela già la tendenza a mantenere il più possibilmente ristretto l’apparato burocratico e a ricercar tutte le forze nell’attività delle masse.

Perciò i comunisti per lo più si sono pronunziati in favore di queste organizzazioni contro le leghe centrali. Ma finché il capitalismo resta prevalente, tali nuove formazioni non possono acquistare grande ampiezza – l’importanza dell’organizzazione americana I.W.W. deriva dalla circostanza speciale dell’esistenza di un numeroso proletariato non istruito e non inquadrato nelle antiche leghe. Al sistema soviettista è molto più affine il movimento degli Shop-Committees e Shop-Stewards in Inghilterra, che sono organi della massa in contrapposizione alla burocrazia, sorti nella prassi della lotta. Anche più espressamente modellata sull’idea soviettista, ma deboli per il ristagno della rivoluzione, sono le Unioni in Germania. Ogni nuova formazione di tal genere, che indebolisce le leghe centralizzate e la loro interna compattezza, toglie di mezzo un impedimento alla rivoluzione e indebolisce la potenza controrivoluzionaria della burocrazia sindacale. Sarebbe certo un’idea attraente quella di trattenere queste forze di opposizione rivoluzionaria dentro i quadri delle antiche organizzazioni, con la speranza che esse infine possano conquistar la maggioranza e, quindi impadronirsi delle organizzazioni e trasformarle. Ma in primo luogo questa è un’illusione, allo stesso modo come sarebbe illusorio il pensiero affine di conquistare il partito socialdemocratico – giacché la burocrazia conosce già l’arte di circuire una opposizione, prima che questa diventi pericolosa; in secondo luogo una rivoluzione non procede mai secondo un programma liscio e piano, ma vi hanno sempre parte importante, come forza propulsiva, gli scoppi elementari di gruppi passionalmente attivi. Orbene, se i Comunisti, per considerazioni opportunistiche di apparenti successi, si opponessero a tali sforzi a vantaggio delle leghe centrali, essi rafforzerebbero gli ostacoli che più tardi di frapporrebbero loro con maggiore energia.

La creazione di propri organi di potere e di azione, di Soviety, per opera dei lavoratori , implica già il dislocamento e la dissoluzione dello Stato. Il sindacato essendo un’organizzazione molto più giovane, moderna, spontaneamente generata, si manterrà molto più a lungo, giacché essa ha radici in una frescia tradizione di rapporti autonomamente creati e svolti, e quindi conserva ancora un posto nell’ideologia del proletariato, anche dopocchè questo ha già superato le illusioni democratico-statali. Ma siccome i sindacati son provenuti dallo stesso proletariato come prodotto della sua forza creatrice, così si avranno in questo campo per lo più nuove formazioni come tentativi di adattare ogni volta i sindacati stessi ai nuovi rapporti; in questo campo, seguendo il processo della rivoluzione, sul modello del Soviety si creeranno nuove forme di lotta e di organizzazione in continua trasformazione ed evoluzione.

VI.

La concezione, secondo cui la rivoluzione proletaria nell’Europa occidentale è paragonabile ad un regolare assedio della fortezza capitalista, che il proletariato, raccolto dal partito comunista in un bene organizzato esercito, assale coi suoi esperimentati metodi in ripetuti attacchi, finché il nemico si arrende, mentre esso contemporaneamente conquista a passo a passo il controllo sull’industria, p una concezione neo riformista, che certamente non risponde alle condizioni di lotta dei paesi di antico capitalismo. Ivi possono verificarsi rivoluzioni e conquiste del potere, che vadano poi nuovamente perdute, la borghesia potrà riconquistare il potere, ma con ciò rovinare ancora più disperatamente l’economia; possono apparire forme politiche intermedie, destinate soltanto a prolungare il caos con la loro insufficienza.

Il processo rivoluzionario consiste prima di tutto nella dissoluzione delle antiche condizioni, che devono esistere in ciascuna società giacché rendono possibile il processo complessivo della produzione e della convivenza, e dalla lunga prassi storica hanno ricevuto la salda forza di spontanei costumi e di norme morali (sentimento del dovere, diligenza, di disciplina).

La rovina di tali condizioni è un fenomeno concomitante della dissoluzione del capitalismo, mentre nello stesso tempo non sono ancora abbastanza forti i nuovi vincoli, che son propri della nuova organizzazione comunista del lavoro, dei quali osserviamo la formazione in Russia. Quindi è inevitabile un periodo transitorio di caos sociale e politico. Laddove il proletariato conquista rapidamente il potere e sa conservarlo fortemente in sua mano, come in Russia, questo periodo di transizione può esser breve, e può porvisi fine rapidamente col lavoro positivo di ricostruzione. Ma nell’Europa occidentale il processo di distruzione sarà molto più lento. In Germania vediamo la classe lavoratrice scissa in gruppi, nei quali quest’evoluzione è avvenuta con diversa ampiezza, e quindi non possono ancor pervenire ad unità attiva. I sintomi dell’ultimo movimento rivoluzionario mostrano che l’intiero Stato tedesco, – e in generale tutta l’Europa centrale, si dissolve, che le masse popolari si scindono per categorie e per regioni, ciascuna delle quali immediatamente agisce di propria iniziativa qui riuscendo ad armarsi e a trarre a sé più o meno il potere politico, là paralizzando con gli scioperi il potere borghese, in un luogo chiudendosi in una repubblica contadinesca, altrove diventando punto d’appoggio di Guardie bianche o abbattendo con elementari rivolte agrarie i resti del feudalismo. È evidente che anzi tutto deve esser completa la distruzione delle forze dell’antico mondo, prima che possa parlarsi di una effettiva edificazione del comunismo. Pertanto il compito del partito comunista non è quello di insegnar dalla cattedra questo rivolgimento, o di fare vanti tentativi per serrarlo nella camicia di forza di forme tradizionali, ma quello di appoggiare dappertutto le forze del movimento proletario, conglobando le azioni spontanee, dando loro la coscienza del nesso entro l’ampio quadro della rivoluzione, per preparare con ciò l’unificazione delle azioni isolate e porsi così alla testa di tutto il movimento.