Ucraina: Mobilitazione, guerra e interessi internazionali del capitale
Kategorijas: Capitalist Wars, Russia, Ukraine
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La guerra tra gli imperialismi che in questa fase storica si sviluppa principalmente in Ucraina, è giunta ormai al quinto anno dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala, e continua a mettere in luce le contraddizioni sempre più profonde generate dalla competizione imperialista e riconferma chiaramente le nostre tesi senza tempo fin dagli albori di quest’epoca capitalista. Ciò che è iniziato nel febbraio 2022 con l’Operazione Militare Speciale e la successiva mobilitazione della società ucraina si è trasformato in un conflitto prolungato in cui le esigenze militari dello Stato borghese si scontrano sempre più con gli interessi materiali, lo sfinimento e l’uccisione sistematica della popolazione proletaria. Dietro il linguaggio di “difesa nazionale”, “sovranità” e “sicurezza”, i proletari di Ucraina e Russia continuano a sopportare il peso principale di una guerra le cui conseguenze si estendono ben oltre il campo di battaglia.
L’Ucraina ha dichiarato la legge marziale e la mobilitazione generale immediatamente dopo l’inizio del conflitto. Sebbene le fasi iniziali della mobilitazione abbiano beneficiato di un ampio sostegno pubblico, il protrarsi della guerra, le pesanti perdite umane e la crescente domanda di soldati hanno creato crescenti difficoltà per lo Stato ucraino. Tra il 2023 e il 2025, le segnalazioni di evasione della leva, resistenza al reclutamento, corruzione e insoddisfazione per le pratiche di mobilitazione si sono diffuse sempre più.
Lo Stato borghese, confrontato con la necessità di sostenere il proprio apparato militare, ha di conseguenza ampliato i meccanismi di reclutamento e repressione.
Nell’aprile del 2024, il parlamento ucraino ha adottato una nuova legge sulla mobilitazione che ha abbassato l’età minima per la coscrizione da 27 a 25 anni e ha imposto requisiti più stringenti in materia di registrazione militare. Gli individui registrati erano tenuti a presentarsi agli uffici di reclutamento entro sessanta giorni, pena sanzioni. Tali misure sono state introdotte in una situazione in cui le forze ucraine soffrivano di una grave carenza di personale, mentre alcuni comandanti militari riferivano che le forze russe potevano superare quelle ucraine anche con un rapporto di dieci a uno in determinate aree del fronte. Allo stesso tempo, la spesa militare ucraina ha continuato ad espandersi, con un bilancio militare previsto al 26% del PIL entro il 2027. Gran parte di questa spesa è stata sostenuta dagli aiuti finanziari europei, inclusi miliardi di euro specificamente destinati alla “difesa”.
Questa situazione che pesa interamente sulle spalle di proletari ucraini non è una novità per noi comunisti; è la regola, come sempre accade quando lo Stato borghese ha bisogno di materiale umano per sostenere le sue guerre e le sue continue stragi.
Tuttavia, la questione della guerra imperialista non può essere ridotta al solo aspetto legale. La crescente difficoltà nel reperire soldati ha generato un intero apparato di elusione e resistenza. Gli ucraini in età di leva hanno tentato di lasciare il Paese illegalmente, ottenere esenzioni mediche, corrompere i funzionari addetti al reclutamento o semplicemente evitare la registrazione. Secondo il Servizio di Guardia di Frontiera dello Stato ucraino, tra febbraio 2022 e agosto 2023 sono stati registrati circa 40.000 tentativi di attraversamento illegale del confine, di cui circa 20.000 sarebbero andati a buon fine. Entro la fine del 2024, le autorità ucraine avevano segnalato l’esistenza di quasi 250 gruppi illegali che offrivano i loro servizi e assistenza a coloro che cercavano di eludere la mobilitazione.
L’esistenza di tali fenomeni è accompagnata da un’altra caratteristica tipica dell’organizzazione economica borghese: la corruzione. Nel 2023, il presidente ucraino Zelensky ha ufficialmente destituito tutti i responsabili regionali del reclutamento militare a seguito delle indagini dell’ANBU sulla diffusa corruzione legata alle esenzioni mediche. L’Ufficio nazionale anticorruzione ucraino ha segnalato schemi attraverso i quali individui relativamente benestanti potevano acquistare esenzioni dal servizio militare, con pagamenti che si aggiravano tra i 3.000 e i 15.000 dollari circa. Pertanto, anche mentre lo Stato avanza l’ipocrita richiesta che la popolazione debba pagare il “sacrificio” supremo per la nazione, la possibilità di comprarsi la via d’uscita da tale sacrificio rimane disponibile soltanto per coloro che possiedono mezzi sufficienti per evitarlo.
Il crescente conflitto legato al reclutamento ha anche prodotto scontri diretti tra civili e Stato. I media internazionali hanno documentato episodi di detenzione forzata di uomini idonei alla leva da parte del personale addetto al reclutamento, mentre sono circolati video che mostrano scontri a Odessa, Kharkiv, Leopoli e Kiev. Non tutti i video che circolano online possono essere verificati in modo indipendente, ma gli episodi documentati sono sufficienti a dimostrare che il processo di mobilitazione è diventato un’importante fonte di tensione sociale. Si stima che dall’inizio della guerra siano stati registrati oltre 600 attacchi contro gli ufficiali addetti al reclutamento, con un forte aumento delle aggressioni nel 2025 e nei primi mesi del 2026. Nel luglio 2026, una folla a Leopoli ha bloccato, danneggiato e ribaltato un veicolo di reclutamento durante la detenzione di un uomo sospettato di evasione dalla leva.
Sarebbe tuttavia altrettanto errato interpretare questi sviluppi come prova che la popolazione ucraina nel suo complesso abbia abbandonato la guerra o rifiutato la “difesa” del Paese. Un sondaggio condotto dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev nel 2026 ha rilevato che il 77% degli intervistati riteneva che l’Ucraina potesse continuare la sua resistenza, mentre il 12% considerava la resistenza continua vana. Il 60% ha respinto una proposta di ritiro delle truppe ucraine in cambio di garanzie di sicurezza, mentre il 59% ha sostenuto un cessate il fuoco senza il riconoscimento internazionale dei territori occupati dalla Russia. Queste cifre dimostrano un’importante distinzione: l’insoddisfazione per i metodi e le disuguaglianze della mobilitazione non corrisponde necessariamente al rifiuto della falsa nozione borghese di difesa nazionale.
Le contraddizioni si fanno ancora più evidenti se si considerano le conseguenze umane della mobilitazione. Il Commissario parlamentare ucraino per i diritti umani ha segnalato casi di detenzione e deportazione forzata verso centri di reclutamento territoriali. Una commissione parlamentare che indaga sulle violazioni all’interno dell’esercito ha ricevuto circa 3.200 denunce riguardanti i reclutatori militari nel periodo 2023-2024. Ci sono state anche proteste contro le pratiche di reclutamento a seguito della morte di coscritti detenuti dai reclutatori militari, mentre le manifestazioni contro presunti abusi sono state talvolta trattate dalle autorità come potenziale propaganda russa o come minacce alla sicurezza nazionale.
Ma il carattere borghese del conflitto non può essere compreso esaminando solo l’Ucraina. La Russia ha contemporaneamente ampliato il proprio apparato militare. La spesa militare russa ha raggiunto la cifra di 5.900 miliardi di rubli nel primo trimestre del 2026, con le spese per la “difesa” pari a circa il 46% del bilancio federale e circa il 12% del PIL. Allo stesso tempo, la Russia ha dovuto affrontare carenze di personale, con un calo dei flussi di reclute a contratto e ingenti perdite di effettivi. Le autorità russe sono state anche accusate di aver mobilitato con la forza i cittadini ucraini nei territori “liberati” mentre l’addestramento militare sarebbe stato introdotto nell’istruzione dei minori in quelle regioni.
La guerra, quindi, non può essere compresa semplicemente come uno scontro tra due popolazioni nazionali in senso astratto come uno scontro tra “cattivi” e “buoni”, o le volontà distorte e criminali (piace tanto, a piccolo borghesi appellarsi al “diritto” e alla immoralità per spiegare gli eventi bellici) di capi e comprimari per condurre e continuare in ogni modo il massacro.
“L’inutile strage”, secondo le parole di Papa Benedetto XV riferita agli immani lutti della Prima Guerra Mondiale, ripresa con passione dai pacifisti odierni è solo la “foglia di fico” di chi non vede, o fa finta di non vedere le cause oggettive, materiali, della guerra scaturita dai contrasti degli imperialismi.
Per la nostra dottrina materialistica la guerra è inseparabile dalle più ampie lotte economiche e imperialiste che la determinano. Prima dell’invasione, la Russia era uno dei maggiori esportatori di petrolio al mondo e un fornitore particolarmente importante per l’Europa. Le sanzioni imposte in seguito all’invasione hanno trasformato i rapporti energetici esistenti e hanno reso il mercato petrolifero un altro importante campo di conflitto internazionale. Il prezzo del petrolio Brent è salito da circa 80 dollari al barile all’inizio del 2022 a oltre 120 dollari nel marzo dello stesso anno. Eppure la Russia non ha perso il suo mercato petrolifero: le sue esportazioni sono state sempre più reindirizzate verso Cina, India e Turchia. Secondo i dati presentati nel rapporto, tra il 2023 e il 2024 la Cina ha ricevuto circa il 40-45% di queste esportazioni, l’India il 35-40% e la Turchia il 5-7%.
Qui emerge la contraddizione più ampia. Le sanzioni occidentali hanno ridotto l’accesso della Russia al mercato europeo, ma non hanno eliminato le entrate petrolifere russe. Il reindirizzamento delle esportazioni, combinato con gli elevati prezzi globali del petrolio, ha fornito alla Russia un importante mezzo per compensare le perdite in Europa. Allo stesso tempo, il conflitto ha accresciuto l’importanza dell’OPEC+, dove la relazione della Russia con altri importanti produttori di petrolio, in particolare l’Arabia Saudita, rimane significativa. Il tentativo di un blocco di stati borghesi di isolarne un altro si svolge quindi all’interno di un mercato mondiale in cui ogni grande potenza capitalista persegue i propri interessi.
Per il proletariato, quindi, la questione essenziale non può essere ridotta a quale Stato borghese possieda la più legittima rivendicazione nazionale della cosiddetta “difesa”.
Né i sacrifici imposti dalla guerra possono essere trasformati in un interesse comune tra sfruttatori e sfruttati. Ai lavoratori ucraini viene chiesto di fornire i soldati necessari alla difesa dello Stato borghese, mentre i lavoratori russi sono soggetti alle proprie spese militari, perdite e mobilitazione. Lo stesso sistema capitalistico che divide i lavoratori in popolazioni nazionali contrapposte esige poi che essi riconoscano queste divisioni come il loro interesse supremo.
Le prove disponibili presentano un quadro contraddittorio: una crescente resistenza alle pratiche di mobilitazione coesiste con il continuo sostegno alla difesa nazionale ucraina; corruzione e reclutamento coercitivo convivono con uno Stato che lotta per sostenere le proprie forze armate; la Russia deve affrontare le proprie pressioni in termini di risorse umane ed economiche, pur continuando il suo sforzo bellico; e il conflitto stesso si è intrecciato con la lotta internazionale per l’energia, i mercati e le risorse.
È evidente che dietro ogni statistica borghese sull’evasione della leva c’è, naturalmente, un essere umano. La persona, il lavoratore, il proletario che fugge da un centro di reclutamento, si nasconde dalla registrazione o tenta di attraversare illegalmente il confine non è semplicemente un numero in un rapporto sulla tabella delle spese dell’apparato militare. Sono persone che non vogliono essere portate via da casa, separate dalla famiglia ed essere costrette in una trincea di terra dove l’incerto futuro molto probabilmente significa gravi ferite, mutilazioni o morte.
Le notizie di persone detenute con la forza, picchiate, ammanettate e trasferite in un centro di reclutamento rivelano qualcosa di più di un semplice problema amministrativo per lo Stato ucraino. Rivelano la violenza impersonale, distribuita indiscriminatamente e sistematicamente quando gli interessi materiali dell’apparato statale-militare si scontrano frontalmente con la vita del lavoratore medio. Le segnalazioni di scontri fisici, condizioni precarie nei centri di reclutamento e casi in cui alle persone sarebbe stato impedito di accedere all’assistenza legale dimostrano quanto rapidamente il linguaggio del dovere nazionale perda la sua maschera “democratica e legalistica” nel momento in cui lo Stato borghese ha bisogno di uomini per il fronte a difesa dei propri interessi.
Possiamo constatare chiaramente la profonda disparità in tutta questa farsa. La corruzione documentata relativa alle esenzioni mediche ha dimostrato inequivocabilmente che chi dispone di risorse sufficienti può, in casi particolari, comprarsi la via d’uscita dal servizio militare, mentre chi non ne ha i mezzi rimane esposto al reclutamento obbligatorio. Per il lavoratore comune o il giovane che si trova per strada, la scelta appare quindi brutalmente semplice: sottomettersi alle richieste dello Stato borghese o tentare di sfuggirvi. Le proteste, gli scontri e i tentativi di fuga non dovrebbero pertanto essere visti solo attraverso il linguaggio astratto della necessità militare. Sono anche espressioni di persone che si confrontano con la paura di perdere la vita.
Qualunque conclusione politica si possa trarre dalla guerra stessa, la sofferenza di questi lavoratori non dovrebbe scomparire sotto le bandiere, le statistiche e i discorsi vuoti del marcio apparato borghese.
Il macello attuale che sconvolge la parte est europea ha bisogno però di molti passi indietro per essere inquadrato compiutamente; una guerra che è, lo ripetiamo, una classica guerra tra imperialismi, condotta sull’area più critica del confine tra Nato e Patto di Varsavia, che fu la risposta della URSS alla messa in opera dell’Alleanza Atlantica. Riteniamo necessario citare eventi lontani alla scala delle generazioni, ma storicamente molto vicini.
Non per giustificare in alcun modo l’attacco militare di un imperialismo di rango inferiore, ma per mettere in luce, dal nostro punto di vista rivoluzionario, quali siano state e tuttora siano, i fatti che stanno alla radice delle vicende odierne.
Questa guerra, chiamata pomposamente da una delle due parti in conflitto “Operazione Militare Speciale” quasi a mistificare la sua natura mortale ed odiosa, non nasce nemmeno dall’occupazione del 2014 della Crimea, o dai fatti sanguinosi di Piazza Maidan dello stesso anno e dalle sue conseguenze politiche.
Lo scontro imperialistico vero inizia l’indomani della Seconda Guerra Mondiale, quando gli Stati Uniti d’America vincitori si trovarono con l’area europea decisamente orientata verso il vecchio alleato ad Est, e si posero il problema di come trattare la Germania, una consistente parte della quale gravitava nell’area dell’Unione Sovietica e si poneva il rischio che potesse essere interamente inglobata nel dispositivo sovietico.
Qualche data per inquadrare i fatti; La Repubblica Federale Tedesca si costituì nel 1949, nel 1955 entrò nella NATO e contemporaneamente fu ricostituito l’eserciti tedesco, con il nome di Bundeswehr. Un effetto imposto dalla Guerra Fredda che segnava la spaccatura definitiva tra Ovest ed Est. La Germania, un colosso industriale e militare prima della guerra, doveva essere difesa. E molti alti ufficiali del distrutto esercito tedesco entrarono quindi nei ranghi della NATO in quanto ottimi conoscitori dei mezzi e criteri bellici dell’avversario ad Est, facendo anche brillanti e rapide carriere nei ranghi dell’Alleanza. I nemici di ieri erano naturalmente diventati ufficiali per la loro indubbia esperienza maturata contro l’Armata Rossa.
Oltre all’apparato militare, però, la Guerra fredda stava già prendendo una forma molto più capillare: propaganda, intelligence, operazioni clandestine, guerra psicologica, sostegno a reti ostili a Mosca. Operazioni alle quali l’Unione Sovietica rispondeva con la stessa moneta oltreché con la forza organizzata dei Partiti “Comunisti” presenti nel campo occidentale. Il sistema sovietico appariva un monolite poderoso, ma le questioni nazionali minavano dall’interno questa apparente solidità.
In particolare l’Ucraina, che rivestiva un ruolo importantissimo nello scacchiere Est Europeo, per estensione territoriale, popolazione, industria, enormi capacità agrarie, il grande affaccio sul Mar Nero. Il suo controllo politico era strategico per la Russia.
Interviene a questo punto il frutto di un capillare lavoro dell’Intelligence USA con i settori dell’emigrazione nazionalistica ucraina e con l’organizzazione estera del Concilio di Liberazione Ucraina, UHVR, e nel 1949 prende corpo il progetto AERODYNAMIC, molti documenti del quale sono stati desecretati anni fa. I tentativi di infiltrare agenti provocatori nel territorio ucraino fallirono per la decisa reazione delle autorità, ma nel tempo per gli Stati Uniti aver individuato una linea di frattura era un vantaggio strategico. Nel 1953 è stato reso noto in particolare un documento della CIA che recitava:
«Lo scopo del Progetto AERODYNAMIC è sfruttare ed espandere la resistenza antisovietica ucraina per scopi bellici, sia in tempo di pace che in caso di conflitto aperto. È
A tal fine verranno impiegati organismi come il Consiglio Supremo di Liberazione Ucraino (UHVR) e il suo Esercito Insurrezionale Ucraino (OUN), la Rappresentanza Estera del Consiglio Supremo di Liberazione Ucraino (ZPUHVR) in Europa Occidentale e negli USA, nonché altre organizzazioni come l’OUN/B».
Il progetto AERODYNAMIC è durato circa 4 decenni, fino alla presidenza Nixon e ha traversato gli enormi sconvolgimenti politici della disgregazione del Patto di Varsavia, del crollo e sparizione della URSS frammentata negli Stati nazionali, ma il disegno di fondo per volgere a favore degli USA la partita est europea continuò con altre “Società” di copertura.
L’allora Vicesegretaria di Stato per gli Affari Europei ed Euroasiatici, Victoria Nuland, dopo i “fatti della Piazza Maidan” dichiarò al Congresso USA una spesa di 5 miliardi di dollari per sottrarre l’Ucraina all’influenza russa.
Per noi comunisti queste notizie venute alla luce dopo anni non sono certo una novità. La guerra, combattuta con altri mezzi per il predominio mondiale è una costante del capitalismo nella sua fase finale, quella imperialistica. Non valutiamo buoni contro cattivi, per nessuno dei due fronti, né ci vincolano remore morali a denunciare l’infamia anti umana degli Stati in competizione. È indifferente per i rivoluzionari quale parte predomini, perché comunque sarà sempre contro la classe dei lavoratori; solo la sorte della Rivoluzione sociale disciplina e indica il nostro agire.
Questo non significa essere indifferenti allo svolgimento dei fatti, per noi sarà vantaggioso ciò che è più favorevole o meno sfavorevole al processo rivoluzionario.
Allora nella nostra rigorosa analisi dei fatti e dei possibili sviluppi del conflitto, senza alcun “tifo” o partecipazione più o meno occulta per gli uni o per gli altri, è mettere “in fila” le possibilità.
È una speranza, che lasciamo volentieri ai sognatori di pace e ai governanti degli Stati, laidi sacerdoti del Capitalismo nazionale, quella del crollo dello Stato Russo a seguito di una sconfitta sul piano militare, poco o punto probabile vista la disparità della potenza messa in campo dall’imperialismo russo. La sconfitta che potrebbe provocare lo smembramento della Federazione Russa non sarebbe certo un gran vantaggio per i proletari degli Stati confinanti, che continuano a gemere schiacciati dalla propria borghesia: e del resto in Europa, si è dissolta da oltre un secolo la questione nazionale, e non ha più senso parlare di “liberazione” dalla presenza dell’ingombrante vicino imperialista.
Una simile frammentazione condurrebbe alla “balcanizzazione” di un’area vastissima che si concluderebbe o con una irrecuperabile frizione politica e certo militare e la rinascita del più esiziale nazionalismo da ritrovata autonomia, o peggio, ad un conflitto aperto nucleare per chiudere in qualche modo la partita.
Nel primo caso la solidarietà di classe oltre i confini nazionali sarebbe di nuovo preclusa, perché allo stato di fatto non è presente un partito comunista che solo si potrebbe opporre e spingere invece all’affasciamento dei proletari oltre i confini: nel secondo la guerra scatenata impedirebbe ogni possibilità di rivoluzione, costringendo sui fronti di guerra le nuove generazioni.
Parimenti vediamo che la “vittoria militare” della Russia con la conquista totale del Donbass produrrebbe le stesse pulsioni nazionalistiche disgregatrici del fonte unito proletario.
Per il proletariato, pertanto, la questione essenziale non può essere ridotta a quale Stato borghese possieda la più legittima rivendicazione nazionale della cosiddetta “difesa”! Né i sacrifici imposti dalla guerra possono essere trasformati in un interesse comune tra sfruttatori e sfruttati. Ai lavoratori ucraini viene chiesto di fornire i soldati necessari alla difesa dello stato borghese, mentre i lavoratori russi sono soggetti alle proprie spese militari, perdite e brutali mobilitazioni.
La nostra prospettiva vede invece la fraternizzazione sui fronti di guerra, e nel corpo sociale il disfattismo rivoluzionario.
Queste e solo queste sono le possibili forze da mettere in campo, per i proletari, al fine di fermare la guerra “nel suo scatto” e portare alle condizioni della Rivoluzione. Il tutto però solo con la presenza attiva e militante di un forte Partito Comunista, organizzato oltre i confini borghesi: e questa è la componente necessaria per la vittoria.
Nella situazione presente i lavoratori ucraini e russi non hanno alcun interesse materiale a sopportare indefinitamente il peso di questo conflitto. Di fronte alla richiesta borghese di sacrificio, il movimento proletario non può riconoscere né lo Stato ucraino né quello russo come rappresentanti dei propri interessi di classe.
La guerra dimostra ancora una volta che il carattere internazionale del Capitale non può essere contrastato dal nazionalismo degli Stati in competizione. Il proletariato, diviso da confini e bandiere, continua a pagare il prezzo di un conflitto le cui ripercussioni economiche si estendono in tutto il mondo.
L’alternativa a questo ciclo senza fine non è l’appello pacifista a una pace astratta tra gli Stati, né la sostituzione di una borghesia nazionale con un’altra. Essa risiede nell’organizzazione indipendente della classe operaia contro i sacrifici che le vengono imposti, contro la militarizzazione della società e contro le forze politiche che subordinano gli interessi proletari a quelli dei rispettivi Stati. I lavoratori di tutti i paesi hanno un nemico comune nel sistema sociale che trasforma continuamente il loro lavoro, i loro corpi e le loro vite in strumenti di accumulazione e poi, quando la crisi internazionale del Capitale si fa non più sanabile, di guerra.
L’unione internazionale del proletariato si dovrà opporre senza compromessi alla divisione nazionale imposta dal Capitale e al suo continuo massacro di lavoratori in tutto il mondo! Per l’umanità lavoratrice, l’unica salvezza è la Rivoluzione proletaria internazionale contro il Capitale!