Internacionālā Komunistiskā Partija

Materiali sulla storia della rivoluzione russa

Apakšieraksti:

  1. Materiali sulla storia della rivoluzione russa Pt.1
  2. Materiali sulla storia della rivoluzione russa Pt.2

Crediamo di far cosa gradita ai lettori di Rassegna Comunista anticipando loro la conoscenza del presente scritto, che uscirà presto come prefazione dell’edizione italiana dei ” Materiali ” a cura della Libreria editrice del P.C. d’Italia.

Il titolo suo indicato è quella di un’importantissima collezione edita dalla benemerita “Arbeiterbuchhandlung” di Vienna, e che la ” Libreria editrice del P.C. d’Italia” si propone di riprodurre a mano a mano in italiano. Finora sono usciti nell’edizione tedesca i seguenti scritti:

1) LENIN, Die drohende Katastrophe und wie soll man sic bekampfen? (La catastrofe imminente: come evitarla?);

2) LENIN, Werden die Bolscheviki die Staatsmacht behaupten? (Potranno i Bolscevichi mantenere il potere?);

3) LENIN, Die Lehren der Revolution (Gli insegnamenti della rivoluzione);

4) LENIN, Zur Agrarpolitik der Bolsceviki ( Sulla politica agraria dei Bolscevichi);

5) TROTSKY, Der Charakter der russischen Revolution (Il carattere della rivoluzione russa);

6) LENIN, Aufgaben des Proletariats in unserer Revolution ( I compiti del proletariato nella nostra rivoluzione).

Si tratta di alcuni tra i più importanti scritti dei due massimi teorici e pratici della rivoluzione russa, pensati e in gran parte pubblicati in quel critico e fortunoso periodo, di capitale importanza per lo sviluppo della rivoluzione mondiale del proletariato, che va dal marzo al novembre del 1917, dalla rivoluzione piccolo-borghese, democratica, patriottarda, alla sua trasformazione in rivoluzione proletaria, socialista, internazionalista, prima e decisiva tappa della rivoluzione mondiale. Già il tempo in cui questi scritti furono composti, e il nome degli autori, basterebbero a metterne in rilievo la eccezionale importanza, ma questa risiede ben più nella materia di essi, e nel modo con cui è trattata. Infatti essi sono i documenti autentici del modo con cui i grandi avvenimenti della più grande rivoluzione che registri la storia si sono rispecchiati nella coscienza di due tra i maggiori artefici di essa, vi hanno acquistato forma di convinzione teorica determinatrice di azione pratica alla luce del metodo marxista, per diventare infine cardini e leve dell’ulteriore sviluppo della rivoluzione medesima.

Marx osservò acutamente che le rivoluzioni proletarie presentano uno speciale carattere di criticare e rivedere continuamente se stesse, i loro metodi, i loro risultati, i loro errori. Infatti, soltanto la rivoluzione proletaria appare nella storia come un movimento cosciente dei suoi fini e dei suoi mezzi. La rivoluzione russa presenta in modo spiccatissimo questo carattere. Nessun uomo politico ha così attentamente e realisticamente quanto Lenin pesato tutte le probabilità di un’azione, calcolato i rapporti reciproci tra le forze in essa impegnate o interessate: nessuno, neanche i più maligni critici borghesi, ha saputo con altrettanta acutezza, praticità e sincerità segnalare gli errori della rivoluzione, le sue debolezze, le sue sconfitte, cioè in gran parte le proprie sconfitte. Questi scritti perciò presentano anche un particolare interesse come modelli di autocritica marxista, di quella critica che non è frutto di disperazione o di scetticismo, ma di quella fede nella rivoluzione, che isola gli errori al fine di trarne insegnamento per l’azione futura. Essi costituiscono la base su cui dovrà essere edificata, quando sarà possibile tentarlo, la ricostruzione storica della rivoluzione russa. Né soltanto a questo lato puramente teorico, retrospettivo, si limita l’interesse che questi scritti presentano per chiunque appartiene alla causa della rivoluzione proletaria. Ben più, essi hanno portata pratica, attuale, di primo ordine.

Essi trattano infatti e risolvono problemi, che si sono affacciati alla prima volta nel corso della rivoluzione russa, ma che sono indubbiamente destinati a risorgere, in forma più o meno modificata ma con un contenuto sostanzialmente identico, sempre che in un punto qualsiasi del mondo il proletariato sia sceso in lotta per la conquista del potere. Certamente, il proletariato russo si trovò, nel 1917, in condizioni che in parte verosimilmente non si riprodurranno più altrove: per esempio, di fronte ad una borghesia impreparata e disorganizzata, ad una piccola borghesia, specialmente rurale, incline a solidarizzare col proletariato rivoluzionario per insofferenza dei pesi insopportabili della guerra imperialista ecc. E quindi nei paesi dell’Europa occidentale la rivoluzione proletaria verosimilmente assumerà parvenze in parte diverse da quelle che ha avuto in Russia. Ma si tratterà soltanto di parvenze, di manifestazioni fenomeniche, modificate dalla diversità di clima storico, di una stessa sostanza sociale, di un unico movimento. E quindi i quesiti che si presentarono spontaneamente nello svolgersi della rivoluzione russa si riaffacceranno in sostanza dappertutto; e il modo autonomo, originale, con cui essi sono stati risoluti in Russia, dovrà necessariamente servire come base sperimentale per lo studio della soluzione di essi in ogni altro paese. La rivoluzione proletaria si troverà nell’Europa occidentale Condizioni migliori di quelle verificatesi in Russia anche per il fatto che essa potrà disporre appunto delle esperienze Russe, cementate dalla controprova della realtà, e potrà quindi evitare molti errori ed incertezze, risparmiare molti giri tortuosi, fissare con maggior sicurezza le mete raggiungibili ad ogni tappa del suo cammino.

Sotto un certo aspetto può darsi che la rivoluzione mondiale del proletariato si sia iniziata, come processo dialettico, con la guerra mondiale. Certamente, la fase iniziale di tale processo va ricercata anche in un tempo anteriore alla guerra, in tutto il decennio che la precedette e che fu caratterizzato dallo sviluppo del capitalismo verso il monopolio e dal conseguente continuo acuirsi dei contrasti in seno ad esso. A questa fase preparatoria della guerra imperialista e della rivoluzione corrispose, né poteva essere altrimenti, un crescente risveglio delle tendenze radicali, rivoluzionarie, del movimento operaio internazionale, segnato dalla reazione dell’ala sinistra della socialdemocrazia tedesca ( Luxemburg, Mehring e fino a un certo punto e per un certo tempo Kautsky ) contro il revisionismo dalla vittoria della tendenza bolscevica in seno alla socialdemocrazia russa, e da quella dell’ala intransigente del Partito socialista italiano, per non ricordare che i sintomi più appariscenti. Già nel 1909 Kautsky, nella “Via al potere” riconosceva “iniziata l’età della rivoluzione”. Ma, nonostante questi sintomi del nuovo orientamento della coscienza proletaria, fin allora per lunghi decenni assolutamente in balia del riformismo, soltanto lo scoppio della conflagrazione mondiale fece penetrare in gruppi sempre più numerosi di pensatori e dei lavoratori socialisti e la convinzione dell’avvento dell’età rivoluzionaria.

E ai primi tempi della guerra mondiale risalgono. Alcuni dei “Materiali” che andiamo esaminando. Il primo quesito suscitato dalla guerra, in quanto concerneva movimento proletario, era questo: “Che specie di guerra è questa?”

Della grande maggioranza dei socialisti in tutto il mondo, e specialmente dei due più importanti più ricchi di tradizioni dai partiti socialdemocratici, quelli di Germania e Francia, risposero che si trattava di guerra nazionale difensiva, contro l’imperialismo anglo-russo per gli uni e contro quello tedesco degli altri: e si accodarono alla rispettiva borghesia, scavandosi irreparabilmente la tomba. Altre minori correnti socialdemocratiche – variopinto miscuglio di irresoluti, di confusionari, di opportunisti – si dichiararono bensì più o meno contro la guerra, ma per motivi di umanitarismo e di pacifismo piccolo borghese, che non avevano rapporti con gli interessi del proletariato come classe in lotta permanente con una borghesia dominante e belligerante. L’esempio più vasto di tale atteggiamento fu offerto precisamente dal Partito socialista italiano, che per bocca di Lazzari, segretario del Partito e capo riconosciuto della tendenza ” intransigente ” allora predominante nel Partito, proclamò la formula: – ” non aderire alla guerra, ma non sabotarla”. In fondo, come si vede, anche questa tendenza si metteva sul terreno “nazionale “.

Contro il socialpatriottismo e il socialpacifismo – germe quest’ultimo del futuro centrismo – per lunghi anni non si sentì che la voce isolata di alcuni esuli russi sperduti e quasi ignorati nell’asilo svizzero. Ma questa vox clamantis in deserto trovò a poco a poco la via del cuore e del cervello del proletariato mondiale risvegliantesi a poco a poco, tra l’acre fumo sanguigno della guerra maledetta, e divenne la Diana della nuova vendicatrice età della rivoluzione proletaria. Infatti, fin dal principio della guerra Lenin e altri bolscevichi russi, e esuli dopo la disfatta della prima rivoluzione russa, si erano risolutamente schierati contro tutte le interpretazioni patriottiche od opportuniste della guerra allora dominanti quasi senza contrasto in seno a tutti partiti socialdemocratici ufficiali. In una serie di articoli, con passi tra il 1914 e il 1916 sulle riviste svizzere “Sozialdemokrat” e “Kommunist” (ripubblicati poi nel 1918 a cura del Soviet di Pietrogrado col titolo: “G.ZINOVIEV e N.LENIN, Contro la corrente” in un volume, che merita di essere edito anche da noi), Lenin risponde risolutamente: no, la guerra non si combatte per l’indipendenza delle nazioni, per la difesa della patria, ma unicamente per vedere quale dei due gruppi dell’imperialismo di rapina, l’inglese o il tedesco, dovrà rapinare il mondo senza concorrenti: essa è il prodotto inevitabile dell’evoluzione del capitalismo giunto alla sua ultima fase, e l’opera nella rivoluzione del proletariato.

Non sappiamo resistere alla tentazione di riprodurre i passi relativi a tale questione contenuti nel “Manifesto di sinistra di Zimmerwald ” (settembre 1915), opportunamente ristampato nei ” Materiali” ( Aufgaben, p.64). Esso fu redatto da Lenin in collaborazione con Zinoviev, Radek, Winter ( Lettonia), Hoglund ( Norvegia), Platten (Svizzera) e nella votazione avvenuta in seno alla Commissione di redazione nominata dalla Conferenza di Zimmerwald ebbe anche il voto di Trotsky e della Roland-Host.

La voce cominciava ad acquistar lena! Naturalmente, a questa proposta di manifesto, che rimase in minoranza con 12 voti contro 19, si guardarono bene dall’aderire i delegati italiani.

“La guerra mondiale è una guerra imperialistica, fatta per lo sfruttamento politico ed economico del mondo, per il dominio dei mercati, delle fonti di materie prime, dei territori di collocamento di capitali ecc. Essa è un prodotto dell’evoluzione capitalistica, che a un tempo lega tutto il mondo in un unico complesso economico e lascia sussistere i gruppi capitalistici indipendenti, nazionali-statali, con interessi contrastanti”.

Ma con la constatazione del contenuto imperialistico della guerra era bensì chiusa la discussione con gli aperti socialipatriotti, non però con quella specie di essi -tanto più pericolosa e tanto abbondante specialmente in Italia e che fu la vera trionfatrice a Zimmerwald – la quale era bensì “all’opposizione” contro la guerra e ne riconosceva il carattere imperialista, ma praticamente rifiutava di giungere alla logica conclusione nettamente esposta nel manifesto della sinistra che affermava:

“la soluzione non è la pace civile, ma la guerra civile“, la ribellione del proletariato contro il macello e contro il sistema sociale che lo determinava. Gli elementi centristi di Zimmerwald invece sostenevano la possibilità di mettere fine alla guerra senza la rivoluzione proletaria, mediante la pressione legale e pacifica del proletariato sui rispettivi governi (concetto che, come è noto, condusse al miserando fiasco dell’ abortita Conferenza di Stoccolma). A queste illusioni rispondeva il manifesto della sinistra: “contro tutte le illusioni, secondo cui sarebbe possibile mettere le basi di una pace durevole e del disarmo mediante decisioni della diplomazia e dei governi, i socialdemocratici rivoluzionari debbano sempre ripetere alle masse popolari che tanto la pace duratura come la liberazione dell’umanità possono essere attuate soltanto dalla rivoluzione sociale”.

Alla testa del centrismo pacifista stavano i Kautsky, i Martof, i Grimm, i Modigliani ecc. E fu appunto Kautsky a formulare la teoria di tale tendenza. Egli infatti ammetteva bensì della guerra fosse imperialista e come tale dovesse venir combattuta, ma considerava l’imperialismo non come una manifestazione organica e necessaria del capitalismo, bensì come una malattia di esso, di alcune sue parti, come ” una politica ” del capitalismo, non come ” la politica “; sicché si poteva combattere e vincere l’imperialismo – ecco la molla dell’opportunismo – porre dentro i quadri del capitalismo, senza dover rovesciare preventivamente questo. A questa tesi Lenin rispose con quel mirabile libero che è l’Imperialismo come più recente fase del capitalismo, che costituirà certo uno dei documenti più importanti di una futura collezione di ” Materiali della rivoluzione mondiale “. La risposta suonava: ” No, l’imperialismo non è ” una politica ” che il capitalismo possa seguire oppure no, ma è l’essenza stessa del capitalismo, giunto alla sua attuale fase di capitalismo finanziario monopolistico: per conseguenza una lotta contro l’imperialismo ha significato solo quando essa si sia rivolta contro il capitalismo tutto intero, e miri a eliminarlo totalmente”.

Che cosa doveva sottentrare al posto del sistema capitalista di produzione abbattuto dalla rivoluzione proletaria? Già nell’ “Imperialismo” Lenin aveva indicato come lo stesso capitalismo imperialista, con la sua intensa concentrazione della produzione, con gli sforzi verso una regolarizzazione e distribuzione sistematica di essa, dimostrava che le forze vive nell’economia evolvevano nella direzione di una produzione accentrata, socializzata; ma le forme precise, in cui questa trasformazione sarebbe avvenuta, e specialmente i gradi di transazione di necessari per pervenirvi e la sovrastruttura politica che a tali fasi avrebbe corrisposto, non potevano esser allora indiziati. Lenin, come Marx, non è né vuol essere un profeta, ma semplicemente un osservatore; è soltanto l’osservazione diretta delle vie spontaneamente scelte dalla rivoluzione proletaria poteva far riconoscere i contorni precisi che andrebbe assumendo la nuova società. Questo lavoro di osservazione e di riconoscimento non fu possibile se non quando la rivoluzione proletaria, secondo le previsioni di Lenin, effettivamente scoppio: e proprio dove pareva meno da aspettarsi, in Russia.

A questo punto, logicamente e cronologicamente, si riferisce quello, tra gli scritti esaminati, che è segnato col n.6 ( Aufgaben, ecc.). Esso si compone essenzialmente di due documenti: 1) la relazione fatta oralmente da Lenin nell’assemblea generale tenuta il 4 (17) aprile a Pietrogrado da socialdemocratici di tutte le correnti, relazione rimasta famosa per l’audacia con cui impostava il problema della rivoluzione proletaria, e che poi, messa in iscritto, servì come piattaforma del programma approvato dal Partito bolscevico nel suo Congresso del 24-29 aprile; 2) le tesi con cui il Lenin accompagnò la relazione nell’accennata assemblea del 4 aprile.

La questione fondamentale era appunto quella di determinare la natura e la tendenza della rivoluzione russa. I Menscevichi la consideravano semplicemente come rivoluzione borghese, nella quale il proletariato non spettava altro compito che quello di aiutare la borghesia liberale a sbarazzarsi del regime feudale-assolutistico dello zarismo, ottenendo per sé il godimento delle libertà borghesi che poi li avrebbero permesso di raggiungere lo stesso livello dei proletariati di Occidente. Per loro, pensare alla rivoluzione proletaria, alla possibilità di instaurare il socialismo in un paese arretrato e con tanta prevalenza del contadiname, era una pazzia; e i Soviet, da loro completamente dominati insieme con i Socialrivoluzionari, anche se perfettamente d’accordo, in generale, con i menscevichi in quanto apprezzamento della rivoluzione, dovevano servire soltanto a liquidare la rivoluzione borghese, dopodiché, cessata la lotta per la libertà, avrebbero dovuto scomparire per dar luogo alle consuete forme sindacali dell’organizzazione proletaria.

Questa concezione è battuta in breccia con una chiarezza quasi divinatoria da Lenin che, tra lo stupore generale, e l’opposizione di alcuni dei suoi stessi compagni di partito come Kamenef, proclamò invece la rivoluzione russa non essere altro che l’introduzione, il primo atto della rivoluzione proletaria da lui già preannunziata come inevitabile corollario della guerra imperialistica. Per lui, il contenuto sociale del ” doppio Governo ” esistente in quel momento ( Governo provvisorio e Soviety) consisteva nel tentativo della borghesia, assecondata più o meno inconsciamente da Menscevichi e Socialrivoluzionari, di rafforzare il proprio dominio, riducendo i Consigli di operai e soldati a impotente funzione decorativa, e spianare così la via alla restaurazione della monarchia sottoveste ” costituzionale “. Egli invece vedeva sin da allora nei Soviet, per quanto allora dominanti da avversari, i futuri organi del potere proletario, l’organizzazione dello Stato proletario formantesi sulle rovine dello Stato borghese:donde la famosa formula “tutto il potere ai Soviet”.

Ma la rivoluzione proletaria così iniziata in un punto non poteva rimanere circoscritta alla sola Russia: essa per sua natura era internazionale, e poteva riuscire soltanto su scala mondiale. Pertanto, tutta una interessantissima sezione dell’opuscolo è destinata ad esporre il fallimento della Seconda Internazionale e anche di quella di Zimmerwald. Essa conserva ancora tutta la sua primitiva importanza, giacché la lotta degli elementi rivoluzionari contro i riformisti e centristi, per la creazione di una Terza Internazionale di lotta, è più che mai di attualità in Occidente.

Già in queste prime formulazioni programmatiche dei compiti della rivoluzione Lenin e il suo partito avevano messo in rilievo la necessità della rivoluzione del proletariato contro il capitalismo si appoggiasse a quella dei contadini contro il latifondo di carattere più o meno feudale, e quindi avevano cercato di schierare intorno ai Soviet non solo gli operai ma anche i contadini. La questione dei rapporti della rivoluzione proletaria con la piccola borghesia rurale, non socialista, richiamò sempre, come è noto, la particolare attenzione di Lenin e del Partito bolscevico. Ad essa è dedicato l’opuscolo n.4 ( Zur Agrarpolitikecc). Esso contiene: 1) la deliberazione sulla questione agraria approvata dalla ricordata di Conferenza pan russa del Partito bolscevico 24-29 aprile 1917; 2) una lettera aperta di Lenin al primo Congresso pan russo dei deputati contadini (maggio); 3) il discorso tenuto da Lenin il 22 maggio al detto Congresso; 4) la mozione presentata da Lenin al Congresso stesso; 5) un articolo di Lenin del 29 agosto intorno al programma di rivendicazioni formulato dal Congresso; 6) il decreto emanato il 26 ottobre (8 novembre), all’ indomani della rivoluzione proletaria vittoriosa, compilato anch’esso da Lenin; 7) una lettera di Lenin del 18 novembre, sull’alleanza tra operai e contadini. Come dice lo stesso autore della prefazione, ” questi documenti ed articoli considerati nel loro complesso da non è stato quadro dello sviluppo delle teorie del bolscevismo durante mezzo anno di rivoluzione nonché dell’applicazione pratica di tali teorie”.

Anche in questo campo la concezione bolscevica cozzava aspramente con quella dei socialisti conciliazionisti. Questi consideravano la riforma agraria, cioè l’assegnazione della terra ai contadini coltivatori, come un semplice membro della rivoluzione borghese, non in contrasto, ma in connessione con l’ordinamento borghese della società, devono perciò risolverla mediante un accordo dei contadini con la borghesia liberale – cioè capitalista – catastrofe accordo che doveva essere formulato da un corpo a interessi borghesi, dalla Costituente. Lenin nel citato articolo in cui esaminava le rivendicazioni formulate dal Congresso dei contadini, dimostrò lucidamente che esse non erano conseguibili sulla via di un accordo coi capitalisti, ma unicamente mercè l’alleanza dei contadini col proletariato, guida della rivoluzione.

Egli riconosceva che la nazionalizzazione della successiva ripartizione delle terre tra i contadini era una misura borghese, che non avrebbe risolto la questione per la grande maggioranza dei contadini poveri, tuttavia riteneva che il Partito dovesse appoggiarla, sia perché, dati gli stretti vincoli tra il capitalismo bancario-industriale della grande proprietà terriera, l’abbattimento di quest’ultima costituiva un grave colpo anche per il primo, sia perché la scomparsa degli avanzi del feudalesimo, togliendo il terreno su cui era stata possibile sin allora la lotta comune dei grandi e piccoli contadini, avrebbe permesso alla lotta di classe di spiegarsi liberamente anche nella campagna, preparando anche qui le condizioni concrete per l’introduzione del socialismo.

A questo chiaro e risoluto programma di sviluppo della rivoluzione si opponeva l’irrisolutezza dei Partiti che allora erano in maggioranza presso il proletariato, sebbene propriamente rappresentassero le tendenze piccolo-borghesi, cioè del Menscevichi e dei social-rivoluzionari. Costoro si erano afferrati alla ” interpretazione marxista ” di Plechanov, secondo cui la rivoluzione russa era ” borghese ” e quindi “non poteva farsi senza la borghesia” per giustificare la loro invincibile ripugnanza ad assumere il potere, la loro sfiducia nella forza creativa del proletariato, la loro venerazione per le capacità organizzative della borghesia, e per fondare quindi la loro politica di conciliazione e di collaborazione di classe.

I risultati pietosi di questa politica sono analizzati da Lenin nel primo dei tre articoli raccolti nel fasc. 3 ( Lehren) e da Trotsky nel n.5. L’articolo di Lenin, scritto subito dopo il fiasco dell’avventura kornilovista, è una breve sintesi magistrale dall’andamento della rivoluzione dal marzo al luglio. La rivoluzione è fallita, essa non ha saputo risolvere nessuno dei grandi problemi postisi: né quello della libertà, né quello della pace, né quello del pane, né quello della terra. “Per regolare la questione della terra bisogna aspettare la convocazione dell’Assemblea costituente: per convocare questa, bisogna aspettare la fine della guerra; per finire la guerra, occorre aspettare la vittoria decisiva”. Con questo circolo vizioso di illusioni da borghesia, zelatamente assecondata dai suoi valletti nel campo operaio, tende e va a paralizzare il proletariato fino al momento opportuno di rimettergli il morso.

Lenin ci dà una precisa per quanto sobria analisi delle fasi attraverso in cui si compie questo indietreggiamento della rivoluzione russa. Subito dopo la rivoluzione di febbraio la borghesia capitalista, politicamente rappresentata dai cadetti, approfittando della propria organizzazione, attrae a sé il potere, e attorno ad essa si raggruppano i latifondisti e tutti gli elementi reazionari.

Ma contro di essa sorge l’organizzazione spontanea e indipendente del popolo nei Soviety. La storia dei primi cinque mesi della rivoluzione è caratterizzata dal conflitto tra questi due raggruppamenti di forze, dal cosiddetto ” doppio governo ” del Governo provvisorio e del Soviet di Pietrogrado. La prevalenza ottenuta in quest’ultimo e più nei Soviety provinciali dai Socialrivoluzionari e Menscevichi, con la loro politica di conciliazione, condannò i soviety all’impotenza, mentre la borghesia accortamente manovrava, assecondata dai ” socialisti ” conciliazionisti, per crearsi un nuovo apparato di potere in luogo di quello crollato dell’autocrazia. “Così si andò avanti a grado a grado. Una volta che i Social-rivoluzionari e Menscevichi erano entrati nel piano inclinato degli accordi con la borghesia, dovettero continuare a ruzzolare sempre più; e finirono per rotolare fino al precipizio. Il 28 febbraio messi del Soviet di Pietrogrado concessero un condizionato appoggio al Governo borghese. Il 16 maggio lo salvarono dal crollo, e acconsentendo all’offensiva sul fronte divennero servitori e difensori del Governo. Il 9 giugno si compì la loro unione controrivoluzionaria con la borghesia nella selvaggia campagna di menzogne e di calunnie contro il proletariato rivoluzionari. Il 19 giugno trovarono il rinnovamento della guerra di rapina. Infine il 3 luglio di avere le loro consenso alla chiamata di truppe controrivoluzionarie, ciò che significava l’inizio della definitiva cessione del potere ai bonapartisti”. ( Lekrenp.23).

A questo punto si ricollegano agli articoli di Trotsky, da lui mandati dal carcere di Kresty, dov’era stato rinchiuso come partecipe all’insurrezione di luglio, al “Proletarii”, nuovo organo dei Bolscevichi dopo la soppressione della ” Pravda ” ordinata dal Governo del ” socialista rivoluzionario ” Kerensky.

Dopo i falliti i modi di luglio, la reazione acquista sempre maggior forza, ma non avendo ancora la forza sufficiente per affermare essa tutto il potere, si copre coi ” ministri socialisti “, il cui inevitabile fallimento le avrebbe poi spianata la via: quindi la uscita clamorosa dei Cadetti dal gabinetto di coalizione ( giugno ). Infatti la impotenza teoretica e tattica dei socialisti di governo autorizzava le speranze della borghesia. Essi non sapeva trovare alcuna via di uscita, avviluppandosi sempre più nella contraddizione tra le promesse di ” pace giusta ” fate al principio della rivoluzione per assecondare l’irresistibile desiderio di pace delle masse, e l’impegno assunto con la borghesia di ” rimanere fedele alle alleanze, e che, cioè all’imperialismo dell’Intesa.

In tale situazione,essendosi dimostrato impossibile il ” doppio governo”, non volendo i socialisti predominanti nei Soviety assumere tutto il potere da soli per mancanza di coraggio e di fiducia nelle capacità del proletariato, ed essendo d’altra parte la borghesia capitalista non sufficientemente forte per assumere essa direttamente il potere, non rimaneva altra soluzione che la dittatura bonapartista ” al di sopra delle classi “. Kerensky convocò la cosiddetta ” Conferenza di Stato ” di Mosca appunto per spianarsi la via alla dittatura, eliminando l’autorità dei Soviety, al quale scopo doveva servire precisamente la Conferenza. Ma Trotsky con un’ acuta analisi delle cause dello sfacelo dell’esercito, che mostra già in lui il futuro organizzatore dell’Esercito rosso, dimostra che anche la via della dittatura bonapartista è chiusa perché non esiste più una forza militare organizzata su cui quella possa fondarsi:e a poco tempo di distanza il fiasco dell’avventura di Kornilov doveva dargli completamente ragione. Pertanto, se si doveva uscire dal caos che rovinava tutte le forze produttive del paese, senza cadere nella condizione di colonia dell’imperialismo straniero, non rimaneva altra via che questa: il partito bolscevico si metta risolutamente alla testa delle masse e lotti per la dittatura del proletariato, creando una nuova organizzazione statale accentrata intorno al Soviet di Pietrogrado.

Siccome però il successo finale della rivoluzione russa dipende dallo sviluppo della rivoluzione europea, e specialmente della tedesca, occorre contemporaneamente lavorare e raggruppare in tutto il mondo le forze rivoluzionarie, staccandole dalle antiche organizzazioni operaie ormai fallite.

Sicché la rivoluzione russa era ormai dalle sue interne contraddizioni portata ad un punto, che o doveva indietreggiare verso un regime di reazione burocratico-militare, o uscire dai limiti della democrazia borghese e tentare di avviarsi al socialismo, sostenuta dal proletariato della grande industria e guidata dal suo partito, dai Bolscevichi. Questi nell’ora decisiva assunsero il posto di responsabilità loro irrefutabilmente assegnato dalla storia, e subito dopo l’avventura kornilovista iniziarono quella grande azione di propaganda intensiva, che dopo meno di due mesi doveva concentrare tutto il potere nelle loro mani.

Ma non bastava aver visto e dimostrato che tutto l’andamento della rivoluzione portava all’avvento al potere del partito proletario: questo, per trar seco le grandi masse della piccola borghesia urbana e specialmente rurale, doveva dimostrare di avere un programma di azione pratica immediato e rispondente ai bisogni generalmente sentiti dalle grandi masse lavoratrici. E a ciò si accinse Lenin, ancora profugo e nascosto dopo gli avvenimenti di luglio, con lo scritto n.1 ( Katastrophe), pubblicato verso la metà di settembre. Egli qui non si presenta come un visionario utopista, che voglia creare tutta d’un pezzo una società nuova, sulla base di puri principi teorici; ma bensì come il politico pratico, che cerca bensì di trarre dalla situazione tutto quanto essa può dare per avvicinarsi a ciò, che non tanto è l’aspirazione ideale quanto lo sbocco oggettivamente necessario di tutta la precedente evoluzione storica, al socialismo, ma non forza la situazione, non cerca di precedere la storia.

Lenin sa che non si può ” introdurre ” socialismo, tanto meno un paese economicamente arretrato come la Russia: massa che si può fare qualche cosa, che mentre può trattenere l’imminente catastrofe economica, e alleviare le sofferenze delle classi lavoratrici, a un tempo significa il primo passo verso il socialismo. Questo qualche cosa è la nazionalizzazione dell’economia, lo stabilimento di un sistema di controllo statale, esercitato dalle organizzazioni operaie, che mentre lascia intatta la proprietà privata, impedisce però che essa sia usata contro il popolo a beneficio esclusivo di un ristretto gruppo di speculatori. Lo sfacelo della produzione capitalistica, causato dalla guerra, l’inettitudine del Governo di coalizione, avevano accresciuto in modo spaventoso il disordine economico, e si avvicinava a grandi passi la rovina e la fame. Non vi era altro rimedio che quello di stabilire un controllo e una regolamentazione di tutta la vita economica, che mettesse fine all’anarchia produttiva, allo sperpero, al sabotaggio, e permettesse di usare razionalmente, a vantaggio di tutti, le esistenti riserve di viveri, di materie prime, di forze di lavoro ecc.. I provvedimenti adottati a tale scopo secondo Lenin erano i seguenti: 1) nazionalizzazione delle banche; 2) nazionalizzazione dei trusts e cartelli industriali; 3) abolizione del segreto commerciale; 4) sindacazione obbligatoria di tutti gli intraprenditori; 5) riunione obbligatoria di tutta la popolazione in associazioni di consumo.

Tutto ciò, osserva Lenin, si può fare anche il regime capitalista tant’è vero che in gran parte era stato attuato dai governi belligeranti; si trattava soltanto di volgere il controllo statale della produzione, il “monopolio capitalistico di Stato”, a vantaggio dell’intera popolazione, affidando contro lo stesso alle organizzazioni proletarie. Con ciò esso avrebbe cessato di essere monopolio capitalista, e avrebbe avviato al socialismo; ma, osserva Lenin, dalla fase del monopolio capitalista di Stato, completatasi durante la guerra, non si può uscire se non facendo i primi passi appunto verso il socialismo, che si presenta così come unico scampo, per forza di cose, dalla “imminente catastrofe”. La regolarizzazione dell’economia nazionale mediante il controllo esercitato dallo Stato operaio avrebbe a un tempo risolto la questione della guerra, da un lato accrescendo la forza di resistenza del paese, dall’altra togliendo la direzione della vita pubblica alla borghesia capitalista e permettendo così di romperla decisamente con l’imperialismo, solo modo di affezionare le masse all’idea della difesa armata della rivoluzione.

Ci avviciniamo all’epilogo di questo gran dramma preparatorio della rivoluzione proletaria. Ormai le masse sono coi Bolscevichi, e li urgono anzi ad agire per attuare loro programma: “conclusione immediata della pace; immediata consegna delle grandi proprietà fondiarie ai Comitati dei contadini; abolizione dell’oppressione nazionale; eliminazione del Governo di coalizione borghese-menscevica, passaggio di tutto il potere ai Consiglio dei deputati operai e contadini”. Gli argomenti alla forza della borghesia, e anche dei Menscevichi e dei Socialrivoluzionari di destra, non contano più, sono superati. Ma vi è ancora un ultimo ostacolo: quello costituito dagli esitanti, dai dubbiosi, dagli irresoluti ancora imbevuti di pregiudizi piccolo-borghesi, rappresentati specialmente dai “semibolscevichi” della “Novaia Cizn”, il giornale di Gorky. Essi opponevano che il proletariato russo non era maturo ad assumere il potere, e che ove se ne fosse impadronito, non lo avrebbe potuto mantenere perché ” era isolato dalle altre classi del paese; perché non era in grado di impadronirsi tecnicamente dell’apparato statale; perché non avrebbe potuto poi saputo metterlo in azione; perché la situazione era troppo complicata; perché il proletariato non sarebbe stato in grado di resistere alla pressione della forza avversarie che avrebbero spezzato via non solo la dittatura proletaria, ma anche tutta la rivoluzione “. Insomma, gli stessi argomenti, che si sono sentiti si sentiranno sempre partire dalle file stesse dei “rappresentanti del proletariato” nel momento in cui questo si accinge a romperla con le tradizioni della soggezione alla borghesia e ad assumere le proprie mani le sue sorti. Ma Lenin dimostra che esistano le premesse oggettive e soggettive della rivoluzione sociale. Vale a dire l’esistenza di un Partito seguito dalla maggioranza dell’avanguardia proletaria rivoluzionaria in tutto il paese, la completa bancarotta politica e morale dell’antico governo, la mancanza del senso della sicurezza negli elementi oscillanti. E ai dubbiosi grida: “Dopo la rivoluzione del 1905 la Russia fu governata da 130 mila latifondisti, che violentavano e schernivano 150 milioni di uomini e ne costringevano la maggioranza a lavorare da schiavi per una esistenza di miseria: e perché dunque i 250.000 membri del Partito bolscevico non potrebbero essere in grado di governarla nell’interesse dei poveri contro i ricchi?”.

Alla questione della pretesa impossibilità del proletariato di far funzionare il meccanismo statale, Lenin rispose esaurientemente in “Stato e rivoluzione”, scritto poco tempo dopo, dimostrando come lo si tratti di far funzionare l’antico apparato statale, che va distrutto, ma di crearne uno nuovo, espressione del dominio di classe del proletariato, e quindi conformato alle capacità di questo. L’esperienza ha brillantemente dimostrato di Bolscevichi avevano la forza e di distrugger l’uno e di creare l’altro.

Con questa ammirevole consapevolezza dei fini, il partito bolscevico e il suo grande duce si preparavano a cogliere l’occasione forse unica offerta dalla storia. Questa dimostrò che non solo che il loro programma era attuabile, anzi l’unico attuabile in Russia, ma lo sorpassò di molto, imponendo quella socializzazione integrale, che, come si può desumere da quanto abbiamo detto, non era nelle intenzioni iniziali dei Bolscevichi, che per allora non andavano oltre la nazionalizzazione e il controllo.

E ora, superato il periodo della guerra civile ed esterna e delle misure di guerra, essi sono in gran parte tornati al limitato programma primitivo. Anche sotto questo aspetto i “Materiali” hanno suggestiva importanza, giacché dimostrano come in più grande dei partiti comunisti, pur sentendo prossimo suo trionfo, vedeva come sul terreno economico si dovesse dapprincipio limitare a semplici misure di transizione.

Dalla viva scuola dell’esperienza rivoluzionaria di comunisti russi avevano preso tanto l’audacia quanto l’equilibrio e la prudenza.