Internacionālā Komunistiskā Partija

Il Partito Comunista 70

L’eroica rivolta proletaria di Corea denuncia l’assenza della direzione comunista

L’economia della Corea del Sud è di tipo giapponese o italiano; uno stato semindustrializzatò, con industrie manufatturiere che producono prevalentemente per l’esportazione (solo il 50% della produzione manifatturiera è assorbito dal mercato interno). Delle esportazioni, solo il 10% proviene dall’agricoltura e dalle industrie estrattive, mentre il restante 90% è costituito da manufatti. Del totale delle esportazioni, ben il 38% è costituito da prodotti industriali pesanti o sofisticati quali macchine utensili, armi leggere, prodotti chimici e persino ordinatori. Cantieri navali tra i più grandi e moderni del mondo lavorano a costi più bassi del 20% di quelli giapponesi. Tre fabbriche di automobili sfornano 90 mila auto all’anno. Negli ultimi anni si è sviluppato anche un mercato interno: le vendite di elettrodomestici sono aumentate dell’83% nel 76 e dell’80 per cento nel 77. Dal 77 le esportazioni hanno subito un balzo in avanti tanto che la Corea è divenuta uno dei principali esportatori mondiali, superando in volume Hong Kong e Taiwan: nel 77, incremento del 28,5% passato al 26% nel 78. Principali clienti sono gli USA che assorbono il 34%, il Giappone (20 per cento), la CEE (17%), il Medio Oriente (13%). Principale fornitore il Giappone dal quale provengono il 39% delle importazioni. Sempre dal Giappone provengono il 36,5% dei capitali investiti.

Il tasso di crescita dell’economia, nel 74-75 quando l’Occidente era in recessione, si manteneva all’8%. Nel 1976 passava al 15,5%, nel 1978, al 19%.

In un paese sprovvisto di petrolio, questa vertiginosa crescita è stata possibile solo grazie allo sfrenato sfruttamento della mano d’opera: il salario medio mensile è intorno ai 150 dollari (circa 125 mila lire) per una settimana lavorativa di 50 ore, ma gran parte dei salariati vivono con 65 dollari al mese (circa 55 mila lire). Le donne vengono pagate metà degli uomini. I salari più alti sono quelli dell’edilizia, i peggio pagati sono i minatori. Tra il 75 e il 79, la produttività è aumentata del 51%. L’inflazione raggiunge ritmi annui del 24% e in più quest’anno la moneta nazionale, il won, è stata svalutata del 20%.

Eppure il salario medio tra il 1966 e il 1976 è aumentato del 75% e nel 78 ancora del 17%. Questo aumento dei salari nonostante l’incessante crescita dei prezzi ha alimentato un esodo massiccio verso le città dove si vive male ma almeno si riesce a sopravvivere. In 5 anni, dal 1973 al 1978 la popolazione attiva in agricoltura è passata dal 50 al 40% e secondo le previsioni degli esperti, nel 1982 la Corea del Sud dovrebbe arrivare al livello della Grecia che ha il 34% di addetti all’agricoltura. Si è prodotto quindi il caratteristico gonfiamento delle metropoli. A Seul, dove si calcola vivono 1 milione di originari della provincia del Cholla [Jeolla], nell’aprile 1979 è stato addirittura proibito lo impianto di nuove aziende.

L’esodo si è rivolto anche all’estero: nel Medio Oriente ad esempio vivono 200 mila coreani che lavorano nell’edilizia.

Un’economia di tipo giapponese, un’industria di trasformazione tutta proiettata verso l’esterno e quindi fragilissima.

L’anno passato infatti è arrivata una prima crisi che è alla base delle attuali sommosse: un brusco arresto del tasso di crescita, una diminuzione dell’incremento del ‘prodotto nazionale lordo (dal 12,9 al 7,1%), un vertiginoso aumento della disoccupazione arrivata al 5,3 per cento della popolazione attiva mentre normalmente si mantiene su livelli del 3%. Nel 1977 la popolazione attiva veniva stimata a 13,1 milioni (su 37 milioni di abitanti) con un aumento di 700 mila unità all’anno. Quindi oltre 700 mila disoccupati in un paese dove, secondo le stime ufficiali vivono 2 milioni di « poveri assoluti », cioè gente che fa letteralmente la fame.

Condizioni moderne quindi che stanno alla base di una rivolta non di masse arretrate ma di moderni proletari, in un paese pienamente capitalistico dove l’80% delle famiglie ha la televisione, dove l’analfabetismo non esiste, dove le iscrizioni all’Università sono aumentate del 30% nel 79.

E, come nei paesi più moderni, esiste una centrale sindacale sotto il controllo dello Stato, con oltre 1 milione di iscritti, lo sciopero è vietato per legge.

Non per questo la classe operaia si lascia schiacciare senza reagire. I proletari e contadini poveri coreani hanno antiche tradizioni di lotta.

Nell’aprile scorso a Sabuk (130 km a Sud Est di Seul) 35.000 minatori dopo aver ucciso un poliziotto e feriti 70, hanno assunto il controllo della città (50 mila abitanti) impadronendosi del comando della polizia e della milizia. Reagivano, guarda caso, contro un accordo salariale firmato dai sindacati di regime sul quale evidentemente non erano molto d’accordo. Una sindacalista è stata tenuta in ostaggio per due giorni. Alla fine la lotta è cessata solo quando i padroni hanno concesso un aumento del 20% retroattivo da gennaio, un aumento del 400% della gratifica annuale, la assicurazione di un altro aumento salariale nel caso di aumenti del prezzo del carbone. I minatori hanno vinto! Strano! Non vi sono state repressioni! Le truppe che avevano circondato la città, dopo la conclusione dell’ accordo sono rientrate alle loro basi. I minatori infatti che, pur non essendo neanche diplomati, conoscono le buone maniere, si erano impadroniti delle armerie della città facendo chiaramente intendere che non si sarebbero lasciati « reprimere » tanto facilmente.

I giornali che si dilungano nelle terroristiche descrizioni delle violenze alla popolazione indifesa, non parlano di questa lotta vittoriosa. Qui non c’erano preti a disarmare gli scioperanti.

La provincia del Cholla [Jeolla], all’estremo Sud, è sempre stata ..piuttosto turbolenta. Ancora oggi viene ripetuta la raccomandazione del primo re della dinastia Koryo (intorno al 1000) secondo il quale gli abitanti della regione sono « gente della quale non ci si può fidare ». Fu qui che si sviluppò nel 1894 una grande rivolta di contadini poveri detta di « Tong Hak » [“Donghak”], che marciarono verso Seul e furono fermati solo dall’intervento dei giapponesi. L’ultima rivolta risale al 1945.

Kwangju [Gwangju] è un grosso centro industriale di circa 800 mila abitanti, Mokpo, un importante porto dell’estremo sud, ne conta 200 mila. Secondo i giornali alla rivolta a Kwangju avrebbero partecipato 200 mila persone, a Mokpo 30 mila. Bastano queste cifre a smentire il ridicolo tentativo di presentare la sommossa come una sorta di agitazione studentesca; neanche a Parigi vi sono tanti studenti. E’ stata una rivolta proletaria che ha le sue radici nelle terribili condizioni di vita delle masse sfruttate e che ha preso le mosse dal fatto occasionale della instaurazione della legge marziale. Su questa rivolta spontanea e incontrollata si sono innestate le rivendicazioni di una numerosa e agguerrita piccola borghesia urbana e intellettuale il cui nerbo organizzato è costituito dagli studenti, e che da lungo tempo lotta per la instaurazione di un regime democratico ad essa più congeniale.

Le masse proletarie sono disorganizzate e senza guida; non hanno né un proprio partito né un proprio sindacato. In queste condizioni la direzione della lotta poteva essere presa in mano soltanto dalla piccola borghesia intellettuale, cioè dagli studenti che hanno una propria organizzazione anche un proprio programma politico generale che si riassume appunto nella instaurazione della libertà di parola, di associazione, di stampa, libere elezioni, ecc.

Ed i fatti parlano chiaro: dal 21 al 23 maggio, cioè fino al momento in cui la rivolta si è sviluppata incontrollata, essa si è spontaneamente estesa ai centri vicini fino a un raggio di oltre 100 km. I giovani si sono impadroniti degli arsenali e dei mezzi di trasporto.

I giornalisti riferiscono di un continuo movimento di camion carichi di ragazzi armati che andavano e venivano verso le altre città. 11 22 maggio sono arrivati a Mokpo 300 in camion; subito è scoppiata la sommossa ed è stata incendiata la sede della polizia segreta e la stazione radio. Anche questo fatto è indicativo; sia a Kwangju che a Mokpo le stazioni radio venivano incendiate. Se vi fosse stata una direzione politica, le avrebbe invece utilizzate per fomentare la rivolta nel resto del paese.

Il 23 maggio l’ondata è già in fase di riflusso. Viene annunciata la formazione di comitati cittadini composti da studenti, professori, ecclesiastici, che non hanno nulla a che vedere con le masse insorte nel senso che non emanano da esse, ma che gradualmente prendono il controllo della situazione essendo l’unica forza organizzata. La spinta all’estensione della rivolta si arresta. Una delegazione capeggiata dal vescovo inizia trattative con le autorità militari. Viene formata una specie di polizia civica a Kwangju e inizia la requisizione delle armi. Contemporaneamente l’esercito attua in tutta tranquillità l’accerchiamento della città: come in, tutte le insurrezioni, quando i ribelli si mettono sulla difensiva sono già battuti. Mentre il vescovo prosegue le trattative, mentre i comitati civici disarmano gli insorti, il cerchio si stringe sempre più e l’esercito avanza fino a ridosso delle barricate.

Il 25 maggio la maggior parte delle armi sono state raccolte e la delegazione guidata dal vescovo propone un accordo in 7 punti che prevede due cose in netto contrasto tra loro: da una parte la riconsegna delle armi, dall’altra la ridicola « promessa » di non attuare repressioni e, veramente esilarante, di pubbliche scuse del governo.

Il 26 reparti paracadutati si attestano sulle colline che dominano la città. Il 27 tutto è pronto per l’atto finale: la passeggiata dell’esercito può concludersi con la rioccupazione della città e lo scatenarsi delle violenze contro la popolazione inerme.

Ecco come, si stroncano le rivolte! Dove non è arrivato l’esercito sono arrivati i comitati cittadini. E’ la piccola borghesia che ha consegnato la città nelle mani dei militari che ora si coprono di gloria ammazzando gente disarmata.

Già nelle prime rivendicazioni si poteva riconoscere l’imbelle e impontente ideologia piccolo-borghese: fine della legge marziale, liberazioni! dei detenuti politici, dimissioni del generale Chou. Ma per realizzare questi obbiettivi non c’era altra strada che quella intrapresa spontaneamente dalle masse: opporsi con mezzi più marziali alla legge marziale, liberare con la forza i detenuti politici, cacciare il generale Chou. Nelle trattative veniva chiesta ai generali la garanzia che non sarebbero state attuate repressioni, ma per avere questa garanzia si doveva fare come i minatori: non riconsegnare le armi.

E’ caratteristica della piccola borghesia fermarsi a metà strada, non essere capace di difendere fino in fondo neanche le proprie rivendicazioni.

Il proletariato non ha richieste da fare al potere borghese, non chiede clemenza, non fa piagnistei sui suoi caduti, non trema di fronte allo strapotere avversario, non cerca vie traverse con l’illusione di evitare la guerra civile, riconosce con la sua dottrina scientifica che tra le classi vale una sola legge: la forza.