Internacionālā Komunistiskā Partija

Il Soviet 1920/6

L'appello dei Russi e l'equivoco italiano

Ben a ragione commentando in uno dei numeri precedenti la lettera di Lenin dicevamo che i compagni russi conoscono poco del movimento socialista italiano e danno di questo movimento una valutazione diversa dalla realtà.

Nell’Avanti! del 7 febbraio è stato pubblicato un appello dei compagni russi al segretario del partito socialista italiano a firma di W. Degot e di Elena Sokolovskaja, membro l’uno e segretaria l’altra della sezione estera della III Internazionale.

In questo appello si saluta il partito socialista per la splendida vittoria elettorale ottenuta con la parola d’ordine di lotta contro il parlamentarismo e per il potere dei soviet.

Per quelli che, come noi, han dovuto seguire parso per passo il modo con cui questa splendida vittoria è stata preparata e con cui viene ora sfruttata, le parole dei compagni russi, espresse nella più evidente buona fede, non possono non suonare una amara ironia.

Malgrado questo vivo compiacimento, i compagni russi si ritengono in dovere di dare dei consigli al proletariato di Occidente e in particolar modo a quello italiano sulla azione da svolgere.

Di questi consigli ci piace riportare quello segnato col n. 4, che suona così: “respingere recisamente le illusioni del riformismo e del parlamentarismo, giacché trascinare il proletariato su questa via sarebbe fare i lacché della borghesia. Condurre una lotta attiva contro le correnti opportunistiche e riformistiche socialpatriote, e romperla con quegli elementi che possono diventare un peso inutile ed anche nemici nella lotta rivoluzionaria”.

Si consiglia ancora al partito socialista italiano, avendo fatto il primo passo di aderire alla III Internazionale, di fare il secondo: dichiararsi cioè apertamente partito comunista e dividersi risolutamente da quei partiti socialisti che recano offesa alla bandiera del socialismo con la loro attitudine di tradimento verso la Russia soviettista.

In una breve nota di commento l’Avanti! dichiara di essere completamente d’accordo coi compagni russi.

È presto detto: siamo completamente d’accordo; basta avere la improntitudine di fare una simile affermazione.

D’accordo nel respingere le illusioni del riformismo, le illusioni del parlamentarismo, d’accordo nel combattere attivamente gli opportunisti e i nemici della lotta rivoluzionaria, d’accordo nel dividersi dai socialisti che recano offesa alla bandiera del socialismo? Si può impunemente scrivere di essere d’accordo con tale indirizzo, da parte di coloro che nulla hanno fatto per eliminare dal seno del partito tanta impurità che lo ingombra, anzi hanno fatto di tutto per conservarla a solo scopo di manovre elettorali?

L’unico punto di dissenso di lievissima importanza è quello del cambiamento del nome?!

I russi chiedono che il partito si chiami comunista, e l’Avanti! si oppone al cambiamento del nome in omaggio alla bella tradizione. Pare di risentire Serrati invocare in pieno congresso contro di noi, piccola quanto tenace minoranza che si ostinava nel richiedere il cambiamento del nome da socialista a comunista, il passato glorioso del partito socialista riscuotendo con questa battuta opportunistica il plauso dell’intiero congresso.

Glorioso come lo furono tutti i partiti socialisti, i quali sulla falsariga tedesca si incanalarono nella socialdemocrazia abbandonando le pure direttive marxistiche?

Ma noi che fummo allora contro il compagno Serrati, oggi diamo a lui pienamente ragione. In Italia il partito non deve cambiare il nome, per impedire che esso compia non il secondo passo voluto dai compagni russi ma la seconda turlupinatura, dopo la prima dell’adesione alla III Internazionale votata per acclamazione ma voluta soltanto da pochi in perfetta coscienza ed in perfetta buona fede. A questo amalgama che non può dar luogo ad equivoci, perché è per se stesso un equivoco, quale è ora il partito, varrebbe proprio la pena di cambiare l’etichetta? Se il compagno Serrati avesse sostenuta l’utilità del cambiamento del nome, il nome si sarebbe cambiato ed il cambiamento avrebbe riscosso lo stesso il plauso di tutti, così come riscosse il plauso universale l’adesione alla III Internazionale. In quel giorno tutti erano disposti a divenire massimalisti e comunisti, ad accettare qualsiasi più ardita denominazione pur di rimanere insieme a fare insieme la lotta elettorale. La sostanza del partito non sarebbe mutata. Fu quindi bene che la proposta del cambiamento del nome sostenuta dalla nostra frazione cadesse; fu così impedito che la bandiera del comunismo precipitasse nel pantano elettorale.

In Italia il partito comunista deve nascere ed è necessario che nasca. Esso deve raccogliere tutti coloro che hanno sorpassato ormai tutti gli opportunismi, che non hanno le preoccupazioni della bella tradizione, e che non si trincerano, nel momento di prendere una direttiva, dietro la comoda formula del rinvio, almeno per ora.

Con ciò non si esclude e non ci si impegna.

Il metodo è ottimo per tenersi in equilibrio, ma non per prendere iniziative forti ed ardite.

Il partito comunista deve raccogliere tutti coloro che accettano integralmente il programma della III Internazionale, che hanno rotto tutti i ponti con la socialdemocrazia e vogliono compiere decisamente proficua opera rivoluzionaria.

La dittatura proletaria

Nella Battaglia socialista del 24 gennaio il compagno Carlo in un chiaro e preciso articolo dal titolo: Dal comunismo di Marx al comunismo di Lenin dice molte sennate e importanti cose, che i comunisti tutti dovrebbero conoscere e meditare.

Ci consenta l’egregio compagno, il quale col nostro più vivo compiacimento scrive da comunista di comunismo, e si rivolge ai comunisti militanti non ai socialisti, che noi dissentiamo da lui circa l’affermazione che egli fa sulla dottrina di Marx, potente ma ristretta ed assai poco esplicita, che si è chiaramente sviluppata e definitivamente concretata con la costruzione dei Soviet.

Non è certo per assumere le difese di Marx che noi scriviamo – non sarebbe il caso – ma solo per stabilire secondo il nostro modo di vedere in quale rapporto sia la teoria di Marx con la grandiosa costituzione dello stato proletario secondo la geniale concezione di Lenin.

Se Marx è stato il grande teorico del Comunismo, Lenin ne è il grande realizzatore; l’uno è lo scopritore del principio scientifico, l’altro colui che genialmente trae da esso le pratiche applicazioni.

Ciò che in Marx è una breve formula diventa nella complessa azione di Lenin uno svolgersi ampio e particolareggiato di fatti positivi.

La genialità di Lenin rifulge nell’aver rilevato l’importanza suprema nella costruzione politica marxista della ristretta formula, quanto meravigliosamente precisa, della dittatura del proletariato, ed avere ad essa dato corpo, anima e sostanza, facendola divenire una realtà concreta ed operante.

Nella breve formula era detto tutto; nel periodo in cui il proletariato, impossessatosi del potere politico, procederà alla eliminazione della proprietà capitalistica ed alla sostituzione con quella comunista, esso eserciterà il potere in forma dittatoriale, ossia da solo, con unità di organizzazione, escludendo le altre classi, e con una energica forza di coazione. Mancavano, -    a parte il fatto che il concetto della dittatura proletaria è sviluppato nello stesso Manifesto dei Comunisti, negli studi di Marx sulla Comune di Parigi, e in altri passi ancora di Marx e di Engels, citati largamente da Lenin medesimo, – le modalità pratiche, ma la formula marxistica non poteva essere più precisa e più chiara.

Di fatto essa non è se non una assai più vera e più vasta democrazia delle attuali democrazie borghesi, perché in confronto alla piccola minoranza (la borghesia) che esercita attualmente il potere sarà una grandissima maggioranza quella che eserciterà il potere politico e perciò avrà meno bisogno di quella del costante uso della coazione.

Ma fu bene che così sia nata la formula e così deve essere conservata, perché il proletariato, che ritrae la sua immensa forza morale dall’essere la grande maggioranza, può e deve affermare recisamente il suo volere. Esso non ha bisogno dei camouflages democratici ipocriti e fraudolenti, di cui si ammanta la borghesia avida per nascondere agli occhi del proletariato incosciente la sua quotidiana opera di sfruttamento.

La socialdemocrazia, la cui costante azione è stata un continuo abbandono del sano indirizzo marxistico, malgrado, con la più impudente irriverenza, continuasse a bruciare incensi al Maestro, aveva su questa formula della dittatura del proletariato gettato il velo dell’oblio.

Nell’ora in cui il proletariato russo sorgeva in piedi a spezzare le catene del secolare servaggio, il formulario equivoco e ingannatore della socialdemocrazia si dissolveva, di fronte alla granitica realizzazione della dittatura proletaria, che con la esclusione dal potere politico dei rappresentanti della borghesia fino a che questa classe non sia soppressa economicamente, si concretava nella costituzione dei Soviet degli operai e contadini.

Provvisoria la dittatura, sicuro, ma come sono provvisorie tutte le cose umane.

È un provvisorio che corrisponde a tutto un periodo storico, durante il quale più o meno successivamente tutti i proletari delle singole nazioni insorgeranno vittoriosamente per la loro liberazione, e procederanno alla eliminazione della borghesia.

La rivoluzione proletaria è essenzialmente internazionale. I compagni russi l’hanno soltanto gloriosamente iniziata e con la loro vittoria hanno aperto il periodo storico della dittatura del proletariato. Questo periodo, aperto internazionalmente, non potrà chiudersi che internazionalmente, ossia quando ovunque sia scomparsa definitivamente la borghesia per la soppressione della proprietà capitalistica e la sostituzione di quella comune.

Tale sostituzione, è evidente, non potrà verificarsi contemporaneamente nei vari aggruppamenti statali borghesi attuali, né nelle varie parti di essi, in quanto è in stretto rapporto col precedente sviluppo in essi della proprietà capitalistica.

Questa unità del periodo storico, che sarà contrassegnato dall’esercizio della dittatura del proletariato, sarà più evidente quando, in virtù delle successive insurrezioni liberatrici da parte del proletariato, il quale agisce sempre internazionalmente come parte del proletariato mondiale anche quando, come avviene oggi, agisce negli stretti confini delle singole nazioni borghesi, l’Internazionale proletaria oggi esistente solo in potenza sarà una realtà storica.