Perché la Russia non è socialista? Pt.3
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La controrivoluzione staliniana
Questa impostura copre uno degli avvenimenti più fraintesi della storia contemporanea: solo che la prospettiva autentica della rivoluzione d’Ottobre resta sepolta sotto mezzo secolo di falsificazioni politiche e dottrinali e, per un buon numero di coloro che riescono a decifrarla, essa rappresenta una tale sfida al ritmo delle trasformazioni storiche, un’ambizione a tal punto sovrumana – tenuto conto delle condizioni russe – da apparire addirittura inverosimile. Non si ripeterà quindi mai abbastanza che la chiave di una soluzione socialista si trovava fuori dalla Russia.
All’interno della Russia, al contrario, il doppio carattere della rivoluzione non poteva mantenersi all’infinito: lo sviluppo economico che la rivoluzione borghese spinta fino in fondo esigeva non poteva che minare e, a più o meno lontana scadenza, annientare la vittoria puramente politica della rivoluzione socialista.
Nella Russia degli anni ’20, in effetti tutto quello che deriva da esigenze economiche nazionali, tutto quello che esprime gli interessi sociali russi, costituisce un pericolo mortale per il comunismo: tutte le strategie sociali concepibili all’interno del paese racchiudono, secondo i destini alterni della rivoluzione internazionale, lo stesso rischio fatale per il proletariato russo.
Grazie alla distruzione della proprietà fondiaria feudale, la borghesia contadina ha acquistato un’influenza economica e sociale considerevole: essa accaparra le terre dei contadini poveri affittandole, impiega illegalmente mano d’opera salariata, e arriva perfino a monopolizzare il grano e ad affamare le città. Nell’amministrazione, dove, per forza di cose, decine di migliaia di comunisti sono trasformati in funzionari, si sviluppa un apparato di burocrati il cui principio è “l’amministrazione per l’amministrazione”, “lo Stato per lo Stato”. Nel paese in cui la carestia imperversa, trovare impiego o alloggio diviene un privilegio e, dopo il 1923, difendere una sincera posizione comunista un atto di eroismo.
Perché dopo il 1923? E’ certo che ciò che chiamiamo controrivoluzione staliniana è il coronamento di un processo che si estende su un arco di anni, dei quali è difficile determinare “quello” veramente critico. Il 1923 non è tuttavia un punto di riferimento arbitrario. E’ l’anno della definitiva sconfitta della rivoluzione in Germania: l’ultima possibilità di una prossima estensione del comunismo in Europa svanisce, e la portata considerevole di questo fatto è così ben compresa nel partito russo che la notizia vi provoca dei suicidi. E’ anche l’anno in cui la situazione catastrofica della produzione russa è rivelata dalla “crisi delle forbici”: le curve rispettive dei prezzi agricoli e dei prezzi industriali si presentano sotto questa forma nel diagramma mostrato da Trotsky al XII Congresso del Partito, e il loro crescente divergere pone un grave problema di orientamento economico e di strategia sociale. Bisogna aiutare d’urgenza l’industria pesante o, al contrario e a sue spese, continuare la politica di sgravi fiscali in favore del contadiname? La risposta è lasciata in sospeso, ma la situazione continua ad aggravarsi con 1.250.000 disoccupati.
Sempre nel 1923, Lenin subisce il terzo attacco di arteriosclerosi che l’ucciderà nel gennaio 1924, non senza aver prima denunciato, in quello che si può considerare come il suo testamento politico, “le potenti forze che deviano lo Stato sovietico dal suo cammino” e aver rotto con Stalin, il quale incarna, egli dice, “un apparato che ci è profondamente estraneo e rappresenta un guazzabuglio di sopravvivenze borghesi e zariste”. Il 1923 è infine l’anno in cui si ordisce, durante la malattia di Lenin – e, bisogna dirlo, grazie innanzitutto alla cecità dei “vecchi bolscevichi” manipolati da Stalin – la prima macchinazione contro Trotsky. Contro l’organizzatore dell’Armata rossa sono allora divulgati i primi falsi politici che in seguito si accrebbero fino a diventare il mucchio di immonde calunnie e di accuse grottesche dal quale le attuali canaglie dei partiti neo-staliniani e post-staliniani – malgrado tutte le smentite, comprese quelle del già-venerato Krusciov – continuano ancor oggi ad attingere le loro informazioni storiche. I migliori compagni di lotta di Lenin capiranno solo due anni più tardi quale sia il vero nemico della rivoluzione, il “corpo estraneo” nel partito bolscevico che la storia destinava, nel corso dei dieci anni seguenti, ad essere il loro proprio carnefice.
Oggi si può misurare, all’esame dei vani sforzi e delle innumerevoli vicissitudini della Opposizione raggruppata intorno a Trotsky contro la onnipossente cricca di Stalin, quanto fossero deboli e precarie le basi strettamente russe della grandiosa prospettiva di Lenin, dal momento che l’Occidente (che ogni rivoluzione in Russia doveva, secondo Marx, “sollevare”) non era in grado di rispondere in forze a quest’appello.
Al milione – o quasi – di nuovi elementi, generalmente impreparati, introdotti in massa da Stalin nel Partito bolscevico per appoggiarvi la sua politica di liquidazione della rivoluzione internazionale, si oppongono, nei momenti cruciali, solo poche centinaia di comunisti autentici e coraggiosi. Una tale sproporzione di forze sarebbe inspiegabile senza riferirsi al dato fondamentale della rivoluzione di Ottobre: al di là dei compiti puramente borghesi di questa rivoluzione, tutta la “nazione russa” – cioè tutte le classi, tranne un proletariato estremamente minoritario – costituisce un vero e proprio ostacolo colossale alla lotta per il socialismo. Questo è il fatto capitale che ogni critico democratico dello stalinismo ignora o sottovaluta, opponendo, a giusto titolo, l’onestà scientifica di un Lenin alla grossolana brutalità politica di uno Stalin privo di scrupoli, ma non riuscendo ad andare al di là della semplice fenomenologia di un colossale movimento di forze sociali e storiche: quello del capitalismo russo che, di fronte a un partito politico concepito per agire in funzione del socialismo, lo considera, a ragione, come il suo ostacolo più immediato, e deve dunque, per aprirsi la strada, spezzarne il nerbo politico, svuotarlo di sostanza sociale.
Non è qui il caso di esporre, nemmeno sommariamente, le condizioni nelle quali esso vi riuscì. Rimandando il lettore al nostro studio Bilan d’une révolution (1967-68), ci limiteremo a tracciarne le grandi linee sul piano politico.
Durante le lotte interne che precedono la vittoria definitiva dello stalinismo nel 1929-30, nessuna delle misure economiche sulle quali si contrappongono le frazioni del partito pretende di liberarsi dal quadro dei rapporti di produzione capitalistici; nessuna ha il diritto di chiamarsi socialista. Nella sua formulazione pittoresca, il problema posto dalla “crisi delle forbici” continua ad aggravarsi con tutte le sue conseguenze economiche e sociali, con tutte le sue influenze sullo stato della produzione industriale e sul rapporto delle forze sociali. La sinistra di Trotsky (ma i nomi non sono dati qui se non come punti di riferimento) sostiene il principio di una preliminare industrializzazione, quale condizione di sviluppo dell’agricoltura, e propugna nello stesso tempo l’appoggio al contadino povero. La destra di Bukharin insiste sull’arricchimento del contadino medio e sull’incremento del suo capitale d’esercizio in vista di una successiva confisca. Il centro di Stalin non ha una propria posizione, limitandosi ad attingere a destra e a sinistra quanto più gli conviene per la permanenza al timone dello Stato e quindi non appare chiara, in queste polemiche, la vera linea di demarcazione tra rivoluzionari e controrivoluzionari. Il centro staliniano, se può così utilizzare alternativamente questa o quella misura ispirata dalla “sinistra” o dalla “destra”, ha in definitiva una sola funzione: salvare e potenziare lo Stato russo, la nazione russa; riducendo la doppia rivoluzione alla sua sola faccia antifeudale e dunque capitalista, è sostanzialmente anticomunista. Fedeli a Lenin, la sinistra e la destra sanno che tutto dipende, in definitiva, dalla rivoluzione internazionale; che si tratta di tener duro finché essa trionfi; e, se si oppongono violentemente, è sull’efficacia rispettiva delle misure che l’una e l’altra propugnano allo scopo. La preoccupazione del centro è affatto diversa; esso ha già rotto con la rivoluzione internazionale ed ha quindi, dal punto di vista politico un solo scopo: abbattere coloro che le sono rimasti fedeli. Il modo in cui Stalin trionfa, in ultima analisi, lo illustra chiaramente. Egli si appoggia prima sulla destra, di cui adotta il programma di appoggio ai contadini medi, accusando Trotsky, sotto bordate di ingiurie, di sabotare l’intoccabile alleanza “leninista” del contadiname e del proletariato; poi, di fronte al fallimento di questa politica e preso dal panico per la minaccia dei kulak, elimina la destra trascinando Bukharin nel fango, accusandolo – a torto – di esprimere gli interessi della borghesia rurale. La manovra riesce così bene che Bukharin, quando tenta per un attimo di riavvicinarsi a Trotsky, non riesce a convincerlo che la destra è marxista, mentre il centro non lo è: certi partigiani di Trotsky considereranno perfino come un passo del centro in direzione della sinistra l’assunzione strumentale che Stalin fa delle loro posizioni, per i propri esclusivi interessi.
Beninteso, questa lotta “fisica” è solo l’espressione, al vertice del Partito e dello Stato, dell’offensiva delle forze economiche sotterranee a cui abbiamo prima accennato. Ma essa mostra quale violento rinculo sul piano politico fosse necessario perché queste forze economiche potessero trionfare, mentre sul piano economico non era assolutamente indispensabile procedere nello stesso modo. La soluzione della destra e la soluzione della sinistra non erano socialiste. La “soluzione Stalin” non lo era a maggior ragione, benché sembrasse ispirarsi, al tempo della “collettivizzazione” forzata, ad una caricatura della posizione di Trotsky. La spiegazione di questo paradosso sta nel fatto che nessuna soluzione russa poteva imporre la realizzazione, sia pure lontana, del comunismo, se la rivoluzione internazionale fosse stata battuta.
Lo sforzo sovrumano di coloro che si sbranavano fra loro sui mezzi per far violenza a questa dura realtà storica nascose loro il nemico comune che un Bukharin identificò forse soltanto nel momento in cui sentì sulla nuca la fredda pistola del boia. Che il nemico di una rivoluzione sociale possa essere semplicemente una banda di assassini prova che il carattere socialista dell’Ottobre 1917, se lo si isola dal previsto apporto del proletariato internazionale, si riduce alla volontà di un partito, cioè di un gruppo di uomini, che va d’altronde assottigliandosi sotto il peso degli avvenimenti avversi. E uccidere rivoluzionari è proprio il compito che ad ogni controrivoluzione spetta.