Internacionālā Komunistiskā Partija

Il Partito Comunista 52

Iran - L’impotenza della prospettiva democratica abbandona gli insorti al massacro

Il violentissimo sussulto che ormai da quasi un anno sta coinvolgendo classi e strati sociali, tutti gettati nel calderone dell’«interesse nazionale», contro la dittatura, la megalomania e la corruzione dello Scià, sotto l’accorta e demagogica regia del clero scita, non è di sicuro terminato con l’avvento dell’ancor più truce e sanguinario governo militare — una delle poche «caste» del mosaico sociale sulla quale la monarchia e per essa gli USA poteva ancora contare — anche se questa «estrema ratio» per mantenere il «simbolo statale» pare aver dato, col buon viatico della benedizione della Russia che, pur tacendo, ha avallato tutta l’operazione, un po’ di respiro alla situazione fattasi, dopo migliaia e migliaia di morti, non più altrimenti sostenibile per il trono.

L’avido imperialismo succhione del dollaro non è riuscito a mantenere una struttura statale abbastanza salda e così «omogenea» da isolare le masse dei diseredati dagli strati piccolo borghesi e nazional borghesi, mediante il «punto di riferimento politico» dell’augusta persona del burattino Palhavi; anzi la sua scellerata, «perversa» conduzione dell’economia — zero in economia, e zero in politica al megalomane pulcinella degli USA — ancora di più ha favorito questo incontro, pur nella sterminata pioggia di dollari che, in luogo del benessere, ha portato alla lunga disoccupazione, crisi, fame. La rivolta delle mezze classi commerciali e burocratiche, dello sterminato proletariato urbano, dei contadini immiseriti dagli effetti di una dissennata politica agraria, tesa alla ricostruzione del latifondo su base industriale e alla liberazione di forza lavoro per un’industria nazionale non ancora esistente, si è dunque saldata al malcontento degli strati borghesi che non legati agli intrallazzi delle corte, non riescono, in un clima di assoluta anarchia economica, a realizzare investimenti produttivi, strangolati d’altro lato dallo strapotere delle multinazionali operanti in Iran, e dalla tragica mancanza di infrastrutture che lo Scià da anni dichiara invano voler costruire.

Ed il programma politico di questo blocco sociale totalmente disomogeneo, per tanti e profondi aspetti nuovo rispetto a quelli promossi dalle vitali borghesie nazionali che guidarono i fronti di riscossa nazionale contro l’imperialismo della sterlina, e poi del dollaro e della sterlina congiunti, ben si riflette nella ideologia nazionalista e confessionale che si è dato. Borghesia già nata vecchia e puzzolente di dollari, mezze classi legate alla distribuzione e alla accumulazione precapitalistica, ma inserite definitivamente in un mercato che si esprime in forma compiutamente capitalistica; agricoltura nella contraddizione esplosiva del grande latifondo industriale che convive con forme di piccola proprietà fondiaria che danno solo fame e addirittura con forme estese di nomadismo, miscela esplosiva che ha gettato nel caos la produzione agraria, incapace ormai di sfamare ove non si faccia ricorso a massicce importazioni di grano e carne, il popolo dell’Iran; un sottoproletariato che ha conosciuto il lavoro della terra, si è ridotto a bracciantato, poi ha sperato nella gigantesca ondata dell’edilizia, esaurita la quale si è trovato nella più assoluta indigenza, ed infine un proletariato industriale non esteso numericamente ma compatto, concentrato, con un’eroica storia di lotte di classe, capace di paralizzare l’intera nazione chiudendone i rubinetti della gran manna, ma assolutamente privo di un indirizzo classista, incapace, almeno per ora, di una autonoma organizzazione, confuso e legato nel blocco delle altre classi.

E’ certo che un atto «politico» quale il cambiamento del personale di governo non ha potuto sanare le contraddizioni economiche e sociali che sono alla base dell’Iran, ma ha, per lo meno temporaneamente, contenuto le velleità del fronte nazionale, un dirigente del quale, Sanjabi, ha anche avuto il pessimo gusto di farsi arrestare… per una conferenza stampa.

Organizzazione, quella del fronte, amorfa e incoerente, che raccoglie, con la benedizione dell’Islam, quanti si riconoscono nell’ambizioso programma di… «farla finita con la dinastia dei Pahalevi»; edizione quindi rivista e peggiorata di quell’omonimo «fronte» che, ben più serio, libero (e questo, per i «democratici iraniani» sembrerà un mistero alla luce dei passati e presenti accadimenti) dall’influenza del clero, anzi da esso fieramente osteggiato, sostenne e fece propria la politica che portò nel 1953 al governo di Mossadeq, con programma rigidamente nazional-borghese e pagò con una spaventosa repressione antioperaia il fallimento di questo indirizzo stalinista. Allora il Partito Comunista Iraniano e il proletariato da esso sciaguratamente inquadrato, sostennero il peso di tutta l’operazione, oggi esso è sostenuto dall’informe minestrone di quanti la pioggia di dollari riversatasi nelle casse dello Stato (di esclusiva proprietà Pahalevi), nei depositi bancari, in Iran e all’estero, dei proprietari fondiari e dell’alta borghesia legata allo Scià, ha appena sfiorati, se non lasciati assolutamente all’asciutto, o peggio gettati nella più nera indigenza per un «perverso» meccanismo di accumulazione che preti opportunisti e saputi teorici di «sinistra», si compiacciono di chiamare «effetti del modello capitalistico di importazione».

La dizione è imbecille, però i motivi fenomenici sono alla portata anche dell’impotente teoria economica dell’opportunismo, per tacere degli economisti borghesi. Malgrado i primi entusiasmi per gli «incredibili» indici di crescita del prodotto nazionale lordo, abbondantemente al di sopra dei valori previsti dai vari «piani quinquennali», i balzi delle royalties, da sei miliardi di dollari nel ’63, a quindici, a diciotto, a venti, sino ai ventiquattro del 1977, l’acquisto di un quarto delle azioni delle acciaierie Krupp etc., gli economisti qualche dubbio avevano cominciato a nutrirlo, considerando la mancanza in Iran di strade, ferrovie, porti, risorse tecniche e «manageriali», operai specializzati, che costituissero gli elementi portanti dello sviluppo economico ma soprattutto notando come il processo inflattivo mondiale, del quale l’aumento del prezzo del petrolio è uno dei principali aspetti, crescesse il costo delle importazioni che, a vario titolo, costituiscono una voce rilevantissima nel bilancio statale.

Se nel 1975 un «famoso» studio dello Hudson Institute dava scarse possibilità, e poco futuro al «miracolo iraniano», predicava un periodo di venti anni «soltanto» per la costituzione dell’industria leggera, e concludeva con una visione tutta sociologica che, se le grandi aspettative fossero andate deluse, ne sarebbe potuta sopravvenire una grave crisi politica che puntualmente è scoppiata, ma non proprio per le cause indicate dalle teste d’uovo dell’Hudson.

La crisi dell’agricoltura, che pur con il 50% della popolazione iraniana vivente sui campi contribuisce (dato del 1977) per meno del 10 per cento alla formazione del prodotto interno lordo e non è in grado di sfamare il paese, costringe a spese ingentissime e di anno in anno in aumento (con tassi medi del 10%) per l’acquisto di derrate alimentari: spese che inducono il processo inflattivo, unite alla cronica incapacità del processo economico di integrare la «campagna» nel mercato nazionale, tara specifica delle giovani economie capitalistiche che devono deprimere il fondiario a tutto vantaggio dell’industriale. Ancora, si manifesta un altro fenomeno che l’imbecillità e la malafede degli opportunisti ascrive a «causa», il bassissimo livello medio «retributivo» (questo piacerebbe molto ai neo Keynesiani) che comprime e rende asfittico il mercato interno, e non stimola il processo consumo-produzione e insieme l’enorme quantità di dollari «petroliferi» che sono andati ad ingolfare zone ristrette, la capitale e le altre città importanti, senza riuscire ad «investirsi» in modo redditizio. E vediamo qui una delle più luminose conferme della «nostra» economia; il «capitale» deve trovare un investimento quanto più celere possibile che lo rimetta in moto nel ciclo produzione, consumo, realizzo del valore.

In Iran, data la mole che ha raggiunto come massa monetaria, il capitale non può essere impiegato in quelle enormi quantità per iniziare da un livello bassissimo il suo ciclo infernale. Il modo di produzione capitalistico è come un volano la cui massa aumenta nella rotazione che si fa sempre più difficile ed ha bisogno di sempre maggiore energia per mantenersi in moto e continuare a crescere; una diminuzione di velocità, o dell’energia che lo tiene in moto, gli è fatale, lo arresta; il sogno dello Scià, di mettere in moto questa massa, — quand’anche l’intrallazzo, lo scandalo, la corruzione più sfrenata non esistessero in Iran — con pure forze interne (interne nel senso che dà al termine la meccanica) è destinato a scontrarsi con le leggi dell’economia ed a fallire. Ed è questo stesso sogno, si badi bene, che alita nelle fantasie nazionalistiche del democraticume piccolo-borghese che al grido di «tutte le risorse naturali dell’Iran all’Iran» spererebbe di edificare un capitalismo «giusto», capace di sfamare e dare a tutti benessere, quando tutti i proventi che vengono dal petrolio fossero investiti in loco, per uno sviluppo armonico.

L’unica alternativa che si offre a questa enorme massa monetaria è quella praticata dalle satrapie, Arabia Saudita etc.; rovesciarla nelle banche del nuovo e soprattutto del vecchio continente, a costituire quel terribile strumento di instabilità che sono i petrodollari, preservando in certo qual modo l’economia della nazione, che si limita a vivere di pura rendita.

Non devono trarre in inganno le incredibili oscillazioni degli «indicatori economici» iraniani. Se nel quinquennio ’68-73 il prodotto nazionale lordo — alla formazione del quale il settore petrolifero ha sempre contribuito del resto per poco meno del 50% — è cresciuto ad un tasso medio di circa il 12% e nel ’73-74 è balzato al 34%, per arrivare ad un «incredibile» 42% nel ’74-78, sì ché il pavone melagomane nell’agosto del ’74 decretò il raddoppio degli investimenti del 5.o piano quinquennale in corso (1973-78), stimando che l’economia fosse in grado di assorbire circa 70 miliardi di dollari, in luogo dei 36 previsti, questi «incredibili» tassi di accrescimento si fondavano non su di un effettivo sviluppo delle capacità produttive industriali, quanto sugli effetti dell’aumento dei prezzi del petrolio; ed infatti, nell’anno ’75-76 — anno di stasi dell’export petrolifero — si avvisa una discesa del 2,6% per poi risalire al 14% nel ’76-77.

E d’altro lato l’incremento della produzione industriale, che da anni si manteneva su livelli abbastanza elevati (11% all’anno nel periodo 1968-70 e 16% dal ’71 al ’73) è da prima salita al 22% per poi scendere al 17% nel ’76-77. Ma questi dati non sarebbero tanto significativi se non accompagnati dalla rilevazione che l’industria contribuisce per circa il 18% alla formazione del prodotto interno lordo (dati al ’76), e soltanto per il 30% al P.T.L. «non oil» (la quota parte del P.T.L. che compete a tutta la produzione non petrolifera) e che, ancora, occupa poco più di 2 milioni di persone, la maggior parte delle quali sono addette nel campo delle costruzioni, che hanno avuto nel ’76-77 un incremento del 40%, in piccole imprese manifatturiere od in laboratori artigiani con meno di 10 dipendenti; le grandi imprese industriali hanno un’occupazione complessiva di circa 450 mila unità. La struttura dell’industria in generale, è ancora ben lontana dall’aver raggiunto l’organicità e la complessità di un moderno paese industriale; circa il 60% dell’attività industriale è concentrato nel comparto dei beni non durevoli, tessili, alimentari, ecc.; l’industria chimica, che ha contribuito nel ’77-78 a circa il 30% dell’incremento complessivo della produzione industriale produce però con costi di produzione e gestione di circa il 50% più elevati che negli USA; e nel 1977 è stato prodotto un milione di tonnellate di acciaio, circa 1/6 del fabbisogno nazionale.

Contraendo anche un debito sui mercati finanziari stranieri di circa 2 milioni di dollari (’77-78) per finanziare i piani di sviluppo — debito garantito dalle future estrazioni petrolifere — l’Iran ha accresciuto, invece che diminuito, la sua dipendenza dall’estero. In 3 anni, dal ’72 al ’75, le sue importazioni sono passate da 3 a 15 miliardi di dollari — comprese le spese per gli armamenti — per arrivare a 18 nel ’76, il 30% del prodotto nazionale lordo, per gran parte destinati all’acquisto di articoli di lusso o di consumo corrente, o di derrate alimentari.

Questi dati, sia pure nella forma sparsa e frammentaria qui presentata, hanno in realtà il solo scopo di mostrare l’illusorietà di fare dell’Iran una «nazione economicamente sviluppata» semplicemente riappropriandosi, come si va dicendo da gran parte della borghesia «progressista» e degli strati democratici piccolo-borghesi, oggi in gran tumulto, di tutti i proventi del settore petrolifero. L’inflazione galoppante, la crisi economica, non sono state provocate da una scarsa o cattiva distribuzione delle risorse, da un «modello economico sbagliato» o dall’aver stornato parte delle ricchezze per la «vocazione» di gendarme del Golfo; non esisteva alternativa al modello, stanti le condizioni specifiche con cui è stata creata, distribuita ed impiegata quella ricchezza. Non quindi «l’uso perverso» della ricchezza, come scrive la stampa opportunista, ma la realizzazione dell’accumulazione primitiva, è il terribile nodo gordiano delle economie sottosviluppate in regime mondiale capitalistico.

Zero in economia quindi, e zero in politica, al megalomane e sanguinario pulcinella, «erede» di Ciro il Grande, sulla pagella della storia. C’è da considerare intanto chi sia a «mettere i voti»! In economia le finalità che avrebbe voluto raggiungere, non sono certo diverse da quelle dei suoi critici che sono alla direzione del movimento di lotta; anche se i suoi sogni falliti di potenza economica e militare, che sono del resto funzionali al disegno globale dell’imperialismo USA, del quale egli rimane un burattino, hanno di sicuro fatto esplodere le contraddizioni insite nello stesso modo di sviluppo certamente in anticipo, od in forme ancora più drammatiche. Ma non è certo questa la quistione economica di fondo!

Forse lo è la liberazione dal giogo pesante degli USA (in economia è di rapina e militarmente si configura come «gendarme del gendarme») come con varie sfumature (ed alle volte con diversità nella sostanza) si va propagandando nel fronte multicolore degli attuali oppositori. In realtà l’unico tentativo semiserio di far questo, quello nel 1953 del dr. Mossadeq, si trovò schierati contro, in fronte compatto, borghesia urbana, che aveva cominciato a fiutare buoni guadagni, e clero scita, non rovinato ancora dalla rivoluzione agraria, che oggi si erge a campione di democrazia e libertà! A tutt’oggi, non risulta che dopo tanti massacri, i dirigenti della rivolta abbiano cercato di organizzare un embrione di lotta armata, e mettersi sullo stesso terreno dell’avversario, sfiancandolo con il blocco della produzione; se ne guardano bene, preti e democratici. In realtà essi vogliono soltanto un rovesciamento del personale governativo; i mali attuali dell’Iran spariranno se al posto di un uomo degli USA siederà «un consesso di veri iraniani», che democraticamente sfrutteranno e gestiranno, magari nel nome di Allah, le enormi risorse del paese.

A modo suo, l’imperialismo ha preparato il cambiamento, dando il via alla formazione di un governo «di gerarchi», formalmente leale allo Scià, ma di sicuro pronto a rovesciarlo ad assumere direttamente il potere, e condurre magari in modo ancor più sanguinario, la precedente politica, magari facendo piazza pulita di tutti gli immondi succhioni cresciuti all’ombra del trono del Pavone, in quest’opera moralizzatrice trovandosi perfettamente d’accordo con i democratici.

Continuerà ancora ad allignare la beffa della creazione di «un nuovo stato», un nuovo stato, che giusta il programma dei dirigenti religiosi del Fronte, dovrà nascere «confessionale»? Un solo grido dai tanti «partiti» del Fronte: «all’Iran il petrolio dell’Iran, per lo sviluppo dell’Iran».

Non più la vendita del greggio, ma dei suoi derivati, sì da creare il massimo valore aggiunto; e questo va pure d’accordo con gli insegnamenti del Corano. Per cui è l’uomo che si deve sviluppare — e non l’economia —; per cui, agli operai che oggi si chiama allo sciopero per la santa causa, sicuri che non si ancoreranno su rivendicazioni autonome di classe, un giusto salario per una giusta giornata di lavoro. Al solito, la tragedia di queste formidabili convulsioni sociali, che rischiano di appiccare ben altre fiamme di guerra, si tinge della farsa dei fumi ideologici, che celano la stessa feroce volontà di sfruttamento, anche se nobilitata dall’ideale della causa nazionale contro la tirannia.

In realtà, la vera tragedia alla scala storica, e la sua saldezza negli scioperi non si è offuscata nonostante il massacro che sta subendo, la vive il proletariato che non è in grado di inserirsi come forza autonoma nello scontro che si va determinando tra forze nazionali e forze comandate dall’imperialismo del dollaro, scontro che va aprendo eccellenti prospettive per la rottura di quella terribile gabbia che a Yalta fu posta per la spartizione del mondo e, svolgendosi proprio nell’area geopolitica più delicata dell’intero orbe, potrà produrre effetti catastrofici sull’intero meccanismo economico e politico capitalistico.