Gli scioperi nel settore dei trasporti
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Anche il contratto delle autolinee private come quello delle municipalizzate, è ormai scaduto da oltre un anno e mezzo. Più di diciotto mesi di estenuanti quanto inutili lotte, da cui la CGIL trae l’unico lato positivo: che la combattività dei lavoratori non si è, malgrado tutto, ancora esaurita. Questo esaurimento è infatti ciò che i sindacati opportunisti vogliono raggiungere, diluendo le lotte per aziende, per località, in lunghi periodi di tempo, poche ore per volta e, quel che è peggio, preavvisando gli scioperi con molto anticipo e dando così alle aziende la possibilità di organizzare il servizio con forze armate e crumiraggio.
La combattività degli operai, della quale la CGIL si compiace di prendere atto, mai è stata messa a frutto nell’interesse della lotta di questi lavoratori con quella degli autoferrotranvieri (il che è avvenuto solo per poche ore e per pura coincidenza, come gli stessi bonzi sindacali hanno dichiarato).
Lo sciopero spontaneo che gli operai della SITA di Firenze hanno effettuato l’8 aprile contro la trattenuta delle giornate di riposo comprese nello sciopero contrattuale, ha rischiato di mettere in serie difficoltà l’azienda e, se prolungato ed esteso, avrebbe così dimostrato agli operai la validità della forma di sciopero senza preavviso. La lotta infatti ha un senso, anche solo da un punto di vista immediato se riesce a bloccare e sabotare la produzione, mentre come i sindacati la conducono ha un senso solo per la borghesia, e l’unico sabotaggio viene operato negli obiettivi degli operai.
I sindacati, erettisi ormai a paladini dell’economia delle aziende e della nazione, hanno immediatamente provveduto a soffocare ogni protesta, riducendola ad una fermata di due ore e riportando tutto alla legalità col metodo che prediligono: discussione col prefetto; fatua minaccia (sempre agitata e mai attuata) di estendere la lotta ad altri settori. Essi provvedono così a spegnere ogni scintilla, anche se isolata, perché sanno bene che potrebbe estendersi e divampare negli animi di tutti i lavoratori, di cui riescono a contenere la collera tenendoli divisi e mortificando quella combattività alla quale mostrano di inneggiare.
Il settore dei trasporti, fondamentale per l’economia capitalista, fa paura a tutti. È qui infatti che si concentrano le maggiori rappresaglie antisciopero da parte dello Stato (vedi circolare Taviani), ed è qui che la politica opportunista e collaborazionista dei sindacati opera in modo particolare. Questo è infatti uno dei settori in cui si è effettuato il minor numero di ore di sciopero, in confronto agli altri settori importanti: nel ’66, gli autoferrotramvieri ed autolinee private hanno scioperato rispettivamente per 4.800.000 ore e 3.840.000 ore, contro 153.600.000 ore dei metallurgici, 50.036.000 degli alimentari, 71.120.000 degli edili. È il settore dei trasporti che ha subito le più numerose sospensioni della lotta, ed è soprattutto qui che i sindacati hanno automaticamente attuato «l’autoregolazione» dello sciopero.
La paralisi dei trasporti per una mobilitazione generale di tutti i lavoratori addetti bloccherebbe l’intera produzione nazionale, ed unificherebbe nella lotta i lavoratori di tutte le altre branche della produzione; ma un fronte proletario unito è proprio ciò che borghesia e sindacati opportunisti temono.
Questo pericolo è così palese, che Foa della CGIL, nella conferenza stampa sulle vertenze dei trasporti (Rassegna Sindacale n. 102 del 15-12-1966), dichiara: «Noi pensiamo che eventualmente si potrebbe ricorrere anche ad una soluzione transitoria, atta a sdrammatizzare la situazione…».
Questa soluzione trova d’accordo anche CISL e UIL. L’unità raggiunta dai vertici sindacali non ha trovato la corrispondente unificazione della classe operaia e la generalizzazione delle lotte, ma i sindacati hanno trovato il loro punto d’intesa proprio nel disgregare l’unità proletaria relegando gli operai nei limiti aziendali, conducendoli in lotte separate e parziali, portando avanti una politica di puntellamento e di conservazione del sistema. I sindacati dicono agli operai che il miglioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro è subordinato alla «riforma dei trasporti», auspicando la statizzazione o la municipalizzazione delle aziende contro la privatizzazione. Ma questa differenza esiste solo per loro. Nel modo capitalistico di produzione non esiste differenza, né possibilità di miglioramento, proprio perché esso si fonda sul profitto che si realizza col massimo sfruttamento delle energie del proletariato, che in tutti i casi avrà sempre e solo il minimo per la sua sopravvivenza.
Quindi, non lotta articolata per obiettivi di conservazione sociale come le riforme, ma sciopero generale senza preavviso e senza limiti di tempo.
Non lotta separata, ma ricostituzione di un fronte proletario unito attraverso rivendicazioni che riflettano gli interessi generali della classe operaia, e veramente capaci di indebolire lo schieramento capitalista, come l’aumento discriminato dei salari e la riduzione generale dell’orario di lavoro.
Il proletariato ritroverà la strada della vera lotta di classe, solo quando avrà la forza di smascherare il tradimento dei suoi dirigenti e li caccerà dalle sue file.