Internacionālā Komunistiskā Partija

Il cadavere cammina ancora ma puzza sempre di più

Kategorijas: Antifascism, Democratism, Electoralism, Fascism, Italy, Opportunism

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Nell’era delle facili divulgazioni scientifiche, cosiddette « di massa », tutti sanno che nel processo di umanizzazione della scimmia attraverso il lavoro, questo singolare animale ha acquisito una serie interminabile di attitudini, in particolare, secondo la versione borghese, la capacità somma di « pensare »; per noi comunisti materialisti marxisti, più rozzamente il banale « cervello » è aumentato effettivamente di peso, il sistema nervoso centrale presiede ad una varia e ricca serie di funzioni, ma a scapito della suggestiva capacità dei « sensi », diciamo così, « puri ». In particolare il tanto celebrato « uomo » sembra aver perso la funzione più tipicamente sensitiva e animalesca del « fiuto », e non semplicemente per l’uso sempre più diffuso delle bombolette « spray », come pretendono gli scienziati. Sono le condizioni materiali della produzione che « plasmano » anche fisicamente la natura umana, e quelle del modo di produzione capitalistico hanno dato forma ad un tipo di animale che non riesce più a distinguere il profumo della vita dai miasmi maleodoranti della morte.

Nella variopinta schiera di generi che popolano l’attuale società borghese, quello che meglio si distingue per questa attitudine sembra essere lo specialissimo e tristissimo che storicamente abbiamo chiamato col termine di « opportunismo ».

Munito di baffi (alla baffone, per intenderci) o glabro (alla Mao, si capisce) questo animale sociale-politico non distingue più tra il capitale morto (costante) e quello vivo (variabile), e pretende che i detentori dell’uno e dell’altro collaborino e « partecipino » allo stesso modo di comportarsi, alle stesse forme politiche e sociali di organizzazione, siano esse la democrazia liberale o socialdemocratica, o più drasticamente il fascismo di vario colore e intensità. Non più una parola sull’antagonismo delle classi sociali moderne, la borghesia ed i suoi surrogati, ed il proletariato: rimaniamo noi comunisti rivoluzionari, soli, a fidarci con un necessario « sacrificium intellectus », del quale abbiamo sempre e giustamente diffidato, a fiutare la tristizia dei tempi, assolutamente non disposti a cambiare la « merda con la cioccolata », come tanto piaceva dire ad uno dei nostri che non è più.

Abbiamo ribadito fino alla nausea che il nostro odio contro la democrazia ed il Parlamento non ha avuto e non ha niente a che vedere con un’intransigenza di principio, di tipo estetico o morale, ma che la lettura in chiave rigorosamente marxista del quadro complessivo dello sviluppo della lotta di classe tra la rivoluzione borghese e quella operaia, ci ingiunge di opporre la nostra visione della realtà sociale ai facili trasformismi e alle eclettiche strumentazioni. Così, allo stesso modo, a proposito delle pretese dell’opportunismo di rianimare il « cadavere che cammina » (il parlamento), dobbiamo ribadire che il nostro astensionismo non ha avuto e non ha niente a che vedere con l’idealismo anarco-sindacalista di sempre, e che, come bene dimostra la storia della Sinistra comunista già frazione di sinistra all’interno del vecchio P.S.I., non è mai stato un vuoto e accademico rifiuto; nel 1975 la stessa bolsa e democratoide storiografia opportunista marca Stalin ha finito addirittura di rimproverarle esagerata flessibilità e « incoerenza di principio »! (il che è tutto dire, tenuto conto della tanto celebrata e logora accusa di « settarismo e rigidità, di schematismo e purismo comunista »).

Ci riferiamo ad un commento ad un articolo di A. Bordiga del 1913 dal titolo « Contro l’astensionismo » propinatoci da un certo Livorsi, « integrante » di una raccolta che va sotto il nome di « Scritti scelti ». Secondo il chierico di turno l’atteggiamento della Sinistra a proposito di elezioni, e inevitabilmente di parlamento, « fu sempre fragile e condizionato », un modo edulcorato per dire che non fu mai settario e meccanico.

Non che ci interessino i riconoscimenti di parte opportunista, come sempre interessati, anche quando apparentemente contraddittori, ma ciò dimostra ampiamente che proprio l’attitudine correttamente dialettica e marxista della Sinistra le permise di saper cogliere il senso essenziale del momento storico e non le ha impedito (ferma restando la tesi che il parlamento deve essere affossato per aprire la strada alla dittatura proletaria) di svolgere nella forma più organizzata e potente la sua opera di uso rivoluzionario della tribuna parlamentare, per smascherare gli intrighi della borghesia e dell’opportunismo contro la classe operaia.

I fautori dell’elezionismo a tutti i costi, al contrario, dettero ben scarsa prova del loro valore nel contrastare la borghesia fino in fondo nella sua sede più tipica, una volta che spianata la strada al fascismo attraverso l’intervento armato statale a fianco e in connivenza con lo squadrismo dilagante, si stava prodigando per trasformare e « normalizzare » come piaceva ai liberali alla Don Croce e a Giolitti, quel movimento disordinato e barbaro, ma allo stesso tempo così prezioso per spuntare le unghie alle pretese del proletariato allora in piedi ed all’attacco. Di fronte alla tenace e virile azione di demistificazione che fino all’ultimo la Sinistra sostenne in Parlamento, i democratici liberali ed i fautori del fronte unito « dall’alto », ebbero la moralistica ed estetica pensata di ritirarsi nell’Aventino, a scimmiottare le imprese da manuale scolastico di Menenio Agrippa, il cui apologo ha costituito da sempre il piatto forte dell’indottrinamento ante-litteram corporativo organicistico fascista.

Vogliamo ancora parlare di « atteggiamenti fragili e condizionati » della Sinistra alla guida del Partito Comunista d’Italia? Bene, gli sputi e le spinte se le prese il deputato Repossi, nostro leale e coraggioso compagno, e non le Cassandre educazioniste, incapaci di opporre un ultimo ostacolo, non certo all’abbattimento del parlamento (non era questo lo scopo dei comunisti, ma il suo contrario), ma almeno un insegnamento « sui fatti » che nella pratica reale sono i comunisti che si battono veramente per scuotere il proletariato e dirigerlo alla vittoria.

Il ritiro nell’Aventino aveva però nell’ormai inevitabile strategia politica dei borghesi « antifascisti » e degli opportunisti un significato opposto: si trattava di salvare il buon nome del Parlamento, di salvaguardare la sua credibilità e rispettabilità, mentre le forze soverchianti del Capitale si dimostravano disposte a servirsene a condizione che si limitasse a svolgere la funzione di cassa di risonanza della propria politica e di ratifica della propria dittatura di classe. Inizia così la pratica cortigiana e fellona dell’opportunismo che, di fronte alla borghesia spietatamente diretta alla difesa dei suoi interessi esclusivi di classe, propone i suoi buoni uffici per riverniciare a nuovo un organismo in decomposizione, per imbellettarlo agli occhi di una classe operaia in ritirata e che mai come allora avrebbe avuto bisogno di combattere, anche se in difensiva, per riorganizzare le forze in modo ordinato. Il fascismo inaugurava ufficialmente la « nuova era », in cui dittatura di classe e democrazia si integravano nello spirito del « riformismo » da portarsi avanti nello Stato, dentro lo Stato, mai al di fuori dello Stato!

La Sinistra comunista, in base alle decisioni del II congresso dell’Internazionale secondo le quali solo la conquista del potere avrebbe permesso alla classe operaia un salto di qualità, allorché si era giustamente affermato che ogni sforzo sarebbe stato compiuto perché il fascismo non avesse « uno sbocco democratico », nonostante vedesse in pratica verificarsi la validità del suo astensionismo proposto per le elezioni del 1919 in nome della parola d’ordine: « o preparazione rivoluzionaria o preparazione elettorale », dando prova di « disciplina esecutiva », rimase sulla trincea sola contro la prepotenza fascista.

Le basi dunque dell’uscita dal tunnel fascista attraverso lo « sbocco democratico » che gli storiografi neo-staliniani pretendono maturate « nei quaderni dal carcere » delle meditazioni gramsciane, sono poste già dalla teorizzazione confusa e ambigua del fronte unico politico inaugurato dal III congresso dell’Internazionale, contro la quale la Sinistra cercò di opporre la classica analisi marxista e la conseguente tesi della immutabilità del programma comunista. La prova dell’Aventino aveva dimostrato « nella pratica concreta », secondo il linguaggio dei vecchi e nuovi « concretisti » che se « la partecipazione alle elezioni per gli organismi rappresentativi della democrazia borghese e la attività parlamentare, pur presentando in ogni tempo continui pericoli di deviazione, potevano essere utilizzati per la propaganda e la formazione del movimento nel periodo in cui, non delineandosi ancora la possibilità di abbattere il dominio borghese, il compito del partito si limitava alla critica e all’opposizione; nell’attuale periodo aperto dalla fine della guerra mondiale, dalle prime rivoluzioni comuniste e dal sorgere della III Internazionale, i comunisti pongono come obiettivo diretto dell’azione politica del proletariato di tutti i paesi la conquista rivoluzionaria del potere, alla quale tutte le forze e l’opera di preparazione devono essere dedicate. In questo periodo è inammissibile ogni partecipazione a quegli organismi che appaiono come un potente mezzo difensivo borghese destinato ad agire tra le file stesse del proletariato, e in antitesi alla struttura e alla funzione dei quali i comunisti sostengono il sistema dei consigli operai e la dittatura proletaria. Per la grande importanza che praticamente assume l’azione elettorale, non è possibile conciliarla con l’affermazione che essa sia il mezzo per giungere allo scopo principale dell’azione del partito: la conquista del potere; né è possibile evitare che essa assorba tutta l’attività del movimento, distogliendolo dalla preparazione rivoluzionaria ». Questo lo dicevamo nel maggio 1920 (dalle Tesi della frazione comunista astensionista del P.S.I.) e rimane tanto più valido oggi, dopo un secondo macello mondiale che ha visto milioni di proletari trascinati sui campi di battaglia non più semplicemente in nome dell’« union sacrée » contro la tetraggine militarista e teutonica, ma addirittura a difesa della cittadella socialista assediata, in verità ridotta da tempo a baluardo difensivo della borghesia mondiale sotto la direzione del già bolscevico Stalin, trasformata in strumento diretto di controllo dei moti di classe, di repressione dei conati rivoluzionari dove si manifestassero; non solo non più neppure « boîte à lettres » del movimento operaio mondiale, ma apparecchio di sterminio dei superstiti comunisti rivoluzionari.

L’illusione della vittoria riportata sulla malattia oscura del fascismo e del nazismo permetteva ai vecchi liberali di proporre il ritorno ad una nuova normalizzazione, in una euforia di nuovo risorgimento che vedeva la classe operaia decimata e salassata da una guerra che per noi era stata ancor più della prima imperialistica. Che dire allora della pretesa di dar lustro a quegli organismi rappresentativi borghesi rispolverati per l’occasione, dal parlamento nazionale, alla serie sempre più interminabile di parlamentini locali?

La borghesia, catturati gli organismi proletari « naturali », sindacati e soviet, già roccheforti consegnate al nemico dai riformisti-pacificatori, si preoccupa incessantemente di tenere in piedi il cadavere di prima classe ed una serie di morticini più fetenti del padre. Ecco allora le gare alla « democrazia diretta », i referendum, le consultazioni di quartiere, di fabbrica, di gabinetto etc … Dietro questo paravento di democrazia i « grands commis » del capitale provvedono a negoziare i loro accordi, nelle sedi più proprie, le grandi holdings, le multinazionali, all’ombra dell’apparato statale sempre più potente, più efficiente, più armato.

Ridotto a semplice macchina di registrazione (che non si preoccupa tra l’altro più neanche di registrare, vedi il caso di trattati internazionali operanti senza la ratifica dei cosiddetti rappresentanti del popolo, specie trattati segreti e militari) solamente l’opportunismo militante si dà un gran da fare per rianimarlo, dal momento che la stessa borghesia, in nome del « pluralismo » e della democrazia, tende ad attribuirgli il ruolo di lavapiatti del gran convito imperialistico, o al massimo di invitato povero e che non pretenda troppo. Il pluralismo dei centri di potere diventa così un brutto neologismo che legalizza il vecchio corporativismo uscito indenne, anzi rafforzato dalla lotta « antifascista ». Rimangono intoccati ed intoccabili quegli organi che gli specialisti chiamano « precostituzionali », Corte dei Conti, Consiglio di Stato, ma soprattutto la macchina repressiva statale dalla burocrazia, alla magistratura, all’esercito.

Per questo, noi comunisti rivoluzionari, ancora una volta ed a maggior ragione, non per motivi estetici ma per necessità, nel gran calderone dell’opportunismo che vuole, secondo la sua tradizione « riformare lo Stato » ci opponiamo nettamente alla democrazia ed ai suoi organismi, assolutamente non praticabili dal movimento operaio. Contro le respirazioni bocca a bocca escogitate dall’opportunismo proponiamo la ricetta di sempre, pallottole bocca a bocca di cannone, s’intende. Né maggior caldo ci fanno i plebisciti radicaloidi, ancor più oppio per i popoli della ottocentesca religione: da quando i presunti eredi della tradizione laica, voltairiana e mangiapreti, si sono messi a fare digiuni, ogni residuo dubbio dovrebbe essere dissolto: i nuovi sacerdoti non hanno nulla da invidiare ai vecchi, ed ugual trattamento deve essergli riservato dal proletariato. Ogni altro atteggiamento è ambiguo e incapace di indicare la via della rivoluzione proletaria.