Perché la Russia non è socialista? Pt.2
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Economia russa e Rivoluzione d’Ottobre
Le prime misure che il proletariato giunto al potere in un paese sviluppato deve prendere tendono a eliminare il carattere capitalista dell’economia. Nella società borghese, la merce essenziale, quella che è l’origine e la base dell’accumulazione del capitale, è la merce forza lavoro, il prezzo della quale sul mercato della manodopera si esprime nel salario, o equivalente in denaro dei prodotti necessari al sostentamento dell’operaio. Anche quando la forza lavoro è pagata al suo “giusto valore”, cioè permette al salariato di provvedere ai bisogni suoi e della sua famiglia, l’impresa capitalistica ricava sempre un eccedente dalla vendita dei suoi prodotti: il plusvalore o profitto, fonte inesauribile del capitale, motore dell’accumulazione, fondamento economico della potenza sociale della classe capitalistica.
Ricordato tutto ciò, è chiaro che, per distruggere lo sfruttamento capitalistico, occorre distruggere il rapporto fondamentale che ne costituisce la base: occorre distruggere il carattere di merce della forza lavoro. Ciò è possibile ad una sola condizione: che sia abolita la forma di retribuzione chiamata salario. Il mezzo previsto dal marxismo per raggiungere in un primo tempo questo risultato è il sistema dei “buoni di lavoro”, di cui parleremo più a lungo in seguito.
Abbiamo già detto a questo proposito che tale sistema, malgrado i sarcasmi dei filistei “moderni”, non era affatto utopista. Tuttavia, all’esame della descrizione che ne dà Marx, appare subito che esso non è realizzabile se non in paesi che abbiano raggiunto un certo stadio di sviluppo economico e tecnico. Non era questo il caso della Russia proletaria nell’Ottobre 1917: da una parte, per l’arretratezza economica del paese; dall’altra, a causa delle distruzioni provocate dalla guerra civile contro i Bianchi e dalla guerra contro l’intervento straniero.
Non solo il potere rivoluzionario bolscevico non poteva affrontare subito il compito economico fondamentale della rivoluzione socialista – cioè abolire i rapporti di produzione capitalistici – , ma anche, solo per potervi riuscire un giorno, doveva prima svilupparli. Il proletariato russo aveva conquistato il potere sull’onda di una rivoluzione borghese che la borghesia russa era stata incapace di condurre a termine; per contropartita, reggeva sulle proprie spalle il grave fardello del compito che storicamente incombe alla borghesia: l’accumulazione originaria del capitale.
Invece di sopprimere la divisione del lavoro, fondamento del salariato, esso doveva utilizzare nel miglior modo quella che esisteva in Russia. Ben lungi dal far scomparire il mercato, inseparabile dalla retribuzione in denaro della forza lavoro, doveva farlo rivivere. Invece di procedere all’impossibile socializzazione di milioni di aziende agricole era costretto, per l’approvvigionamento delle città, a incoraggiare la piccola produzione contadina. In una parola, doveva correre il rischio di tenere in pugno un potere politico destinato a distruggere l’economia capitalistica, ma spinto per forza di cose ad accelerarne lo sviluppo!
Questa sfida eroica certi “estremisti” vorrebbero considerarla – retrospettivamente – come votata a priori all’insuccesso: un tentativo di potere proletario nella Russia semi-feudale non poteva – essi dicono – sfociare in altro che in un capitalismo nazionale! Questo significa ignorare due elementi-chiave: da una parte, la rivoluzione che, nel corso della Prima guerra mondiale, maturava comunque in Russia, occasione unica, per il suo proletariato, di approfittare dell’incapacità congenita della borghesia nazionale di compiere la propria rivoluzione, per rovesciare i rapporti di forza sociali su scala mondiale; dall’altra, l’ipotesi, divenuta plausibile dopo l’insurrezione d’Ottobre e la crisi sociale provocata dalle miserie della guerra in Germania, di una rivoluzione operaia in quest’ultimo paese: nel qual caso, l’ascesa al potere del proletariato tedesco, alleggerendo i compiti economici dei bolscevichi, avrebbe permesso loro di doppiare il capo dell’accumulazione del capitale, senza rischiare, in una forma o nell’altra, la restaurazione del suo potere politico e della sua forza sociale.
Per Lenin e per tutti i bolscevichi – Stalin compreso, prima che teorizzasse il “socialismo in un solo paese” – il traguardo della rivoluzione d’Ottobre non era affatto la trasformazione immediata dell’economia russa in senso socialista. Mille testi e discorsi testimoniano al contrario che la prospettiva di tutti i comunisti dell’epoca consisteva nel fare del potere dei Soviet una specie di bastione avanzato della lotta rivoluzionaria mondiale. Solo se la rivoluzione avesse guadagnato i paesi più sviluppati d’Europa, nei quali le prime misure fondamentali del socialismo erano immediatamente possibili, se ne sarebbe potuta prevedere la realizzazione progressiva in Russia. Lenin l’ha sottolineato a più riprese con la sua formula: “Senza rivoluzione vittoriosa in Germania, nessuna possibilità di socialismo in Russia!”. Per affrettare questa vittoria, per concentrare in essa tutte le forze del proletariato internazionale, per liberare il potere sovietico dalla palla al piede di una restaurazione della produzione industriale russa, egli era pronto a dare in affitto al capitale straniero le principali imprese! Posizione ben diversa dalla figura di un Lenin patriottico che ci viene propinata oggi! Preoccupazioni lontane le mille miglia da chi ha preteso, dopo di lui, di “fare” del socialismo nel SUO paese solo!
La storia non ha risposto alle aspettative di questa generazione di giganti politici: la Comune di Berlino schiacciata; le insurrezioni operaie nell’Europa Centrale sconfitte. Furono le disfatte successive della rivoluzione internazionale a imporre ai bolscevichi una serie di misure di politica economica che non avevano nulla a che vedere col socialismo, ma che lo stalinismo, in seguito, consacrò sotto questa etichetta menzognera. In realtà, si tratti della gestione operaia delle imprese abbandonate dal padrone o del ristabilimento di un certo grado di commercio interno, della pianificazione industriale o della sostituzione dell’imposta in natura alle requisizioni forzate di grano, tutti questi non erano che espedienti economici, palliativi contro la miseria e la sottoproduzione, provvedimenti di attesa in vista di una ripresa della lotta proletaria mondiale, alla quale tutti i rivoluzionari degni di questo nome non accettarono mai che si potesse o dovesse rinunziare.
Fu necessario che il riflusso di questa lotta internazionale si risolvesse in disfatta, che fossero massacrati o deportati tutti coloro che, in Russia o altrove, restavano fedeli alle posizioni di Lenin, perché si compiesse la più grande impostura della storia moderna: la consacrazione “socialista” del sistema più arretrato e più barbaro di sfruttamento della forza lavoro.
Nelle condizioni sopra descritte, i bolscevichi erano quindi costretti a utilizzare e sviluppare le categorie che il socialismo si propone di abbattere: lavoro salariato, denaro, accumulazione del capitale.
Il socialismo abolisce la gerarchia delle remunerazioni; i bolscevichi dovettero stimolare la produttività del lavoro col metodo degli alti salari. Il socialismo riduce la durata del lavoro; il potere sovietico lo accrebbe. Il socialismo sopprime il denaro e il mercato; i comunisti russi restituirono al commercio interno la sua libertà. Lo Stato proletario dovette accumulare capitale per ricostituire i mezzi di produzione distrutti, e fabbricarne di nuovi. Insomma, il proletariato russo politicamente era al potere; economicamente, si dissanguava per mantenere in vita un paese in secolare ritardo.
Di queste esigenze, di queste contraddizioni, i bolscevichi erano perfettamente coscienti. Sapevano molto bene che fra il proletariato russo e il socialismo non c’era che un legame: l’Internazionale comunista, interamente rivolta alla lotta del proletariato d’Europa e anche d’Asia.
Isolamento e sconfitta del proletariato russo
Solo una vittoria proletaria in paesi capitalistici sviluppati poteva aiutare la Russia dei Soviet ad alleviare le miserie e le sofferenze e a sventare i pericoli sociali che la ricostruzione della sua economia comportava. Lenin non ha mai detto o pensato si potesse “fare del socialismo” nella Russia arretrata. Egli contava sul trionfo della rivoluzione operaia, prima in Germania e in Europa Centrale; poi, in Italia, Francia e Inghilterra. E’ da questa rivoluzione, e solo da essa, che egli attendeva la possibilità per la Russia futura di fare i primi passi in direzione del socialismo.
Quando Stalin e i suoi complici salirono al potere e decretarono, come per il beneplacito di un sovrano, che il socialismo era possibile nella sola Russia, essi liquidarono di fatto la prospettiva di Lenin e dei bolscevichi, spezzarono l’unico legame che unisse il proletariato russo a una possibilità di socialismo futuro: il legame del partito russo con la rivoluzione comunista europea.
I rapporti di produzione della Russia di allora, nei limiti in cui avevano superato lo stadio arcaico della piccola produzione e dell’economia naturale, non avevano che fondamenta borghesi. Su queste fondamenta non si potevano sviluppare che strati sociali ostili al socialismo, avidi innanzitutto di consolidare politicamente i loro vantaggi economici. Tali erano specialmente i commercianti e i piccoli capitalisti privati, ai quali la N.E.P. aveva restituito una certa libertà d’azione. Tali erano le enormi masse contadine, divenute rabbiosamente conservatrici dopo che la rivoluzione operaia le aveva provviste di terra.
Se la rivoluzione fosse stata vittoriosa in Germania, il potere sovietico avrebbe potuto limitarsi alle concessioni già fatte al capitalismo privato e al contadiname russo, e controllarne i riflessi sociali. Rinunciare alla rivoluzione europea, come fece Stalin, era invece dar libero corso allo sviluppo dei rapporti capitalistici in Russia, era dare alle classi che ne erano le immediate beneficiarie la supremazia sul proletariato. Questo proletariato, minoranza estrema decimata nella guerra contro i Bianchi e aggiogata a un compito produttivo schiacciante, non aveva, contro gli speculatori del commercio privato e l’avidità dei contadini, altra arma che il bastone dello Stato sovietico. Ma questo Stato non poteva rimanere proletario che nella misura in cui faceva blocco col proletariato internazionale contro gli strati reazionari interni. Decidere che la Russia dovesse fare da sola il “suo” socialismo, era abbandonare il suo proletariato alla enorme pressione delle classi non proletarie, e liberare il capitalismo russo da ogni coercizione e da ogni controllo. Peggio ancora, era trasformare lo Stato sovietico in uno Stato come tutti gli altri, sforzandosi di fare al più presto della Russia una grande nazione borghese.
Questo fu il vero significato della “svolta” di Stalin e della sua formula del “socialismo in un solo paese”. Chiamando “socialismo” quello che era puro capitalismo, patteggiando con la massa reazionaria del contadiname russo, perseguitando e massacrando tutti i rivoluzionari rimasti fedeli alla prospettiva di Lenin e agli interessi del proletariato russo e internazionale, Stalin fu l’artefice di una vera controrivoluzione. Pur realizzandola con l’atroce terrore di un despota assoluto, egli non ne fu tuttavia il promotore, ma lo strumento.
Dopo una serie di sconfitte sul piano internazionale come sul piano interno, dopo la repressione delle insurrezioni armate e i catastrofici errori tattici dell’Internazionale come dopo le sommosse contadine e le carestie in Russia, apparve chiaro verso il 1924 che la rivoluzione comunista in Europa era rinviata a tempo indefinito. A questo punto cominciò per il proletariato russo un terribile corpo a corpo con tutte le altre classi della società.
Queste classi, momentaneamente prese da entusiasmo per la rivoluzione antizarista, non aspiravano più che a godersi la loro conquista al modo borghese, cioè sacrificando la prospettiva rivoluzionaria internazionale alla instaurazione di “buoni rapporti” coi paesi capitalistici. Stalin non fu che il portavoce e il realizzatore di queste aspirazioni.
Quando diciamo “proletariato russo”, non intendiamo affatto le masse operaie stesse, esangui dopo tanti sforzi e sacrifici, afflitte dalla disoccupazione e dalla carestia, divenute incapaci di spontaneità politica; intendiamo il partito bolscevico, in cui si condensava e si accentrava l’ultima volontà rivoluzionaria di una generazione politica alla quale la storia non rispondeva più. Non si ripeterà mai abbastanza che la situazione economica in Russia alla fine del periodo della guerra civile era terribile, e che tutta la popolazione aveva finito per desiderare, non importa a qual prezzo, il ritorno alla sicurezza, al pane e al lavoro. In ogni periodo di riflusso di una rivoluzione, quella che trionfa non è la coscienza rivoluzionaria, ma la più triviale demagogia; a politicanti senza scrupoli era fin troppo facile, in simili condizioni, far valere agli occhi delle masse affamate la necessità di un compromesso con l’occidente capitalista, e stigmatizzare come iniziativa da avventurieri la strenua volontà della minoranza bolscevica di continuare la “linea di Lenin”, cioè la subordinazione di tutta la politica russa alla strategia della rivoluzione comunista internazionale. Un’iniziativa Stalin – di fronte al quale gli intellettuali progressisti più raffinati d’occidente si inchinarono come prostitute di infimo grado – non l’aveva mai avuta, lasciando ad altri il compito sovrumano e, a lungo termine, impossibile di conciliare lo sviluppo indispensabile delle basi economiche capitalistiche con il mantenimento del potere proletario. Era questo che lo rendeva disponibile ai fini della liquidazione delle prospettive e delle ragioni d’essere del bolscevismo.
Questa liquidazione esigeva un bagno di sangue, ma quello che disorienta lo storico quando studia la controrivoluzione russa è il fatto che essa si sia sviluppata all’interno del partito bolscevico, come se si trattasse, non di un conflitto tra due prospettive storiche diametralmente opposte, ma di inesplicabili rivalità tra capi, o di una sanguinosa lite in famiglia! E’ questo il “mistero” che spiegheremo nelle pagine che seguono.