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Venezuela: petrolio, oro e la lotta antiimperialistica

Kategorijas: Capitalist Wars, Imperialism, Petroleum/Oil, South America, Venezuela

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I recenti accordi tra il governo venezuelano e gli Stati Uniti svelano, ancora una volta, le reali basi materiali che si celano dietro gli slogan vuoti della borghesia globale, i discorsi di “cooperazione pacifica”, “sovranità” e “ripresa economica”. Dietro queste frasi vuote si cela una domanda molto più semplice: chi controlla le enormi risorse naturali del Venezuela e a beneficio di chi saranno sfruttate?

Recenti rapporti indicano che il governo venezuelano ha raggiunto un accordo con gli Stati Uniti

per lo sviluppo di 17 giacimenti petroliferi strategici. Secondo l’agenzia di stampa Reuters, l’accordo mira ad aumentare la produzione venezuelana a oltre 1,5 milioni di barili al giorno, mentre il governo borghese guidato dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, naturalmente succeduta alla guida dello Stato dopo la liquidazione ad opera dell’imperialismo americano del presidente Maduro, sostiene che “il Venezuela manterrà la proprietà e la sovranità sulle proprie risorse naturali”.

Allo stesso tempo, Washington ha descritto un accordo che concede alla North American Blue Energy Partners concessioni della durata di 100 anni sugli stessi 17 giacimenti, che rappresentano circa 65 miliardi di barili di riserve accertate. Agli Stati Uniti sarebbe inoltre garantito il diritto di acquistare il 20% della produzione al costo di estrazione, mantenendo il diritto di prelazione sulla restante parte.

Cosa significa “sovranità” in queste condizioni?

Per i filistei borghesi, la sovranità significa la proprietà legale formale del territorio nazionale e delle sue risorse. Per il proletariato, tuttavia, la questione decisiva non è quale bandiera sventoli sui giacimenti petroliferi, ma quale classe controlla la produzione e si appropria del suo surplus.

Il governo venezuelano può mantenere la proprietà formale del petrolio pur aprendo l’estrazione al capitale straniero. Lo Stato può riscuotere royalties e tasse, mentre il capitale privato organizza la produzione a scopo di lucro. Reuters riporta che Rodríguez prevede che l’accordo genererà circa 209 miliardi di dollari di entrate.

Per lo Stato venezuelano, naturalmente, nel tempo, pur presentando l’accordo come un mezzo per portare capitali, tecnologia e competenze in un settore devastato dalle sanzioni, da anni di investimenti assolutamente insufficienti e dalla cosiddetta “corruzione” sistematica, non è altro che un meccanismo intrinseco a questa terminale fase imperialista.

Quella del Venezuela Stato socialista è una balla piccolo borghese, utile a disorientare ed ingannare i pochi che ancora ci credono; il Venezuela non lo è mai stato, non svolge un ruolo antimperialista negli attuali affari globali, e la capitolazione aperta messa in atto della fazione di Rodríguez al capitale straniero dimostra in modo inconfutabile il carattere capitalista, passato e presente, dello Stato venezuelano. Questi sviluppi non sono in antitesi con il modo in cui il capitalismo opera su scala internazionale, ma funzionano esattamente come previsto per noi comunisti.

Lo Stato borghese venezuelano cerca capitali in grado di ripristinare la produzione e aumentare le entrate statali. Il capitale americano cerca un accesso redditizio a una delle più grandi riserve petrolifere del pianeta. Gli Stati Uniti, nel frattempo, ottengono un accesso privilegiato al petrolio venezuelano e un interesse economico diretto nella sua estrazione. Gli interessi di queste forze borghesi possono quindi temporaneamente coincidere, anche mentre competono per la distribuzione della ricchezza che ne deriva.

La questione delle riserve auree del Venezuela rivela la stessa relazione da un altro punto di vista. A partire da agosto 2026, circa 31 tonnellate di oro venezuelano, per un valore di circa 4,3 miliardi di dollari, detenute dalla Banca d’Inghilterra, dovrebbero essere rilasciate in base ad accordi che coinvolgono il Tesoro statunitense.

Le risorse sono presumibilmente destinate a progetti di edilizia abitativa e sanitaria post-terremoto e saranno soggette a verifiche esterne. Tuttavia, lo Stato venezuelano non riacquisterà semplicemente il controllo illimitato sulle proprie riserve: l’oro verrà depositato in un conto del Tesoro statunitense e soggetto a supervisione straniera.

Qui appare chiaro che l’imperialismo solitamente non richiede l’annessione formale di un territorio, ma il controllo sulle attività finanziarie, l’accesso alle risorse e le condizioni in cui il capitale può operare sono di per sé strumenti di potere e influenza imperialista.

Secondo quanto riportato, gli Stati Uniti hanno già esercitato il controllo sulle entrate petrolifere venezuelane, mentre Washington ha mantenuto le sanzioni e concesso deroghe selettive che consentono alle multinazionali occidentali di negoziare accordi energetici con Caracas. Il risultato è una situazione in cui la sovranità statale formale del Venezuela coesiste con una crescente influenza esterna sulle sue risorse finanziarie e sul suo apparato produttivo.

Ma il proletariato deve trarre una conclusione diversa da quella della borghesia venezuelana.

Dobbiamo respingere il dominio imperialista del Venezuela. Ma questo non significa schierarsi dalla parte dello Stato venezuelano, del precedente governo di Maduro, dell’amministrazione Rodríguez o di qualsiasi altra fazione della borghesia nazionale. La classe operaia non ha alcun interesse a scegliere quale fazione capitalista gestirà lo sfruttamento del lavoro e delle risorse venezuelane.

Figurarsi quale senso storico e rivoluzionario può avere la visione di uno Stato venezuelano che riconquisti la sua indipendenza nazionale violata dall’imperialismo statunitense: questa è nei fatti proprio la trappola del nazionalismo. Ogni volta che un paese subisce la pressione di una potenza imperialista, la borghesia chiama il “popolo” a unirsi a sostegno dello stato nazionale borghese.

L’antagonismo tra capitalista e lavoratore è temporaneamente celato dietro la finzione di un comune interesse nazionale. Eppure gli interessi del lavoratore venezuelano e del capitalista venezuelano non potrebbero mai essere più radicalmente opposti. Indipendentemente dal fatto che il capitale impiegato nella produzione sia venezuelano, americano, cinese, russo o europeo!

Allo stesso modo, il lavoratore americano non ha alcun interesse a vedere il capitale americano acquisire un accesso privilegiato al petrolio venezuelano. Qualunque dividendo o vantaggio strategico il capitale americano ottenga da questo accordo non appartiene ai lavoratori americani. Appartiene alla realizzazione del plusvalore operato dal capitale.

La risposta proletaria all’imperialismo non può quindi essere la difesa di uno stato capitalista contro un altro. I lavoratori del Venezuela non hanno una nazione da difendere, e nemmeno i lavoratori degli Stati Uniti. Il loro interesse risiede nello smantellare i meccanismi interni del Capitale a livello internazionale, fino alla sua totalità.

I giacimenti petroliferi venezuelani, le riserve auree e l’enorme ricchezza in essi contenuta non saranno trattati come fonti di profitto per corporazioni nazionali o straniere, né come strumenti per arricchire la burocrazia statale venezuelana. Il loro impiego per l’umanità tutta, senza padroni nazionali o stranieri può essere raggiunta solo attraverso l’abolizione dei rapporti capitalistici che rendono possibile tale sfruttamento.

Contro il capitalista americano che vuole il petrolio venezuelano, contro il capitalista venezuelano che vuole trarne profitto, e contro ogni Stato corrotto che esige assurdità come l'”unità nazionale” in difesa di questi falsi interessi economici condivisi. Solo il proletariato internazionale si organizza nella lotta contro tutte le forze!

L’unico vero interesse sovrano della classe operaia rivoluzionaria risiede nell’abolizione della proprietà capitalista stessa. Solo attraverso l’unione internazionale del proletariato, la completa

distruzione, lo smantellamento sistematico dell’ordine borghese globale, con l’imposizione della sua

dittatura di classe per mano del suo unico organo rivoluzionario unitario – il Partito Comunista– la liberazione è possibile!