Internacionālā Komunistiskā Partija

«Tarallucci e vino» a Belgrado

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Il canovaccio del riammogliamento russo-jugoslavo fu intessuto, come si può ricavare dalle notizie apparse sulla stampa negli scorsi mesi, nelle sale appartate delle ambasciate. Messa a punto la trama e distribuite le parti, la prima scena, che forse rimarrà anche la scena madre, si è svolta all’aeroporto di Belgrado. Il 26 maggio, gli apparecchi di linea russi vi atterravano sotto gli sguardi attenti delle più alte cariche del governo e dell’Unione dei comunisti di Jugoslavia. Appena messo piede sul dominio di Tito senza perdere altro tempo, oltre quello speso nell’abbracciare il «caro compagno Tito» e i «cari compagni membri del governo e dirigenti dell’Unione dei comunisti di Jugoslavia», gli ospiti russi aprivano i rubinetti della eloquenza. La rappresentazione aveva inizio così. Toccava a Nikita Kruscev, segretario del Comitato centrale del P.C.U.S. e capo della delegazione russa nella capitale jugoslava, pronunciare il discorso di saluto ai padroni di casa. Che disse? Tranne qualche passo scabroso, come quello alludente alla cacciata di Tito dal Cominform, il discorso di Kruscev potrebbe essere senza difficoltà retrodatato, poniamo, al 1947, cioè all’epoca del primo matrimonio russo-jugoslavo o, se preferite, stalino-titino, quando Tito era la pupilla degli occhi di Stalin e Togliatti si recava ad ossequiarlo a nome del P.C.I. Dopo il preambolo di prammatica, Kruscev, che da qualche tempo comincia non sappiamo bene perché ad apparirci stranamente somigliante a Pietro Nenni, eleva un lirico canto sul tema della comune lotta russo-jugoslava contro la Germania fascista nella seconda guerra mondiale. Su tale punto ci sarebbe da dire molto, visto che la guerra contro la Jugoslavia, che fu iniziata e conclusa nella prima metà dell’aprile 1941 da Germania e Italia, avveniva mentre era ancora in vigore il patto Stalin-Hitler dell’agosto 1939, e quindi mentre la Russia era alleata del nazifascismo, che invadeva e occupava la Jugoslavia. Allorché, nel giugno 1941, la Germania saltò alla gola dell’ex alleato russo, fu giocoforza per il governo di Mosca fare causa comune con francesi, polacchi, jugoslavi, greci, alla cui sconfitta aveva tranquillamente assistito, e in una certa misura aveva contribuito esportando derrate e materie prime in Germania. Ma in materia di rovesciamento delle alleanze e di saltimbanchismo ideologico abbiamo fresco fresco il romanzo del secondo matrimonio russo-jugoslavo. Lasciamo dunque da parte per ora la lugubre storia di carneficina e di sangue in cui sono racchiusi i rapporti tra l’hitlerismo e lo stalinismo. Tuttavia, occorre dire che all’epoca della stipulazione dell’alleanza russo-tedesca, che pure chiudeva un periodo di violentissima lotta politica che era sfociata nelle guerra di Spagna, i dirigenti del governo russo non ricorsero, pur non rifuggendo dal falsificare freddamente la teoria marxista della guerra imperialistica, ai miserabili mezzi da ciarlatano usati da Kruscev per cancellare la violenta e virulenta campagna sessennale contro il «titoismo». Venendo a parlare della rottura delle relazioni russo-jugoslave, Kruscev osava, con una sfacciataggine introvabile persino nel più incancrenito parlamentare borghese, personalizzare le cause del conflitto e tirare in ballo l’ombra sinistra di Beria, che funge evidentemente da capro espiatorio di turno del Cremlino. Conviene riportare dall’Unità

(28-5-1955) le testuali parole del n. 1 del Partito comunista della U.R.S.S., per mostrare come lo stalinismo scrive la storia di se stesso. «Noi deprechiamo — esclamava enfaticamente Kruscev — quanto è accaduto e respingiamo decisamente tutte le esagerate montature di quel periodo. Per quanto ci riguarda, noi teniamo conto indubbiamente, a proposito di quelle montature, del ruolo di provocazione svolto nelle relazioni tra la Jugoslavia e I’U.R.S.S. dei nemici del popolo Beria, Abakumov ed altri, che da tempo sono stati smascherati. Noi abbiamo effettuato un attento esame dei documenti, sui quali erano basate le gravi accuse e gli insulti che sono stati rivolti allora contro i dirigenti del governo della Jugoslavia. I fatti dimostrano — continuava Kruscev — che questi documenti furono fabbricati da nemici del popolo, agenti detestabili dell’imperialismo, che si erano infiltrati nelle file del nostro partito attraverso l’inganno. Siamo profondamente convinti che il tempo in cui le nostre relazioni erano oscurate è passato». Sono fatti come il discorso di Kruscev, venuto da Mosca a raccontare che la rottura delle relazioni russo-jugoslave e l’espulsione del partito comunista jugoslavo dai ranghi del Cominform fu dovuta alla falsificazione di non si sa quali documenti ad opera dei «nemici del popolo Beria, Abakumov ed altri»; sono fatti del genere a dare l’esatta sensazione delle deficienze dello Stato russo. La forma di Stato più consona agli interessi del capitalismo è, come Lenin insegna in «Stato e Rivoluzione», la repubblica democratica parlamentare. La Russia, dall’avvento al potere di Stalin fino all’assunzione del decorativo Bulganin, ha percorso a passi di gigante, spingendo le masse lavoratrici con lo scudiscio e lo stakhanovismo, tutta quanta l’evoluzione capitalistica, inutilmente mascherata nelle forme del capitalismo di Stato. Quel che manca veramente in Russia è appunto il parlamentarismo democratico, quale lo vediamo nel vecchio occidente capitalista. È proprio nelle situazioni eccezionali, quale è stato il capovolgimento della linea politica seguita per sei anni nei riguardi della Jugoslavia, che i supremi duci del Cremlino debbono sentirne acutamente la mancanza. Noi non siamo affatto settari, non diciamo perciò che il talleyrandismo diplomatico e il saltimbanchismo ideologico, per cui la stessa formula dottrinaria è usata per giustificare due politiche diametralmente opposte, siano monopolio del Cremlino. Un esempio di clamoroso rinnegamento di decisioni politiche importanti, solennemente e pubblicamente adottate, è stato fornito, l’anno scorso, dal rigetto della CED da parte della Francia. Autrice del trattato istitutivo della CED era stata, come si ricorderà, la stessa Francia, ma, allorché lo scaltro gioco del Parlamento e del governo di Parigi ne provocò l’affondamento, riuscì oltremodo difficile, se non impossibile, individuare precisamente il settore politico che potesse essere indicato come il responsabile del voto negativo. Ciò perché quasi tutti i partiti rappresentanti in Parlamento si divisero furbescamente all’epoca in partigiani e oppositori della CED. Simili trucchi, dietro ai quali la classe dominante manovra, non vista, le sue pedine politiche, non sono concessi dal rigido strumento di governo, costituito dal partito unico, che nel caso della Russia è il P.C.U.S.

E di essi sì, che ne avrebbero bisogno gli sprovveduti machiavelli del Cremlino, allorché si presentano situazioni critiche nelle quali bisogna trasformare un Hitler da feroce nemico in amico oppure purgare un Tito dalle eresie imputategli e rifarne uno specchiato cavaliere della fede. In siffatti casi un meccanismo parlamentare sarebbe molto utile al Cremlino.

Nell’impossibilità di ricorrere al gioco della contrapposizione dei gruppi parlamentari «liberamente eletti dal popolo» e alla alchimia delle votazioni delle camere elettive, i parlamentari senza parlamento che hanno in pugno le redini del P.C.U.S. e del governo di Mosca, debbono ripiegare sulle idiote personificazioni delle correnti politiche, ed allora salta fuori la panzana, indegna persino di un

romanzo a fumetti, delle provocazioni di Beria nelle relazioni russo-jugoslave. Ma le evidenti falsificazioni della realtà, le sfacciate menzogne, le feticistiche satanizzazioni di uomini e di gruppi politici cui vengono attribuiti sovrannaturali capacità di influenzare le relazioni fra gli Stati e i partiti, nuocciono al prestigio dello Stato russo. Troppe volte il partito comunista dell’U.R.S.S. ha rinnegato se stesso, gettando il discredito sullo stato di Mosca. La funzione crea l’organo. Il P.C.U.S. diventa sempre più un organo insufficiente a svolgere le innumerevoli e spesso contraddittorie funzioni che il dilatarsi della potenza dello Stato russo accresce senza posa. Vedete, invece, cosa succede nei grandi stati capitalistici di antica origine: quando la classe dominante è costretta a dare nuove soluzioni ai suoi problemi, cambia il governo e, se necessario, si fabbrica un nuovo parlamento, come ha fatto in questi giorni la borghesia britannica, sicché i nuovi governi possono tranquillamente demolire il lavoro dei predecessori, senza passare per questo per voltagabbana e spergiuri. Allora, signori del Cremlino, quando vi deciderete ad applicare allo Stato quella riforma in senso parlamentare, di cui avete tanto acuto bisogno?

La riconsacrazione del partito di Tito ha significato, per i dirigenti moscoviti, la sconfessione di una sconfessione. Cacciando i «titini» dal Cominform e assoggettando il governo di Belgrado ad una inaudita campagna di denigrazione, durante la quale nessuna ingiuria fu risparmiata a Tito, il partito e il governo di Mosca procedettero nel giugno 1948 alla sconfessione della politica post-bellica di amicizia e accordo con la Jugoslavia, che Kruscev doveva esaltare sbarcando sul territorio jugoslavo. L’odierna manovra di Mosca viene a sconfessare la sconfessione promulgata dal Cominform. Ma i morti, coloro che furono portati al patibolo, in Ungheria, in Bulgaria, in Cecoslovacchia, perché accusati di simpatie e di connivenza con la ribellione titoista, quelli che stanno ancora imputridendo nelle tombe, non risusciteranno per il fatto che Kruscev e Bulganin si recano a Belgrado a chiedere scusa per la guerra santa contro la Jugoslavia di Tito. Chi erano quei morti, quei giustiziati? All’indomani del degradamento di Tito, quando sull’Unità e l’Avanti! i comunisti jugoslavi cominciarono ad essere trattati da fascisti e da «quinta colonna» dello imperialismo americano, e Tito apparve nelle caricature dei disegnatori stipendiati dal social-comunismo come un doppione balcanico del maresciallo hitleriano Goering, e Rankovic, ministro degli interni di Tito e grande epuratore delle correnti filo-cominformiste jugoslave, si attirava sul capo i più orribili epiteti del vocabolario stalinista, dei quali il meno feroce era «boia» o «massacratore», in quel tempo non dimenticato, noialtri internazionalisti fummo accomunati, nelle roventi filippiche dei galoppini, del P.C.I. e della C.G.I.L, ai «traditori di Belgrado», alla «cricca fascista di Tito e Rankovic».

Nelle fabbriche, non sulla stampa di partito di via delle Botteghe Oscure ove siamo ufficialmente ignorati, i poveri tirapiedi dei capicellula e degli attivisti social-comunisti, ci fecero passare per «agenti di Tito». Era una accusa diffamatoria come tante altre che quotidianamente ci vengono elargite da lorsignori. Ma chi lo comprese? Avemmo un bel ribattere che noi il maresciallo Tito e i suoi scherani li avevamo seppelliti nella foiba senza fondo del nostro incondizionato schifo e disprezzo, fin da quando Togliatti si recava a lustrargli gli stivali. L’avevamo definito un figlio del «socialismo in un solo paese» staliniano che quel principio aveva portato alle conseguenze estreme ma perfettamente logiche: liquidatore, quindi, del comunismo e instauratore di un regime di accelerata industrializzazione sotto la falsa egida socialista. La rottura era avvenuta, come avvenne di fatto, sul terreno di contrastanti interessi nazionali e statali: la riconciliazione avviene sul duplice terreno di una convergente ideologia e di interessi statali che, nella fase di corsa all’abbraccio fra

Occidente ed Oriente, tendono a collimare. Per noi Tito, come Stalin o Malenkov o Kruscev, è il nemico di sempre; per Togliatti e compari è il parente stretto col quale si bisticcia o ci si rappattuma a seconda degli interessi di bottega.

Non c’è nemico «assoluto», fra borghesi: Mosca non si concilierà mai coi rivoluzionari, e viceversa; ma ha mille motivi e titoli per riconciliarsi, quando e come le piace, coi controrivoluzionari. Fra macellai di guerre patriottiche c’è sempre modo d’intendersi.