Internacionālā Komunistiskā Partija

Il Partito Comunista 1

Su una società putrefatta si innalza poderosa la conferma delle previsioni del comunismo rivoluzionario: crisi economica e sociale del capitalismo

I nodi stanno venendo al pettine. La crisi temuta da tutti e da tutti ritenuta ormai impossibile, per la fase «neocapitalistica» del regime, in cui contraddicendo alle leggi sue proprie, scopertegli dal marxismo rivoluzionario, avrebbe trovato l’elisir di lunga vita – è alle porte. Solo che ogni paese ritiene che sia una crisi limitata, interna, non del sistema. Quindi se ne cercano le ragioni nell’incapacità, nell’inefficienza dei governanti, nella direzione politica. Ma l’inefficienza della «direzione» è un riflesso della flaccidità del regime, come il furto e la rapina sono il riflesso della estorsione sistematica di lavoro non pagato, propria dei regimi di classe. Ma si sa che il borghese, con la sua falsa scienza, la sua tecnologia da prestigiatore, che lo pongono al di sotto, in fatto di conoscenza e consapevolezza, degli antichi sacerdoti, interroganti le viscere degli animali per scoprire i misteri della società e della natura, non può penetrare nel profondo se non a condizione di porsi dal punto di vista della sua classe nemica, il proletariato. Dove è la vantata economia del «benessere», il «progresso civile», la «democratica convivenza tra le nazioni», questo eterno fiume di latte e miele, offerto all’umanità dai vincitori del secondo conflitto mondiale sui regimi totalitari fascisti? Non se ne parla che come di un bene perduto, che va riconquistato, con «sacrificio» e «rinunzie» magari pensando ad un terzo scontro tra i mostri statali.

Sta scritto nei talmudici testi del marxismo rivoluzionario, riflessi scientifici della Storia, che il capitalismo dovrà crollare dopo una agonia profonda. L’agonia è in atto il suo decorso iniziò il giorno in cui il regime del capitale prese a vivere.

Come nel 1929

Da quel giorno è vissuto tra una crisi agonica e l’altra. Per ampiezza e consistenza l’ultima è stata quella dell’autunno 1929, detta del «venerdì nero» spettro che gettò nell’incubo le classi possidenti che, memori della «grande paura» si affannano a volgerla a loro favore.

Ma le misure che vengono prospettate mirano soltanto a salvaguardare gli interessi generali del sistema capitalistico, impedendo soprattutto che il tormentato equilibrio sociale sinora tenuto in piedi si spezzi e le classi riprendano la loro «libertà» d’azione, sotto la spinta dello scontro sfrenato delle forze economiche, «liberate» dalla anarchia della produzione capitalistica, che trova nella crisi la sua massima espressione.

E’ proprio perché il capitalismo è una bestia mostruosa, impossibile ad addomesticare, che le caratteristiche che precedono la crisi prossima assomigliano a quella classica del 1929, e portano le stigmate del caos: inflazione galoppante, cioè andamento dei prezzi svincolato da ogni «logica del sistema» produzione in aumento, costo del denaro in ascesa (aumento del tasso d’interesse), caos monetario, ondate speculative in borsa, nei cambi, sui terreni, in breve una velocità folle della macchina produttiva «piano inclinato». Se esiste una diversità, da allora, questa è data da un intreccio internazionale più aggrovigliato, che rende ancor più interdipendenti le sorti delle singole economie nazionali. E’ significativo il fatto che uno degli aspetti della speculazione internazionale sia quello sull’aggiottaggio, cioè della speculazione sulle monete, in cui il borghese da una prova del suo amor patrio, disposto com’è a far ribassare il valore della moneta del suo paese per potervi poi lucrare. E questo è un chiaro sintomo che la crisi avanzante coinvolgerà in maniera diretta e contemporanea tutti i paesi industrializzati del mondo. Nessuno sarà escluso.

Politicanti e economisti, quindi, non riescono a vedere che i fenomeni di superficie, come l’inflazione o la deflazione, e a formulare ricette condite in mille salse, che si riducono in definitiva ad una sola: produrre di più, consumare di meno. Formula di sempre, quanto mai contradittoria e priva di significato, perché una delle ragioni di fondo della crisi sta proprio nel fatto che si è prodotto «relativamente» troppo. Ed infatti crisi vuol dire produrre per un certo periodo «relativamente» meno. La crisi cesserà quando la relativa saturazione delle merci avrà raggiunto un livello sopportabile. Nel 1933 la produzione era piombata al 25% del 1929, e lentamente riprese a salire, per poi ricadere nella successiva crisi del 1938, quando la produzione non aveva raggiunto ancora i vertici del 1929. Tutti sanno che la guerra imperiale pose fine alla crisi, durante la quale il livello delle forze produttive non andò distrutto in maniera tale da assicurare un nuovo lungo periodo di «prosperità». Solo la guerra assicurò il «benessere» successivo.

Totalitarismo statale

Salvare il sistema capitalistico, come conservare le condizioni per la riproduzione della specie capitalista: è questo l’imperativo categorico per il regime capitalistico, quale che sia la sua forma politica. La crisi economica di per sé non distrugge queste condizioni, ma ne crea le premesse. Perciò il capitalismo si ingegna a rafforzare il vero dispositivo di difesa del suo regime, cioé la macchina statale. Lo Stato è il bastione, la risorsa suprema. Se cade lo Stato, cade tutto. Quindi per il capitalismo la parola d’ordine è: pieni poteri in ogni campo allo Stato politico centrale. Sottomissione e inquadramento di tutto e di tutti alla macchina repressiva dello Stato: è la bandiera del fascismo. Ma è anche la bandiera dei riformatori del regime, la formula dei falsi partiti operai e dei sindacati tricolori. Perché solo potenziando l’arma politica per eccellenza, lo Stato, è possibile evitare, almeno temporaneamente, che la crisi economica si trasformi in crisi generale del sistema e quindi in crisi rivoluzionaria. Questa risorsa, però, non può impedire che, se da un lato si rafforza la strapotenza dello Stato, dall’altro la crisi economica ne mina le sue basi, rovinando nel proletariato strati crescenti di mezze classi di aristocrazie lavoratrici, che già da ora sono sotto il torchio degli inasprimenti fiscali, della riduzione dei redditi e dei salari, della disoccupazione. Aumento così della massa dei nullatenenti, dei becchini del capitalismo.

Ma i becchini del regime, proletari, nulla possono sinché sono inquadrati dalla politica forcaiola dei loro partiti ufficiali e dei sindacati, sempre più disponibili a puntellare lo Stato.

Soluzione comunista

Sono essi, i sindacati e partiti rosa, tra medici più assidui al capezzale del regime capitalista, solleciti a portare ossigeno al grande moribondo, con consigli suggerimenti, medicine di ogni tipo e colore, che hanno un solo significato: tenere buona la classe operaia, con promesse, palliativi, un piatto di lenticchie, qualche scioperetto ogni tanto per scaricarne la tensione.

Il quadro sociale: classe borghese, piccola, media e alta, proprietari fondiari, da un lato; proletariato delle città e delle campagne, dall’altro. Quadro politico: tutti partiti da destra a sinistra, tutti sindacati, sotto la direzione dello Stato politico, da un lato; il programma del marxismo rivoluzionario dall’altro. Questo significa che la condizione fondamentale per il trapasso dalla crisi economica a quella sociale, politica, di regime del capitalismo, sino alla rivoluzione, è che il proletariato abbandoni partiti e sindacati al loro destino di supporters del regime attuale, e segua la bandiera del comunismo rivoluzionario. Il fronte nemico, contro l’emancipazione dei lavoratori dal regime capitalistico, va dai partiti borghesi a quelli di falsa sinistra, ai sindacati parastatali. Il proletariato non può che lottare contro questo fronte, su una linea di combattimento, che il nostro partito gli indica da sempre su cui è decisamente attestato: contro lo Stato e suoi manutengoli opportunisti, per la difesa del salario e del posto di lavoro, per la rinascita dei Sindacati Rossi.

On the Same Road as Always (1974)

The newspaper Il Partito Comunista, and the organised network of militants gathered and still gathering around it, are the result of a selection which occurred in the course of conducting “the hard work of restoring the revolutionary doctrine and party organ in contact with the working class, outside the realm of personalized politics and electoralist manoeuvrings”; a job undertaken by the Communist Left in Italy after the collapse in 1926 of the Communist International, the victim of Stalinism and the distorted theory of “Socialism in One Country”. The story of the real reconstitution of the revolutionary class party is inevitably marked by these periodic selections which, in the organisational sphere, express the clarification, definition or simply the placing on the agenda of the major questions of theory, of program, of tactics and of the party’s internal organisation and functioning, which reality itself, not men’s will, forces the party to face up to, to reassert and to formulate in an ever more precise way.

The Communist Left in Italy set out on the road to the restoration of the party after 1926, first of all by reasserting the full significance of the elements which had underpinned the victory in Russia and the formation of the 3rd International at its 2nd congress in 1920. Absolute necessity of the class political party organised on a global scale in a centralised and non federalist manner and founded on Marxist theory and doctrine, considered as invariable; necessity of violent revolution and the dictatorship of the proletariat, led in the first person by the class party; reaffirmation, against the prevailing Stalinism, of the thesis, very much alive in Lenin’s time, that the victorious proletariat in one country must subordinate its entire effort to achieving proletarian victory on a world scale, with the consequent hierarchy of the global communist party having to be: Communist International—party in power—proletarian State. In reasserting those key positions, the Left necessarily had to march against Stalinism, but separate from other positions and groups which had drawn the lesson from the collapse of the International that the centralised party and the one party dictatorial state should be opposed; “anti-Stalinist” positions and groups which in fact marked a return to the KAPDist positions which had been defeated at the 2nd Congress.

Another of the Italian Left’s fundamental positions was that the series of objectively unfavourable events which marked the course of the proletarian revolution between 1917 and 1926 wasn’t the only cause of the degeneration of the International. There had also been a number of subjective weaknesses, which may be summed up as: a set of lacunae in the process of the formation of the International and of the parties belonging to it, a process which the requirements of the immediate battle had rendered imperfect; a lack of elaboration and order in the field of tactics, compared to the Bolsheviks’ magisterial effort in restoring the theory and the program; an incorrect organisational practice from the 4th Congress onwards, denounced by us as dangerous and the harbinger of organisational disintegration (mergers, infiltration, sympathiser parties, etc), and finally; an incorrect method of running the party and organising its work, which had started to gain ground around the time of the resolution of the German problem in 1923 and came to prevail in the International under the aberrant term, “Bolshevisation”. The Left drew the lessons of this historic tragedy by drawing up a critical balance sheet of the whole of the International’s work from 1920 to 1926; a balance sheet, incidentally, already contained in our Lyons Theses at the 3rd Congress of the Italian Communist Party in 1926.

This approach to the question necessarily provoked another parting of the historical ways, between our current and Trotsky and the Russia opposition’s which rejected our balance sheet for material reasons and certainly not through any lack of will on our part. In 1945, with the passage of Russia and the Stalinized parties to the counter-revolutionary camp a fait accompli, also in the physical sense, the reconstitution of the revolutionary communist party, on the abovementioned basis, was back on the agenda. By this time the road we had taken, and the road taken by the Trotskyist ‘International’, and by those who had relapsed into spontaneism, had diverged in all respects and there was now no going back. It wasn’t therefore possible to use the generic anti-Stalinism of the various regroupings as the basis for the new organisation. What was put forward instead, in the 1945 Political Platform, was the historical experience of the Italian Left and on this road, equipped with a fortnightly newspaper Battaglia Comunista, and its review, Prometeo, the “hard work” would begin.

The post Second World War period forced the party to confront a number of specific problems regarding tactics and its general perspective. The crucial point in this mammoth task, conducted between 1945 and 1952, was the drafting of the party’s Characteristic Theses in 1952 which constituted the basis for joining the party itself. Those who didn’t accept the Characteristic Theses en bloc found themselves automatically outside of the organisation. No-one had to expel them. Since they didn’t agree with the conclusions which the party had drawn in its various spheres of activity they left of their own accord. They could, in the words of our 1965 Theses, take any of the other paths which diverge from ours. They took one and are following it still, and at what distance from the party is none of our concern.

Although, as far as the revolutionary crisis was concerned, the situation in 1964 was amorphous and completely dead, the very fact of the growth and consolidation of the party organisation around the fortnightly publication Il Programma Comunista, which was on an international scale, placed back on the party agenda the need to deal with problems which were related to its perennial tasks and the way the organisation functioned internally. Once again it would be circumstances rather this or that person’s will which would bring certain problems to the fore, which although already covered in a hundred and one  enunciations dating back to 1920 now had to be settled once and for all, namely: the organisational problems faced by the reconstituted party, with its now much reduced network. This necessity we tackled in our usual way, taking into account not the opinions of individuals or groups but looking instead to the past, and to the future, for answers to today’s and tomorrow’s problems. Between 1964 and 1966 we undertook an assessment of the organisational experiences of the world communist party between 1848 and 1926, and aligned it with the Marxist method by reinstating the various factors which define the essence of the communist party: theory, program, tactics and organisation. Out of these experiences objective and definitive conclusions were drawn which were summarized in the 1964-66 Theses, which again you either have to accept or reject en bloc because they represent not the results of somebody’s questionable deliberations, whether of a leader or a rank-and-file member, but derive from the whole of the Left’s way of thinking over a span of fifty years.

With this new milestone on the road to the reconstitution of the party now set in place, the organisational repercussions of this act were in a certain sense secondary and didn’t really matter. Some, maybe quite a few, left. They as well were free to go down any road they chose. No action was taken either to push them out, or draw them back in. Our paths diverged and diverge still, and the divergence is summed up in a monolithic block of theses and statements that typify the Left.

In the 1964-66 Theses, in which the history of the party is sketched out and summarized, a description of the party’s organic dynamic is summed up in the following terms:

“The screening of party members in the organic centralist scheme is carried out in a way we have always declared to be contrary to the Moscow centrists. The party continues to hone and refine the distinctive features of its doctrine, of its action and tactics with a unique methodology that transcends spatial and temporal boundaries. Clearly all those who are uncomfortable with these delineations can just leave. Not even after the seizure of power may we admit forced membership within our ranks; all terroristic pressures in the disciplinary field are therefore out of the correct meaning of organic centralism; they even copy their vocabulary from abused bourgeois constitutional forms, like the faculty of the executive power to dissolve and reassemble elective formations – all forms that for a long time we consider obsolete, not only for the proletarian party, but even for the revolutionary and temporary State of the victorious proletariat” (Theses on the Historical Duty, Action, and the Structure of the World Communist Party, 1965).

So, for Marx, Lenin and the Left, the task of honing the party’s theoretical, programmatic and tactical cardinal principles could always bring about organisational rifts and splits as a consequence. When a split occurs on this basis it is the result of divergent political positions having appeared, and it is a natural, organic and historically positive fact. But in the organic centralist scheme, that is, a correctly Marxist conception of the party’s internal dynamics, the use of organisational pressure as a way of resolving internal differences is viewed as a method which, little by little, corrupts the very nature of the party. It is a view the theses have no hesitation in sanctioning as one derived from historical experience.

Between 1970 and 1973 history has placed various problems on the party agenda. According to our classic method we needed to engage in a rational and objective search for the solution, which would prompt either unanimous agreement on the part of the entire organisation, or a clear delineation of contrary positions and consequently a spontaneous, natural and organic organisational split. But a whole series of material reasons has prevented the method we have always defended, codified back in 1965, from being put into practice. What was necessarily used was the opposite method, putting back on the agenda, inside the organisation, the practice of political struggle, of ideological terrorism, and of organisational pressure on militants who had declared themselves in absolute agreement on the bulk of the party’s fundamental positions and who totally accepted executive discipline within the organisation. The use of these methods ensured that the selection which now gave rise to the newspaper Il Partito Comunista had come about, for the first time in the party’s history, not as a voluntary departure of elements who disagreed about some fundamental position, but as the official expulsion of elements who had declared their acceptance of the entire tactical, programmatic and theoretical patrimony of the Communist Left.

The use of these methods contravenes in a practical sense the party’s theses on organic centralism; which means that it contravenes, given that these theses are not a theoretical luxury, the one method history has chosen to construct in practice the strong, compact revolutionary organisation needed by the proletariat to achieve its emancipation. It is not by such methods that the party constructed; with bloody lessons historical experience has taught as much. On the contrary, once it loses one of its main “guarantees” that it will keep on the correct path, its internal working practices—the third aspect of the resurgence of opportunism in the Moscow International denounced by the Left—the party lays itself open to deviations in the programmatic and tactical spheres as well.

Not our will, but material facts have plotted our course to this point; open defence of all of the Left’s classic and unchanging positions as the sole basis on which the organised network of the class party can be put back together and made compact and powerful. Forced to record the existence of two organisations, which we neither caused nor wanted, we have nothing to inscribe on our banner apart from our complete loyalty to and faith in the tradition of Marx, Lenin and the Communist Left, codified in the body of theses known respectively as the Rome Theses, Lyons Theses, Characteristic Theses of 1952, and the 1964-1966 Theses on Organic Centralism. And we must lay claim to the fact that it was only on those unchangeable and inviolable foundations that the International Communist Party arose and grew, and only on that basis can it survive, and become stronger.

Democrazia e fascismo si passano le consegne

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Portogallo

Il colpo di stato del 25 aprile 1974, in cui i reparti dell’esercito hanno destituito il governo portoghese in carica, è stato salutato da tutti come la fine della dittatura e l’inizio di un’era di libertà. I proletari portoghesi, che hanno in buona parte creduto a questa farsa, rimarranno ben presto delusi.

La dittatura del capitale rimane! Si tratta solo di un cambiamento di governo: dalla dittatura aperta e senza veli si passa alla dittatura mascherata dietro a una facciata di libertà. Che si tratti di un semplice cambiamento di metodo di governo voluto dalla borghesia portoghese, dagli USA con la benedizione del vaticano, lo si vede anche dalla maniera incruenta in cui è avvenuto questo passaggio di consegne. Nessuno ha mosso un dito in difesa del governo di Caetano e tutti, borghe. si, preti, militari, bottegai e, purtroppo, anche i proletari, hanno acclamato l’eroe del giorno; il generale Spinola.

Sale alla ribalta un uomo i cui meriti di «combattente antifascista» consistono nell’aver scritto un libro, «Il Portogallo e l’avvenire» in cui, prendendo atto delle difficoltà della guerra in Africa, consigliava ai suoi compari di ricorrere a una «soluzione politica» ovvero di fregare i movimenti di liberazione nazionale per mezzo delle sottili astuzie diplomatiche anziché per mezzo delle armi. Il libro gli costò – poverino – la destituzione, ma tutti i sinceri democratici gli aprirono le braccia e da allora viene annoverato tra i «perseguitati politici».

Sono gli scherzi della vita; dopo una carriera spesa al servizio dello Stato, dopo essersi distinto nelle repressioni degli avversari del regime (in Guinea Bissau, fu comandante delle forze portoghesi), questo generale vecchio stampo, con tanto di monocolo, si ritrova ad essere trasformato in fervente antifascista e paladino delle libertà democratiche.

Una atmosfera di euforia generale è seguita a questo passaggio di mano delle redini dello Stato. Gli esponenti dei falsi partiti socialisti e comunisti, rientrati dopo anni di esilio, sono stati fraternamente accolti dal «compagno» Spinola che ha dichiarato di voler condurre assieme a loro il «processo di democratizzazione» del paese.

Ma dove sono finiti i capi fascisti? Dove sono i membri della famigerata polizia politica? I più compromessi, quelli cioè che non potevano cambiare stile in ventiquattrore, dopo essere stati sottratti a fatica dal meritato linciaggio, hanno avuto la «giusta punizione» sono stati spediti in esilio in un grande albergo dell’isola di Madera.

Tenere buoni gli operai è stata la prima preoccupazione dei nuovi governanti: per questo sono stati richiamati in patria i dirigenti opportunisti specialisti in questo campo per questo sono stati inclusi nel governo. Gli appelli a non eccedere a non volere «tutto e subito» si sono moltiplicati. In occasione delle manifestazioni del I maggio, il capo P.C.P. Alvaro Cunhal ha affermato: «In questo momento sono molto felice come tutti i portoghesi per la fine del fascismo e l’inizio della libertà. La cosa più importante per il Portogallo in questo momento è l’unità».

Ma le frasi sulla libertà e sulla democrazia non hanno del tutto convinto gli operai. Stanchi di sopportare il peso della guerra, dell’aumento dei prezzi, della disoccupazione, hanno scatenato una ondata di scioperi ai quali gli esponenti della borghesia e dei partiti opportunisti hanno opposto un fronte comune nel nome dell’unità e della solidarietà nazionale. Alvaro Cunhal, sconfessando il recente sciopero delle poste, ha affermato che esso «ha messo in pericolo risultati concreti già raggiunti sul piano del miglioramento del livello di vita, ha paralizzato un settore importante dei pubblici servizi e ha mobilitato l’opinione popolare contro i lavoratori».

«L’estrema sinistra fa il gioco dell’estrema destra» ha affermato Josè Magro, esponente del PCP. nonché ministro del lavoro. Lo stesso J. Magro non ha esitato a somministrare consigli ad una delegazione di padroni: «Ricostruite al più presto una confederazione potente. Non dovrei essere io a dirvelo» (Le Monde’ 8-7-74).

La borghesia trema di fronte alla possibilità di un risveglio operaio, perciò mantiene al governo i partiti pseudo socialisti e comunisti e questi in cambio svolgono la loro consueta opera di frenatori e deviatori delle lotte operaie. Ma qualora l’azione degli opportunisti dovesse risultare insufficiente, se gli operai dovessero rispondere: – Tenetevi le vostre libertà democratiche, dateci invece migliori condizioni di vita e di lavoro! – allora diventerebbe inutile la loro presenza nel governo e la borghesia, per mezzo dell’esercito, li ricaccerebbe all’opposizione (e magari anche in galera dove si rifarebbero una verginità politica). Per poter continuare a sfruttare tranquillamente gli operai, la borghesia ha dovuto sostituire degli uomini, ma la sostanza del regime capitalistico è sempre la stessa.

Grecia

«Un altro regime fascista è caduto. La parola democrazia torna ad avere il diritto di cittadinanza nella terra che fu la sua patria».

Così l’Unità del 28-7 commenta la «caduta» dei colonnelli greci. Come è potuto avvenire tutto ciò? I colonnelli sono stati piegati dalla lotta antifascista? Sono stati rovesciati da una sollevazione popolare? No! Incredibile ma vero, si sono convinti che, dopo i recenti avvenimenti, dopo la batosta subita nella questione di Cipro, era necessario passare la mano ad un governo democratico, e così hanno fatto.

Durante la loro gestione hanno commesso degli errori; sì, hanno torturato ed ucciso qualcuno, ma alla fine si sono ravveduti e con modestia e patriottismo encomiabili si sono ritirati dietro le quinte. Da parte di qualche giornale si insinua che in questa decisione siano stati per così dire «ispirati» dal governo USA, ma, comunque sia, l’importante è che la libertà venga ristabilita. Tutta la nazione si stringe in un abbraccio fraterno. Niente vendette: i colonnelli mantengono le loro cariche: hanno promesso che non lo faranno più.

In un comunicato del 23-7, il gen. Gizikis annunciava che: «Alla luce delle circostanze straordinarie nelle quali il paese si trova, le forze armate hanno deciso di trasferire poteri ad un governo di civili». Acclamati dalla folla, rientrano in patria le vecchie cariatidi della democrazia:

Costantino Karamanlis, rientrato dal volontario esilio di Parigi per assumere la carica di primo ministro; ecco la sua carriera di «antifascista»: collaboratore del maresciallo Papagos durante la guerra civile contro gli insorti guidati dal PC greco, poi esponente dell’«Unione nazionale radicale», il partito filomonarchico. Primo ministro per otto anni dal 1955 al 1963.

L’«eroico» Mikis Teodorakis, che in tutti questi anni ha condotto una spietata lotta.. musicale contro i colonnelli (i suoi dischi sono andati a ruba in Italia). Egli non si fermerà: ha deciso di continuare la lotta! prossimamente terrà un gran- de concerto ad Atene («Le Monde 26-7).

Tutta una serie di squallide figure, si affretta a prendere il proprio posto in questa gigantesca commedia. Tutti reciteranno la loro parte per far credere ai proletari che la democrazia è il bene più prezioso, che per essa vanno dimenticati gli interessi di classe: che importa se i salari non bastano, se la disoccupazione aumenta, se capitalisti si arricchiscono sulla pelle degli operai? L’importante è che vi sia la libertà di parola, la libertà di stampa, che Teodorakis continui a cantare liberamente le sue canzoni, che pittori continuino liberamente a dipingere, che i pennaioli al servizio della borghesia possano liberamente imbottire i cervelli.

È una commedia per nulla divertente – anche se a recitarla sono in gran parte dei buffoni – perché essa si concluderà in maniera tragica per gli operai.

Ma, come in Italia nel 1945, come in Portogallo, come forse tra breve in Spagna, la parte di protagonisti spetta ai falsi partiti comunisti. Chi meglio di loro può tenere a bada il proletariato e sviarlo dai suoi veri obiettivi di classe? Gli esponenti del P.C. Greco si sono subito affrettati a dare prova del loro patriottismo, della loro fedeltà allo Stato borghese. Il leader del partito Ilias Iliou ha dichiarato che le rivendicazioni economiche e sociali dei lavoratori dovranno essere «logiche e ragionevoli», soprattutto se l’estrema sinistra sarà ammessa al governo (Le Monde 26-7). In altre parole: se ci prenderete al governo vi terremo buoni gli operai.

Lo stesso Iliou ha poi messo in guardia contro le «Parole d’ordine estremiste» e contro le «agitazioni di agenti provocatori» (Le Monde 26-7). Un comunicato del PC greco afferma: «Il P.C. di Grecia, chiama la classe operaia, i patrioti delle forze armate e tutto il popolo ad esigere la formazione di un governo di necessità nazionale formato da tutti i partiti e da tutte le organizzazioni che si sono opposte alla dittatura» (L’Unità del 26-7). Gli esponenti borghesi, quegli stessi che in passato avevano ferocemente perseguitato membri del P.C. greco hanno preso atto con soddisfazione dell’atteggiamento conciliante di esso. Karamanlis, si è dichiarato impressionato per l’atteggiamento «responsabile» dei sedicenti comunisti. Rallis, uomo di fiducia del primo ministro e definito dai suoi stessi compari un «anticomunista viscerale» ha detto di essere «commosso fino alle lacrime per l’atteggiamento conciliante dei comunisti» (Le Monde 31-7). Molto chiaro il commento di Le Monde (31-7): «L’eventuale partecipazione dei comunisti al governo sarebbe benefica… essa permetterebbe di meglio controllare il comportamento degli studenti come del mondo operaio, il quale si appresta a darsi dei sindacati liberamente eletti, in un momento in cui la crisi economica esacerba le tensioni sociali».

Questa è la funzione dei partiti opportunisti in tutti i paesi: la borghesia non può rivolgersi agli operai in prima persona: essi non la seguirebbero. Perciò ha bisogno dei falsi comunisti.

Non a caso, nella nostra lunga battaglia, abbiamo sempre sostenuto che essi sono il miglior sostegno dello Stato borghese.

Fregiandosi dell’etichetta di comunisti e socialisti usurpando la tradizione di lotta del proletariato, essi lo distolgono costantemente della lotta di classe contro lo Stato capitalistico.

Solo quando si sarà liberato dalla tutela di questi partiti, il proletariato, guidato dall’unico partito Comunista mondiale, potrà ritornare, come nel 1871 e nel 1917-20, a far tremare le borghesie di tutto il mondo con il loro seguito di intellettuali, artisti, preti e politicanti.

Il proletariato verserà il suo sangue solo per la guerra di classe

Quando scoppia una guerra, avvenimento al quale siamo abituati ormai, visto che dalla II guerra mondiale non vi è mai stata pace nel mondo, i borghesi e i loro servi opportunisti iniziano subito una indagine per stabilire chi ha cominciato: assemblee in quel covo di ladroni del Palazzo di Vetro dell’ONU, tavole rotonde a Ginevra, discussioni interminabili per stabilire chi ha fatto lo sgambetto per primo turbando così l’ordine esistente.

Questo è quanto è successo per gli avvenimenti di Cipro, per questa vera e propria guerra, tanto feroce e sanguinosa quanto, per ora, limitata ad un piccolo fronte. Accuse reciproche tra Grecia e Turchia di aver violato l’integrità territoriale di Cipro, accuse della Russia e dell’Inghilterra alla Grecia, accuse di Cipro alla Turchia ecc.

A noi marxisti rivoluzionari, non interessa sapere chi ha sparato per primo per trovare il responsabile di questa guerra. Il responsabile è il capitalismo; è l’imperialismo. È la fame di petrolio, il petrolio del mar Egeo, è la fame di accaparramento di nuove terre che ha spinto i ladroni greci e turchi ad affrontarsi apertamente. Tutti e due i paesi sono membri della NATO, ambedue sono sotto dei regimi dittatoriali, militaristi, filoamericani, ma appena hanno avuto un bottino su cui mettere le mani non hanno esitato a gettarsi l’uno contro l’altro. Questo fatto deve servire di lezione agli operai per capire dove andranno a finire le alleanze militari, i patti di coesistenza pacifica e di eterna amicizia nei prossimi anni o forse nei prossimi mesi quando le fonti di materie prime ed i mercati di smercio dei prodotti dei paesi più industrializzati si ridurranno continuamente mentre si accrescerà continuamente l’esigenza di essi.

L’imperialismo non conosce che una strada per uscire da questo cul de sac: la guerra. I ladroni si sbraneranno tra loro distruggendo immense quantità di merci, ivi compresa la merce forza-lavoro (cioè gli operai), fino a che troveranno un nuovo equilibrio mondiale stabilito dalle potenze imperialistiche risultate più forti. Quello che è successo nella II guerra mondiale. Unica alternativa a questa necessità imperialistica sta nel risveglio delle masse operaie occidentali accecate dai fumi di un falso e fugace benessere e infettate dai discorsi dell’opportunismo rinnegato e traditore; sta nel risorgere del Partito Comunista Mondiale strumento indispensabile per la lotta vittoriosa contro questo regime.

NO ALLA DIFESA DELLA PATRIA! NO ALLA GUERRA TRA STATI! VIVA LA LOTTA DI CLASSE RIVOLUZIONARIA E INTERNAZIONALE! Questo gli operai greci, turchi e ciprioti, questo gli operai di tutto il mondo dovranno scrivere sulle loro bandiere se non vorranno di nuovo essere soltanto strumenti nelle mani dell’imperialismo.

I marxisti rivoluzionari hanno sempre collegato il problema della pace a quello della scomparsa delle classi e quindi alla lotta per il Socialismo ed il Comunismo. Solo in una società in cui gli uomini non saranno più divisi da privilegi e da interessi da difendere gli uni contro gli altri e quindi non saranno più divisi in classi spariranno anche le guerre come strumento di oppressione violenta di un gruppo di uomini contro altri gruppi di uomini. I marxisti rivoluzionari quindi se condannano le guerre come prodotto inevitabile di una società divisa in classi, ne capiscono la necessità storica e comprendendo come le guerre non siano che la «continuazione della politica con altri mezzi», dichiarano che per essi non tutte le guerre sono uguali e distinguono tra guerre di rapina e di oppressione e guerre invece, contro la rapina e l’oppressione. Lenin, in un suo scritto dell’estate del 1915 dice: «I socialisti hanno sempre condannato le guerre tra i popoli come cosa barbara e bestiale. Ma il nostro atteggiamento di fronte alla guerra è, per principio, diverso da quello dei pacifisti borghesi (partigiani e predicatori della pace) e degli anarchici. Dai primi noi ci distinguiamo in quanto comprendiamo l’inevitabile legame delle guerre con la lotta delle classi all’interno dei paesi, comprendiamo l’impossibilità di distruggere la guerra senza distruggere le classi e fondare il socialismo, come pure in quanto riconosciamo pienamente la legittimità, il carattere progressivo e la necessità delle guerre civili, cioè delle guerre della classe oppressa contro l’oppressore, degli schiavi contro i padroni di schiavi, dei contadini servi contro i latifondisti, degli operai salariati contro la borghesia. E dai pacifisti e dagli anarchici, noi marxisti ci distinguiamo in quanto riconosciamo la necessità dello studio storico (dal punto di vista del materialismo dialettico di Marx) di ogni singola guerra. Nella storia sono più volte avvenute delle guerre le quali, nonostante tutti gli orrori, le brutalità, le miserie ed i tormenti inevitabilmente connessi con ogni guerra, ebbero carattere progressivo, furono cioè utili all’evoluzione umana, contribuendo a distruggere ordinamenti particolarmente nocivi e reazionari (per es. l’autocrazia o la servitù della gleba), i più barbari dispotismi dell’Europa (quello Turco e quello Russo). Bisogna perciò prendere in esame le particolarità storiche di ogni guerra». (Lenin: Il socialismo e la guerra).

Noi marxisti rivoluzionari abbiamo quindi salutato negli ultimi anni come guerre «giuste» quelle dei popoli coloniali contro l’imperialismo (Cina, Viet Nam, Congo, Cuba, Algeria, Mozambico, Guinea Bissau, Angola ecc.). Questi popoli infatti hanno lottato contro l’oppressione imperialistica per ottenere l’indipendenza nazionale, giungendo in certi casi, ad es. in Cina, anche a realizzare una riforma agraria abbastanza radicale. Queste guerre, dopo la sconfitta dell’ondata rivoluzionaria 1919-20 e il conseguente riflusso del movimento operaio dell’Occidente, sono le uniche manifestazioni di lotta rivoluzionaria avvenute nel mondo.

Una guerra «giusta» è stata la guerra che i contadini e gli operai russi sotto la guida del partito bolscevico hanno combattuto contro lo zarismo, borghesia e opportunismo giungendo ad instaurare nel 1917 la dittatura del proletariato in Russia; una guerra «giusta» è quella che il proletariato rivoluzionario combatterà domani per l’abbattimento del sistema capitalista.

Nello stesso scritto già citato Lenin prosegue: «Ma immaginate che un padrone di schiavi il quale ne possegga cento guerreggi con un altro che ne possegga duecento per una più “giusta” ripartizione degli schiavi stessi. È chiaro che, in un caso simile, la qualifica di guerra “difensiva” o di “difesa della patria” costituirebbe un falso storico e in pratica un puro inganno in danno del popolino, della piccola borghesia, della gente ignorante, da parte degli astuti padroni di schiavi. Proprio così: la borghesia imperialistica del nostro tempo inganna il popolo servendosi dell’ideologia “nazionale” e del concetto di difesa della patria, nell’attuale guerra tra detentori di schiavi per il consolidamento e il rafforzamento della schiavitù».

Un esempio di guerra di questo tipo è appunto quello della guerra di Cipro tra i ladroni greco e turco che non hanno esitato a richiamare i loro popoli alle armi per la «difesa della Patria» (!) soffiando sul fuoco del vecchio odio tra Turchi e Greci anche se i ciprioti hanno sempre fatto capire di non volere tra i piedi né greci né turchi. Ma tanto vale nel sistema capitalistico la volontà dei popoli!

Esempi macroscopici di guerre «ingiuste» sono il primo ed il secondo macello mondiale e non si deve dimenticare che al secondo partecipò anche la Russia, data per sovietica, con voracità non minore degli USA, dell’Inghilterra, della Germania o del Giappone. Queste guerre furono «ingiuste» perché rappresentarono solo uno scontro tra ladroni per la spartizione del bottino. Nulla hanno guadagnato i proletari da queste guerre, soltanto un nuovo, più raffinato sfruttamento, le economie nazionali da ricostruire, anni di fame, di tormenti e di paure.

Non sappiamo come andrà a finire a Cipro, né come andrà a finire tra Grecia e Turchia: certo sarà l’imperialismo russo-americano a far prendere agli avvenimenti la piega che desidera, ma se sangue proletario verrà ancora sparso sia esso greco turco o cipriota, la responsabilità di ciò sarà dell’imperialismo e dei partiti opportunisti che lo sostengono con la loro azione di tradimento all’interno della classe operaia.

Quanto sia importante ribattere su questi punti fondamentali della dottrina marxista, che non sono mai scontati, lo dimostra ciò che è successo in Grecia, dove, appena il sacro suolo della patria è sembrato in pericolo tutti i partiti democratici hanno messo da parte i loro dissensi col regime (Mavros l’attuale ministro degli esteri fino a qualche settimana fa era ancora a soggiornare nel lager di Yaros) e si sono messi a disposizione del paese rafforzando così all’immediato il prestigio del regime militare. Il proletariato greco, benché tra i più sfruttati d’Europa, (i prezzi sono aumentati in un anno di circa il 46%, mentre i salari sono pressoché gli stessi di un anno fa) non ha saputo esprimere, grazie alla politica opportunista dei partiti che dicono di rappresentarlo, P.C.G. in testa, nessun movimento di opposizione alla guerra, per non parlare poi del proletariato degli altri paesi, che il PCI, il PCF ecc. benché non perdano occasione per dichiarare la loro solidarietà col popolo greco, turco, cipriota, si sono ben guardati dal mobilitare in azioni di lotta contro la guerra imperialistica. Tutto oggi, secondo queste carogne, si risolve con i discorsi, le lettere di solidarietà, gli intrallazzi parlamentari.

Noi, ribadendo le posizioni classiche del marxismo rivoluzionario, vogliamo ricacciarli al loro posto: nel letamaio della storia.

Supplementary Theses on the Historical Task, Action, and Structure, of the World Communist Party ("Milan Theses")

1. The Theses of Naples vindicate the continuity of the positions which, since more than half a century ago, are the Communist Left’s heritage. Both their understanding and their natural and spontaneous application will never come from consultations of codes’ articles or regulations; and they won’t even be secured – according to the praxis we had as a goal and which we finally adopted – by numerical referendums of assemblies, or, even worse, by colleges or judging courts dissipating all doubts of less enlightened individuals. The work we are carrying on, in order to achieve such difficult aims, cannot be successful if we don’t utilize the abundant historical material arising out of the lively experience, made by the revolutionary movement is long historical cycles; which we actually prepared and made known, through an assiduous, common work, before and after the theses’ publication.
 

2. The existing small movement perfectly realizes that the dreary historical phase it has traversed makes it very difficult, at such a great historical distance, to utilize the experiences of the great struggles of the past, and not just those of resounding victories but also those arising from bloody defeats and inglorious retreats. The forging of the revolutionary programme, shaped by the correct and un-deformed outlook of our current, isn’t confined to doctrinal rigour and deep historical criticism; it also needs, as its vital life-blood, to connect with the rebellious masses at those times when, pushed to the limits, they are forced to fight. Such a dialectical connection is particularly unlikely today, with the thrust of masses dampened and assuaged, due both to the flacidity of senile capitalism’s crisis, and the increasing ignominy of the opportunist currents. Even accepting the party’s restricted dimensions, we must realize that we are preparing the true party, sound and efficient at the same time, for the momentous period in which the infamies of the contemporary social fabric will compel the insurgent masses to return to the vanguard of history; a resurgence that could once again fail if there is no party; a party that is compact and powerful, rather than inflated in numbers, the indispensable organ of the revolution.
     Painful as the contradictions of this period are, they can be overcome by drawing the dialectical lessons from the bitter disappointments of times past, and by courageously signalling the dangers that the Left warned about, and denounced as they appeared, along with all the insidious forms in which the ominous opportunist infection reveals itself time and time again.
 

3. With this objective we will further develop our work of critical presentation of the past battles of the revolutionary and Marxist Left and their ongoing responses to the historical waves of deviation and disorientation which have blocked the path of proletarian revolution for more than a century. By referring to the phases in which the conditions for a really bitter class struggle were present, but in which the factor of revolutionary theory and strategy was lacking, and above all by referring to the historic events which nullified the Third International (just when it seemed that the crucial tipping point had finally been reached) and the critical positions that the Left assumed in order to ward off the towering danger, and the disaster which unfortunately followed, we will be able to consecrate lessons that are not, nor claim to be, recipes for success, but rather serve as stern admonitions to help us protect ourselves against those dangers and weaknesses, and the pitfalls and traps they gave rise to, from a time when history often caused the downfall of forces which seemed devoted to the cause of the revolutionary advance.
 

4. The brief, exemplified points that follow are not to be seen as directly referring to errors or difficulties that may menace the present day work; they only want to be another contribution to the handing over of past generations’ experience, built up in a period when already there existed a very good restoration of the right doctrine (proletarian dictatorship in Russia; work of Lenin and of his followers in the theoretical field; foundation of the Third International in the practical field) and the revolutionary battle of communist parties, with a wide participation of the masses, was in the whole world like in Italy in its full course. Those results play today with a strong “phase shift” in the historical and chronological sense, but their correct utilization still remains a vital condition, both today and in the certain and more fertile tomorrow.
 

5. A fundamental feature of the phenomenon that Lenin named, branding it with a red-hot iron, with a term that is also in Marx and Engels, opportunism, is a preference for a shorter, more comfortable and less arduous way, to the longer, uncomfortable one fraught with difficulties; on which alone the matching of the assertion of our principles and programmes, i.e. of our supreme purposes, with the development of the immediate and direct practical action, in the real current situation, may take place. Lenin was right when he said that the tactical proposal of renouncing from that moment (end of the first war) electoral and parliamentary action, should not be supported by the argument that communist and revolutionary action in parliament was tremendously difficult, as much more difficult were both armed insurrection and the following long-lasting control of the complex economic transformation of the social world, violently torn away from capitalism. We maintained being all too evident that the preference for using the democratic method method derived from the tendency to choose the comfortable rites of legalitarian action, rather than the tragic harshness of illegal action; and that such a praxis would not have failed in leading the whole movement back into the fatal social-democratic error, of which by heroic efforts we had just come out. We knew like Lenin that opportunism is not of a moral or ethical nature, but instead indicates the prevailing among workers (as Marx and Engels noticed in 19th century England) of positions proper to petty-bourgeois middle strata, and more or less consciously inspired by the mother-ideas, i.e. social interests, of the ruling class. Lenin’s powerful and generous position on parliamentary action, in order to support the violent destruction of the bourgeois system, and of the democratic framework itself, by substituting to it the class dictatorship, instead gave rise, under our very eyes, to the subjection of proletarian MPs to the worst influences of petty-bourgeois weaknesses, resulting in repudiation of communism and even in venal betrayal, in the service of the enemy.

Such an historical examination, carried on in the space of an immense historical scale (though it may seem that such a broad generalization is not contained in Lenin’s teaching, as he was like ourselves a pupil of history), warns the party to avoid any decision or choice, when suggested by the will to obtain good results with less work or sacrifice. Such a feeling may seem innocent, but it well represents the slack nature of the petty-bourgeoisie, and obeys the fundamental capitalist norm of obtaining maximum profits with the slightest cost.
 

6. Another constant and recurring aspect of the opportunist phenomenon as it rose within the Second International and as it triumphs today after the even worse ruin of the Third, is that of showing at the same time, both the worst deviation from party principles, and a pretended admiration for the classical texts, for the words and work of big masters and chiefs. A constant character of petty-bourgeois hypocrisy is the servile praise of the power of the victorious leader, of the greatness of famous authors’ texts, of the eloquent speaker’s fluency; while in practice the most despicable and contradictory degenerations are displayed. A body of theses is therefore worthless, if those who welcome it with a literary-type enthusiasm are not able afterwards, in practical action, to understand its spirit and to respect it; and try to disguise their deviation from it, through an emphasized but platonic adherence to the theoretical text.
 

7. Another lesson we can draw from events in the life of the Third International (in our writings these are repeatedly recalled in contemporary denunciations by the Left), is that of the vanity of “ideological terror”, a horrible method in which it was attempted to substitute the natural process of diffusing our doctrine’s via contact with harsh reality in a social setting, with forced indoctrination of recalcitrant and confused elements, either for reasons more powerful than party and men or due to a faulty evolution of the party itself, by humiliating them and mortifying them in public congresses open even to the enemy, even if they had been leaders and exponents of party action during important political and historical episodes. It became customary to compel such members (mostly with the threat of demotion to less important positions in the organization’s apparatus) to publicly confess their errors, thus imitating the fideistic and pietistic methods of penance and mea culpa. By such totally philistine means as these, smacking of bourgeois morality, not a single party member ever improved, nor was a cure found for the party’s impending decadence.

Within the revolutionary party, as it moves inexorably towards victory, obeying orders is spontaneous and complete but not blind or compulsory. In fact, centralised discipline, as illustrated in our theses and associated supporting documentation, is equivalent to a perfect harmony of the duties and actions of the rank-and-file with those of the centre, and the bureaucratic practices of an anti-Marxist voluntarism are no substitute for this.

The importance of this lesson in the correct outlook of organic centralism, is pointed out by the tremendous memory of the confessions, in which great revolutionary leaders were compelled, before being killed in Stalin’s purges; and of the useless “self-criticisms” to which they were forced by the blackmail of being expelled by the party and dishonoured as sold to the enemy; such infamies and absurdities never being repaired by the not less sanctimonious and bourgeois method of “rehabilitations”. The growing abuse of such methods just marks the disastrous triumphal path of the latest wave of opportunism.
 

8. Due to the requirements of its own organic action, and to ensure a collective function that goes beyond and leaves behind all personalism and individualism, the party must distribute its members among the various functions and activities that constitute its life. The rotation of comrades in such functions is a natural fact, which cannot be regulated by rules analogous to those concerning the careers within bourgeois bureaucracies. In the party there are no competitive examinations in which its members compete for ever more prestigious positions and a higher public profile; rather we aim to achieve our goals organically. This is nothing to do with aping the bourgeois division of labour, but rather a case of the complex and articulated party organ naturally adapting itself to its function.

We know well that historical dialectics leads all fighting organisms to improve their offensive means, by utilizing the enemy’s techniques. In the phase of armed struggle, communists will therefore have a military organization, with precise hierarchical schemes, which will assure the best result to the common action. Such a truth will not be uselessly aped in every party’s activity, with reference also to the non-military ones. The transmission of directions must be unambiguous, but this lesson of the bourgeois bureaucracy cannot make us forget how it can be corrupted and degenerated, even when adopted within workers’ organisms. The party’s organicity does not at all require that every comrade must see in another comrade, specifically appointed to pass on instructions coming from above, the personification of the party form. Such a transmission among the molecules composing the party has always at the same time a double direction; and the dynamics of each single unit is integrated in the historical dynamics of the whole. Abuse of organizational formalisms without a vital reason has been and will always be a defect and a suspicious and stupid danger.
 

9. Capitalism, the present historical form of production, with its myth of private property as a right of men, that mystifies and disguises the monopoly of a minority-class, needed to mark the knots of its structures and the stages of its evolution – and today’s involution – with big names of growing notoriety. In the long epoch of the bourgeoisie, the inauspicious history of which lies heavy like a yoke on our shoulders of rebels, at the beginning the most valiant and strongest man used to win great fame and to aspire to the maximum powers; today, in this predominant petty-bourgeois philistinism, those who become important are perhaps the most cowardly and weak ones, thanks to the dirty publicity method.

Amongst the many tasks within the party’s difficult brief is its current effort to free itself, once and for all, from the treacherous impulse that seems to emanate from well-known people, and from the despicable function of manufacturing, in order to attain its aims and victories, a stupid fame and publicity through other big names. The party in every one of its various twists and turns must never waver in its decision to fight courageously and decisively for such an outcome, considering it to be the true anticipation of the society of the future.

Cretinismo democratico

In un numero di alcuni anni addietro del Programma Comunista, commentando l’allora ultima giostra di consultazioni popolari in Francia, attaccavamo: «Nessuna vittoria elettorale è mai stata una vittoria, neppure una vittoria limitata, per la classe sfruttata, e la partecipazione massiccia al referendum prova soltanto quanto siano ancora radicate, oggi, nella classe lavoratrice le illusioni elettoralistiche». Ripetevamo così la nostra tradizionale affermazione che è già sconfitto il proletariato nel momento in cui si sottometta a qualsiasi farsa schedaiola, qualunque ne sia l’obiettivo, fosse anche un miglioramento delle condizioni di vita degli operai, e qualunque ne sarà il risultato numerico: «percentuali di infessimento». L’operaio che si presta al gioco, che crede di impugnare il certificato elettorale come titolo di proprietà di un ennesimo del potere collettivo, quell’operaio è già vinto, incanalato dalla democrazia, dall’imbonimento opportunista, dalle illusioni pacifiste e gradualiste, impotente davanti al capitalismo perché disarmato anche di quella minima solidarietà istintiva di tutti gli sfruttati che potrebbe farlo sentire non un infinitesimo indifferenziato del corpo sociale, in balia alla propria coscienza individuale. Da questa, e quindi, dalle urne, non può che sortire un indirizzo fedele riflesso della ideologia della classe dominante.

Non è per motivi estetici o per ‘dogmatismo’ che la nostra corrente di Sinistra ha negato ormai per sempre la possibilità dell’uso del meccanismo democratico, anche solo per approfittare di quella tribuna da cui Lenin utilmente si rivolse al proletariato di Russia per predicare il rivoluzionario superamento di ogni pantomima parlamentare. Ribadito e precisato in cento passi della nostra stampa, codificato in tesi, affermato in tutte le nostre riunioni questo è sempre stato lo schema generale, imposto da esigenze storiche reali e non da valutazioni ideali: Fin dall’apparire della dottrina rivoluzionaria del proletariato piena vittoria sulla filosofia razionalista e liberale della borghesia. Sul piano teorico il nostro nemico è da un secolo e mezzo in rotta. Su quello sociale il proletariato presente come classe scrive già sulla sua bandiera «morte alla democrazia borghese», pur lottando in convergenza con essa contro i resti di un passato servile. Questa fase nei paesi occidentali è superata con la definitiva vittoria storica della borghesia ed è segnata, per gli immemori, dalla nostra Comune parigina e dal sangue proletario versato con le armi di una democrazia da allora condannata a bieco e ipocrita strumento della conservazione. Da allora – e la crisi dei partiti socialisti alla vigilia della guerra mondiale lo conferma con conseguenze rovinose per il nostro movimento – è improduttivo di risultati immediati, pericoloso per la continuità classista dei partiti che vi si sottomettano, causa di equivoci e miraggi nelle file operaie lo scendere dei partiti comunisti sul terreno anche soltanto delle forme, degli strumenti, della fraseologia, della pratica democratica. La Sinistra, unica ad ereditare la lezione sintetica di quelle esperienze, affermò nelle Tesi Caratteristiche del Partito (1951): «Il partito, permanendo questo stato di cose e gli attuali rapporti di forza, si disinteressa delle elezioni democratiche di ogni genere e non esplica in tale campo la sua attività». In breve, dogmaticamente, per i fessi: «non si vota».

Allora fu suggellato dalla esperienza storica che il proletariato non ha niente da difendere e nemmeno da conquistare in questa putrida società, né forme né contenuti e tantomeno in convergenza con strati pretesi progressisti di essa; che ne ha da sempre respinta ogni eredità sovrastrutturale, sia nel campo ideale, sia in quello economico e giuridico fino ai rapporti che appaiono ristretti all’individuo ed alla famiglia. Ne segue che oggi possiamo preventivamente condannare di falsità qualunque riforma che parta dagli istituti borghesi, smascherandone, talvolta dietro l’apparenza favorevole ai lavoratori, una nuova catena dorata che viene ad avvincere il proletariato per subordinarlo al capitale, alla sua ideologia, al suo ingigantirsi. In ogni tentativo di riforma, quando non si ravvisino addirittura grottesche arlecchinate parlamentari per la ‘claque’, abbiamo riconosciuto le convulsioni incontrollate di una società che muore. I fatti ci hanno sempre dato ragione: dalla ‘casa ai lavoratori’, ignobile ricatto di conservazione per la maggioranza esclusa, fino alle «riforme» del diritto di famiglia tendenti ad estendere la validità e ribadire i vincoli del mercantile matrimonio borghese.

Si dovrà diffondere fra le masse la sfiducia nei metodi pacifici ed interclassisti, il proletariato dovrà abbandonare l’illusione di poter spazzare via dalla storia il marciume che oggi appesta – che solo questo erediterà: sfruttamento, miseria, concorrenza, ed anche, eventuali ruderi sociali che la borghesia non potrà mai superare del tutto – con strumenti meno ardui della violenta distruzione dello Stato del capitale.

Propagandare questa sfiducia non significa per il partito trascurare di prendere in esame i problemi sociali solo perché sono prospettati da strati nemici; al contrario ne studia attentamente i significati e le motivazioni reali dietro i fumi della ideologia che li presenta, e la sua critica e soluzione delle questioni non può che essere superiore ed egualmente opposta a tutte le altre in contesa. Il nostro compito non è invitare gli operai ad esprimersi col voto, per la ‘meno reazionaria’ delle parti, ma quello di denunciare i falsi e parziali rappezzi borghesi e contrapporvi la nostra visione del naturale e razionale organamento comunistico futuro che già il partito scientificamente conosce. Gli operai giudicano ed apprendono dal partito, non soltanto dalle sue enunciazioni astratte e generali, ma anche e piuttosto dalle direttive pratiche immediate che impartisce. Così la condanna ‘in blocco’ di questa società si dimostra, agli occhi di un proletariato imbevuto di democratismo, affatto priva di significato reale se, nella azione, non se ne rigettano i metodi e si invitano gli operai ad abboccare all’amo delle elezioni. Ben altre saranno le forme che prenderà la ripresa del movimento di classe.

Questo è quanto il partito, in continuità con le posizioni della Sinistra, ha sempre sostenuto e propagandato fra gli operai contro il «cretinismo democratico». La storia ci ha insegnato come costituisca un pericolo per l’organizzazione rivoluzionaria riconoscere eccezioni nella validità delle sue norme tattiche per situazioni ritenute particolari. Resta nostro compito quindi anticipare al proletariato che la lotta di classe non può ingabbiarsi in codarde conte di schede, dominio della «pubblica opinione», ma è scontro inconciliabile di interessi nei quali è solo la forza che decide. Questo sappiamo è il passaggio obbligato per il riaccostamento di strati operai al comunismo ed alla rivoluzione.

PCI-PSI-Sindacati puntelli dello Stato borghese

Qual è l’atteggiamento del più grande partito opportunista italiano davanti al crollo dell’economia capitalistica? Sull’Unità del 23-6-74 la direzione del P.C.I. ha emesso un documento dettagliato, rivolto, guarda caso, non alla classe operaia, ma allo Stato borghese. Questo documento, che avrebbe dovuto avere per titolo «come salvare il capitalismo dalla crisi e perpetuarne l’esistenza», indica punto per punto le mirabili riforme attraverso le quali sarebbe possibile uscire dalla crisi naturalmente con il P.C.I. al governo. Rimandiamo ai prossimi numeri la critica delle specifiche posizioni del P.C.I.; per ora è sufficiente affermare con Marx e con Lenin, che lo stato borghese si distrugge e non si riforma; che l’alternativa storica, di fronte alla crisi capitalistica è sempre la stessa: o guerra imperialistica o rivoluzione!

Questo lo sa bene anche il P.C.I. come lo sapeva nel 1945, quando andò al governo per legare il proletariato alla ricostruzione dell’economia capitalistica. Il P.C.I. al governo non può riformare niente, perché non può ridar vita ad un cadavere putrescente. Può solo continuare a svolgere il compito tipico dell’opportunismo di sempre: puntellare lo Stato borghese in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione, al governo o all’opposizione, in periodo di pace o in periodo di guerra.

Questo compito può essere svolto in un solo modo: distogliendo il proletariato dalle sue prospettive rivoluzionarie col miraggio della ascesa al governo. Se la borghesia chiamerà il P.C.I. a questo alto ufficio non sarà per la realizzazione delle impossibili riforme, ma perché un partito che si dice comunista può molto meglio dei partiti borghesi immobilizzare il proletariato sotto il duplice peso della crisi e della sua infame autorità.

In questa catena che l’opportunismo politico sta legando al collo degli operai, vi è un anello di fondamentale importanza: i sindacati.

Qual è la posizione di quelle che dovrebbero essere le organizzazioni di difesa economica degli operai? «I sindacati sono pronti a fare la loro parte per superare la crisi» dice Lama (Unità 28-6-74). A questo proposito vengono fatte proposte intese a spingere il governo ad una politica economica più adeguata, per avviarla «attraverso le riforme, a una nuova politica di sviluppo» che comporti un «aumento della produzione» (Unità 19-7-74). Per questi obiettivi si faranno «lottare» gli operai, nella misura in cui l’economia nazionale non sia danneggiata da un eccessivo numero di ore di sciopero. Naturalmente, in un momento come questo, gli operai dovranno dimostrare, come già stanno facendo le dirigenze sindacali, «spirito di sacrificio» e «senso di responsabilità».

Sacrificarsi dunque. Ma perché? Quali sono i vantaggi materiali che gli operai come singoli e come classe otterrebbero da ciò? Non certo un miglioramento delle loro condizioni di vita, condizioni insostenibili ormai per la maggioranza degli operai. No, agli operai si chiede ancora più fatica, sangue e privazioni. Si deve dunque lottare per salvare i propri aguzzini? Secondo i signori della CGIL-CISL e UIL questo è il compito della classe operaia. Secondo questi signori i proletari hanno qualcosa da difendere nell’attuale società, delle riserve che gli operai avrebbero accumulato negli ultimi trenta anni. Ma a cosa ammontano queste riserve? Cassa integrazione, pensioni, sussidi ai disoccupati, assistenze varie, nella misura in cui hanno un efficace funzionamento, sono solo forme integrative del salario e come e più di questo, suscettibili di svalutazione o addirittura di disintegrazione quando la borghesia, che tramite il suo Stato le gestisce, cercando di stare a galla nella marea della crisi, non potrà più mantenerle. È quindi reso sempre più chiaro a tutti che l’unica garanzia di sopravvivenza degli operai è la possibilità di ricevere un salario adeguato almeno all’aumento dei prezzi, il quale aumento è la manifestazione più evidente dell’attacco che il padronato organizza quotidianamente ai loro danni. In pratica ne discende che all’aumento del costo della vita la classe deve rispondere imponendo, con tutta la sua forza organizzata, un aumento dei salari in misura almeno equivalente. Ma perché ciò sia possibile è necessaria una organizzazione economica che difenda i reali interessi della classe negli obiettivi e nei metodi di azione. Possiamo dare questa patente alla attuale CGIL, infeudata ad una dirigenza opportunista? No! E non da oggi, ma dai tempi della CGIL di Di Vittorio, i sindacati nati dall’antifascismo e cresciuti all’ombra della ricostruzione nazionale sulle spalle degli operai, sono sempre stati caratterizzati dalla difesa, nella loro azione, degli interessi dello Stato borghese.

Ma basta guardare anche la sola attualità per potere affermare che la linea di chi aborrisce scioperi generali che investano l’intero paese, di chi teme di esagerare indicendo scioperi di quattro ore superarticolati, dilazionati nel tempo e regione per regione, di chi vuol far credere agli operai che il capitalismo diventerà un paradiso terrestre grazie alle riforme e sbandiera a ogni piè sospinto la teoria del «nuovo modello di sviluppo», la linea, infine, di chi taccia di corporative le rivendicazioni riguardanti il salario e l’orario di lavoro, è una linea di tradimento, è la linea di chi si pone sulla posizione della difesa ad oltranza del diritto del padrone a sfruttare l’operaio, sulla posizione quindi della conservazione della marcia società borghese.

Per i marxisti rivoluzionari la strada da seguire è sempre stata ben diversa: la crisi è una periodica manifestazione del capitalismo di incapacità ad organizzare il suo funzionamento e la sua produzione alla scala mondiale. Quando si verifica, esso dimostra di non riuscire a mantenere nemmeno a livello di schiavi gli operai sul cui lavoro fonda il suo sistema. Non è quindi quello capitalistico un sistema che meriti di sopravvivere o che sia suscettibile di essere migliorato in qualche modo: il suo destino è la sua distruzione, ad opera del proletariato mondiale guidato dal suo partito rivoluzionario, il Partito Comunista.

Quali le rivendicazioni e i metodi di lotta che la storia ci insegna, gli operai devono perseguire per difendere realmente le loro condizioni di vita e di lavoro dal rullo compressore del capitale che ogni giorno schiaccia la classe proletaria con la svalutazione dei salari, con l’aumento parossistico dei ritmi di lavoro, con la condanna alla disoccupazione e alla sottoccupazione e per marciare, nello stesso tempo, verso la meta finale dell’abbattimento del regime borghese?

  1. Rinascita del sindacato di classe, cioè di un sindacato che affermi e difenda senza quartiere gli interessi di vita e di lavoro dei proletari, e non accetti mai di subordinarli alle cosiddette superiori esigenze della azienda, dell’economia nazionale, della patria, della democrazia, ecc.;
  2. Obiettivo fondamentale per i metodi ed il contenuto della lotta dovrà essere una crescente solidarietà fra i lavoratori; rifiuto, quindi delle lotte articolate, settoriali, spezzettate per categorie e per aziende, per tornare al metodo delle lotte il più possibile estese nel tempo e nello spazio. Abbandono del metodo spregevole delle contrattazioni separate aziendali, e ritorno a rivendicazioni interessanti l’intera classe proletaria, fra cui la riduzione generale ed indiscriminata della giornata di lavoro, l’aumento generale del salario con crescente avvicinamento dei salari più bassi ai più alti, l’abolizione dei premi di rendimento, cottimi, straordinari, permettendo così fra l’altro di lavorare anche ai compagni disoccupati.
    Altro obiettivo sarà la riduzione drastica delle qualifiche, delle differenziazioni salariali per mansione, per sesso, per età, per zona, altro mezzo borghese per dividere gli operai.
  3. L’organizzazione sindacale non deve restare chiusa nel cerchio senza uscita dell’azienda, ma deve affermare e proclamare nei fatti la sua natura di organizzazione generale, di tutta la classe operaia sul piano economico.

Queste sono le direttive sulle quali si dovrà muovere il vero sindacato di classe, che dovrà divenire la «cinghia di trasmissione» del vero partito comunista, perché non è dato ad un sindacato di essere apolitico: o esso fa, come oggi, una politica da riformisti e da «patrioti», e quindi serve gli interessi borghesi; o viene permeato da una politica comunista, rivoluzionaria, di classe, e solo allora difende anche gli interessi immediati dei proletari. Noi lottiamo perché le lotte rivendicative e le organizzazioni economiche diventino, sotto la guida del partito rivoluzionario marxista, il punto di partenza, la leva, della lotta per lo abbattimento del regime capitalista e l’instaurazione della dittatura del proletariato.

Nessun sacrificio e sforzo degli operai a favore dello Stato, della economia e della «democrazia». Tutte le forze invece intese alla ricostituzione degli organi economici di classe, al ricollegamento di essi col partito comunista internazionale di sempre, per l’abbattimento del sistema capitalistico per il comunismo.

Per riarmare la classe

Il proditorio assassinio del nostro giovane militante della sezione di Camucia-Cortona, Donello, nel più vasto quadro della violenza di classe, quali che siano le circostanze accidentali e le forme occasionali in cui si realizza, ripropone alcune considerazioni che la Sinistra ritiene da sempre fondamentali, e che la smidollata e interessata propaganda congiunta di partiti opportunisti e democratici, invece, pensa di liquidare respingendo la «violenza da qualunque parte provenga», e l’«estremismo di destra e di sinistra».

Il porco borghese, e più porco se più piccolo, concepisce solo la sua violenza, a difesa del suo patrimonio e della sua condizione, sino ad esaltarla nella difesa dello Stato e della Patria. Per questi scopi la violenza sarebbe santa e morale. Giustifica le stragi, le rapine, le peggiori turpitudini del suo esercito in campo avverso, recrimina per quelle nemiche sul suo territorio.

L’opportunista, che del piccolo borghese è il teorico, l’ideologo, avvolge il tutto in un involucro di caramellato umanitarismo e invoca la forza operaia se conforme al civismo democratico, e ossequiente alle leggi dello Stato; la sconfessa se ne deborda e la bolla di banditismo e di teppismo.

Lenin sosteneva che non si dovessero frenare gli «eccessi» e le «intemperanze» dei lavoratori, ritenendole, al contrario, un mezzo utile e necessario per terrorizzare le classi borghesi e fondiarie. La Sinistra Comunista nel 1921-22 non esitò a dare tassative disposizioni al Partito, perché si organizzassero azioni repressive contro i beni e le persone dei ricchi borghesi e agrari, come rivalsa anche preventiva nei confronti delle scorribande delle squadracce nere o bianche.

Come estrema concessione dei duci opportunisti, al limite, la classe operaia potrebbe difendersi dall’attacco armato delle bande nere «irregolari», mai però da quelle bianche «regolari», cioè della polizia e corpi speciali repressivi dello Stato, perché, secondo questi caporioni, la classe dovrebbe difendersi proteggendo il regime, lo Stato, l’economia «democratici»; come dire che gli operai dovrebbero trovare protezione presso i loro nemici borghesi. Non si riesce a capire, inoltre, quale differenza corra tra il piombo dei poliziotti che uccisero i proletari di Reggio Emilia e quello dei «banditi» che intrisero Portella della Ginestra del sangue dei contadini poveri siciliani, per non ricordare gli eccidi di lavoratori da parte dei governi democratici pre-fascisti e della famigerata Guardia Regia.

È paradossale che nelle scuole di guerra dell’esercito borghese si insegni – giustamente – il dialettico rapporto tra difesa e offesa, e che nelle galere proletarie, invece, quali sono i falsi partiti comunsocialisti e i sindacati tricolori, si insegni soltanto la tattica difensiva, che sarebbe come insegnare a pecorescamente rinculare, ovvero a scegliere di avanzare… con il deretano.

Non tifiamo, con questo per «brigate rosse» o simili larve di «arditi del popolo», né condividiamo le spacconate di gruppi e gruppetti che si dicono «alla sinistra» del P.C.I. mentre invece ne sono i figli legittimi.

La loro pretesa di «rispondere colpo su colpo» non è che volgare attivismo, inferiore di molto per qualità a quello degli anarchici classici. Legati tutti a doppio filo all’indirizzo politico dell’opportunismo, la loro smania di «azione» è impotente e serve solo a coprire la loro essenza piccolo-borghese. Vogliamo ribadire che «è necessario che molto prima una minoranza del proletariato (inquadrata nel partito – n.d.r.) cominci a gridare incessantemente al rimanente del proletariato che occorre armarsi per l’urto supremo, armandosi essa stessa e istruendosi alla lotta che sarà inevitabile». («La tattica dell’Internazionale Comunista» – Gennaio 1922).

Il partito, dunque, è la chiave. La Sinistra imposta la questione in questi precisi termini: «in ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale, non possono non essere presenti questi fondamentali fattori: 1) un ampio e numeroso proletariato di puri salariati; 2) un grande movimento di associazioni a contenuto economico, che comprenda una imponente parte del proletariato; 3) un forte partito di classe, rivoluzionario, nel quale militi una minoranza di lavoratori, ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale, a quella della classe e del potere borghese». (punto 8 di «Partito rivoluzionario ed azione di classe»). E si ribadisce che il Partito Comunista considera il sindacato «organo indispensabile per la mobilitazione della classe sul piano politico e rivoluzionario, attuata con la presenza e la penetrazione del Partito Comunista nelle organizzazioni economiche di classe». (punto 6 delle «Tesi caratteristiche» – parte II – 1952).

L’armamento del proletariato anche in senso puramente «difensivo» è possibile solo quando si è in presenza di un movimento di classe in cui lavora a dirigerlo il vero Partito. Oggi siamo in presenza di sindacati tricolori, cioè diretti da una politica di prostrazione allo Stato borghese, di partiti che hanno tradito la rivoluzione e che si confondono con il regime democratico borghese.

Gli scioperi si affievoliscono sempre più sino a trasformarsi in pure e semplici astensioni dal lavoro. Le manifestazioni di classe si riducono spesso a variopinti cortei, innocui e pacifisti. Per chi esce da questi binari «civili», c’è il «servizio d’ordine» sindacale.

Dietro le Camere del Lavoro, dove c’era una volta la «mitragliatrice», oggi esiste un esercito di burocrati che attendono di essere finalmente inquadrati nei ranghi dell’apparato statale (a proposito, a quando il finanziamento anche ai sindacati, dopo quello ai partiti?). In questa deprimente situazione di classe, è relativamente facile per lo Stato e le classi borghesi ricostruire l’apparato repressivo, le bande regolari e irregolari, per scatenare il terrore bianco, le cui azioni odierne costituiscono una esercitazione preparatoria. Di concerto, partiti e sindacati, disposti al partigianismo, resistenziale o ad altri tipi più o meno «irregolari» di violenza organizzata a favore dello Stato democratico, sono coscientemente avversi ad ogni forma organizzata della forza e della violenza degli operai a protezione delle loro condizioni e a favore dello sviluppo rivoluzionario della classe proletaria. Aggressivi e repressivi verso i comunisti rivoluzionari, che espellono dalle loro file e additano alla massa come nemici e financo come «fascisti», e, quando occorra, assassinano (come in molteplici episodi della «gloriosa» Resistenza), diventano, invece, pecoroni remissivi e permissivi anche se abbaiano come cani da pagliaio, nei confronti del potere statale della borghesia.

La manovra capitalistica si articola in un complesso di azioni in tutti i campi e principalmente produce il suo massimo sforzo per tenere lontani gli operai dal vero Partito Comunista, incoraggiando e sostenendo il monopolio opportunista sulla classe. Per bloccare e contrattaccare questa manovra ci vuol ben altro che l’aggressione personale, il gesto disperato, e simili arnesi dell’individualismo anarchico. È indispensabile che risorgano organizzazioni economiche di classe, sottratte all’influenza dello Stato e dei partiti opportunisti. È indispensabile che i proletari si liberino dall’influenza dei partiti traditori e si leghino all’indirizzo del genuino partito comunista rivoluzionario accrescendo le sue forze e le sue possibilità di penetrazione negli organismi economici di classe. Solo su questa strada la classe proletaria ridiventerà capace di difensiva «autonoma» delle proprie condizioni di vita e di «autodifesa» nei confronti della violenza legale o «illegale» delle forze borghesi, come ridiventerà capace di offensiva rivoluzionaria. Parlare di possibilità di «autodifesa proletaria» contro la violenza borghese quando il proletariato, infeudato a sindacati e partiti traditori, non riesce a difendere nemmeno il suo salario quotidiano, è soltanto una vile beffa nei confronti degli operai, un ennesimo mezzo per far loro dimenticare la sola strada dell’armamento rivoluzionario di classe: il risorgere di organizzazioni economiche di classe influenzate e dirette dal partito comunista.

Dalla cibernetica al carbone, ovvero dalle stelle alle stalle

È ormai un luogo comune della cosiddetta «borghesia progressista», antiparassitaria e smaniosa di riforme, il richiamo struggente al «buonsenso» di tutti, ma soprattutto l’appello alla scienza e alla tecnica come toccasana per la soluzione di ogni problema, di fronte all’incalzare della crisi economica ed al radicalizzarsi degli scontri al livello sociale.

L’ultimo grido in materia di criteri tecnologici per risolvere la crisi energetica proviene, secondo La Stampa del 28 giugno ’74, dall’Inghilterra e dalla Olanda: banditori due emeriti tecnocrati, sir James Taylor, della Royal Society of Arts e l’accademico Charles Bottcher. Il titolo del servizio de La Stampa è: «Guardare al sole». Tutto un programma per una «scienza» incapace di vedere al di là dei fenomeni superficiali: l’inflazione e la crisi del petrolio, fonti di ogni male.

«Distinguiamo tra inflazione e crisi del petrolio – esordisce sir Taylor – la prima è veramente pericolosa, è come un cancro nel nostro tessuto economico e va estirpata. La seconda, nonostante le sofferenze e i sacrifici, sarà salutare, ci costringerà a rivedere i nostri modelli sociali e tecnologici». È bene rimettere subito in piedi, secondo il nostro paleolitico metodo marxista rivoluzionario, una questione che borghesi e opportunisti fanno a gara per confondere naturalmente non perché «non sappiano» ma perché si tratta di confondere le acque per la conservazione del modo di produzione capitalistico. Inflazione e crisi del petrolio non sono eventi casuali, piovuti dal cielo, frutto della «cattiva stella» ma il prodotto della crisi del Capitale, incapace di risolvere le sue interne contraddizioni, e in particolare la più seria e grave, è cioè la caduta tendenziale del saggio di profitto che condanna le frazioni del capitale stesso ad una lotta senza quartiere, che genera la più spietata concorrenza nell’ambito stesso della corsa alla concentrazione monopolistica, il confronto non necessariamente disteso e pacifico dei colossi imperialistici, illusioni e sogni di rivincita nei cosiddetti paesi del «terzo mondo», nei quali inevitabilmente il proletariato ed i contadini poveri pagano duramente l’impossibilità storica di collegarsi alle lotte della classe operaia delle metropoli, castrata dalla politica opportunistica che ha ormai celebrato le sue macabre nozze d’oro con la borghesia, sia essa democratica e progressista, o dittatoriale e autoritaria. Ci dispiace per sir James, ma per noi, seguaci dell’archeologico metodo marxista, l’unica via di uscita dalle crisi ricorrenti e sempre più intricate del capitalismo è la ripresa della lotta di classe a livello mondiale, il passaggio obbligato alla dittatura proletaria, sotto la direzione del partito unico comunista internazionale.

Ma sir James ha invece in tasca, poverino lui, la ricetta per evitare in un sol colpo l’imperversare dell’inflazione e la ripresa della lotta di classe e così continua imperterrito: «La crisi del petrolio ha esasperato le contraddizioni del nostro tempo: il conflitto tra consumismo ed inflazione, quello tra imprese e sindacati, quello tra industria e tecnologia, quello tra uomo e macchina. Ci ha dimostrato che un maggior benessere non comporta necessariamente una migliore qualità di vita (ed allora, che benessere è?). Ha indicato nuovi strumenti di sviluppo: il riciclo industriale, le fonti alternative di energia, ecc…» Riflette un momento: «… Ci ha anche ammonito che senza una collaborazione tra i vari interessi, le varie classi, i vari paesi, sarà la catastrofe, ed essa incomincerà dal terzo mondo affamato e senza lavoro».

Ed ora, se permette, la parola a noi. A proposito della perla che si riferisce al conflitto uomo-macchina, siamo proprio stufi di ricordare che questa storia piccolo borghese secondo la quale le macchine sono seriamente intenzionate a farsi un boccone dell’uomo è ancora una volta più vecchia del nostro paleomarxismo: risale ai movimenti luddistici, quando, in mancanza di una teoria critica rivoluzionaria poteva anche essere un valido moto di protesta la distruzione delle macchine: oggi, pretendere di riproporci il conflitto «esistenziale» uomo-macchina è semplicemente stomachevole e reazionario. Ci preme inoltre ricordare, perché con lui intendano tutti i suoi compari, da Agnelli ai nuovi partners opportunisti dal PSI al PCI, che da quando il Capitale è Capitale mai si è fermata la corsa al cosiddetto «riciclo» industriale, alle cosiddette «fonti alternative» di energia: con una piccola precisazione supplementare, che queste necessità del modo di produzione capitalistico non sono mai state determinate o peggio «scelte» dal «buonsenso» o dalla «ragione tecnica» o «tecnologica» come più fa piacere ma, dalla ragione del Capitale stesso, condannato a vivere del sangue vivo della classe operaia nel suo processo interno di strutturazione della propria composizione organica, nella quale il Capitale costante tende a sostituire il Capitale variabile, cioè a cacciare dal posto di lavoro la classe dei salariati. Ma almeno una lo «scienziato» l’ha imbrocata: la questione della catastrofe anche se accompagnata dalla sballatissima previsione che essa comincerà dal cosiddetto «terzo mondo» affamato e senza lavoro. Ha ragione sir James, o collaborazione tra le classi, e dunque tra nazioni, o catastrofe, che tradotta in verbo marxista, significa guerra tra le classi e rivoluzione proletaria mondiale. Ma di grazia, per tutti gli illuministi e razionalisti antimetafisici non eravamo noi fino ad ieri i catastrofisti, Cassandre sempre pronte a prevedere sventura e morte?

La borghesia, tecnologica o ideologica, democratica o totalitaria, quando sente odor di bruciato, getta la maschera e comincia a gridare al lupo, perdendo ogni regola della buona creanza e spaventando tutti, vecchi e bambini. Noi non abbiamo mai mollato la classica marxista tesi catastrofica: anche quando sembravano prevalere le «magnifiche sorti» e «progressive» non ci siamo stancati di ripetere che non poteva durare: era scritto nei sacri testi, ma venivamo presi per matti, come del resto ancora oggi. Con la differenza che non ce la siamo mai presa col «destino cinico e baro» nel vedere le «masse» lontane da noi anzi in attitudine di fregola nei confronti di tutti i melliflui promettitori di benessere, casa, ospedale, scuola e via dicendo.

Sapevamo che quella era ed è la nostra funzione, sapevamo che la talpa lavorava e lavora per noi, piaccia o non piaccia a tutti gli adoratori del presente e della realtà facile. Ci dispiace per il brutto scivolone del Sir, quando presume che l’«uragano» partirà dai «paesi poveri». Ma poi poveri di che? In quanto alle materie prime avevamo sempre sentito dire che il disgraziato «terzo mondo» è stato ed è, semmai, giornalmente spogliato delle sue ricchezze preziose in relazione allo sviluppo capitalistico metropolitano. La povertà dei paesi africani ed asiatici è concepibile solo in rapporto ad uno specifico modo di produrre e di consumare: il modo di produzione capitalistico. Non è per nulla un dato assoluto e «naturale».

«Mi auguro, insiste il Taylor, che dalla crisi nasca una società veramente tecnologica, in cui la scienza sia al servizio della popolazione, il rigore informi l’azione dei governi, e venga tutelato l’ambiente naturale. Siamo in un momento difficile, ma ciò è proprio di tutte le transizioni. Mi confortano la generale presa di coscienza dei nostri interrogativi e il rilancio della ricerca e dello sviluppo. L’America si è già messa all’opera col progetto “indipendenza” per l’autonomia energetica: ha coniato un nuovo slogan: “tecnologia alternativa”, con cui sottolinea il ritorno ai problemi della terra dopo le avventure della cibernetica e dello spazio». Un vero salto acrobatico «dalle stelle alle stalle», come si vede, ma niente affatto casuale ancora una volta. Solo che non ci piace il linguaggio volutamente generico e approssimativo del nostro «scienziato», una delle più sofisticate forme, anzi la chiave per «denominarsi», come direbbe R. Barthes. Marx ha bollato con durezza questo feticismo delle ipostasi: che significano parole generiche come «popolazione, governi, coscienza»? E che dire poi della «transizione»? Transizione di che a che cosa? Almeno un concorrente di sir James, G. K. Galbraith ha la faccia di parlarci di società post-industriale, di transizione alla tecnostruttura, che non significa ugualmente niente, ma c’è niente e niente, dopotutto.

Di tautologia in tautologia il Taylor insiste: «… è iniziata la terza rivoluzione del periodo post bellico, quella energetica, dopo quella atomica e quella elettronica. A breve scadenza bisognerà concentrarsi sulla produzione carbonifera e sulla costruzione delle centrali nucleari; ma a lungo termine sfrutteremo altre sorgenti di energia, il sole, chissà, forse l’idrogeno. Per ora, noi inglesi siamo fortunati: sul mare del Nord c’è petrolio, non solo per noi, bensì anche per la Comunità europea».

E bravo! Ma quante rivoluzioni! Il tecnocrate, risaputamente allergico a quella sociale e politica, delle rivoluzioni industriali e tecniche ne fa veramente spreco. Lo consigliamo a farne economia, perché potrebbe darsi che dopo l’abbondanza, come per l’energia, venga la carestia, ed allora, povero lui, e ci darebbe ragione, non rimarrebbe proprio che quella sociale! Non ci risulta che le risorse naturali siano in grado di per se stesse di fare rivoluzioni. Secondo il tecnocrate, incapace di vedere dietro le cose i rapporti sociali, umani, vivi e storici, il carbone fa la sua brava rivoluzione, dopo di lui e contro di lui il petrolio, poi l’energia atomica, e infine, per chiudere hegelianamente il ciclo, il carbone, in attesa che si sveglino sole ed idrogeno; si ripresenta, battuto ma non distrutto, a riproporre le sue acrobazie! Questa perla non la raccoglierebbero neanche i porci.

Ma la borghesia ha i piedi per terra e, dopo la sbornia cibernetica, «realisticamente» riscopre il carbone. Oh! sì è vero, tutto ciò ha una sua logica, non saremo certo noi a negarlo. È la logica del Capitale, costretto dalle forze produttive che esso stesso ha scatenato a voltar le terga in precipitosa fuga verso la sua origine, nelle braccia del prosaico e nero carbone. Non ha fatto in tempo a dare un’occhiata all’Empireo che è costretto a ripiombare fra le braccia del demonio. Ma ancora una volta, ed una volta per sempre, ce lo ha detto Marx: «La società capitalistica scatena forze infernali che non è poi in grado di dominare».

Il fatto è che a ricacciare il muso sotto le viscere della terra sono sempre i soliti, i salariati, i musi neri. Solo loro saranno in grado di rovesciare i rapporti di produzione che li abbrutiscono ogni giorno di più, una volta che sotto la spinta delle determinazioni sociali avranno rigettato l’abbraccio di opportunisti e manutengoli ed esprimeranno tutta la loro violenza rivoluzionaria sotto la guida del partito storico della rivoluzione comunista. Sir James storce pure la bocca di fronte alla nuova giaculatoria, ma così sarà, gli piaccia o no, non per opera della ragione, ma della forza, dell’istinto, compresa la fame, sissignore, e la sete, sissignore!

Più perentorio, Charles Bottcher, di professione manager, cavaliere senza paura nel paese dei mulini a vento (attento, hidalgo, si ricordi delle magre del cavaliere della Mancia!) da una sua versione della rivoluzione energetica, sostenendo di diffidare dell’energia nucleare, che presenta problemi di inquinamento e di radiazioni. «Insisterei, sostiene, nell’energia solare, che è pura, abbondante, eterna». E aggiunge: «Non penso che stiamo per esaurire le risorse della natura, se non in senso economico, cioè perché il loro prezzo è divenuto “impossibile”: è il caso del legno, oltre che del petrolio, ma se ne potrebbero citare infiniti altri… è una questione di efficienza, di ordini di precedenza, per me è anche un ritorno al realismo dopo l’euforia cibernetica e spaziale e non significa affatto pessimismo». Dunque il «manager» lo sa: non è questione di crisi e di carenza di risorse naturali, ma di prezzi impossibili. Ci permettiamo di tradurre nel nostro solito crudo linguaggio: la concorrenza capitalistica giunta al suo parossismo in fase imperialistica ultraputrida comporta la ricerca della produzione al più basso costo per ottenere il massimo profitto possibile; le risorse naturali non possono essere utilizzate secondo un vero e proprio piano, perché troppi piani si intersecano contraddicendosi a vicenda; da qui un uso disastroso della stessa natura e l’incaglio dei meccanismi economici e sociali che culmina nel prezzo «impossibile». Ma come è possibile rimettere in moto il meccanismo?

Il nostro cavaliere lo sa eccome: «A mio parere la riforma più impellente è quella della macchina governativa. Le industrie stanno guardando già al secolo XXI, ma i governi sono fermi al XIX per mentalità, funzionamento, strutturazione. Consulenti manageriali dovrebbero rivederne gli ingranaggi, le categorie». In sostanza, cosa ci propone il nostro tecnico? La riforma dello Stato che, molto propriamente, ha definito, «macchina governativa». Il suo torto è di non spiegarci in che consiste questa macchina e, se ce lo permette, lo diciamo noi: è lo strumento repressivo attraverso il quale una classe domina l’altra. La riforma di questa macchina, considerata inefficiente, comporta inevitabilmente un suo rafforzamento, cioè maggiore repressione per la classe dominata. Come si vede il linguaggio del tecnocrate apparentemente neutrale, arriva alle stesse conclusioni degli ideologi, a parole disprezzati, dello Stato cosiddetto «forte» e perché no, diciamo pure «etico». Così i tecnocrati illuministi e fautori dello Stato forte si saldano nell’unica prospettiva dell’inasprimento della dominazione di classe. In alternativa noi conosciamo e continuiamo a credere alla solita, vecchia ricetta. Contro la riforma dello Stato, la distruzione dello Stato borghese; contro la pretesa di renderlo più efficiente e ordinato, la sostituzione di esso con una nuova macchina, anche essa repressiva, ma di segno opposto, cioè lo Stato proletario diretto dal partito comunista unico mondiale. Solo questa nuova macchina sarà in grado di «riformare» la società secondo un piano; soltanto allora le cosiddette risorse naturali potranno essere utilizzate in maniera «razionale». Soltanto allora la volontà umana, in quanto volontà di specie, sarà in grado di dominare la realtà e di organizzarla.