Internacionālā Komunistiskā Partija

Basi storico-programmatiche del comunismo rivoluzionario circa il rapporto tra partito, classe e associazioni economiche operaie

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Apakšieraksti:

  1. Basi storico-programmatiche del comunismo rivoluzionario circa il rapporto tra partito, classe e associazioni economiche operaie Pt.1
  2. Basi storico-programmatiche del comunismo rivoluzionario circa il rapporto tra partito, classe e associazioni economiche operaie Pt.2
  3. Basi storico-programmatiche del comunismo rivoluzionario circa il rapporto tra partito, classe e associazioni economiche operaie Pt.3
  4. Basi storico-programmatiche del comunismo rivoluzionario circa il rapporto tra partito, classe e associazioni economiche operaie Pt.4
  5. Basi storico-programmatiche del comunismo rivoluzionario circa il rapporto tra partito, classe e associazioni economiche operaie Pt.5

MARX-ENGELS

È opportuno, in vista di una ripresa sistematica dei temi fondamentali della cosiddetta questione sindacale, nei suoi postulati teorici come nei suoi riflessi di indirizzo pratico, riprodurre una serie di brani dai classici testi marxisti costituenti il corpo dottrinario e programmatico del Partito.

Dalla loro lettura appare in luce meridiana la linea continua da Marx ed Engels a Lenin e a noi, su cui, nelle alterne vicende della lotta rivoluzionaria di classe, si è costituita l’organizzazione del Partito politico.

Vuole essere, questo, un contributo alla riaffermazione di principi inalienabili nel periodo di aperta controrivoluzione che imperversa da quasi mezzo secolo, durante il quale generazioni proletarie si sono smarrite e si è perso addirittura il senso delle più elementari concezioni classiste e della lotta rivoluzionaria.

Sondare” nel passato di classe è il metodo storico di cui il Partito si serve per decifrare l’oggi triviale e il domani luminoso, conscio che non è nel cervello né nella coscienza di nessuno che si trova la soluzione ai gravi problemi che affliggono la classe operaia, sospinta dalle contraddizioni della società capitalistica verso il cammino della rivoluzione.

Il Partito è consapevole che il ristabilimento dei principi in ogni campo della sua azione è conditio sine qua non per abilitarsi alla guida della classe operaia in ogni lotta economica, sociale e politica, tesa verso la conquista del potere. La difesa del Programma è lotta contro i nemici della rivoluzione e del comunismo, contro i contaminatori del marxismo rivoluzionario. Questa lotta senza quartiere è disseminata di ostacoli eretti dal regime capitalista in putrefazione, di cui l’opportunismo traditore è il prodotto più bieco.

Nel proclamare odio al capitalismo, il Comunismo rivoluzionario indica nell’affossamento dei falsi partiti socialcomunisti l’azione irrinunciabile per la distruzione della società del capitale. Contro di essi si scontrano i comunisti organizzati tra le file proletarie, nelle associazioni economiche che la classe si è creata e si crea nel fuoco del suo conflitto col capitale. Laddove abbandonare questa lotta significherebbe rinunciare per sempre alla sconfitta del nemico storico e dei suoi agenti camuffati da amici degli operai.

La guerra all’opportunismo nelle file del proletariato organizzato è dunque un imperativo categorico, un caposaldo programmatico, non un’opinione. Nella consapevolezza che non solo la situazione che precede la lotta insurrezionale, ma anche ogni fase di deciso incremento dell’influenza del partito tra le masse non possa delinearsi senza che tra il partito e la classe si stenda uno strato di organizzazioni economiche a fine immediato e con alta partecipazione numerica, in seno alle quali vi sia una rete permanente del partito (nuclei, gruppi e frazione sindacale comunista).

Da “Situazione della Classe operaia in Inghilterra”, Engels, 1844-45

… Si domanderà perché gli operai scioperino in casi in cui è evidente l’inefficacia della loro azione. Semplicemente perché essi devono protestare contro la diminuzione del salario e perfino contro la necessità di tale diminuzione, perché devono dichiarare che, come uomini, non possono uniformarsi alle condizioni esistenti, ma che sono le condizioni stesse che devono adattarsi ad essi, gli uomini; perché il loro silenzio sarebbe un riconoscimento di tali condizioni, un riconoscimento del diritto della borghesia di sfruttare gli operai nei periodi di prosperità commerciale e di farli morire di fame quando i tempi sono difficili…

Esse (le associazioni operaie, o sindacati) presuppongono la consapevolezza che il potere della borghesia poggia unicamente sulla concorrenza degli operai tra di loro, cioè sulla frammentazione del proletariato, sulla reciproca contrapposizione degli operai. E appunto perché esse, sia pure in modo unilaterale e limitato, sono dirette contro la concorrenza, contro questo nerbo vitale dell’attuale ordinamento sociale, l’operaio non può colpire la borghesia, e con essa tutta la struttura attuale della società, in un punto più nevralgico di questo…

In generale questi scioperi sono soltanto scaramucce di avamposti, talvolta sono già scontri di una certa importanza; non decidono nulla, ma sono la prova migliore che la battaglia decisiva tra il proletariato e la borghesia si sta avvicinando. Essi sono la scuola di guerra degli operai, nella quale si preparano alla gran lotta ormai inevitabile; sono i pronunciamientos di singole categorie di operai sulla loro adesione al grande movimento operaio… E, quali scuole di guerra, queste lotte sono di un’efficacia insuperabile.

Miseria della filosofia”, Marx, dicembre 1846‑giugno 1847

Malgrado i manuali e le utopie, le coalizioni non hanno cessato un istante di progredire e di ingrandirsi con lo sviluppo e l’espansione dell’industria moderna… Così la coalizione ha sempre un duplice scopo, di far cessare la concorrenza degli operai tra loro, per poter fare una concorrenza generale al capitalista. Se il primo scopo della resistenza è stato il mantenimento dei salari, a misura che i capitalisti si uniscono a loro volta in un proposito di repressione, le coalizioni, dapprima isolate, si costituiscono in gruppi e, di fronte al capitale sempre più unito, il mantenimento dell’associazione diviene per gli operai più necessario ancora del salario…

In questa lotta, vera guerra civile, si riuniscono e si sviluppano tutti gli elementi necessari a una battaglia che si prospetta nell’immediato futuro. Una volta giunta a questo punto, l’associazione acquista un carattere politico…

Le condizioni economiche avevano dapprima trasformato la massa della popolazione del paese in lavoratori. La dominazione del capitale ha creato a questa massa una situazione comune, interessi comuni. Così questa massa è già una classe nei confronti del Capitale, ma non ancora per se stessa. Nella lotta, della quale abbiamo segnalato solo alcune fasi, questa massa si riunisce, si costituisce in classe per se stessa. Gli interessi che essa difende diventano interessi di classe. Ma la lotta di classe contro classe è una lotta politica…

Non si dica che il movimento sociale esclude il movimento politico. Non vi è mai movimento politico che non sia sociale nello stesso tempo.

Da “Manifesto del Partito Comunista”, 1848

Con lo sviluppo dell’industria, il proletariato non cresce soltanto di numero, esso si addensa in grandi masse, la sua forza va crescendo e, con la forza, la coscienza di essa. Gli interessi, le condizioni di esistenza all’interno del proletariato, si livellano sempre più, perché la macchina cancella sempre più le differenze del lavoro e quasi dappertutto riduce il salario a un uguale basso livello. La crescente concorrenza dei borghesi fra di loro e le crisi commerciali che ne derivano, rendono sempre più oscillante il salario degli operai; l’incessante e sempre più rapido perfezionamento delle macchine, rende sempre più precarie le loro condizioni di esistenza; i conflitti fra il singolo operaio e il singolo borghese assumono sempre più il carattere di conflitti fra due classi. È così che gli operai cominciano col formare coalizioni contro i borghesi e si riuniscono per difendere il loro salario. Essi fondano perfino associazioni permanenti per approvvigionarsi in vista di eventuali sollevamenti. Qua e là la lotta prorompe in sommosse…

Di quando in quando gli operai vincono, ma solo in modo effimero, il vero risultato delle loro lotte non è il successo immediato, ma la unione sempre più estesa degli operai. Essa è agevolata dai crescenti mezzi di comunicazione che sono creati dalla grande industria e che collegano tra di loro operai di località diverse. Basta questo semplice collegamento per concentrare le molte lotte locali, aventi dappertutto uguale carattere, in una lotta nazionale, in una lotta di classe. Ma ogni lotta di classe è lotta politica…

Questa organizzazione dei proletari in classe, e quindi in Partito politico, viene in ogni istante nuovamente spezzata dalla concorrenza che gli operai si fanno tra loro stessi. Ma essa risorge sempre di nuovo più forte, più salda, più potente.

Da Marx, “Salario, prezzi e profitti”
Rapporto al Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, 20 e 27 luglio 1865

Tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a livello della più profonda degradazione…

Opponendosi a questi sforzi del capitale con la lotta per gli aumenti di salario corrispondenti alla maggior tensione del lavoro, l’operaio non fa niente altro che opporsi alla svalutazione del suo lavoro e alla degenerazione della sua razza…

Lo schiavo riceve una quantità fissa e costante di mezzi per il suo sostentamento; l’operaio salariato no. Egli deve tentar di ottenere, in un caso, un aumento del salario, non fosse altro che per compensare la diminuzione dei salari nell’altro. Se egli si rassegnasse ad accettare la volontà, le imposizioni dei capitalisti come una legge economica permanente, egli condividerebbe tutta la miseria di uno schiavo, senza godere la posizione sicura dello schiavo…

La determinazione del suo livello reale (cioè del livello del saggio del profitto), viene decisa soltanto dalla lotta incessante tra capitale e lavoro; il capitalista cercando costantemente di ridurre i salari al loro limite fisico minimo, mentre l’operaio esercita costantemente una pressione in senso opposto. La cosa si riduce alla questione dei rapporti di forza delle parti in lotta…

È proprio questa necessità di un’azione politica generale che ci fornisce la prova che nella lotta puramente economica il capitale è il più forte. Ma, se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto con il capitale, si priverebbe essa stessa della capacità d’intraprendere un qualsiasi movimento più grande…

Nello stesso tempo la classe operaia, indipendentemente dalla servitù generale che è legata al sistema del salario, non deve esagerare a sé stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. Perciò essa non deve lasciarsi assorbire esclusivamente da questa inevitabile guerriglia, che scaturisce incessantemente dagli attacchi continui del capitale o dai mutamenti del mercato.

Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società.

Invece della parola d’ordine conservatrice: “Un equo salario per un’equa giornata di lavoro”, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: “Soppressione del sistema del salario”.

Da Risoluzione proposta da Marx alla fine del suo rapporto
approvata dal Consiglio Generale

La tendenza generale della produzione capitalistica non è di elevare il salario normale medio, ma di ridurlo. Le Trade Unions compiono un buon lavoro come centri di resistenza contro gli attacchi del capitale; in parte si dimostrano inefficaci a causa di un impiego irrazionale della loro forza. Esse mancano, in generale, al loro scopo perché si limitano a una guerriglia contro gli effetti del sistema esistente, invece di tendere nello stesso tempo alla sua trasformazione e di servirsi della loro forza organizzata come di una leva per la liberazione definitiva della classe operaia, cioè per l’abolizione definitiva del sistema del salario.

Da Istruzioni del Consiglio Generale ai delegati al Congresso internazionale di Ginevra, settembre 1866

Il capitale è potenza sociale concentrata, mentre l’operaio non dispone che della propria forza lavoro. Perciò il contratto fra capitale e lavoro non può mai poggiare su giuste condizioni, giuste neppure nel senso di una società che contrappone la proprietà dei mezzi materiali di vita e di lavoro alla vivente forza produttiva. L’unica forza sociale dei lavoratori è il loro numero. Ma la forza del numero viene spezzata dalla disunione. La disunione degli operai è prodotta e mantenuta dalla loro inevitabile concorrenza reciproca...

Le associazioni di mestiere sorsero in origine grazie ai tentativi spontanei degli operai di eliminare o almeno limitare questa concorrenza per ottenere condizioni contrattuali che almeno li elevassero al disopra della posizione di puri e semplici schiavi. Il loro scopo immediato si limitava quindi ai bisogni del giorno, ai mezzi per difendersi dalle continue usurpazione del capitale; insomma, a questioni di salario e tempo di lavoro.

Questa attività non è soltanto legittima, è necessaria. Non se ne può fare a meno finché sussiste l’attuale modo di produzione. Al contrario, è necessario generalizzarla mediante la fondazione e unificazione di associazioni di mestiere in ogni paese.

D’altra parte, senza averne coscienza, queste associazioni sono divenute centri di organizzazione della classe operaia come, per la borghesia, lo erano i Comuni medievali e le gilde. Se esse sono necessarie per la guerriglia fra capitale e lavoro, lo sono ancor più come forza organizzata per la soppressione dello stesso sistema del lavoro salariato e del dominio del capitale.

Da IX Risoluzione su l’azione politica della classe operaia
adottata dalla Conferenza di Londra del settembre 1871 della Associazione Internazionale degli Operai

Considerando, che contro il potere collettivo delle classi possidenti il proletariato può agire come classe soltanto organizzandosi da se stesso in partito politico distinto da tutti i vecchi partiti formati dalle classi possidenti e opposto a essi.

Che questo organizzarsi del proletariato in partito politico è indispensabile per assicurare il trionfo della rivoluzione sociale e della sua meta finale, l’abolizione delle classi.

Che la coalizione delle forze operaie già ottenute con le lotte economiche deve servire al proletariato come leva nella sua lotta contro il potere politico degli sfruttatori.

La conferenza ricorda ai membri dell’Internazionale che il movimento economico e l’azione politica della classe operaia in lotta sono indissolubilmente legati tra loro.

Da Marx, “L’indifferenza in materia politica”, 1873

La classe operaia, sostengono gli anarchici, non deve costituirsi in partito politico; essa non deve sotto alcun pretesto avere azione politica, poiché combattere lo Stato è riconoscere lo Stato: ciò che è contrario ai principi eterni. Gli operai non devono fare gli scioperi, poiché fare sforzi per farsi accrescere il salario o per impedirne l’abbassamento, e come riconoscere il salario: ciò che è contrario a i principi eterni dell’emancipazione della classe operaia… Gli operai non devono fare sforzi per stabilire un limite legale della giornata di lavoro, perché è come fare dei compromessi coi padroni… Gli operai non devono formare delle singole società per ogni mestiere, perché con ciò essi perpetuano la divisione del lavoro sociale, come la trovano nella società borghese…

In una parola, gli operai devono incrociare le braccia e non perdere il loro tempo in movimenti politici ed economici. Nella vita pratica di tutti i giorni, gli operai devono essere obbedientissimi servitori dello Stato; ma nel loro intimo essi devono protestare energicamente contro la sua esistenza e testimoniare il profondo loro sdegno teorico con l’acquisto e la lettura di trattati letterari sull’abolizione dello Stato; devono pure guardarsi bene dall’opporre altra resistenza al regime capitalista all’infuori delle declamazioni sulla futura società, nella quale l’esoso regime avrà cessato di esistere…

Nessuno vorrà negare che, se gli apostoli dell’indifferenza in materia politica si esprimessero in modo chiaro, la classe operaia li manderebbe a quel paese e si sentirebbe insultata da questi borghesi dottrinari che sono sciocchi ed ingenui al punto da interdirle ogni mezzo reale di lotta, perché tutte le armi per combattere bisogna prenderle nell’attuale società.

Da lettera di Engels a Bebel del marzo 1875

Qui si tratta del Programma del partito operaio tedesco, che Engels, sulla falsariga delle “Glosse” di Marx, critica aspramente

Non si fa parola (nel progetto di programma) dell’organizzazione della classe operaia come classe a mezzo dei sindacati di mestiere. È questo un punto molto essenziale, perché questa è la vera organizzazione di classe del proletariato, in cui esso combatte le sue lotte quotidiane contro il capitale, in cui si addestra, e che oggi nemmeno la peggiore reazione (come ora a Parigi) non è più in grado di distruggere del tutto. Data l’importanza che questa organizzazione assume anche in Germania, secondo la nostra opinione, sarebbe assolutamente necessario farne menzione nel programma e possibilmente lasciarle un posto nella organizzazione del Partito.

Marx

Dalla miniera dei fondamentali testi marxisti, ci limitiamo a stralciare i brani che seguono. In essi è descritta sinteticamente la base deterministica da cui scaturiscono le lotte difensive del proletariato sul terreno economico.

La classe non perviene alla esplicazione del suo ruolo storico – assolto tramite la lotta di classe e la sua forma più alta, l’insurrezione e la presa del potere – per virtù ideologica, ma a seguito del diuturno esercizio classista della difesa contro la degradazione sociale, alla quale la classe capitalista la condannerebbe in eterno se potesse stabilire a suo piacimento la ripartizione del plusvalore. Il livello del salario, commenta Marx, è determinato dal rapporto di forza fra la classe dei salariati e quella del capitale.

Sorge da qui per il proletariato la deterministica necessità di organizzarsi in associazioni di resistenza, o sindacati, fortemente centralizzati come centralizzato è il potere borghese; ma sorge anche l’insopprimibile esigenza per la classe organizzata nelle associazioni economiche di rompere il precario e labile equilibrio di volta in volta raggiunto su questo terreno – il terreno della contrapposizione di “diritto” a “diritto”, entrambi consacrati dalla legge dello scambio delle merci – lanciando la sua storica offensiva rivoluzionaria.

Questa offensiva è possibile soltanto se il proletariato si costituisce in classe, se, cioè, si arma di un programma storico, di un metodo d’azione, di una organizzazione combattente: insomma del Partito.

Da “Il Capitale”, Libro 1°, capitoli 8° e 15°

È evidente, astrazione fatta da limiti del tutto elastici dalla natura dello scambio delle merci, così com’è, non risulta nessun limite della giornata lavorativa, quindi nessun limite del plusvalore. Il capitalista, cercando di rendere più lunga possibile la giornata lavorativa, e, quando è possibile, cercando di farne di una due, sostiene il suo diritto di compratore… mentre l’operaio, volendo limitare la giornata lavorativa a una determinata grandezza normale, sostiene il suo diritto di venditore. Qui ha dunque luogo una antinomia: diritto contro diritto, entrambi consacrati dalla legge dello scambio delle merci. Fra diritti uguali decide la forza.

Così nella storia della produzione capitalistica la regolamentazione della giornata lavorativa si presenta come lotta per i limiti della giornata lavorativa, lotta fra il capitalista collettivo, cioè la classe dei capitalisti, e l’operaio collettivo, cioè la classe operaia…

In secondo luogo: la storia della regolamentazione della giornata lavorativa in alcuni modi di produzione, la lotta che ancora dura per tale regolamentazione, dimostrano tangibilmente che il lavoratore, come “libero” venditore della forza-lavoro, soccombe senza resistenza quando la produzione capitalistica ha raggiunto un certo grado di maturità. La determinazione della giornata lavorativa normale è dunque il prodotto di una guerra civile, lenta e più o meno velata, fra la classe dei capitalisti e la classe degli operai.

Da lettera di Marx a Bolte del 29 novembre 1871

Riportiamo questo brano famoso perché mette in chiara evidenza il rapporto dialettico fra lotte economiche e lotte politiche. Rapporto che è, da un lato di determinazione reciproca, dall’altro di elevamento delle prime al superiore livello dello scontro frontale della classe dei salariati contro il Capitale, verso l’obiettivo storico della classe.

Il movimento politico della classe operaia ha naturalmente come scopo ultimo la conquista del potere politico per la classe operaia stessa, e a questo fine è naturalmente necessaria una previa organizzazione della classe operaia, sviluppata fino a un certo punto e sorta dalle sue stesse lotte economiche. Ma d’altra parte ogni movimento in cui la classe operaia si oppone come classe alle classi dominanti, e cerca di far forza su di esse, con una pressione dal di fuori, è un movimento politico.

Per esempio, il tentativo di strappare una riduzione della giornata di lavoro al capitalista singolo in una fabbrica, o anche in una sola industria, mediante scioperi ecc., è un movimento puramente economico; invece il movimento per imporre una legge delle 8 ore e simili, è un movimento politico. In questo modo, dai singoli movimenti economici degli operai, sorge e si sviluppa dovunque il movimento politico, cioè un movimento della classe per realizzare i suoi interessi in forma generale, in una forma che abbia forza coercitiva socialmente generale.

Se è vero che questi movimenti presuppongono una certa organizzazione preventiva, essi sono da parte loro altrettanti mezzi per lo sviluppo di questa organizzazione. Dove la classe operaia non è ancora progredita nella sua organizzazione tanto da poter intraprendere una campagna decisiva contro il potere collettivo, ossia contro il potere politico delle classi dominanti, essa deve comunque essere preparata a ciò da una permanente agitazione contro l’atteggiamento avverso nella politica delle classi dominanti: altrimenti, rimane un giocattolo nelle loro mani.

Lenin

I brani si riferiscono a tre diversi periodi ma strettamente collegati. Il primo precede di poco la formazione del partito bolscevico e la rivoluzione del 1905, e addita ai militanti comunisti il compito di importare nella classe quella coscienza dei fini ultimi e della via per raggiungerli che solo il Partito può dare, rompendo il quadro angusto della mentalità trade-unionista in cui ogni organizzazione economica immediata e spontanea inevitabilmente si rinchiude se abbandonata a se stessa.

Il secondo, del periodo controrivoluzionario seguito alla sconfitta del 1905, respinge l’assurda teoria della neutralità dei sindacati (cara agli immediatisti sia di destra sia di sinistra, riformisti e anarchici) e pone al Partito il compito di realizzare una stretta unione coi sindacati, «ai quali il Partito deve essere di guida».

Il terzo, scritto dopo la vittoria di Ottobre e la fondazione dell’Internazionale Comunista, ribadisce la necessità che i militanti rivoluzionari svolgano la loro attività rivoluzionaria nei sindacati «anche i più reazionari», e importino negli organismi operai di massa in generale il programma comunista, in vista di una generalizzazione della lotta di classe su scala mondiale: compito che assume un carattere del tutto specifico di fronte alle deviazioni operaiste di varia provenienza che pretendono di «costruire» di sana pianta organismi di per sé incontaminati ed incontaminabili, portatori di quella coscienza e direzione rivoluzionaria che soltanto del Partito è propria.

Da “Che fare?”, 1901-1902

Ma vi è spontaneità e spontaneità. Anche negli anni sessanta e settanta vi furono in Russia degli scioperi accompagnati da distruzioni “spontanee” di macchine e simili. In confronto con queste “rivolte”, gli scioperi avvenuti dopo il 1880 potrebbero persino essere chiamati “coscienti”, tanto è importante il passo avanti fatto nel frattempo dal movimento operaio. Ciò prova che in fondo l’“elemento spontaneo” non è che la forma embrionale della coscienza. Anche le rivolte primitive esprimevano già un certo livello di coscienza: gli operai perdevano la loro fede secolare nella solidità assoluta del regime che li schiacciava; cominciavano, non dirò a comprendere, ma a sentire la necessità di una resistenza collettiva e rompevano risolutamente con la sottomissione servile all’autorità. E tuttavia questa era ben più una manifestazione di disperazione e di vendetta che una lotta.

Gli scioperi della fine del secolo, invece, rivelano bagliori di coscienza molto più numerosi… Mentre prima si trattava semplicemente di una rivolta di gente oppressa, gli scioperi sistematici rappresentano già degli embrioni – ma soltanto degli embrioni – di lotta di classe. Presi in sé questi scioperi costituivano una lotta tradunionista, ma non ancora comunista; annunciavano il risveglio dell’antagonismo fra operai e padroni; ma gli operai non avevano e non potevano ancora avere la coscienza dell’irriducibile antagonismo fra i loro interessi e tutto l’ordinamento politico e sociale contemporaneo, cioè la coscienza comunista. Gli scioperi della fine del secolo dunque, malgrado il progresso immenso che rappresentano in confronto con le “rivolte” anteriori, restavano un movimento puramente spontaneo.

Abbiamo detto che gli operai non potevano ancora possedere una coscienza comunista. Essa poteva essere loro apportata soltanto dall’esterno. La storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia colle sue sole forze è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradunionista, cioè la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni; di reclamare al governo questa o quella legge necessaria agli operai.

Da “La neutralità dei sindacati”, 4 marzo 1908

In ogni paese capitalista esistono un partito comunista e dei sindacati, ed è nostro compito definire i rapporti fondamentali tra l’uno e gli altri. Gli interessi di classe della borghesia fanno sorgere inevitabilmente la tendenza a confinare i sindacati in una attività spicciola, ristretta, sulla base dell’ordinamento esistente, a distoglierli dallo stabilire legami qualsiasi col socialismo, e la teoria della neutralità è il rivestimento ideologico di queste aspirazioni borghesi…

Il nostro partito ha riconosciuto ora che nei sindacati bisogna lavorare non con uno spirito di neutralità, ma con lo spirito del più stretto avvicinamento tra i sindacati e il partito comunista. È stato riconosciuto anche che lo stretto legame tra partito e sindacati deve essere ottenuto esclusivamente per mezzo dell’attività dei comunisti in seno ai sindacati, che i comunisti devono costituire nei sindacati delle cellule compatte, e che, qualora non siano possibili i sindacati legali, bisogna costituirne di illegali…

I bolscevichi dimostrarono che non si poteva fare una divisione netta tra azione politica e sindacale, e conclusero che doveva esserci una stretta unione tra il partito comunista e i sindacati, ai quali il partito doveva essere di guida.

Da “L’estremismo, malattia d’infanzia del comunismo”, 1920

I sindacati, all’inizio dello sviluppo del capitalismo, hanno costituito un eccezionale progresso per la classe operaia, in quanto hanno rappresentato il passaggio dalla dispersione e dall’impotenza degli operai ai primi germi dell’unità di classe.

Quando poi ha cominciato a svilupparsi la forma suprema dell’unità di classe dei proletari, il partito rivoluzionario del proletariato (che non sarà degno del suo nome finché non riuscirà ad unire i capi con la classe e con le masse in un tutto unico, in qualche cosa di inscindibile), i sindacati hanno cominciato inevitabilmente a rivelare alcuni tratti reazionari, una certa angustia corporativa, una certa tendenza all’apoliticismo, una certa fossilizzazione, ecc.

Ma in tutti i paesi del mondo il proletariato si è sviluppato e poteva svilupparsi solo per mezzo dei sindacati, solo attraverso l’azione reciproca tra sindacati e partito della classe operaia.

La conquista del potere politico da parte del proletariato costituisce un gran passo in avanti che il proletariato compie come classe, e il partito deve ancor più, in forme nuove e non solo come in passato, educare i sindacati e dirigerli, senza però dimenticare al tempo stesso che essi sono e resteranno ancora a lungo una necessaria “scuola di comunismo” e una scuola preparatoria che addestra i proletari a realizzare la loro dittatura, un’unione necessaria degli operai per il passaggio progressivo della gestione di tutta l’economia del paese nelle mani della classe operaia (e non di singole professioni) e quindi nelle mani di tutti i lavoratori.

Un certo “carattere reazionario” dei sindacati, nel senso in cui si è detto, è inevitabile durante la dittatura del proletariato. Non capire questo significa non capire niente delle condizioni fondamentali per il passaggio dal capitalismo al socialismo. Temere questo “carattere reazionario”, tentare di cavarsela senza di esso, cercare di saltare oltre è la più grave delle stoltezze, perché significa temere la funzione dell’avanguardia proletaria, che consiste appunto nell’istruire, nell’illuminare, nell’educare, nel condurre a una nuova vita le masse e gli strati più arretrati della classe operaia e dei contadini.

D’altra parte, sarebbe un errore ancora più grave differire la realizzazione della dittatura del proletariato fin quando non resti più un solo operaio che dimostri grettezza professionale, un solo operaio con pregiudizi corporativi e tradunionisti.

L’arte dell’uomo politico (e la giusta comprensione dei propri compiti da parte di un comunista) consiste appunto nel valutare giustamente le condizioni e il momento in cui l’avanguardia del proletariato può prendere vittoriosamente il potere, in cui essa può garantirsi, per la conquista del potere e dopo tale conquista, un appoggio adeguato di strati abbastanza vasti della classe operaia e delle masse lavoratrici non proletarie, in cui, dopo di ciò, essa riuscirà a mantenere il suo dominio, a consolidarlo, ad estenderlo, educando, istruendo e conquistando masse sempre più grandi di lavoratori.

Proseguiamo. In paesi più progrediti rispetto alla Russia, quel certo carattere reazionario dei sindacati si è manifestato, e doveva indubbiamente manifestarsi, con molta più forza che da noi. I menscevichi russi hanno trovato (e in pochissimi sindacati trovano tuttora) l’appoggio dei sindacati appunto in conseguenza della grettezza corporativa, dell’egoismo e dell’opportunismo professionale. I menscevichi dell’Occidente “si sono annidati” molto più stabilmente nei sindacati; in Occidente si è delineato – con molta più forza che da noi – uno strato di “aristocrazia operaia” corporativista, gretta, egoista, sordida, interessata, piccolo-borghese, di mentalità imperialistica, asservita e corrotta dall’imperialismo. Questo fatto è innegabile.

La lotta contro i Gompers, contro i signori Jouhaux, Henderson, Merrheim, Legien e soci, in Europa Occidentale è infinitamente più difficile della lotta contro i nostri menscevichi, che rappresentano un tipo sociale e politico assolutamente omogeneo. Questa lotta deve essere condotta implacabilmente e, come noi abbiamo fatto, deve essere continuata fino a svergognare completamente e ad espellere dai sindacati tutti i capi incorreggibili dell’opportunismo e del socialsciovinismo.

Non si può conquistare il potere politico (e non bisogna tentare di prenderlo) finché questa lotta non sia portata a un certo grado, e questo “certo grado” non sarà lo stesso nei diversi paesi e in circostanze diverse, e di esso sapranno tener conto dei dirigenti politici del proletariato che siano riflessivi, competenti ed esperti…

Noi conduciamo la lotta contro l’“aristocrazia operaia” in nome della massa operaia e per attrarre questa massa dalla nostra parte; conduciamo questa lotta contro i capi opportunisti e socialsciovinisti per attrarre dalla nostra parte la classe operaia. Sarebbe sciocco dimenticare questa verità del tutto elementare ed evidente. E proprio una simile sciocchezza commettono i comunisti tedeschi “di sinistra”, quando dal carattere reazionario e controrivoluzionario dei vertici dei sindacati giungono alla conclusione che… bisogna uscire dai sindacati!!! Rinunciare a lavorare in questi sindacati!!! Creare nuove forme di organizzazione operaia inventate di sana pianta!!! È questa una sciocchezza imperdonabile, è questo il maggior servizio che i comunisti possono rendere alla borghesia.

I nostri menscevichi, come tutti i capi opportunisti, socialsciovinisti, kautskiani dei sindacati, altro non sono infatti che gli “agenti della borghesia nel movimento operaio” (come abbiamo sempre detto contro i nostri menscevichi) o i “labour lieutenants of the capitalist class”, secondo la bella e giustissima espressione dei seguaci di Daniel de Leon in America. Non lavorare all’interno dei sindacati reazionari significa abbandonare le masse operaie arretrate o non abbastanza evolute all’influenza dei capi reazionari, degli agenti della borghesia, dell’aristocrazia operaia, ossia degli “operai imborghesiti” (cfr. lettera di Engels a Marx del 1858, a proposito degli operai inglesi).

Proprio l’assurda “teoria” della non partecipazione dei comunisti ai sindacati reazionari mostra con la massima evidenza con quanta leggerezza questi comunisti “di sinistra” affrontino il problema dell’influenza sulle “masse” e quale abuso facciano nei loro sproloqui sul termine “masse”.

Per aiutare le “masse” e conquistarsi la simpatia, l’adesione, il sostegno delle “masse”, non si devono temere le difficoltà, gli intrighi, gli insulti, le persecuzioni da parte dei “capi” (che, essendo opportunisti e socialsciovinisti, sono nella maggior parte dei casi legati direttamente o indirettamente alla borghesia o alla polizia), e bisogna lavorare assolutamente là dove sono le masse. Bisogna saper sopportare qualsiasi sacrificio, superare i maggiori ostacoli, per svolgere una propaganda e una agitazione sistematiche, tenaci, costanti e pazienti, proprio nelle istituzioni, nelle società, nelle leghe, anche nelle più reazionarie, dovunque si trovino le masse proletarie o semiproletarie.

I sindacati e le cooperative (queste ultime almeno qualche volta) sono le organizzazioni dove si trovano le masse. In Inghilterra il numero degli iscritti alle Trade Unions è salito da 5,5 a 6,6 milioni tra la fine del 1917 e la fine del 1918. Alla fine del 1919 esse contano 7,5 milioni di iscritti. Non ho i dati corrispondenti per la Francia e per la Germania, ma i fatti attestanti il grande aumento del numero degli iscritti ai sindacati anche in questi paesi sono assolutamente incontestabili e universalmente noti.

Questi fatti dicono nel modo più chiaro ciò che è convalidato da mille altri indizi: lo sviluppo della coscienza di classe e della tendenza all’organizzazione appunto nelle masse proletarie, negli strati “inferiori” e negli strati arretrati. Milioni di operai in Inghilterra, in Francia, in Germania passano per la prima volta dalla completa disorganizzazione alla forma organizzativa più elementare, più bassa, più semplice, più accessibile (per coloro che sono ancora imbevuti di pregiudizi democratici borghesi), cioè ai sindacati, mentre i comunisti di sinistra, rivoluzionari ma irragionevoli, se ne rimangono in disparte e gridano che vogliono le masse e si rifiutano di lavorare all’interno dei sindacati!!! E inventano una nuova “Lega operaia”, pura, monda di pregiudizi democratici borghesi, di pecche corporativistiche e di grettezze professionali, una “Lega operaia” che dicono sarà (sarà!) ampia e per entrare nella quale si porrà come condizione soltanto (soltanto!) “il riconoscimento del potere sovietico e della dittatura”!!.

Non si può immaginare una assurdità maggiore, un danno più grave per la rivoluzione di quello causatole dai rivoluzionari “di sinistra”! Se oggi in Russia, dopo due anni e mezzo di vittorie senza precedenti sulla borghesia della Russia e dell’Intesa, ponessimo come condizione per l’ammissione nei sindacati il “riconoscimento della dittatura” commetteremmo una sciocchezza, compromettendo la nostra influenza sulle masse e facendo il gioco dei menscevichi. Il compito dei comunisti è infatti quello di saper convincere gli elementi arretrati, nel saper lavorare fra loro, di non separarsi da loro con parole d’ordine “di sinistra” cervellotiche e puerili…

Non c’è dubbio che i signori “capi” dell’opportunismo ricorreranno a tutti gli stratagemmi della diplomazia borghese, all’ausilio dei governi borghesi, dei preti, della polizia, dei tribunali, per impedire ai comunisti di entrare nei sindacati, per scacciarli con tutti i mezzi dai sindacati, per rendere il loro lavoro nelle organizzazioni sindacali quanto più è possibile ingrato, per offenderli, vessarli e perseguitarli. Bisogna saper reagire a tutto questo, affrontare tutti i sacrifici e – se necessario – ricorrere ad ogni genere di astuzie, di furberie, di metodi illegali, alle reticenze, all’occultamento della verità, pur di introdursi nei sindacati, rimanere in essi, compiervi a tutti i costi un lavoro comunista.

Sotto la zarismo, fino al 1905, noi non avevamo nessuna “possibilità legale”, ma quando Zubatov, funzionario della polizia segreta, organizzò delle assemblee operaie e delle società operaie del tipo delle centurie nere per dar la caccia ai rivoluzionari e per lottare contro di essi, noi mandammo in quelle riunioni e in quelle società dei membri del nostro partito… i quali stabilirono il collegamento con la massa e riuscirono a svolgere la loro agitazione e strapparono gli operai all’influenza degli agenti di Zubatov (In nota: I Gompers, gli Henderson, i Jouhaux, i Legien sono anch’essi degli Zubatov, che si distinguono dal nostro Zubatov unicamente per l’abito europeo, per la vernice europea, per i modi civili, raffinati, democraticamente agghindati di svolgere la loro vergognosa politica).

Naturalmente nell’Europa occidentale, che è particolarmente impregnata di pregiudizi legalitari, costituzionali, democratici-borghesi, radicati in modo particolarmente tenace, ciò è più difficile da realizzarsi. Ma può e deve essere compiuto, e compiuto sistematicamente.

TROTSKY-LENIN

I due brani si riferiscono al periodo della dittatura proletaria e della guerra civile, e mostrano come la nostra rivendicazione del sindacato quale “cinghia di trasmissione” del Partito valga per i marxisti, non soltanto per la fase precedente la conquista del potere, ma, e a maggior ragione, per quella successiva. Da una parte sussistono ancora le angustie corporative di strati anche larghi della classe lavoratrice, dall’altra il Partito deve far leva, per assolvere i suoi compiti economici e militari, su organizzazioni raggruppanti i più vasti strati della classe che, attraverso il partito, esercita la dittatura. Il sindacato deve continuare ad essere una scuola di guerra, perché la guerra sociale non si esaurisce se non con la completa distruzione dei rapporti borghesi e delle loro sequele anche “abitudinarie” persino nelle file del proletariato.

Da Trotzki, “Terrorismo e comunismo”, 1920

Per la sua più intima essenza la dittatura del proletariato significa il dominio diretto dell’avanguardia rivoluzionaria, che si appoggia sulle grandi masse e, possibilmente, spinge la parte più retrograda a orientarsi secondo la punta avanzata.

Ciò vale anche per i sindacati. Dopo la conquista del potere da parte del proletariato, essi assumono un carattere obbligatorio: devono abbracciare tutti gli operai industriali. Il Partito ne accoglie nelle proprie file i più forniti di coscienza e abnegazione, e allarga i suoi quadri soltanto sotto rigoroso controllo. Di qui deriva il ruolo dirigente della minoranza comunista nei sindacati, che corrisponde al dominio del Partito Comunista nei soviet ed è l’espressione politica della dittatura del proletariato.

I sindacati diventano così i portatori diretti della produzione sociale, esprimendo gli interessi non solo degli operai di industria, ma della stessa industria. Nel primo periodo le tendenze tradunioniste nei sindacati rialzano ancora in vario modo la testa, inducono i sindacati a mercanteggiare con lo Stato sovietico, a porgli condizioni, a esigerne garanzie. Col tempo, tuttavia, i sindacati riconoscono sempre più la loro qualità di organi della produzione dello Stato sovietico e assumono la responsabilità dei suoi destini non contrapponendosi ma identificandosi con esso. I sindacati diventano i realizzatori della disciplina del lavoro; chiedono agli operai un lavoro intenso nelle condizioni più difficili nella misura in cui lo Stato operaio non è ancora in grado di modificare tali condizioni; eseguono le rappresaglie rivoluzionarie contro gli elementi parassitari e indisciplinati della stessa classe lavoratrice. Dalla politica tradeunionistica, che fino a un certo punto è inscindibile dal movimento sindacale nel quadro della società capitalistica, i sindacati passano su tutta la linea alla politica del comunismo rivoluzionario.

Da Lenin, “L’estremismo, malattia d’infanzia del comunismo”, 1920

I rapporti fra capi, partito, classe e masse, e insieme l’atteggiamento della dittatura del proletariato e del partito proletario verso i sindacati, si presentano oggi, da noi, nella seguente forma concreta: la dittatura viene esercitata dal proletariato organizzato nei Soviet e diretto dal Partito Comunista…

Il partito si appoggia nel suo lavoro direttamente sui sindacati, che oggi, secondo i dati dell’ultimo congresso (aprile 1920), contano più di 4 milioni di iscritti, e sono formalmente apartitici.

Di fatto, tutti gli organi direttivi della stragrande maggioranza dei sindacati, e in prima linea, naturalmente, il Centro o Ufficio sindacale di Russia (Consiglio Centrale dei Sindacati di tutta la Russia), sono composti di comunisti ed applicano tutte le direttive del partito. Si ha, in complesso, un apparato proletario formalmente non comunista, flessibile e relativamente ampio, molto potente, mediante il quale il partito è strettamente collegato alla classe e alle masse e attraverso il quale, sotto la direzione del partito, si realizza la dittatura della classe.

Senza il più stretto legame con i sindacati, senza il loro entusiastico appoggio, senza il loro lavoro pieno di abnegazione non soltanto nell’edificazione economica, ma anche nell’organizzazione militare, non saremmo riusciti a governare il paese e a realizzare la dittatura, non dico per due anni e mezzo, ma neanche per due mesi.

S’intende che questo strettissimo contatto implica nella pratica un lavoro di agitazione e propaganda molto complesso e vario, con riunioni tempestive e frequenti, non solo con i dirigenti, ma anche in generale con i membri attivi e influenti dei sindacati, una lotta energica contro i menscevichi, che possono contare tuttora su un certo numero, benché molto esiguo, di sostenitori e li inducono a servirsi di tutte le possibile insidie controrivoluzionarie, a cominciare dalla difesa ideologica della democrazia (borghese) e dalla propaganda della ”indipendenza” dei sindacati (dal potere statale proletario!) per finire con il sabotaggio della disciplina proletaria, ecc. ecc…

A nostro giudizio, il collegamento con le masse attraverso i sindacati è insufficiente. La pratica ha creato presso di noi, nel corso della rivoluzione, un’altra istituzione, le conferenze di operai e contadini senza partito, che noi ci adoperiamo in tutti i modi di appoggiare, sviluppare e allargare, per seguire la disposizione d’animo della masse, avvicinarsi ad esse, per rispondere alle loro richieste, per scegliere nel loro seno i lavoratori più adatti a coprire posti di responsabilità nello Stato, ecc. In uno degli ultimi decreti col quale si trasforma il Commissariato del popolo per il controllo statale in “Ispezione operaia e contadina”, si è concessa alle conferenze di senza partito il diritto di eleggere gli incaricati del Controllo Statale per ispezioni di varia natura, ecc…

Il capitalismo lascia inevitabilmente in eredità al socialismo, da un lato, le vecchie distinzioni professionali e corporative fra gli operai, distinzioni che si sono stabilite attraverso i secoli, e, dall’altro, i sindacati, che possono svilupparsi e si svilupperanno solo con molta lentezza, nel corso di molti anni, in sindacati di produzione (che abbracciano interi rami di produzione e non soltanto una corporazione, un mestiere, una professione) più larghi e meno corporativistici. In seguito, per mezzo di tali sindacati di produzione, si passerà alla soppressione della divisione del lavoro tra gli uomini, all’educazione, istruzione, preparazione di uomini sviluppati e preparati in tutti i sensi, di uomini capaci di far tutto. A ciò tende il comunismo; a questo deve tendere e arriverà, ma soltanto dopo un lungo periodo di anni. Tentare oggi di anticipare praticamente questo futuro risultato del comunismo pienamente sviluppato, pienamente consolidato e formato, completamente dispiegato e maturo, è come voler insegnare la matematica superiore a un bambino di quattro anni.

Possiamo (e dobbiamo) incominciare a costruire i socialismo non con un materiale umano fantastico e creato appositamente da noi, ma con il materiale che il capitalismo ci ha lasciato in eredità. Ciò è senza dubbio molto “difficile”, ma ogni altro modo di affrontare il problema è così poco serio, che non vale la pena di parlarne.

L’INTERNAZIONALE COMUNISTA – 1920

Le tesi sindacale del 2° Congresso del 1920 sanciscono il compito dei comunisti nei sindacati operai per importare nelle grandi masse organizzate il programma rivoluzionario e sottoporli, in una prospettiva di avanzata rivoluzionaria, all’influenza ed eventualmente alla direzione del Partito, non esitando per questo a lavorare nelle vecchie organizzazioni riformiste, anche le più reazionarie, ma nel contempo appoggiando e cercando di influenzare quelle sorte per reazione ad esse al fine di liberarle dai pregiudizi anarco-sindacalisti.

Pur nel rivendicare come condizione favorevole allo sviluppo di tale lavoro l’unità sindacale, e nell’escludere le scissioni provocate artificialmente, le tesi danno la direttiva di appoggiare la scissione su scala nazionale quando essa si renda materialmente inevitabile; e gettano pure le basi dell’Internazionale Sindacale Rossa in antitesi a quella “gialla” di Amsterdam, dipendente dalla Società delle Nazioni e perciò dall’imperialismo mondiale.

Pienamente condivise dalla Sinistra, le tesi si esprimono anche in modo inequivocabile sui consigli di fabbrica, negando che possano considerarsi sostitutivi dei sindacati.

Da “Tesi su il movimento sindacale e i consigli di fabbrica”, 1920

[I]

1) I sindacati creati dalla classe operaia durante il periodo dello sviluppo pacifico del capitalismo rappresentavano delle organizzazioni operaie destinate a lottare per l’aumento dei salari sul mercato del lavoro e per il miglioramento delle condizioni del lavoro salariato. I marxisti rivoluzionari si proponevano di mettere in collegamento i sindacati con quello che era allora il partito politico del proletariato, la socialdemocrazia, per la lotta comune per il socialismo.
     Le stesse ragioni che, salvo rare occasioni, avevano fatto della socialdemocrazia internazionale non un’arma della lotta rivoluzionaria del proletariato per il rovesciamento del capitalismo ma un’organizzazione che distoglieva il proletariato dalla rivoluzione secondo gli interessi della borghesia, ebbero per effetto che, durante la guerra, i sindacati si presentarono il più delle volte come parti dell’apparato militare della borghesia, che aiutarono a sfruttare la classe operaia con la maggiore intensità possibile al fine di condurre la guerra nella maniera più energica per gli interessi del Capitale.
     Organizzando essenzialmente gli operai qualificati, i meglio retribuiti dai padroni, essendo confinati nella loro grettezza corporativa, incatenati da un apparato burocratico completamente estraneo alle masse, sviati dai loro capi opportunisti, i sindacati hanno non soltanto tradito la causa della rivoluzione sociale, ma perfino quella della lotta per il miglioramento delle condizioni di vita degli operai da essi organizzati. Hanno abbandonato il terreno proprio della lotta sindacale contro i padroni, e l’hanno sostituita con un programma di pacifiche transazioni ad ogni costo con i capitalisti.
     Questa politica è stata condotta non solo dalle Trade Unions liberali in Inghilterra e in America, dai sindacati liberi tedeschi e austriaci sedicenti socialisti, ma anche dalle unioni sindacali francesi.

2) Le conseguenze economiche della guerra, la disorganizzazione completa dell’economia mondiale, il folle aumento del costo della vita, l’impiego su vasta scala del lavoro femminile e minorile, il peggioramento delle condizioni di alloggio, tutto questo spinge le grandi masse proletarie sulla via della lotta contro il capitalismo.
     Per l’estensione e il carattere che assume ogni giorno di più, questa lotta è una lotta rivoluzionaria che distrugge obbiettivamente le basi dell’ordine capitalista. L’aumento dei salari ottenuto da questa o quella categoria di operai mediante la lotta economica, è immediatamente annullato dal rialzo del costo della vita. Ora l’aumento dei prezzi deve ulteriormente accentuarsi, perché la classe capitalista dei paesi vincitori, pur dissanguando con la sua politica di sfruttamento l’Europa orientale e centrale, non solo non è in grado di riorganizzare l’economia mondiale, ma la disorganizza sempre più.
     Per avere successo nella lotta economica, le larghe masse operaie che rimanevano fino ad oggi fuori dai sindacati, affluiscono in essi. Si constata dunque in tutti i paesi un poderoso incremento dei sindacati, che non rappresentano più l’organizzazione dei soli elementi avanzati del proletariato, ma delle sue grandi masse. Entrando nei sindacati le masse cercano di farne la loro arma di battaglia.
     L’antagonismo delle classi, che diventa ogni giorno più acuto, spinge i sindacati a organizzare degli scioperi, che dilagano a ondate in tutto il mondo capitalistico interrompendo costantemente il processo della produzione e degli scambi. Aumentando le loro rivendicazioni nella misura in cui cresce il costo della vita, le masse operaie, che ne risentono duramente gli effetti, distruggono con ciò stesso le basi di ogni calcolo capitalista, questo presupposto elementare di ogni economia organizzata.
     I sindacati, che erano divenuti durante la guerra gli organi dell’influenzamento delle masse operaie nell’interesse della borghesia, rappresentano oggi degli organi della distruzione del capitalismo.

3) Ma la vecchia burocrazia sindacale e le vecchie forme di organizzazione sindacale ostacolano in tutti i modi questa trasformazione del carattere dei sindacati. Essa cerca in ogni modo di tenere in piedi i sindacati come organizzazioni dell’aristocrazia operaia, mantenendo in vigore le norme che rendono impossibile l’ingresso delle masse operaie peggio retribuite nei sindacati.
     La vecchia burocrazia sindacale si sforza anche di sostituire l’arma dello sciopero, che assume ogni giorno di più il carattere di un conflitto rivoluzionario del proletariato con la borghesia, con una politica di conciliazione coi capitalisti, una politica di contratti a lungo termine che perdono ogni significato anche solo per il vertiginoso e ininterrotto aumento dei prezzi. Essa cerca di imporre agli operai la politica delle commissioni paritetiche, dei “Joint Industrial Councils”, e di ostacolare, con l’aiuto delle leggi e dell’apparato statale capitalistico, l’organizzazione di scioperi.
     Nei momenti critici del conflitto, la borghesia semina la discordia fra le masse operaie in lotta e impedisce alle azioni isolate delle singole categorie operaie di fondersi in una lotta di classe generale. Essa è sostenuta in questi tentativi dalla forma antiquata di organizzazione dei sindacati di mestiere, che divide i lavoratori di una branca d’industria in gruppi professionali separati, benché il processo dello sfruttamento capitalistico li leghi tutti quanti.
     Essa si appoggia al potere della tradizione ideologica della vecchia aristocrazia operaia, benché quest’ultima sia incessantemente indebolita dall’abolizione dei privilegi di particolari gruppi del proletariato in seguito al generale sfacelo del capitalismo, al livellamento della situazione della classe operaia, alla generalizzazione della sua miseria e insicurezza.
     In questa maniera la burocrazia sindacale divide la poderosa corrente del movimento operaio in esigui rivoli, baratta gli scopi rivoluzionari generali del movimento contro rivendicazioni parziali riformistiche, e ostacola in generale la trasformazione della lotta del proletariato in una lotta rivoluzionaria unica per la distruzione del capitalismo.

4) Dato l’afflusso di potenti masse operaie nei sindacati e dato il carattere obbiettivamente rivoluzionario della lotta economica che queste masse sostengono in antitesi alla burocrazia professionale, è necessario che i comunisti di tutti i paesi entrino nei sindacati e lavorino per farne degli organi di lotta coscienti per l’abbattimento del regime capitalistico e il trionfo del comunismo. Essi devono prendere l’iniziativa della creazione di sindacati dove non ne esistano ancora.
     Ogni diserzione volontaria del movimento sindacale, ogni tentativo artificiale di creazione di particolari sindacati senza esservi costretti o da atti eccezionali di sopraffazione da parte della burocrazia sindacale (scioglimento di singoli gruppi rivoluzionari nei sindacati da parte delle centrali opportunistiche) o da una gretta politica aristocratica che precluda alle grandi masse di lavoratori poco qualificati l’ingresso nelle organizzazioni sindacali, rappresenta un pericolo enorme per il movimento comunista.
     Esso minaccia di isolare dalle masse gli operai di avanguardia, dotati di maggior coscienza di classe, e le consegna ai capi opportunisti che lavorano per gli interessi della borghesia. Le esitazioni delle masse operaie, il loro atteggiamento indeciso e la loro accessibilità ai sofismi dei capi opportunisti potranno essere superati nel corso della lotta, che si acuisce sempre più, soltanto nella misura in cui gli strati più vasti del proletariato impareranno attraverso la loro esperienza, attraverso le loro vittorie e sconfitte, che mai il sistema economico capitalistico permetterà loro di conseguire condizioni di vita umane, e nella misura in cui gli operai comunisti d’avanguardia impareranno, nella lotta economica, ad essere non solo i propugnatori delle idee del comunismo, ma anche i capi più risoluti della stessa lotta economica e dei sindacati. Solo in questo modo sarà possibile cacciare dai sindacati i capi opportunisti. Solo così i comunisti potranno prendere la direzione del movimento sindacale e farne un organo della lotta rivoluzionaria per il Comunismo. Solo in questo modo sarà possibile superare la frammentazione dei sindacati di mestiere, sostituirli con organizzazioni per industria che permettano di eliminare la burocrazia estranea alle masse e surrogarla con un apparato di delegati di fabbrica, lasciando alle Centrali solo le funzioni più strettamente necessarie.

5) Poiché i comunisti danno più importanza al fine e alla essenza dell’organizzazione sindacale che alla sua forma, essi non devono arretrare di fronte a una scissione delle organizzazioni sindacali se la rinuncia alla scissione equivalesse alla rinuncia al lavoro rivoluzionario nei sindacati, alla rinunzia al tentativo di farne uno strumento della lotta rivoluzionaria, alla rinunzia ad organizzare gli strati più sfruttati del proletariato. Ma anche se una tale scissione si rivelasse necessaria deve essere consumata soltanto se i comunisti riescono con una lotta incessante contro i capi opportunisti e la loro tattica, con la più intensa partecipazione alla lotta economica, a convincere le grandi masse operaie che la scissione viene intrapresa non per fini rivoluzionari remoti e ancora incomprensibili ad esse, ma per l’interesse concreto e più diretto della classe operaia allo sviluppo della sua lotta economica.
     In caso di necessità di una scissione, i comunisti devono vagliare con vigile attenzione se tale scissione non li porti ad isolarsi dalla massa operaia.

6) Dove la scissione fra la direzione opportunista e quella rivoluzionaria dei sindacati è già avvenuta, dove, come in America, accanto ai sindacati opportunisti esistono unioni con tendenze rivoluzionarie anche se non comuniste, i comunisti hanno l’obbligo di appoggiare questi sindacati rivoluzionari, di sostenerli e di aiutarli a liberarsi dei loro pregiudizi sindacalisti e a porsi sul terreno del comunismo, che solo può servire da bussola sicura nel groviglio della lotta economica.
     Dove, nel quadro dei sindacati o fuori di essi, si costituiscono nella fabbrica delle organizzazioni come gli Shop Stewards Committees (Comitati dei delegati di reparto), i Betriebsraete (Consigli di fabbrica), ecc., che si prefiggono la lotta contro le tendenze controrivoluzionarie della burocrazia sindacale e l’appoggio alle azioni dirette e spontanee del proletariato, i comunisti devono naturalmente sostenerli con tutta a loro energia.
     Ma l’appoggio dato ai sindacati rivoluzionari non deve significare l’uscita dei comunisti dai sindacati opportunisti che sono in fermento e si spostano sul terreno della lotta di classe. Al contrario, sforzandosi di accelerare questa evoluzione dei sindacati di massa che vengono a trovarsi sulla via della lotta rivoluzionaria, i comunisti potranno esercitare la funzione di un elemento che unisca idealmente e organizzativamente nella lotta comune per la distruzione del capitalismo gli operai sindacalmente organizzati.

7) Nell’epoca di disgregazione del capitalismo, la lotta economica del proletariato si trasforma in lotta politica molto più rapidamente che nell’epoca di sviluppo pacifico del capitale. Ogni grande conflitto economico può mettere direttamente gli operai di fronte al problema della Rivoluzione. È quindi dovere dei comunisti chiarire agli operai, in tutte le fasi della lotta economica, che questa lotta può essere coronata da successo soltanto se la classe operaia vince la classe dei capitalisti in una battaglia aperta e, mediante la dittatura, intraprende l’opera della edificazione socialista.
     Partendo da questo presupposto, i comunisti devono tendere, nella misura del possibile, a realizzare una piena unità fra i sindacati e il Partito Comunista, subordinandoli alla direzione effettiva di quest’ultimo come avanguardia della rivoluzione proletaria. A questo scopo i comunisti devono organizzare dovunque nei sindacati e nei consigli di fabbrica delle frazioni comuniste e, col loro aiuto, impadronirsi del movimento sindacale e dirigerlo…


[II]

I sindacati tendevano già in tempo di pace a una unificazione internazionale, perché durante gli scioperi i capitalisti ricorrevano ad operai di altri paesi in funzione di crumiri. Ma, prima della guerra, l’Internazionale sindacale aveva solo un’importanza secondaria. Essa si occupava dell’organizzazione di soccorsi finanziari reciproci e di un servizio di statistica sociale, non dell’organizzazione della lotta comune, perché i sindacati diretti da opportunisti cercavano di evitare ogni lotta rivoluzionaria di portata internazionale.

I capi opportunisti dei sindacati che, durante la guerra, erano ognuno nel suo paese i lacchè della borghesia, cercano ora di ricostruire l’Internazionale sindacale e di farne un’arma per la lotta diretta del capitale internazionale contro il proletariato. Sotto la direzione dei Jouhaux, Gompers, Legien, ecc. essi creano un “Bureau du Travail” presso la Società delle Nazioni, questa organizzazione del brigantaggio internazionale capitalistico. Essi cercano di soffocare in tutti i paesi i movimenti di sciopero costringendo gli operai a sottomettersi alle corti arbitrali dei rappresentanti dello Stato capitalista, e, mediante compromessi coi capitalisti, di ottenere concessioni a favore degli operai qualificati per spezzare così la crescente unità della classe operaia.

L’Internazionale sindacale di Amsterdam è dunque un surrogato della fallita Seconda Internazionale di Bruxelles. Gli operai comunisti appartenenti ai sindacati di ogni paese devono invece tendere a creare un fronte internazionale di lotta dei sindacati. Non si tratta più di soccorsi pecuniari in caso di sciopero: occorre che, nel momento del pericolo incombente sulla classe operaia di un paese, i sindacati degli altri paesi in quanto organizzazioni di massa contribuiscano alla sua difesa e facciano l’impossibile per impedire alla borghesia del proprio paese di dare aiuto a quella di un altro che si trova in lotta con la classe operaia.

La lotta economica del proletariato diviene sempre più in ogni paese una lotta rivoluzionaria. Perciò i sindacati devono fare coscientemente uso di tutte le loro forze per l’appoggio a ogni azione rivoluzionaria sia nel loro paese che in altri; e, a questo scopo, non solo proseguire in ogni paese la massima centralizzazione della lotta, ma farlo su scala internazionale, aderendo all’Internazionale Comunista, unendosi con essa in un solo esercito, i cui diversi reparti conducano di concerto la battaglia sostenendosi l’uno con l’altro.

L’INTERNAZIONALE SINDACALE ROSSA, 1921

Dell’ISR riportiamo la parte delle tesi sulla questione della tattica presentate al I Congresso mondiale del luglio 1921, riguardante l’analisi dei sindacati nei rispettivi paesi prima, durante e dopo la guerra imperialistica.

Non riproduciamo le altre perché, in linea di massima condivise dalla Sinistra, ne sarebbero una ripetizione.

La descrizione dello stato del movimento sindacale mondiale invece ben si accorda con la prognosi della Sinistra che il riformismo socialdemocratico avrebbe spianato la strada alla più brutale sopraffazione anche degli organismi di difesa economica del proletariato da parte della classe dominante, grazie ad esso vittoriosa sulla classe operaia e, infine, all’inquadramento di quest’ultima in “sindacati” di completa emanazione statale e di natura corporativa.

L’ISR sorse come l’unione internazionale dei sindacati classisti, orientati, grazie all’influenza del partito comunista, verso la rivoluzione e la dittatura proletaria, in contrapposto all’Internazionale di Amsterdam. L’ISR era l’organo sindacale dell’IC. Si stava realizzando in campo mondiale lo stretto collegamento, la “cinghia di trasmissione”, tra il partito unico del proletariato e il movimento sindacale, per il cui mezzo la classe operaia avrebbe potuto compiere vittoriosamente la sua avanzata rivoluzionaria.

È questo un presupposto storico che sta a indicare come la resurrezione di classe di domani comporti la ricostituzione non solo del partito comunista mondiale, ma anche dell’organizzazione sindacale rossa, dal partito influenzata e diretta.

Va sottolineato che nel 1925-26 la Sinistra si oppose energicamente allo scioglimento dell’ISR voluto dallo stalinismo, e alla sua ventilata riunificazione con l’Internazionale di Amsterdam.

La traduzione è quella pubblicata in opuscolo dal PCd’I nel 1921.

Da ISR, “Deliberazione sulla questione della tattica”, 1921

I SINDACATI PRIMA DELLA GUERRA

7) Durante il XIX secolo e i primi decenni del XX nel movimento sindacale si formarono essenzialmente tre tipi caratteristici, tre gruppi fondamentali: anglo-sassone (tradeunionismo), germano-austriaco (riformismo socialdemocratico) e franco-spagnolo (sindacalismo rivoluzionario).
     Nel movimento mondiale dei sindacati, questi tre gruppi fondamentali si distinguevano tanto per la natura della loro opera, quanto per i metodi. In essi si esprimevano tre differenti ideologie, tre differenti programmi d’azione.

8) Il carattere fondamentale del movimento sindacale anglo-sassone consisteva nel suo stretto corporativismo, nell’apoliticismo, nel neutralismo verso i partiti socialisti e nella concentrazione di tutta l’attenzione sui problemi immediati e concreti del giorno.
     Il tradeunionismo considerava la lotta sociale con criterio corporativo, e con queste vedute limitate pretendeva di risolvere tutte le questioni sociali ed economiche. Esso riuniva principalmente gli strati più elevati della classe operaia, e la sua ideologia rappresentava la filosofia dell’aristocrazia operaia.
     Dai teorici e dai pratici del tradeunionismo, capitale e lavoro erano considerati non come due mortali nemici di classe, ma come due fattori della società che si integrano a vicenda, il cui sviluppo armonico doveva condurre alla pace fra capitale e lavoro e all’equa distribuzione fra loro dei beni sociali.

9) Il movimento sindacale austro-germanico, apparso più tardi dell’anglo-sassone e svoltosi in diverse condizioni, fin da principio fu compenetrato da idee socialiste. Il movimento sindacale di Austria e di Germania fu tenuto a battesimo dalla socialdemocrazia, e quindi la sua ideologia era imbevuta di spirito socialdemocratico. Ma il programma e la tattica socialdemocratica assunsero carattere di riformismo e quindi i sindacati della Germania furono la culla del riformismo, il cui contenuto ideologico consiste, com’è noto, nel campo politico nel preconizzare l’evoluzione pacifica e graduale, tendente al socialismo attraverso la democrazia, nell’attenuare l’antagonismo di classe, nella pavida rinunzia alla rivoluzione e al terrore classista, nella speranza che lo sviluppo delle istituzioni democratiche condurrà automaticamente al socialismo senza sconvolgimenti e senza rivoluzione. Invece nel campo strettamente sindacale esso esprime la tendenza a mantenere i sindacati lontani dalla lotta politica rivoluzionaria, la predicazione della neutralità verso il socialismo rivoluzionario, il collegamento intimo col socialismo riformista, e finalmente la sopravalutazione dei contratti collettivi e la tendenza a creare il diritto paritetico, cioè a costruire rapporti sociali per cui, pur permanendo il regime politico e economico borghese, possa tuttavia conciliarsi l’eguaglianza di diritto fra operai e imprenditori con la conservazione del sistema di sfruttamento.

10) Il sindacalismo rivoluzionario, sorto come reazione all’opportunismo del Partito socialista francese, aveva nel suo concetto fondamentale un contenuto realmente rivoluzionario. Esso lanciò l’idea della azione diretta, della lotta immediata delle masse, fece propaganda dello sciopero generale, affermò la necessità di abbattere violentemente il capitalismo, condusse agitazione e propaganda antimilitariste, affermò la teoria antistatale proclamando che i sindacati erano le uniche organizzazioni capaci di fare la rivoluzione sociale e di edificare con le proprie forze la società socialista. I teorici di questo movimento pretendevano che il sindacalismo rivoluzionario fosse la sintesi del proudhonismo e del marxismo.

11) Il sindacalismo rivoluzionario formulava dunque una serie di concetti (in questo appunto consiste il suo merito) tali da renderlo superiore alle altre forme del movimento operaio e da accostarlo al socialismo rivoluzionario. Simili concetti, come quello dell’azione diretta, della pressione rivoluzionaria delle masse sui capitalismo e sullo Stato, dell’abbattimento del capitalismo, la predicazione della rivoluzione sociale, rappresentano il merito dei sindacalisti rivoluzionari e il lato pratico delle loro teorie in generale. Per converso incontriamo nel sindacalismo il concetto dell’indipendenza, del neutralismo verso tutti i partiti politici, compreso quello del proletariato, la negazione anche dello Stato proletario, la sopravalutazione dello sciopero generale, e un contegno errato riguardo alle aspirazioni parziali degli operai. Economia e politica sono due cose diverse per i sindacalisti rivoluzionari, mentre invece è noto che la politica non è altro che un “concentrato di economia”. La separazione tra questi due fattori, malgrado la sua apparente essenza rivoluzionaria, è sfruttata dalla borghesia, che per suo conto non ha mai praticamente separato nella sua lotta l’economia dalla politica.

12) Il movimento sindacale si formò e sviluppò soprattutto nel periodo del pacifico e organico sviluppo della società capitalistica; quindi recava taluni caratteri, che poi, specialmente durante la guerra, dovevano permettere alla borghesia di servirsene per le sue mire di classe. Questi caratteri particolari sono: il gretto corporativismo, l’isolamento dei sindacati, la lotta di molti di essi contro il lavoro femminile, lo spirito nazionalista e patriottico derivante dalla confusione tra gli interessi dell’industria nazionale e quelli della classe lavoratrice. Essi hanno trovato la loro massima espressione durante la guerra, quando gli interessi di classe sono venuti a contrasto con gli interessi nazionali.


I SINDACATI DURANTE LA GUERRA

13) La guerra mondiale, causata dall’antagonismo tra i vari capitalismi nazionali, ha rivelato fino a qual punto la classe operaia e le sue organizzazioni subissero l’influenza della società borghese. Nella maggior parte dei maggiori paesi d’Europa, non appena dichiarata la guerra i sindacati cessarono di esistere come organizzazioni classiste di lotta e immediatamente si convertirono in organizzazioni imperialiste di guerra, la cui funzione consisteva nell’aiutare il governo e la borghesia a sconfiggere, con le loro forze riunite, il concorrente sul mercato mondiale. I vecchi raggruppamenti del movimento sindacale scomparvero. In ogni paese i dirigenti dei sindacati, tranne poche eccezioni, si combatterono tra loro sui fronti di battaglia, stringendo invece alleanza con la borghesia della propria patria: gli interessi della borghesia nazionale furono preposti agli interessi di classe.

14) Il periodo della guerra mondiale è quello del dissolvimento morale dei sindacati di tutti i paesi capitalisti. La più gran parte dei dirigenti sindacali appaiono come agenti del governo: essi assumono spontaneamente il compito di soffocare tutti i tentativi di protesta rivoluzionaria, sanzionano a varie riprese il peggioramento delle condizioni di lavoro, acconsentono di legare gli operai alle fabbriche secondo i voleri del capitalista, rinunziano a conquiste ottenute con lunghe lotte, insomma eseguono senza fiatare tutto ciò che le classi dirigenti ordinano.

15) Il malcontento contro la guerra, e le manifestazioni di esso, avutesi sempre più frequentemente già durante la guerra stessa, furono soffocati fino dal loro nascere dagli stessi dirigenti del vecchio movimento sindacale. La paura della rivoluzione, che costrinse per molti anni le classi dirigenti ad astenersi da azioni e da avventure belliche, scomparve, giacché contro la rivoluzione stavano ormai non solo la borghesia ma anche i sindacati i cui dirigenti si erano trasformati in cani da guardia del capitalismo. Ciò rappresentò la più strepitosa vittoria morale delle classi dirigenti, e a un tempo una solenne sconfitta della classe operaia nel periodo della guerra mondiale.

16) L’opera nazionalista dei dirigenti del movimento sindacale seminò una profonda discordia tra le masse. Invece della predicazione della lotta e dell’odio di classe, per qualche anno dalle bocche dei rappresentanti operai uscirono soltanto appelli alla fusione di tutte le forze contro il nemico nazionale, in difesa della “patria” e per l’”unione sacra” delle classi. Questa propaganda di tradimento, fatta con l’appoggio della stampa borghese e con l’aiuto finanziario del Governo, è stata la causa principale del perdurare della guerra e degli innumerevoli sacrifici, cui la classe operaia fu sottoposta in conseguenza della guerra mondiale. La guerra ha dimostrato l’assoluto fallimento di tutte le varie organizzazioni del movimento sindacale. I dirigenti delle Trade-Unions d’Inghilterra e d’America, dei sindacati di mestiere d’Austria e Germania, dei sindacati rivoluzionari di Francia, si ritrovarono insieme sul terreno del tradimento degli interessi della classe operaia.


I SINDACATI DOPO LA GUERRA

17) I caratteri essenziali che la politica dei capi sindacali di vari paesi ebbe durante la guerra si conservarono essenzialmente immutati anche dopo. Tale politica consisté nel prolungare l’unione sacra delle classi, conclusa durante la guerra, e nel subordinare gli interessi delle classi operaie alla ricostruzione dell’economia capitalista.

18) In Francia questa politica ha acquistò un carattere oltremodo ributtante, giacché i suoi esponenti erano i sindacalisti rivoluzionari di ieri, coloro che si dicevano antistatali e antimilitaristi. La Confederazione generale del lavoro, per bocca dei suoi dirigenti, reclamando l’onore di lavorare nelle Commissioni per l’elaborazione del trattato di Versailles, assunse l’iniziativa di costringere gli operai tedeschi a risarcire la Francia delle perdite causatele dalla guerra, disgregò il movimento degli scioperi rivoluzionari, combatté a fianco del governo e di tutta la borghesia l’idea stessa della rivoluzione sociale, proclamando il principio della ricostruzione del capitalismo in base alla collaborazione di tutte le “forze vitali” della società moderna, cioè dei lavoratori, imprenditori e rappresentanti del Governo. Questa tattica alimentò la tracotanza della borghesia, corrompendo la coscienza operaia, e generando nelle masse sfiducia verso le parole d’ordine e gli appelli rivoluzionari. Quanto più la Confederazione Generale del Lavoro era di fatto subordinata alla borghesia, tanto più esaltava l’indipendenza e l’autonomia del movimento, riportandosi, a questo proposito, alla “Carta di Amiens”.

19) Contro questo inaudito tradimento, contro la vergognosa violazione degli elementari principi rivoluzionari della classe lavoratrice, sorse e si è diffuse in Francia un forte movimento di protesta che trovò la sua espressione e la sua direzione nel Comitato centrale dei Sindacati rivoluzionari. L’opposizione rivoluzionaria riuniva già quasi la metà dei membri della Confederazione Generale del lavoro, ma, nonostante questo incremento numerico, essa era debole a causa della sua insufficiente unità interna. L’intera opposizione era concorde nella lotta contro il manifesto ed occulto tradimento degli interessi della classe operaia, ma, sebbene combattesse realmente questa lotta e vi riportasse anche delle vittorie grazie al fronte unico, tuttavia essa stessa non aveva ancora determinato in modo abbastanza chiaro i propri concreti intendimenti, il proprio programma e le parole d’ordine della lotta. L’opposizione, formata da anarchici, sindacalisti rivoluzionari e comunisti, proclamava il motto: “torniamo alla Carta d’Amiens”. Parola d’ordine insufficiente già per il solo fatto che anche la stessa maggioranza della Confederazione Generale del Lavoro si richiamava ad essa.

20) La “Carta d’Amiens”, sintetizzante la protesta delle masse operaie contro l’opportunismo del Partito socialista, non poteva servire di base per l’azione concreta, non solo perché era stata scritta quindici anni prima della guerra e della rivoluzione, ma soprattutto perché fin dal principio essa non risolveva tutte le questioni che la classe lavoratrice aveva dinanzi a sé. La guerra mondiale, la decadenza del capitalismo, la rivoluzione, tutto ciò imponeva alla minoranza della Confederazione generale del lavoro di Francia di non chiudersi nei limiti della ormai invecchiata Carta d’Amiens, bensì di elaborare un nuovo programma in conformità con il nuovo stato di cose.

21) In Germania i dirigenti dei sindacati professionali tedeschi, in sostanza assunsero, dopo la guerra, la parte di salvatori della borghesia e della cricca guerresca germanica. La rivoluzione del 1918 realmente impaurì la borghesia tedesca, tanto da indurla a rivolgersi essa stessa ai sindacati tedeschi per salvaguardare il suo dominio di fronte alla rivoluzione sociale.
     I dirigenti dei sindacati conclusero un accordo con la borghesia tedesca intorno alle commissioni paritetiche del lavoro che servì di base per tutta l’attività svolta dopo la guerra dal movimento sindacale tedesco. Il dominio della borghesia nel campo politico ed economico: ecco il risultato di questo sistema paritetico. Conseguenza di tale accordo è stato l’aiuto attivo prestato dai sindacati nell’opera di repressione del movimento rivoluzionario. I dirigenti dei sindacati tedeschi si adoperarono con ardore a difesa del capitalismo, non esitando a tal fine neanche ad appoggiare le repressioni sanguinose operate dalla borghesia contro la classe operaia.

22) Simile atteggiamento controrivoluzionario della burocrazia sindacale aveva sollevato le proteste indignate delle masse operaie. Tali proteste cominciarono a prender forme concrete col formarsi, in seno al movimento sindacale, dei gruppi d’opposizione e dei nuclei comunisti, i quali diramandosi in vasta rete per tutta la Germania assunsero il carattere di fenomeno di massa. Il pessimismo, provocato dall’atteggiamento dei sindacati trovò anche la sua espressione nella parola d’ordine della “distruzione dei sindacati“, motto che però contrastava con gli interessi veri della classe operaia e con quelli della rivoluzione sociale. Oltre all’opposizione sorta in seno ai vecchi sindacati, sorsero anche parecchi raggruppamenti al di fuori (Sindacato operaio indipendente di Gelsen-kirchen, Unione generale operaia, Unione sindacalista), ciascuno dei quali si era sviluppato per conto proprio invece di svolgere una lotta concorde contro i capitalisti e i loro fiancheggiatori annidati nei sindacati professionali. A questi raggruppamenti già esistenti si erano aggiunti gli espulsi dalla burocrazia sindacale che, intimorita dal crescere dei nuclei di opposizione in seno al vecchio movimento sindacale, aveva proceduto all’espulsione di singoli, nonché di sezioni sindacali rionali e locali accusati di “comunismo”.

23) In Inghilterra, immediatamente dopo la guerra, i sindacati ingaggiarono una lotta ostinata per ottenere il miglioramento delle condizioni di lavoro e per consolidare le posizioni conquistate. I grandiosi scioperi dei minatori e di altre categorie di lavoratori,dimostrarono la forza e la fermezza del proletariato inglese nella lotta. Ma nello stesso periodo successivo alla guerra si era rivelata tutta la forza del legame tra una parte dei capi del movimento sindacale e la borghesia. Ogni sciopero, ogni serio conflitto urtava anzitutto contra una resistenza accentrata nel seno delle organizzazioni interessate e degli altri sindacati. Queste particolarità, oltre all’indiscutibile processo di rivoluzionamento ideologico, per quanto abbastanza confuso, rappresentavano il carattere essenziale del movimento sindacale inglese, il quale tuttavia, in confronto al periodo precedente alla guerra, aveva certo fatto un grandissimo passo avanti.

24) I Comitati di fabbrica e d’officina, sorti spontaneamente durante la guerra e relativamente molto influenti negli anni 1917 e 1918, erano poi decaduti di importanza, nonostante il diffondersi delle idee rivoluzionarie e dell’inevitabilità della lotta rivoluzionaria fra le masse proletarie d’Inghilterra. La debolezza degli elementi di opposizione organizzata si spiega col fatto che essi non avevano coordinato adeguatamente l’attività fra le masse. La fusione di tutti questi elementi rivoluzionari poteva ottenersi mediante l’allargamento e l’approfondimento dell’attività dei Comitati Operai. Scopo che poteva conseguirsi non distaccando i migliori operai dalle masse organizzate nei sindacati, e costituendo altre organizzazioni al di fuori, ma nell’indirizzare l’attività all’interno di essi
     Gli elementi più coscienti, più rivoluzionari e attivi nelle fabbriche, devono concentrare l’attività su tutti i livelli del movimento sindacale, dal più basso al più alto, sforzandosi dappertutto di conquistare i posti di responsabilità e di direzione. Questa è la via maestra per svolgere un’opera sistematica ed insistente, atta a ottenere risultati concreti e permanenti in un paese con un così esteso movimento sindacale e tuttavia così imbevuto di conservatorismo.

25) In America più che altrove i dirigenti sindacali si rivelarono come agenti del capitale. A Gompers e alla sua cricca che presiedeva la Federazione Americana del Lavoro persino l’Internazionale di Amsterdam sembrava troppo rivoluzionaria, per cui si rifiutarono di farne parte. La Federazione americana poneva tutte le sue speranze nella buona fede della borghesia e non voleva saperne della possibilità di una lotta per l’instaurazione di un nuovo regime sociale. Si ebbe qui l’esempio tipico e classico della collusione fra i dirigenti della classe operaia e lo Stato borghese. Tale dipendenza dalla borghesia e dai miliardari americani costituì la ragione sostanziale del perché tutti questi Gompers invocarono a gran voce l’autonomia del movimento sindacale.
     La Federazione americana rappresentò il miglior sostegno alla borghesia, determinata ad annientare il movimento rivoluzionario, anche se poi perfino essa fu trascinata nella lotta contro la borghesia, poiché quest’ultima, non paga di tanta sottomissione, voleva ottenere profitti anche maggiori di quelli già ottenuti.
     Quindi, sebbene la Federazione americana come tale finora non prendesse parte alla lotta, nacquero distaccamenti isolati, e organizzazioni locali, che sempre più venivano in contrasto con l’apparato statale e con gl’interessi del capitale. Se essi restavano ancora all’interno dell’organizzazione, tuttavia nella realtà si allontanavano sempre più dai principi fondamentali sui quali era basata la Federazione Americana del lavoro.

26) L’organizzazione indipendente americana degli “Operai industriali del mondo” (I.W.W. era troppo debole per sostituire i vecchi sindacati.
     Gli IWW avevano dei pregiudizi prettamente anarchici contro la lotta politica, dividendosi in due opposti campi in quella questione d’importanza cardinale che è la dittatura del proletariato. I sindacati autonomi esistenti accanto a queste due organizzazioni, solo formalmente erano indipendenti dalla Federazione Americana del Lavoro, mentre gran parte di essi dipendeva moralmente da tutta l’ideologia e pratica dei dirigenti controrivoluzionari di quella. Il problema della creazione di nuclei e gruppi rivoluzionari in seno alla Federazione Americana del Lavoro e ai sindacati autonomi, era della massima urgenza. Non vi era altro mezzo per conquistare le masse operaie, fuorché quello di fare una lotta sistematica in seno ai vecchi sindacati.

27) In Italia, la situazione aveva assunto un carattere affatto particolare: la grande maggioranza del proletariato italiano aveva aderito al punto di vista della lotta rivoluzionaria e della dittatura del proletariato; invece il nucleo dirigente della Confederazione Generale del Lavoro (CGL) nutriva grande diffidenza per i metodi rivoluzionari di lotta, e così, in teoria e in pratica, si avvicinava assai più al socialismo riformista che al socialismo rivoluzionario.
     Oltre alla CGL, esistevano l’ “Unione Sindacalista” e altri sindacati autonomi, che a differenza di quelli americani erano profondamente imbevuti di spirito rivoluzionario. Essi, nella loro attività pratica, accettavano le direttive della Internazionale Comunista e dell’Internazionale dei Sindacati Rossi.

28) Negli altri paesi d’Europa e d’America, il movimento sindacale aveva fatto un gran passo avanti. In seno ai vecchi sindacati di parecchi paesi si era costituita una risoluta minoranza di opposizione (Cecoslovacchia, Polonia, ecc.), mentre altrove (Bulgaria, Iugoslavia, Norvegia) con i fautori della rivoluzione sociale e della dittatura del proletariato stava già la maggioranza.

* * *

Questa specifica situazione del movimento sindacale di tutto il mondo, dimostrava quale profondo mutamento era avvenuto fra le vaste masse operaie. Gli insegnamenti della guerra e della rivoluzione russa non erano stati vani per le moltitudini dei lavoratori.

Lo spirito rivoluzionario che si manifestava nei sindacati era il risultato del naturale svolgersi delle cose.

Per i dirigenti dei Sindacati rossi, il problema stava nel seguire il processo rivoluzionario e dirigerlo verso la risoluta lotta contro il regime borghese, per la dittatura del proletariato.

LA SINISTRA COMUNISTA – 1920-21

I testi coprono un periodo complesso che va dalla nascita del Partito Comunista, sotto la guida della Sinistra, fino alla sua estromissione, dalla vittoria del fascismo fino alla sconfitta del movimento comunista mondiale.

Se dovessimo pubblicare tutti i testi di riaffermazione programmatica e di documentazione dell’attività della nostra corrente, riempiremmo un intero volume. Ci limitiamo ad alcuni testi fondamentali, che permettono di seguire le posizioni programmatiche e di battaglia del Partito da noi diretto o influenzato.

Sarà compito di successivi testi specifici, in particolare dei futuri volumi della Storia della Sinistra Comunista, rievocare la gigantesca attività allora svolta in questo settore, esplicata non da un partito con milioni di effettivi ma da poche decine di militanti, la cui forza consisteva appunto nel possesso di un sano e corretto indirizzo programmatico.

La Sinistra, all’unisono con Lenin, ripudia il “sinistrismo “ operaista latino, tedesco e olandese, e ribadisce che il collegamento con la classe e la direzione del partito su di essa sono impossibili senza una sensibile influenza sui sindacati operai e sulle organizzazioni di classe in genere, anche se gli stessi sindacati rossi subivano la direzione di forze reazionarie, tendenti ad un crescente accostamento allo Stato capitalista per condurre il movimento sindacale sotto la protezione statale borghese.

Il fascismo, dopo di aver distrutto, con la complicità della democrazia e della socialdemocrazia, insieme al movimento politico proletario anche quello sindacale di classe, fonderà dei sindacati coatti, di Stato, nel tentativo di organizzare centralmente e unitariamente le forze produttive, pur nel quadro della fondamentale anarchia borghese.

La Sinistra fu la sola a capire il nesso dialettico tra opportunismo e fascismo, e ad opporsi a tutte le iniziative della stessa Internazionale miranti, in un’ottica distorta, alla conclusione di blocchi, alleanze e perfino fusioni tra i Partiti comunisti, false sinistre socialdemocratiche e partiti opportunisti, tra Mosca e Amsterdam in campo sindacale, nella prospettiva, da noi condannata in partenza, di rafforzare il fronte d’attacco rivoluzionario.

Quando i sindacati fascisti prevalsero e la direzione socialdemocratica della CGL si autoeliminò, la Sinistra lanciò la parola d’ordine della difesa e del potenziamento dei Sindacati Rossi. Restò sola, anche nel Partito, a proclamare, col sabotaggio dei sindacati statali coatti, la rinascita dell’organizzazione di classe.

Da “Tesi della Frazione Astensionista”, 1920

II Critica di altre scuole [10]

  1. Le organizzazioni economiche professionali non possono essere considerate dal comunisti né come organi sufficienti alla lotta per la rivoluzione proletaria, né come organi fondamentali dell’economia comunista.
    L’organizzazione in sindacati professionali vale a neutralizzare la concorrenza tra gli operai dello stesse mestiere e impedisce la caduta dei salari ad un livello bassissimo, ma, come non può giungere alla eliminazione del profitto capitalistico, così non può nemmeno realizzare l’unione dei lavoratori di tutte le professioni contro il privilegio del potere borghese. D’altra parte il semplice passaggio della proprietà delle aziende dal padrone privato al sindacato operaio non realizzerebbe i postulati economici del comunismo, secondo il quale la proprietà deve essere trasferita a tutta la collettività proletaria, essendo questa l’unica via per eliminare i caratteri dell’economia privata nell’appropriazione e ripartizione dei prodotti.
    I comunisti considerano il sindacato come il campo di una prima esperienza proletaria, che permette ai lavoratori di procedere oltre, verso il concetto e la pratica della lotta politica il cui organo è il partito di classe.

II Critica di altre scuole [11]

  1. È in genere un errore credere che la rivoluzione sia un problema di forma di organizzazione dei proletari secondo gli aggruppamenti che essi formano per la loro posizione e i loro interessi nei quadri del sistema capitalistico di produzione.
    Non è quindi una modifica della struttura di organizzazione economica che può dare al proletariato il mezzo efficace per la sua emancipazione.
    I sindacati d’azienda o consigli di fabbrica sorgono quali organi per la difesa degli interessi dei proletari delle varie aziende, quando comincia ad apparire possibile il limitare l’arbitrio capitalistico nella gestione di esse. L’acquisto da parte di tali organismi di un più o meno largo diritto di controllo sulla produzione non è però incompatibile col sistema capitalistico e potrebbe essere per questo una risorsa conservativa.
    Lo stesso passaggio ad essi della gestione delle aziende non costituirebbe (analogamente a quanto si è detto per i sindacati) l’avvento del sistema comunistico. Secondo la sana concezione comunistica il controllo operaio sulla produzione si realizzerà solo dopo l’abbattimento del potere borghese come controllo di tutto il proletariato unificato nello Stato dei consigli sull’andamento di ciascuna azienda; e la gestione comunistica della produzione sarà la direzione di essa in tutti i suoi rami e le sue unità da parte di razionali organi collettivi che rappresenteranno gli interessi di tutti i lavoratori associati nell’opera di costruzione del Comunismo.

III – [4]

4. Il partito comunista svolge un intenso lavoro interno di studio e di critica, strettamente collegato all’esigenza dell’azione ed all’esperienza storica, adoperandosi ad organizzare su basi internazionali tale lavoro. All’esterno esso svolge in ogni circostanza e con tutti i mezzi possibili l’opera di propaganda delle conclusioni della propria esperienza critica e di contraddizione alle scuole ed ai partiti avversari. Soprattutto il partito esercita la sua attività di propaganda e di attrazione tra le masse proletarie, specie nelle circostanze in cui esse si mettono in moto per reagire alle condizioni loro create dal capitalismo, ed in seno agli organismi che i proletari formano per proteggere i loro interessi immediati.

5. I comunisti penetrano quindi nelle cooperative proletarie, nei sindacati, nei consigli di azienda, costituendo in essi gruppi di operai comunisti, cercando di conquistarvi la maggioranza e le cariche direttive, per ottenere che la massa di proletari inquadrata in tali associazioni subordini la propria azione alle più alte finalità politiche e rivoluzionarie della lotta per il comunismo.

6. Il partito comunista invece si mantiene estraneo a tutte le istituzioni ed associazioni nelle quali proletari e borghesi partecipano allo stesso titolo o, peggio, la cui direzione e patronato appartiene ai borghesi (società di mutuo soccorso, di beneficenza, scuole di cultura, università popolari, associazioni massoniche, ecc.) e cerca di distaccarne i proletari combattendone l’azione e l’influenza.

13. I soviety o consigli degli operai, contadini e soldati costituiscono gli organi del potere proletario e non possono esercitare la loro vera funzione che dopo l’abbattimento dei dominio borghese.
I soviety non sono per se stessi organi di lotta rivoluzionaria; essi divengono rivoluzionari quando la loro maggioranza e conquistata dal partito comunista.
I consigli operai possono sorgere anche prima della rivoluzione, in un periodo di crisi acuta in cui il potere dello stato borghese sia messo in serio pericolo.
L’iniziativa della costituzione dei soviety può essere una necessità per il partito in una situazione rivoluzionaria, ma non è un mezzo per provocare tale situazione.
Se il potere della borghesia si rinsalda, il sopravvivere dei consigli può presentare un serio pericolo per la lotta rivoluzionaria, quello cioè della conciliazione e combinazione degli organi proletari con gli istituti della democrazia borghese.

Da “Partito e classe”, 1921

Si vorrebbe ravvisare la classe in una sua organizzazione, certamente caratteristica ed importantissima, che ci è data dai sindacati professionali, di categoria, che sorgono prima del partito politico, che raggruppano masse molto più estese, e corrispondono quindi maggiormente alla totalità della classe lavoratrice. Dal punto di vista astratto un simile criterio dimostra solo un inconsapevole ossequio a quella stessa menzogna democratica su cui calcola la borghesia per assicurare il suo dominio attraverso l’invito alla maggioranza del popolo a scegliersi un governante. Da altri punti di vista teorici questo metodo va incontro alle opinioni borghesi; quando affida ai sindacati l’organizzazione della nuova società, rivendicando i concetti di autonomia e di decentramento delle funzioni produttive che sono i medesimi degli economisti reazionari. Ma non è qui nostro intento svolgere un esame critico completo delle dottrine sindacaliste. Basterà, passando al tempo stesso a compulsare i risultati dell’esperienza, constatare come gli elementi di estrema destra del movimento proletario abbiano sempre fatto proprio lo stesso punto di vista di mettere innanzi la rappresentanza sindacale della classe operaia, ben sapendo con questo di sbiadire ed attenuare i caratteri del movimento per quelle semplici ragioni che abbiamo accennate.

La borghesia stessa ha modernamente una simpatia ed una tendenza tutt’altro che illogica per le manifestazioni sindacali della classe operaia, nel senso che andrebbe con piacere – nella sua parte più intelligente – incontro a riforme del suo apparato statale e rappresentativo che facessero largo posto ai sindacati «apolitici», ed anche alle stesse loro richieste di esercitare un loro controllo sul sistema produttivo. La borghesia sente che, finché si può tenere il proletariato sul terreno di esigenze immediate ed economiche che lo interessano categoria per categoria, si fa opera conservatrice evitando la formazione di quella pericolosa coscienza «politica» che è la sola rivoluzionaria, perché mira al punto vulnerabile dell’avversario: il possesso del potere.

Ma ai sindacalisti antichi e moderni non è sfuggito il fatto che il grosso dei sindacati era dominato da elementi di destra, che la dittatura di dirigenti piccolo-borghesi sulle masse si fondava, più ancora che sul meccanismo elettorale degli pseudo-partiti socialdemocratici, sulla burocrazia in cui erano inquadrati i sindacati. Ed allora i sindacalisti, e con essi moltissimi elementi mossi soltanto da uno spirito di reazione all’andazzo riformista, si diedero a studiare nuovi tipi di organizzazione sindacale, e costituirono nuovi sindacati indipendenti da quelli tradizionali. Come tale espediente era teoricamente falso, poiché non superava il criterio fondamentale dell’organizzazione economica, di accogliere necessariamente tutti quelli che sono in date condizioni per la loro partecipazione alla produzione senza chieder loro speciali convincimenti politici e speciali impegni ad azioni che potessero anche esigere il proprio sacrificio, poiché inseguendo il «produttore» non riusciva a varcare i limiti della «categoria», mentre solo il partito di classe, considerando il «proletario» nella vasta gamma delle sue condizioni e delle sue attività, riesce a destare lo spirito rivoluzionario nella classe – così, quell’espediente si rivelò in fatto insufficiente allo scopo.

Non si cessa tuttavia dal cercare una simile ricetta anche oggi. Una interpretazione affatto errata del determinismo marxista, un concetto limitato della parte che hanno nella formazione delle forze rivoluzionarie sotto la originaria influenza dei fattori economici i fatti di coscienza e di volontà, conduce molti ad inseguire un sistema «meccanico» di organizzazione, che inquadrando, direi quasi automaticamente, la massa secondo certi rapporti della situazione degli individui che la compongono rispetto alla produzione, si illude di trovarla senz’altro pronta a muoversi per la rivoluzione e con la massima efficienza rivoluzionaria. Risorge la soluzione illusoria di collegare la soddisfazione quotidiana degli stimoli economici col risultato finale di un capovolgimento del sistema sociale, risolvendo con una formula organizzativa il vecchio problema dell’antitesi tra le conquiste limitate e graduali e la massima realizzazione di programma rivoluzionario. Ma – giustamente disse in una sua risoluzione la maggioranza del partito comunista tedesco, quando queste questioni erano in Germania più accese (e determinarono poi la secessione del Partito Comunista del Lavoro) – la rivoluzione non è una questione di forma di organizzazione.

La rivoluzione esige un organamento di forze attive e positive, affasciate da una dottrina e da una finalità. Notevoli strati ed innumeri individui che materialmente appartengono alla classe, nell’interesse della quale la rivoluzione trionferà, sono al di fuori di questo affasciamento. Ma la classe vive, lotta, avanza, vince, mercé l’opera di quelle forze che ha enucleate dal suo seno nei travagli della storia. La classe parte da una omogeneità immediata di condizioni economiche che ci appare come il primo motore della tendenza a superare, ad infrangere l’attuale sistema produttivo, ma per assumere questa parte grandiosa essa deve avere un suo pensiero, un suo metodo critico, una sua volontà, che miri a quelle realizzazioni che l’indagine e la critica hanno additate, una sua organizzazione di combattimento che ne incanali ed utilizzi col migliore rendimento gli sforzi ed i sacrifici. Ed in tutto questo è il partito.

LA SINISTRA COMUNISTA – 1921-26

Nel numero precedente abbiamo iniziato la pubblicazione di passi significativi di tesi o articoli emananti dalla Sinistra Comunista, prima e dopo il Congresso di Livorno, per mettere in evidenza come la nostra visione dei rapporti fra lotte economiche e lotta politica generale, per la preparazione alla presa rivoluzionaria del potere, e la nostra concezione del compito del partito nel vivo degli scontri di classe e in seno alle organizzazioni sindacali, anche se dirette da opportunisti, coincidessero pienamente con le tesi sostenute dai bolscevichi, e in particolare da Lenin, e come le divergenze su alcune questioni tattiche con la Terza Internazionale non incidessero sulla piena convergenza nelle questioni di principio.

Dagli stessi brani risulta come su tali basi il Partito Comunista d’Italia, diretto dalla Sinistra, abbia impostato, nel 1921-23, una vigorosa azione sindacale.

Proseguiamo nella pubblicazione di alcuni testi dell’epoca per rendere ancora più evidente la continuità sia delle posizioni di principio, sia dell’azione pratica mantenuta dalla Sinistra in tutto il periodo che va fino al trionfo rovinoso della degenerazione staliniana, cioè al 1926.

Da “Il fronte unico sindacale”, 1921

Il comunismo rivoluzionario si basa sull’unità della lotta di emancipazione di tutti gli sfruttati, e nello stesso tempo si basa sulla organizzazione ben definita in Partito politico di quella “parte“ di lavoratori che hanno migliore coscienza delle condizioni della lotta e maggiore decisione di lottare per la sua ultima finalità rivoluzionaria, costituendo quindi l’avanguardia della classe operaia.

Dimostrerebbe di nulla avere inteso del programma nostro chi trovasse una contraddizione tra l’invocazione all’unione di tutti i lavoratori e il fatto di staccare una parte di essi dagli altri, organizzandoli in Partito con metodi che differiscono da tutti quelli degli altri partiti, ed anche quelli che si richiamano al proletariato e si dicono rivoluzionari, poiché in verità quei due concetti non hanno che la stessa origine.

Le prime lotte che i lavoratori conducono contro la classe borghese dominante sono lotte di gruppi più o meno numerosi per finalità parziali ed immediate.

Il Comunismo proclama la necessità di unificare queste lotte, nel loro sviluppo, in modo da dare ad esse un obbiettivo e un metodo comune, e parla per questo di unità al di sopra delle singole categorie professionali, al di sopra delle situazioni locali, delle frontiere nazionali o di razza. Questa unità non è una somma materiale di individui, ma si consegue attraverso uno spostamento dell’indirizzo dell’azione di tutti gli individui e gruppi, quando questi sentono di costituire una classe, ossia di avere uno scopo e una programma comune. Se dunque nel Partito vi è solo una parte di lavoratori, tuttavia in esso vi è l’unità del proletariato, in quanto lavoratori di diverso mestiere, di diverse località e nazionalità vi partecipano sullo stesso piano, con le stesse finalità e la stessa regola di organizzazione.

Una unione formale, federativa, di sindacati di categoria, o magari un’alleanza di partiti politici del proletariato, pur avendo maggiori effettivi di quelli del partito di classe, non raggiunge il postulato fondamentale della unione di tutti i lavoratori, perché non ha coesione e unicità di scopi e di metodi.

Tuttavia i comunisti affermano che la organizzazione sindacale – primo stadio della coscienza e della pratica associativa degli operai che li pone contro i padroni, sia pure localmente e parzialmente – appunto perché soltanto uno stadio ulteriore di coscienza e di organizzazione delle masse le può condurre sui terreno della lotta centrale contro il regime presente, in ragione del fatto che raccoglie gli operai per la loro comune condizione di sfruttamento economico, e col loro riavvicinamento a quelle di altre località e categorie sindacali, li avvia a formarsi la coscienza di classe – l’organizzazione sindacale deve essere unica ed è assurdo scinderla sulla base di diverse concezioni del programma di azione generale proletaria.

È inoltre assurdo chiedere al lavoratore che si organizza per la difesa dei suoi interessi, quale sia la sua visione generale della lotta proletaria, quale sia la sua opinione politica; egli può non averne nessuna o una errata, ma non lo rende incompatibile con l’azione del sindacato, da cui trarrà gli elementi del suo ulteriore orientamento.

Per questo i comunisti, come sono contro alla scissione dei sindacati, quando la maggioranza degli aderenti o la furberia dei capi opportunisti dà loro una direttiva poco rivoluzionaria, così lavorano per l’unificazione delle organizzazioni sindacali oggi divise, e tendono ad avere in ogni paese una unica centrale sindacale nazionale.

Qualunque possa essere l’influenza dei capi opportunisti, l’unità sindacale è un coefficiente favorevole alla diffusione della ideologia e della organizzazione politica rivoluzionaria, e il partito

di classe fa in seno del sindacato unico il suo migliore reclutamento e la migliore sua campagna contro i metodi errati di lotta che da altre parti si prospettano al proletariato.

Da “Il principio democratico”, 1922

In questa lotta molte volte i comunisti dimostrano come i funzionari della burocrazia sindacale violino il concetto democratico e si infischino della volontà della maggioranza. È giusto fare questo perché essi capi sindacali di destra ostentano la loro mentalità democratica e occorre mostrarli in contraddizione, come si fa dei liberali borghesi ogni volta che frodano e coartano la consultazione popolare, pur non facendosi l’illusione che questa, anche se liberamente effettuata, risolverebbe i problemi che premono sul proletariato. È giusto e opportuno farlo perché nei momenti in cui le grandi masse si muovono per effetto di situazioni economiche è possibile spostare l’influenza dei funzionari, che e un’influenza extraproletaria e proveniente, sebbene non in forma ufficiale, da classi e poteri estranei all’organizzazione sindacale, e aumentare l’influenza dei gruppi rivoluzionari.

     Ma in tutto ciò non vi sono preconcetti “costituzionali”, e pur di essere compresi dalla massa e di poterle dimostrare che agiscono nel senso dei suoi interessi meglio intesi, i comunisti possono e devono regolarsi elasticamente rispetto ai canoni della democrazia interna sindacale; non vi è ad esempio alcuna contraddizione tra queste due attitudini tattiche: prendere la rappresentanza di minoranza negli organi direttivi del sindacato fino a che gli statuti lo consentono, e sostenere che questa rappresentanza statutaria deve essere soppressa allo scopo di rendere più agili gli organi esecutivi, appena questi sono da noi conquistati.

     Tutta la guida in questa questione è l’attenta analisi del processo di sviluppo dei sindacati nella fase attuale: si tratta di accelerare la loro trasformazione da organi di influenze controrivoluzionarie sul proletariato in organi di lotta rivoluzionaria; e i criteri di organizzazione interna non valgono in se stessi, ma in quanto si coordinano a questi fini.

Da “Tesi di Roma”, 1922

III – Rapporti tra il Partito Comunista e la classe proletaria:

10. – La delimitazione e definizione dei caratteri del partito di classe, che sta a base della sua struttura costitutiva di organo della parte più avanzata della classe proletaria, non toglie, anzi esige, che il partito debba essere collegato da stretti rapporti col rimanente del proletariato.

11. – La natura di questi rapporti discende dal modo dialettico di considerare la formazione della coscienza di classe e della organizzazione unitaria del partito di classe, che trasporta una avanguardia del proletariato dal terreno dei moti spontanei parziali suscitati dagli interessi dei gruppi su quello della azione proletaria generale, ma non vi giunge con la negazione di quei moti elementari, bensì consegue la loro integrazione e il loro superamento attraverso la viva esperienza, con l’incitarne la effettuazione, col prendervi parte attiva, col seguirli attentamente in tutto il loro sviluppo.

12. – L’opera di propaganda della sua ideologia e di proselitismo per la sua milizia che il partito continuamente compie, è dunque inseparabile dalla realtà dell’azione e del movimento proletario in tutte le sue esplicazioni; ed è un banale errore il considerare contraddittoria la partecipazione a lotte per risultati contingenti e limitati con la preparazione della finale e generale lotta rivoluzionaria. La esistenza stessa dell’organismo unitario del partito con le indispensabili condizioni di chiarezza di visione programmatica e di saldezza di disciplina organizzativa, dà la garanzia che mai verrà attribuito alle parziali rivendicazioni il valore di fine a sé medesime, e si considererà soltanto la lotta per raggiungerle come un mezzo di esperienze e di allenamento per la utile e fattiva preparazione rivoluzionaria.

13. – Il partito comunista partecipa, quindi, alla vita organizzativa di tutte le forme di organizzazione economica del proletariato aperte a lavoratori di ogni fede politica (sindacati, consigli di azienda, cooperative, ecc.). Posizione fondamentale per l’utile svolgimento dell’opera del partito è il sostenere che tutti gli organi di tal natura debbono essere unitari, cioè comprendere tutti i lavoratori che si trovano in una specifica situazione economica. Il partito partecipa alla vita di questi organi attraverso la organizzazione dei suoi membri che ne fanno parte in gruppi o cellule collegate alla organizzazione del partito. Questi gruppi, partecipando in prima linea alle azioni degli organi economici di cui fanno parte, attirano a sé e quindi nelle file del partito politico quegli elementi che nello sviluppo dell’azione si rendono maturi per questo. Essi tendono a conquistare nelle loro organizzazioni il seguito della maggioranza e le cariche direttive divenendo così il naturale veicolo di trasmissione delle parole d’ordine del partito. Si svolge così tutto un lavoro che è di conquista e di organizzazione, che non si limita a fare opera di propaganda e di proselitismo e campagne elettorali interne nelle assemblee proletarie, ma si addentra soprattutto nel vivo della lotta e dell’azione, assistendo i lavoratori nel trarne le più utili esperienze.

14. – Tutto il lavoro e l’inquadramento dei gruppi comunisti tende a dare al partito il definitivo controllo degli organi dirigenti degli organismi economici, e in prima linea delle centrali sindacali nazionali che appaiono come il più sicuro congegno di direzione dei movimenti del proletariato non inquadrato nelle file del partito. Considerando suo massimo interesse l’evitare le scissioni dei sindacati e degli altri organi economici, fino a quando la dirigenza ne resterà nelle mani di altri partiti e correnti politiche, il partito comunista non disporrà che i suoi membri si regolino nel campo della esecuzione dei movimenti diretti da tali organismi in contrasto con le disposizioni di essi per quanto riguarda l’azione, pur svolgendo la più aperta critica dell’azione stessa e dell’opera dei capi.

15. – Oltre a prendere parte in tal modo alla vita degli organismi proletari naturalmente sorti per la pressione dei reali interessi economici, e all’agevolare la loro diffusione e rafforzamento, il partito si sforzerà di porre in evidenza con la sua propaganda quei problemi di reale interesse operaio che nello svolgimento delle situazioni sociali possono dar vita a nuovi organismi di lotta economica. Con tutti questi mezzi il partito dilata e rafforza la influenza che per mille legami si estende dalle sue file organizzate a tutto il proletariato approfittando di tutte le sue manifestazioni e possibilità di manifestazioni nella attività sociale.

16. – Totalmente erronea sarebbe quella concezione dell’organismo di partito che si fondasse sulla richiesta di una perfetta coscienza critica e di un completo spirito di sacrificio in ciascuno dei suoi aderenti singolarmente considerato e limitasse lo strato della massa collegato al partito ad unioni rivoluzionarie di lavoratori costituite nel campo economico con criterio secessionista e comprendenti solo quei proletari che accettano dati metodi di azione. D’altra parte non si può esigere che ad una data epoca o alla vigilia di intraprendere azioni generali il partito debba aver realizzata la condizione di inquadrare sotto la sua direzione o addirittura nelle proprie file la maggioranza del proletariato. Un simile postulato non può essere aprioristicamente affacciato prescindendo dal reale svolgimento dialettico del processo di sviluppo del partito e non ha alcun senso nemmeno astratto il confrontare il numero dei proletari inquadrati nella organizzazione disciplinata ed unitaria del partito, o al seguito di esso, col numero di quelli disorganizzati e dispersi o accodati ad organismi corporativi non capaci di collegamento organico. Quali siano e come si possano stabilire le condizioni a cui debbono rispondere i rapporti tra il Partito e la classe operaia per rendere possibili ed efficaci date azioni, è quanto si tende a definire nel seguito della presente esposizione.

IV – Rapporti del Partito Comunista con altri movimenti politici proletari:

19. – Simili polemiche debbono d’altra parte avere il loro riflesso nel campo dell’azione. I comunisti partecipando alle lotte anche negli organismi proletari economici diretti da socialisti, sindacalisti o anarchici non si rifiuteranno di seguirne l’azione, se non quando l’insieme della massa per spontaneo movimento vi si ribellasse, ma dimostreranno come questa azione ad un dato punto del suo sviluppo viene resa impotente o utopistica a causa dell’errato metodo dei capi, mentre col metodo comunista si sarebbero conseguiti risultati migliori e utili ai fini del movimento generale rivoluzionario. Nella polemica i comunisti distingueranno sempre tra capi e masse, lasciando ai primi la responsabilità degli errori e delle colpe, e non tralasceranno di criticare altrettanto vigorosamente l’opera di quei dirigenti che pur con sincero sentimento rivoluzionario propugnano una tattica pericolosa ed erronea.

20. – Se è scopo essenziale per il partito comunista il guadagnare terreno in mezzo al proletariato accrescendo i suoi effettivi e la sua influenza a scapito dei partiti e correnti politiche proletarie dissidenti, questo scopo deve essere raggiunto partecipando alla realtà della lotta proletaria su un terreno che può essere contemporaneamente di azione comune e di reciproco contrasto, a condizione di non compromettere mai la fisionomia programmatica ed organizzativa del partito.

Da Progetto di tesi presentato dal PCd’I al 4° congresso della Terza Internazionale, 1922

La conquista delle masse non si può realizzare con la semplice propaganda delle ideologie del partito e col semplice proselitismo, ma partecipando a tutte quelle azioni a cui i proletari sono sospinti dalla loro condizione economica. Bisogna far capire ai lavoratori che queste azioni non possono per sé stesse assicurare il trionfo dei loro interessi: esse possono solo fornire un’esperienza, un risultato organizzativo ed una volontà di lotta da inquadrare nella lotta rivoluzionaria generale. A ciò si riesce non negando tali azioni, ma stimolandole con l’incitare i lavoratori ad intraprenderle e presentando ad essi quelle rivendicazioni immediate che servono a realizzare un’unione sempre più larga di partecipanti alla lotta…

Attraverso le azioni per le rivendicazioni parziali il partito comunista realizza un contatto con la massa che gli permette di fare nuovi proseliti: perché completando con la sua propaganda le lezioni della esperienza, il partito si acquista simpatia e popolarità e fa nascere attorno a sé tutta una rete più larga di organizzazione collegata ai più profondi strati delle masse e dall’altra parte al centro direttivo del partito stesso. In questo modo si prepara una disciplina unitaria della classe operaia. Ciò si raggiunge col noyautage sistematico dei sindacati, delle cooperative e di ogni forma di organizzazione di interessi della classe operaia. Analoghe reti organizzative devono sorgere appena possibile in tutti i campi dell’attività del Partito: lotta armata e azione militare, educazione e cultura, lavoro tra i giovani e tra le donne, penetrazione dell’esercito e così via. L’obbiettivo di tale lavoro è la realizzazione di una influenza non solo ideologica ma anche organizzativa del partito comunista sulla più grande parte della classe operaia. Per conseguenza, nel loro lavoro nei sindacati i comunisti tendono a realizzare la massima estensione della base di essi, come di tutte le organizzazioni di natura analoga, combattendo ogni scissione e propugnando la unificazione organizzativa dove la scissione esiste, pur che sia loro garantito un minimo di possibilità di lavorare per la propaganda e pel noyautage comunista. Tale attività in casi speciali può anche essere illegale e segreta.

I partiti comunisti, pur lavorando col programma di assicurarsi la direzione delle centrali sindacali, apparato indispensabile di manovra nelle lotte rivoluzionarie, col mezzo della conquista della maggioranza degli organizzati, accettano in ogni caso la disciplina alle decisioni di questo e non pretendono che negli statuti delle organizzazioni sindacali ed affini od in patti speciali, venga sancito l’impegno ad un controllo del partito.

Da “Tesi di Lione”, 1926

II. QUESTIONI INTERNAZIONALI

8. – Questione sindacale

L’Internazionale ha mutato successivamente la concezione dei rapporti tra organismi politici ed economici nel quadro mondiale, ed in questo è un esempio importante del metodo che, anziché derivare dai princìpi le azioni contingenti, improvvisa teorie nuove e diverse per giustificare azioni suggerite da apparenti comodità e facilità di esecuzione e di successo immediato.

Si sostenne dapprima l’ammissione dei sindacati nell’Internazionale Comunista, in seguito si costituì una Internazionale Sindacale Rossa affermando che, mentre il partito comunista deve lottare per la unità dei sindacati nella quale si realizza la più adatta zona di contatto con le vaste masse, e non deve tendere a foggiarsi sindacati suoi propri scindendo anche quelli diretti dai gialli, nel campo internazionale però l’ufficio dell’Internazionale di Amsterdam andava considerato e trattato non come un organismo delle masse proletarie ma come un organo politico controrivoluzionario della Società delle Nazioni.

Ad un certo punto per considerazioni certo importanti, ma limitate soprattutto ad un progetto di utilizzazione del movimento sindacale inglese di sinistra, si è preconizzata la rinuncia alla Internazionale Sindacale Rossa e l’unità sindacale internazionale con Amsterdam organicamente intesa.

Non vale a giustificare così gravi svolte nessuna considerazione sul mutamento delle situazioni, essendo la questione dei rapporti tra organismi internazionali politici e sindacali una questione di principio in quanto si riduce a quella dei rapporti tra partito e classe per la mobilitazione rivoluzionaria.

Si aggiunga che neppure la garanzie statutarie interne vennero rispettate perché tale decisione si portò come un fatto compiuto dinanzi ai competenti organi internazionali.

Il mantenimento della parola Mosca contro Amsterdam non escludeva e non esclude la lotta per la unità sindacale in ciascuna nazione perché la liquidazione di tendenze separatiste nei sindacati (Germania e Italia) è stata possibile solo togliendo ai separatisti l’argomento che si impediva al proletariato di svincolarsi dalla influenza dell’Internazionale di Amsterdam.

Invece la apparente entusiastica adesione del nostro partito di Francia alla proposta di unità sindacale mondiale non toglie che esso dimostri una incapacità assoluta a trattare di fatto in modo non scissionista il problema della unità sindacale nazionale.

Non è però da escludersi la utilità di una tattica di fronte unico su base mondiale con tutti gli organismi sindacali anche aderenti ad Amsterdam.

La sinistra del partito italiano ha sempre sostenuto e lottato per la unità proletaria nei sindacati, attitudine che contribuisce a renderla inconfondibile con le false sinistre a fondo sindacalista e volontarista, combattute da Lenin. Inoltre la sinistra rappresenta in Italia la concezione esattamente leninista del problema dei rapporti tra i sindacati e consigli di fabbrica, respingendo sulla base dell’esperienza russa e delle apposite tesi del II Congresso la grave deviazione di principio consistente nello svuotare d’importanza rivoluzionaria il sindacato, basato su adesioni volontarie, per sostituirvi il concetto utopistico e reazionario di un apparato costituzionale e necessario aderente organicamente su tutta la superficie al sistema della produzione capitalistica, errore che praticamente si concreta nella sopravalutazione dei consigli di fabbrica ed in un effettivo boicottaggio del sindacato.

III. QUESTIONI ITALIANE

11. – Schema di programma di lavoro del partito

Ponendosi oggi il grave problema del diradamento dei sindacati di classe e degli altri organi immediati del proletariato, il partito anzitutto agiterà la parola della difesa dei sindacati rossi tradizionali e della necessità del risorgere di essi. Il lavoro delle officine eviterà di creare organi suscettibili di svuotare della loro efficacia le parole sulla ricostruzione sindacale. Tenendo conto della situazione attuale il partito agirà per il funzionamento dei sindacati nelle «sezioni sindacali di fabbrica», le quali, rappresentando la forte tradizione sindacale, si presentano come gli organismi adatti alla direzione delle lotte operaie in quanto la difesa di queste è oggi possibile appunto nelle fabbriche. Si tenterà a far eleggere la commissione interna illegale dalla sezione sindacale di fabbrica, salvo a rendere, non appena possibile, la commissione interna un organismo eletto dalla massa della fabbrica.

Circa l’organizzazione nelle campagne vale quanto si è detto a proposito della questione agraria.

Utilizzate al massimo tutte le possibilità di organizzazione dei gruppi proletari, si dovrà servirsi della parola dei comitati operai e contadini osservando i seguenti criteri: a) la parola di costituire i Comitati operai e contadini non verrà lanciata con periodicità intermittente e casuale, ma imponendola con una energica campagna ad una svolta della situazione che ponga evidente innanzi alle masse la necessità di un nuovo inquadramento, ossia potendola identificare con una chiara parola non di pura organizzazione, ma di azione del proletariato; b) il nucleo dei Comitati dovrà essere costituito dai rappresentanti di organismi noti tradizionalmente alla massa anche se mutilati dalla reazione, come i sindacati ed organismi analoghi, ma non da convocazioni di delegati politici; c) si potrà dare successivamente la parola della elettività dei Comitati, ma nel primo periodo dovrà essere chiaro che essi non sono i Soviet, ossia gli organi di governo del proletariato, ma sono la espressione di una alleanza locale e nazionale di tutti gli sfruttati per la difesa comune.

Circa i rapporti con i sindacati fascisti, tanto più oggi che essi non appaiono neanche formalmente come associazioni volontarie delle masse, ma sono veri organi ufficiali della alleanza fra padronato e fascismo, è da respingere in generale la parola della penetrazione nel loro interno per disgregarli. La parola di ricostruzione dei sindacati rossi deve essere contemporanea alla parola contro i sindacati fascisti.

Le misure organizzative da adottare nell’interno del partito sono state in parte indicate. In rapporto alla situazione attuale, occorre coordinarle ad esigenze da trattarsi in altra sede (clandestina). È pure urgente che esse vengano sistemate e formulate in chiare norme statutarie obbligatorie per tutti, allo scopo di evitare la confusione del sano centralismo con la cieca obbedienza a disposizioni arbitrarie e disuniformi, metodo pericoloso per la compattezza effettiva del partito.


 

IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

Il gruppo di testi qui riprodotto copre i vent’anni dal 1949 al 1966.

I titoli indicano con sufficiente esattezza l’ordine di problemi in essi sistemati come vero e proprio bilancio storico e programmatico. È la funzione principale che la nostra compagine deve svolgere nella prospettiva della ripresa della lotta rivoluzionaria di classe, grande assente in questo ultimo mezzo secolo.

Si è già consumato un ventennio “democratico”, succeduto al ventennio fascista, e siamo in grado di stilare un altro bilancio storico che per sommi capi può riassumersi nella frase lapidaria: il fascismo è caduto sui campo di battaglia dell’ultima guerra imperialistica, ma vive e vegeta nel campo economico, sociale e politico, a dispetto della vetrina parlamentare, del suffragio universale e di tutta l’impalcatura democratica. È una ragione di più per maledire la democrazia borghese, con la quale si è fatta digerire ancora una volta alla classe operaia la persistenza del regime capitalistico, responsabili principali di questa operazione i partiti del tradimento, i partiti “comunisti” nazionali.

Come vive e vegeta il fascismo sotto il manto della democrazia postbellica? In campo economico si ha il primeggiare di una economia statizzata o semi-statizzata, trionfo, quindi del monopolio capitalista per eccellenza. In campo sociale il controllo ferreo delle grandi masse lavoratrici da parte di partiti ufficiali, diretti da bande di controrivoluzionari di professione, e dalle centrali sindacali, dirette da carrieristi infeudati allo Stato borghese. In campo politico, la totale esautorazione del “potere legislativo” (parlamento) a vantaggio del “potere esecutivo” (governo), con caduta a livello di farsa delle elezioni generali per la stessa borghesia; ubriacatura “popolaresca” di schietta marca mussoliniana innaffiata di patriottismo e nazionalismo, sulla base della collaborazione di classe già tipica della democrazia e innalzata a regime permanente dal fascismo. Nel campo della teoria il totale disprezzo per qualunque corpo di principi, analogo alla rivendicazione mussoliniana del ripudio di ogni ”vincolo“ dottrinario.

È in questo bilancio che si collocano i sindacati di oggi, diversi dai sindacati di ieri, anche se muniti di sigle identiche o affini.

Essi marciano ogni giorno più nella stessa direzione dei sindacati unici fascisti, quella dell’assoggettamento allo Stato politico del capitale. Al proletariato si imporrà dunque la rinascita dei sindacati di classe, liberi da vincoli statali e di regime capitalistici. Il modo di questa rinascita non è né può essere ancora nel campo visivo del Partito e della lotta di classe. Venga essa dalla conquista “a legnate” di organizzazioni economiche più che “reazionarie” (Lenin), come quelle esistenti, o scaturisca per altra via dall’intreccio delle lotte proletarie sull’onda di una ripresa generale di classe.

È certo che l’esistenza di organismi intermedi economici è un presupposto della direzione rivoluzionaria della classe ad opera del Partito comunista.

Se tener spezzata la rete associativa classista è necessario obbiettivo del capitalismo e dei suoi lacchè, incombe dialetticamente al partito politico di classe il dovere di indirizzare il proletariato alla sua ricostruzione.

È anche in funzione di questo compito che il Partito tesse la rete dei suoi gruppi di fabbrica e sindacali, con cui organizzare le forze sane della classe operaia, per deboli numericamente che siano oggi, sulla base di una netta e rigida contrapposizione e al capitalismo e all’opportunismo, queste due facce di una stessa realtà controrivoluzionaria, nel campo rivendicativo come in quello politico e organizzativo.

Questi gruppi non sono né mirano a diventare “nuovi” sindacati, per giunta “puri”, “incorrotti”, ecc. ma costituiscono certo l’avanguardia e il lievito della classe. Grazie ad essi il proletariato potrà finalmente ritrovare i suoi organi di battaglia, di cui il principale, l’insostituibile, è il Partito.

Le scissioni sindacali in Italia

Da Battaglia Comunista n.21 del 1949

Ieri

Non è facile riordinare un poco le nozioni e le posizioni sui rapporti dei partiti e tendenze politiche col movimento operaio economico in Italia, e i loro riflessi sull’aggrupparsi e lo sciogliersi delle confederazioni sindacali su base nazionale.

Nelle lotte del risorgimento borghese nazionale i gruppi di lavoratori ove esistono embrionalmente sono alleati coi patrioti e tendono verso le posizioni più decise: garibaldine, mazziniane, anticlericali. Raggiunta l’unità borghese liberale si formano a seconda dello sviluppo sociale nelle varie regioni associazioni e società operaie in cui da un lato si confondono coi proletari gli artigiani, e dall’altro prevale il paternalismo dei capi politici del nuovo regime parlamentare.

I gruppi più avanzati si svegliano coi primi aderenti all’Internazionale negli anni 1867-71 e nelle sezioni, talune molto forti come in Romagna, Toscana, ed anche Campania, si hanno riflessi delle lotte tra Mazzini Bakunin e Marx con prevalenza della tendenza libertaria, cui in effetti si devono, quando comincia a chiarirsi la differenza funzionale tra associazioni politiche e organizzazioni economiche, i primi sindacati veri e propri, malgrado che gli anarchici tendenti all’individualismo, non pochi in Italia, diffidino non solo della formazione di partiti ma anche di quella di organi sindacali.

Questi sono i pochi spunti di preistoria sindacale, il cui sviluppo sarebbe di interesse massimo, che ci permettono di arrivare all’apporto importantissimo del movimento politico e del partito socialista nella organizzazione delle classi lavoratrici italiane dell’industria e della terra. Non va infatti mai dimenticato che se in Italia la diffusione dell’industria è diversissima da regione a regione e solo in una parte minore del paese diviene, più tardi, di peso paragonabile a quello che ha in altre nazioni europee vicine, esiste distribuito da Nord a Sud, sia pure con disuniformità locali, un proletariato agricolo di puri braccianti le cui prove nella lotta di classe intesa nel senso critico nettamente marxista, ossia da protagonista e non da alleato secondario e transitorio di una classe più rivoluzionaria, hanno una potente tradizione di battaglia contro il padronato capitalistico e lo Stato borghese, che solo la dilagante imbecille viltà dei capi odierni degrada a jacqueries di servi della gleba affamati di proprietà e non di socialismo contro il fantasma di un baronato inesistente, che dovrebbero debellare alleanze demo-liberali per la conquista di riforme borghesi. Peggio pare quando questo schema fantomatico di lotte si prospetta come rivoluzionario.

A fianco del partito socialista e per opera dei suoi propagandisti, che sono al tempo stesso organizzatori – non ancora funzionari – sindacali, sorgono le prime leghe. Esse naturalmente associano lavoratori di tutti i partiti e di tutte le credenze sulla base della loro attività lavorativa nelle fabbriche o nei poderi. Non meno naturalmente sono, e sono chiamate da amici e da nemici, leghe rosse e leghe socialiste; nella loro sede ha spesso recapito la sede del partito e si tengono le conferenze di propaganda politica, di cui è solo un aspetto occasionale quella elettorale, soprattutto in quanto i compagni candidati corrono pochi pericoli di sfuggire alla trombatura.

Infatti il borghese, il benpensante ed il prete scomunicano nello stesso tempo la pretesa dei lavoratori di ottenere con la sola forza della loro unione un meno esoso trattamento economico, e quanto arrivano a capire della propaganda socialista, che sentono – ed è – lanciata contro tutte le ortodossie religiose nazionali e liberali.

Non si tratta qui di apologizzare un tempo romantico di socialismo, ma di allineare contributi di fatti per la comprensione dell’evolversi del regime capitalistico e delle reazioni ad esso del movimento operaio, il quale nelle sue forme organizzative e nelle sue tendenze non può evitarne le ripercussioni.

È più tardi che altri partiti oltre il socialista scendono nell’agone sindacale con propositi non solo di concorrenza ma di contrattacco sociale. Soprattutto in Romagna sorgono leghe e Camere del Lavoro che chiamammo gialle in contrapposto alle rosse socialiste. Alla base della diversa tradizione ed ideologia politica vi è una differenziazione sociale: i repubblicani organizzano i grassi mezzadri di Romagna dal portafoglio a soffietto con trentadue scomparti e che passano di mercato in mercato vendendo e comprando bovini da mille lire oro come scatole di zolfanelli, consumando indi pasti e bevute nibelungiche nelle trattorie con alloggio e stallaggio. I lavoratori devono contendere a costoro il loro magro salario giornaliero, e con la loro Camera del Lavoro fregiata del ritratto emaciato di Mazzini conducono gli scioperi, mentre spesso le lotte tra i due partiti si liquidano a legnate e peggio. Invano infatti i braccianti, ad esempio della ricca e rossa Imola, andrebbero in cerca del letterario barone, potrebbero al più trovare in casa il conte Tonino Graziadei, ma per avventura si imbatterebbero in uno dei pochi che in Italia avessero letto e capito Marx. Capire non è seguire, ma è pur sempre cosa rara e simpatica.

Nel Veneto invece domina la frazionatissima proprietà e prevalgono i preti. Quando non basta più il pulpito e il circolo cattolico appena meno buio e silenzioso della sacrestia, vediamo fondare la Camera del Lavoro bianca. Se riunisca sindacati, mutue o consorzi di agricoltori per comprare concime non è facile dire, talvolta ha la targa comune addirittura a quella della Banca Cattolica. Il buon credente risparmia per l’altra vita ma anche per questa valle di lagrime. Siamo al tempo della Rerum Novarum. La previdenza è il fulcro dell’economia pretesca e piccolo borghese ed è la bestia nera dell’economia nostra marxista, non è così, Tonino? Ma le statistiche dei depositi di Ivanovo Vossnessensk hanno battuto quelle di San Donà del Piave…

A questo punto in Italia vi sono tre Confederazioni sindacali, sebbene con diverso peso regionale: rossa gialla e bianca. Seguitiamo ad esaminare la cosa col semplicismo di noi poveri e limitati monocromatici. Se l’ultima la volete chiamare nera, la cosa va lo stesso.

La crisi tante volte rammentata del distacco del sindacalismo rivoluzionario fu in gran parte una reazione alla degenerazione a destra del movimento socialista. Questa ebbe doppio aspetto: parlamentare e confederale. Il partito come tale, coi suoi migliori militanti e nella stessa direzione, veniva sopraffatto dalla doppia forza del gruppo parlamentare e della gerarchia dei capi confederali, due forze egualmente orientate verso una forma legalitaria e conciliante di azione, al traguardo della quale era facile vedere la collaborazione economica coi padroni e politica coi ministeri borghesi. Capi sindacali e deputati affermarono una autonomia dal partito per un buon motivo democratico, che gli inscritti al partito erano numericamente assai meno degli organizzati economici da un lato, degli elettori politici dall’altro. L’estremo riformismo dei Bonomi e dei Cabrini sviluppò un vero “sindacalismo riformista” che, pur considerando suo campo di azione al posto della piazza lo studio dell’industriale e il gabinetto del prefetto, si teneva libero dalle influenze di partito e perfino da quelle della pur destra deputazione socialista, svalutando quindi – sintomo comune a tutti i revisionismi del marxismo radicale – l’azione di partito rispetto a quella puramente economica.

I sindacalisti soreliani o rivoluzionari fiancheggiati dagli anarchici fecero leva sul disgusto delle masse per gli eccessi del metodo quietista prevalente nelle leghe operaie e nel partito troppo dedito al fatto elettorale, e posero in prima linea i loro slogans preferiti dell’azione diretta, ossia della imposizione al padronato senza intermediari di parlamentari e di funzionari statali, e dello sciopero generale come mezzo di appoggio tra l’una e l’altra categoria. Dalla Confederazione Generale del Lavoro socialista, ma in sostanza dominata da riformisti anche se questi erano minoranza nel partito, uscirono le organizzazioni della detta tendenza e fondarono la battagliera Unione Sindacale Italiana protagonista di non dimenticabili battaglie operaie. Il forte e non meno ricco di tradizioni classiste Sindacato Ferrovieri, pur riprovando il riformismo confederale, si tenne fuori dalle due organizzazioni nazionali.

La ventata della guerra. La Confederazione del Lavoro, sempre diretta da elementi della destra del partito socialista, resistette senza scissioni nella opposizione alla guerra pur rifiutando di proclamare lo sciopero generale nelle giornate di ubriacatura patriottica del maggio 1915. Si spezzò malamente la Unione Sindacale e ne avemmo due: quella interventista di De Ambris, quella contraria alla guerra del libertario Armando Borghi. I nomi si usano per stringere il brodo.
 
 
 
Oggi

Quando apparve il fascismo, che in sostanza era la stessa corrente a cui ben rispondevano da una parte i destrissimi Bissolatiani e Bonomiani, e dall’altra gli pseudo sinistri dell’interventismo vuoi repunenniano, vuoi sindadeambrisiano, si provò anche esso in campo sindacale, anzi fondò i suoi sindacati suonando sull’accordo nazionale il motivo della lotta al padronato, tra l’altro nell’interessante discorso di Dalmine. Non per niente convinse non trascurabili esponenti di quelle correnti, inquadrando un Michele Bianchi che nel brodo sindacalista italiano ebbe una parte da più che prezzemolo, e le carote riformistiche Rigola Calda e gli altri dei Problemi del Lavoro. Il fascismo era il solo vero possibile erede del riformismo, ossia della bestia nera di noi archeiomarxisti.

I sindacati fascisti comparvero come una delle tante etichette sindacali, tricolore contro quelle rosse gialle e bianche, ma il mondo capitalistico era oramai mondo del monopolio, e si svolsero nel sindacato di Stato, nel sindacato forzato, che inquadra i lavoratori nell’impalcatura del regime dominante e distrugge in fatto e in diritto ogni altra organizzazione.

Questo gran fatto nuovo dell’epoca contemporanea non era reversibile, esso è la chiave dello svolgimento sindacale in tutti i grandi paesi capitalistici. Le parlamentari Inghilterra e America sono monosindacali e i sindacati nelle loro gerarchie servono i governi quanto in Russia.

La Vittoria delle Democrazie e il ritorno in Italia dei ricineschi più che ricinati personaggi premarcia non è quindi stata una reversione del fascismo, molto meno regressista di costoro (ma intanto annoti Tonino che noi, monomarxisti ecc. più diamo ad uno del progressista più desidereremmo di vederlo livragato).

Se la situazione storica italiana fosse stata reversibile, ossia se avesse qualche base la sciocca posizione del secondo Risorgimento e della nuova lotta per la Nazione e l’Indipendenza, cavallo più che mai inforcato dagli stessi stalinisti, non avrebbe avuto un minuto di esistenza la tattica di fondare una confederazione unica di rossi e di gialli, di bianchi e di neri, e senza l’influenza dei fattori di forza storica, cui dovendo dare un nome va preso quello di Mussolini, le masse non avrebbero subito quest’ordine bestiale recato dall’enciclica moscovita nella Pasqua 1944.

Le successive scissioni della Confederazione Italiana Generale del Lavoro, col distaccarsi dei democristiani e poi dei repubblicani e socialisti di destra, anche in quanto conducono oggi al formarsi di diverse confederazioni, e anche se la costituzione ammette la libertà di organizzazione sindacale, non interromperanno il procedere sociale dell’asservimento del sindacato allo Stato borghese, e non sono che una fase della lotta capitalista per togliere ai movimenti rivoluzionari di classe futuri la solida base di un inquadramento sindacale operaio veramente autonomo.

Gli effetti, in un paese vinto, e privo di autonomia statale posseduta dalla locale borghesia delle influenze dei grandi complessi statali esteri, che si punzecchiano su queste terre di nessuno, non possono mascherare il fatto che anche la Confederazione che rimane coi socialcomunisti di Nenni e Togliatti non si basa su di una autonomia di classe. Non è una organizzazione rossa, è anche essa una organizzazione tricolore cucita sul modello Mussolini.

La storia del “risorgimento” sindacale 1944 sta a dimostrarlo, coi suoi nastri tricolore e le sue stille di acqua lustrale sulle bandiere operaie, con le basse consegne di Unione Nazionale, di guerra antitedesca, di nuovo Risorgimento Liberale, con la rivendicazione, tuttora in atto, di un ministero di concordia nazionale, direttive che avrebbero fatto vomitare un buon organizzatore rosso – anche di tendenza riformista spaccata.

Da “Partito rivoluzionario e Azione economica“, 1951

DAL SOMMARIO

2. La seconda crisi storica internazionale opportunista col crollo della Terza Internazionale risale all’intermedismo, per cui si sono voluti porre scopi politici generali transitori tra la dittatura borghese e quella proletaria. È nozione sbagliata quella che per evitare l’intermedismo rinuncia alle rivendicazioni economiche particolari dei gruppi proletari.

4. Secondo tutte le tradizioni del marxismo e della Sinistra italiana e internazionale, il lavoro e la lotta nel seno delle associazioni economiche proletarie è una delle condizioni indispensabili per il successo della lotta rivoluzionaria, insieme alla pressione delle forze produttive contro i rapporti di produzione e alla giusta continuità teorica, organizzativa e tattica del partito politico.

5. Se nelle varie fasi del corso borghese: rivoluzionaria, riformista, antirivoluzionaria, la dinamica dell’azione sindacale ha subito variazioni profonde (divieto, tolleranza, assoggettamento), questo non toglie che è indispensabile organicamente avere tra la massa proletaria e la minoranza inquadrata nel partito un altro strato di organizzazioni per principio neutre politicamente ma costituzionalmente accessibili a soli operai, e che organismi di questo genere devono risorgere nella fase di avvicinamento della rivoluzione.
 

Conviene ricordare quale sia stato l’atteggiamento della Sinistra comunista italiana a proposito delle questioni sindacali, passando quindi ad esaminare quanto vi è di mutato nel campo sindacale dopo le guerre e i totalitarismi.

1. Allorché il partito italiano non era stato ancora costituito, al secondo Congresso dell’Internazionale del 1920, furono dibattute due grandi questioni di tattica: azione parlamentare e azione sindacale. Ora, i rappresentanti della corrente antielezionista si schierarono contro la cosiddetta sinistra che propugnava la scissione sindacale e la rinunzia a conquistare i sindacati diretti da opportunisti. Queste correnti in fondo ponevano nel sindacato e non nel partito il centro dell’azione rivoluzionaria e lo volevano puro da influenze borghesi (Tribunisti olandesi, KAPD tedesco, Sindacalisti americani, scozzesi, ecc.).

2. La sinistra da allora combatté aspramente quei movimenti analoghi a quello torinese de «L’Ordine Nuovo», che facevano consistere il compito rivoluzionario nello svuotare i sindacati a vantaggio del movimento dei consigli di fabbrica, intendendoli come trama degli organi economici e statali della rivoluzione proletaria iniziata in pieno capitalismo, confondendo gravemente fra i momenti e gli strumenti del processo rivoluzionario.

3. Stanno su ben diverso piano le questioni parlamentare e sindacale. È pacifico che il parlamento è l’organo dello Stato borghese in cui si pretende siano rappresentate tutte le classi della società, e tutti i marxisti rivoluzionari convengono che su di esso non si possa fondare altro potere che quello della borghesia. La questione è se la utilizzazione dei mandati parlamentari possa servire ai fini della propaganda e dell’agitazione per l’insurrezione e la dittatura. Gli oppositori sostenevano che anche a questo solo fine è producente di opposto effetto la partecipazione di nostri rappresentanti in un organismo comune a quelli borghesi.

4. I sindacati, da chiunque diretti, essendo associazioni economiche di professione, raccolgono sempre elementi di una medesima classe. È ben possibile che gli organizzati proletari eleggano rappresentanti di tendenze non solo moderate ma addirittura borghesi, e che la direzione del sindacato cada sotto l’influenza capitalista. Resta tuttavia il fatto che i sindacati sono composti esclusivamente di lavoratori e quindi non sarà mai possibile dire di essi quello che si dice del parlamento, ossia che sono suscettibili solo di una direzione borghese.

5. In Italia, prima della formazione del Partito Comunista, i socialisti escludevano di lavorare nei sindacati bianchi dei cattolici e in quelli gialli dei repubblicani. I comunisti poi, in presenza della grande Confederazione diretta prevalentemente da riformisti e dell’Unione Sindacale, diretta da anarchici, senza alcuna esitazione e unanimi stabilirono di non fondare nuovi sindacati e lavorare per conquistare dall’interno quelli ora detti, tendendo anzi alla loro unificazione. Nel campo internazionale, il partito italiano unanime sostenne non solo il lavoro in tutti i sindacati nazionali socialdemocratici, ma anche l’esistenza della Internazionale Sindacale Rossa (Profintern), la quale riteneva ente non conquistabile la Centrale di Amsterdam perché collegata alla borghese Società delle Nazioni attraverso l’Ufficio Internazionale del Lavoro. La Sinistra italiana si oppose violentemente alla proposta di liquidare il Profintern per costituire una Internazionale Sindacale unica, sostenendo sempre il principio dell’unità e della conquista interna per i sindacati e le confederazioni nazionali.

6. a) L’attività sindacale proletaria ha determinato una molto diversa politica dei poteri borghesi nelle successive fasi storiche. Poiché le prime borghesie rivoluzionarie vietarono ogni associazione economica come tentativo di ricostituire le corporazioni illiberali del Medioevo, e poiché ogni sciopero fu violentemente represso, tutti i primi moti sindacali presero aspetti rivoluzionari. Fin da allora il Manifesto avvertiva che ogni movimento economico e sociale conduce a un movimento politico e ha importanza grandissima in quanto estende l’associazione e la coalizione proletaria, mentre le sue conquiste puramente economiche sono precarie e non intaccano lo sfruttamento di classe.

b) Nella successiva epoca, la borghesia avendo compreso che le era indispensabile accettare che si ponesse la questione sociale, appunto per scongiurare la soluzione rivoluzionaria tollerò e legalizzò i sindacati riconoscendo la loro azione e le loro rivendicazioni; ciò in tutto il periodo privo di guerre e relativamente di progressivo benessere che si svolse sino al 1914.
     Durante tutto questo periodo, il lavoro nei sindacati fu elemento principalissimo per la formazione dei forti partiti socialisti operai e fu palese che questi potevano determinare grandi movimenti soprattutto col maneggio delle leve sindacali.
     Il crollo della Seconda Internazionale dimostrò che la borghesia si era procurata influenze decisive su una gran parte della classe operaia attraverso i suoi rapporti e compromessi con i capi sindacali e parlamentari, i quali quasi dappertutto dominavano l’apparato dei partiti.

c) Nella ripresa del movimento dopo la rivoluzione russa e la fine della guerra imperialista, si trattò appunto di fare il bilancio del disastroso fallimento dell’inquadratura sindacale e politica, e si tentò di portare il proletariato mondiale sul terreno rivoluzionario eliminando con le scissioni dei partiti i capi politici e parlamentari traditori, e procurando che i nuovi partiti comunisti nelle file delle più larghe organizzazioni proletarie pervenissero a buttare fuori gli agenti della borghesia. Dinanzi ai primi vigorosi successi in molti paesi, il capitalismo si trovò nella necessità, per impedire l’avanzata rivoluzionaria, di colpire con la violenza e porre fuori legge non solo i partiti ma anche i sindacati in cui questi lavoravano. Tuttavia, nelle complesse vicende di questi totalitarismi borghesi, non fu mai adottata l’abolizione del movimento sindacale. All’opposto, fu propugnata e realizzata la costituzione di una nuova rete sindacale pienamente controllata dal partito controrivoluzionario, e, nell’una o nell’altra forma, affermata unica e unitaria, e resa strettamente aderente all’ingranaggio amministrativo e statale.
     Anche dove, dopo la seconda guerra, per la formulazione politica corrente, il totalitarismo capitalista sembra essere stato rimpiazzato dal liberalismo democratico, la dinamica sindacale seguita ininterrottamente a svolgersi nel pieno senso del controllo statale e della inserzione negli organismi amministrativi ufficiali. Il fascismo, realizzatore dialettico delle vecchie istanze riformiste, ha svolto quella del riconoscimento giuridico del sindacato in modo che potesse essere titolare di contratti collettivi col padronato fino all’effettivo imprigionamento di tutto l’inquadramento sindacale nelle articolazioni del potere borghese di classe.
Questo risultato è fondamentale per la difesa e la conservazione del regime capitalista appunto perché l’influenza e l’impiego di inquadrature associazioniste sindacali è stadio indispensabile per ogni movimento rivoluzionario diretto dal partito comunista.

7. Queste radicali modificazioni del rapporto sindacale ovviamente non risalgono solo alla strategia politica delle classi in contrasto e dei loro partiti e governi, ma sono anche in rapporto profondo al mutato carattere della relazione economica che passa fra datore di lavoro e operaio salariato.
     Nelle prime lotte sindacali, con cui i lavoratori cercavano di opporre al monopolio dei mezzi di produzione quello della forza di lavoro, l’asprezza del contrasto derivava dal fatto che il proletariato, spogliato da tempo di ogni riserva di consumo, non aveva assolutamente altra risorsa che il quotidiano salario, ed ogni lotta contingente lo conduceva ad un conflitto per la vita e per la morte.
     È indubitabile che, mentre la teoria marxista della crescente miseria si conferma per il continuo aumento numerico dei puri proletari e per l’incalzante espropriazione delle ultime riserve di strati sociali proletari e medi, centuplicata da guerre, distruzioni, inflazione monetaria, ecc., e mentre in molti paesi raggiunge cifre enormi la disoccupazione e lo stesso massacro dei proletari, laddove la produzione industriale fiorisce, per gli operai occupati tutta la gamma delle misure riformiste di assistenza e previdenza per il salariato crea un nuovo tipo di riserva economica che rappresenta una piccola garanzia patrimoniale da perdere, in certo senso analoga a quella dell’artigiano e del piccolo contadino; il salariato ha dunque qualche cosa da rischiare, e questo (fenomeno d’altra parte già visto da Marx, Engels e Lenin per le cosiddette aristocrazie operaie) lo rende esitante ed anche opportunista al momento della lotta sindacale e peggio dello sciopero e della rivolta.

8. Al di sopra del problema contingente in questo o quel paese di partecipare al lavoro in dati tipi di sindacato ovvero di tenersene fuori da parte del partito comunista rivoluzionario, gli elementi della questione fin qui riassunta conducono alla conclusione che in ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale non possono non essere presenti questi fondamentali fattori: 1) un ampio e numeroso proletariato di puri salariati; 2) un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato; 3) un forte partito di classe, rivoluzionario, nel quale militi una minoranza dei lavoratori ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese.
     I fattori che hanno condotto a stabilire la necessità di ciascuna e di tutte queste tre condizioni, dalla utile combinazione delle quali dipenderà l’esito della lotta, sono stati dati: dalla giusta impostazione della teoria del materialismo storico che collega il primitivo bisogno economico del singolo alla dinamica delle grandi rivoluzioni sociali; dalla giusta prospettiva della rivoluzione proletaria in rapporto ai problemi dell’economia e della politica e dello Stato; dagli insegnamenti della storia di tutti i movimenti associativi della classe operaia così nel loro grandeggiare e nelle loro vittorie che nei corrompimenti e nelle disfatte.
     Le linee generali della svolta prospettiva non escludono che si possano avere le congiunture più svariate nel modificarsi, dissolversi, ricostituirsi di associazioni a tipo sindacale; di tutte quelle associazioni che ci si presentano nei vari paesi sia collegate alle organizzazioni tradizionali che dichiaravano fondarsi sul metodo della lotta di classe, sia più o meno collegate ai più diversi metodi e indirizzi sociali anche conservatori.

Da “Tesi caratteristiche del partito” 1952

II.

4. – Compiti del partito: continuità di teoria, continuità di organizzazione – Partecipazione ad ogni lotta economica proletaria   
Compiti egualmente necessari del partito prima, durante e dopo la lotta armata per il potere sono la difesa e diffusione della teoria del movimento, la difesa e il rafforzamento della organizzazione interna col proselitismo, la propaganda della teoria e del programma comunista, e la costante attività nelle file del proletariato ovunque questo è spinto dalle necessità e determinazioni economiche alla lotta per i suoi interessi.

6. – Necessità per l’avanzata rivoluzionaria che tra il partito e la classe vi sia uno strato intermedio dato da associazioni economiche, permeate dal partito
    Il marxismo ha vigorosamente respinta, ogni volta che e apparsa, la teoria sindacalista, che dà alla classe organi economici nelle associazioni per mestiere, per industria o per azienda, ritenendoli capaci di sviluppare la lotta e la trasformazione sociale.
Mentre considera il sindacato organo insufficiente da solo alla rivoluzione, lo considera però organo indispensabile per la mobilitazione della classe sul piano politico e rivoluzionario, attuata con la presenza e la penetrazione del partito comunista nelle organizzazioni economiche di classe. Nelle difficili fasi che presenta il formarsi delle associazioni economiche, si considerano come quelle che si prestano all’opera del partito le associazioni che comprendono solo proletari e a cui gli stessi aderiscono spontaneamente ma senza l’obbligo di professare date opinioni politiche religiose e sociali. Tale carattere si perde nelle organizzazioni confessionali e coatte o divenute parte integrante dell’apparato di Stato.

8. – Rifiuto delle concezioni: utopista, anarchica, sindacalista, come di quella del partito settario che forma suoi doppioni sindacali o rifiuta il lavoro sindacale
    Nel succedersi delle situazioni storiche, il partito si tiene lontano quindi dalla visione idealista e utopista che affida il miglioramento sociale ad un’unione di eletti, di coscienti, di apostoli o di eroi – dalla visione libertaria che lo affida alla rivolta d’individui o di folla senza organizzazione – dalla visione sindacalista o economista che lo affida all’azione di organismi economici ed apolitici, sia o non accompagnata dalla predicazione dell’uso della violenza – dalla visione volontaristica e settaria che, prescindendo dal reale processo deterministico per cui la ribellione di classe sorge da reazioni ed atti che precedono di gran lunga la coscienza teorica e la stessa chiara volontà, vuole un piccolo partito di élite o si circonda di sindacati estremisti che sono un suo doppione, o cade nell’errore d’isolarsi dalla rete associativa economico-sindacale del proletariato. Tale ultimo errore di “ka-a-pe-disti” germanici e tribunisti olandesi fu sempre combattuto in seno alla Terza Internazionale dalla Sinistra italiana.
Questa si staccò per questioni di strategia e tattica della lotta proletaria, che non possono essere trattate se non in riferimento al tempo ed al succedersi delle storiche fasi.

IV

4. – Oggi, nel pieno della depressione, pur restringendosi di molto le possibilità d’azione, tuttavia il partito, seguendo la tradizione rivoluzionaria, non intende rompere la linea storica della preparazione di una futura ripresa in grande del moto di classe, che faccia propri tutti i risultati delle esperienze passate. Alla restrizione dell’attività pratica non segue la rinuncia dei presupposti rivoluzionari. Il partito riconosce che la restrizione di certi settori è quantitativamente accentuata ma non per questo viene mutato il complesso degli aspetti della sua attività, né vi rinuncia espressamente.

8. – Il partito, malgrado il ristretto numero dei suoi aderenti, determinato dalle condizioni nettamente controrivoluzionarie, non cessa il proselitismo e la propaganda dei suoi princìpi in tutte le forme orali e scritte, anche se le sue riunioni sono di pochi partecipanti e la stampa di limitata diffusione. Il partito considera la stampa nella fase odierna la principale attività, essendo uno dei mezzi più efficaci che la situazione reale consenta per indicare alle masse la linea politica da seguire, per una diffusione organica e più estesa dei princìpi del movimento rivoluzionario.

9. – Gli eventi, non la volontà o la decisione degli uomini, determinano così anche il settore di penetrazione delle grandi masse, limitandolo ad un piccolo angolo dell’attività complessiva. Tuttavia il partito non perde occasione per entrare in ogni frattura, in ogni spiraglio, sapendo bene che non si avrà la ripresa se non dopo che questo settore si sarà grandemente ampliato e divenuto dominante.

11. – Il partito non sottace che in fasi di ripresa non si rinforzerà in modo autonomo se non sorgerà una forma di associazionismo economico sindacale delle masse.
Il sindacato, sebbene non sia mai stato libero da influenze di classi nemiche e abbia funzionato da veicolo a continue e profonde deviazioni e deformazioni, sebbene non sia uno specifico strumento rivoluzionario, tuttavia è oggetto d’interessamento del partito, il quale non rinuncia volontariamente a lavorarvi dentro distinguendosi nettamente da tutti gli altri raggruppamenti politici. Il partito, mentre riconosce che oggi può fare solo in modo sporadico opera di lavoro sindacale, mai vi rinuncia e, dal momento che il concreto rapporto numerico tra i suoi membri, i simpatizzanti e gli organizzati in un dato corpo sindacale risulti apprezzabile e tale organismo sia tale da non avere esclusa l’ultima possibilità virtuale e statutaria di attività autonoma classista, il partito esplicherà la penetrazione e tenterà la conquista della direzione di esso.

Da “Considerazioni sull’organica attività del partito”, 1965

8- Dato che il carattere di degenerazione del complesso sociale si concentra nella falsificazione e nella distruzione della teoria e della sana dottrina, è chiaro che il piccolo partito di oggi ha un carattere preminente di restaurazione dei principi di valore dottrinale, e purtroppo manca dello sfondo favorevole in cui Lenin la compì dopo il disastro della prima guerra. Tuttavia, non per questo possiamo calare una barriera fra teoria e azione pratica; poiché oltre un certo limite distruggeremmo noi stessi e tutte le nostre basi di principio. Rivendichiamo dunque tutte le forme di attività proprie dei momenti favorevoli nella misura in cui i rapporti reali di forze lo consentono.

12. – Partito storico e partito formale. Questa distinzione sta in Max ed Engels, ed essi ebbero il diritto di dedurne che, stando con la loro opera sulla linea del partito storico, disprezzavano di appartenere ad ogni partito formale. Da ciò nessun militante odierno può inferire il diritto a una scelta: di avere le carte in regola col “partito storico”, e infischiarsi del partito formale. Ciò non perché Marx ed Engels fossero superuomini di un tipo o razza diversa da tutti, ma proprio per la sana intelligenza di quella loro proposizione che ha senso dialettico e storico.
     Marx dice: partito nella sua accezione storica, nel senso storico, e partito formale o effimero. Nel primo concetto è la continuità, e da esso abbiamo derivata la nostra tesi caratteristica della invarianza della dottrina da quando Marx la formulò, non come una invenzione di genio, ma come scoperta di un risultato della evoluzione umana. Ma i due concetti non sono in opposizione metafisica, e sarebbe sciocco esprimerli con la dottrinetta: volgo le spalle al partito formale e vado verso quello storico.
     Quando dalla invariante dottrina facciamo sorgere la conclusione che la vittoria rivoluzionaria della classe lavoratrice non può ottenersi che con il partito di classe e la dittatura di esso, e sulla scorta di parole di Marx affermiamo che prima del partito rivoluzionario e comunista il proletariato è una classe forse per la scienza borghese ma non per Marx e per noi; la conclusione da dedurne è che per la vittoria sarà necessario avere un partito che meriti al tempo stesso la qualifica di partito storico e di partito formale, ossia che si sia risolta nella realtà dell’azione e della storia la contraddizione apparente – e che ha dominato un lungo e difficile passato – tra partito storico, dunque quanto al contenuto (programma storico, invariante), e partito contingente, dunque quanto alla forma, che agisce come forza e prassi fisica di una parte decisiva del proletariato in lotta.
     Questa sintetica messa a punto della questione dottrinale va riferita anche rapidamente ai trapassi storici che sono dietro di noi.

Da “Tesi sul compito storico l’azione e la struttura del partito comunista mondiale”, 1965

  1. – Prima di lasciare l’argomento della formazione del partito dopo la seconda grande guerra, è bene riaffermare alcuni risultati che oggi valgono come punti caratteristici per il partito, in quanto sono risultati storici di fatto, malgrado la limitata estensione quantitativa del movimento, e non scoperte di inutili geni o solenni risoluzioni di congressi “sovrani”.
    Il partito riconobbe ben presto che, anche in una situazione estremamente sfavorevole e anche nei luoghi in cui la sterilità di questa è massima, va scongiurato il pericolo di concepire il movimento come una mera attività di stampa propagandistica e di proselitismo politico. La vita del partito si deve integrare ovunque e sempre e senza eccezioni in uno sforzo incessante di inserirsi nella vita delle masse e anche nelle sue manifestazioni influenzate dalle direttive contrastanti con le nostre. È antica tesi del marxismo di sinistra che si deve accettare di lavorare nei sindacati di destra ove gli operai sono presenti, e il partito aborre dalle posizioni individualistiche di chi mostri di sdegnare di mettere piede in quegli ambienti giungendo perfino a teorizzare la rottura dei pochi e flebili scioperi a cui i sindacati odierni si spingono. In molte regioni il partito ha ormai dietro di sé una attività notevole in questo senso, sebbene debba sempre affrontare difficoltà gravi e forze contrarie, superiori almeno statisticamente.
    È importante stabilire che, anche dove questo lavoro non ha ancora raggiunto un apprezzabile avvio, va respinta la posizione per cui il piccolo partito si riduca a circoli chiusi senza collegamento coll’esterno, o limitati a cercare adesioni nel solo mondo delle opinioni, che per il marxista è un mondo falso quando non sia trattato come sovrastruttura del mondo dei conflitti economici.
    Altrettanto erroneo sarebbe suddividere il partito o i suoi aggruppamenti locali in compartimenti stagni che siano attivi solo in uno dei campi di teoria, di studio, di ricerca storica, di propaganda, di proselitismo e di attività sindacale, che nello spirito della nostra teoria e della nostra storia sono assolutamente inseparabili e in principio accessibili a tutti e a qualunque compagno.
    Altro punto che il partito ha conquistato storicamente e da cui mai potrà decampare, è la netta ripulsa a tutte le proposte di ingrandire i suoi effettivi e le sue basi attraverso convocazioni di congressi costituenti comuni ad infiniti altri circoli e gruppetti, che pullulano ovunque dalla fine della guerra elaborando teorie sconnesse e deformi, o affermando come unico dato positivo la condanna dello stalinismo russo e di tutte le sue locali derivazioni.

Da “Tesi supplementari sul compito storico”, 1966

2. – Il piccolo movimento attuale si rende perfettamente conto che la grigia fase storica attraversata rende molto difficile l’opera di utilizzazione a forte distanza storica delle esperienze sorte dalle grandi lotte, e non solo dalle clamorose vittorie quanto dalle sconfitte sanguinose e dai ripiegamenti senza gloria. Il forgiarsi del programma rivoluzionario, nella corretta e non deformata visione della nostra corrente, non si limita a rigore dottrinale e a profondità di critica storica, ma ha bisogno come linfa vitale del collegamento con le masse ribelli nei periodi in cui la spinta irresistibile le determina a combattere. Questo legame dialettico è particolarmente difficile oggi che la spinta delle masse si è sopita e spenta per la flaccidità della crisi del capitalismo senile, e per la sempre maggiore ignominia delle correnti opportuniste.
    Pure accettando che il partito abbia un perimetro ristretto, dobbiamo sentire che noi prepariamo il vero partito, sano ed efficiente al tempo stesso, per il periodo storico in cui le infamie del tessuto sociale contemporaneo faranno ritornare le masse insorgenti all’avanguardia della storia; nel quale slancio potrebbero ancora una volta fallire se mancasse il partito, non pletorico ma compatto e potente, che è l’organo indispensabile della rivoluzione.
    Le contraddizioni anche dolorose di questo periodo dovranno essere superate traendo la lezione dialettica che ci è venuta dalle amare delusioni dei tempi passati e segnalando con coraggio i pericoli che la Sinistra aveva in tempo avvertiti e denunziati, e tutte le forme insidiose che volta a volta rivestì la minacciosa infezione opportunista.