Due organizzazioni sindacali due armi dell'imperialismo
Tutti i nodi vengono al pettine, dice un vecchio e popolare adagio, e anche quelle dell’unità sindacale, costituitosi nel 1943 in pieno svolgimento della guerra imperialista sul più ignobile dei compromessi, si è sciolto nel momento storico e psicologico più favorevole alle forze egemoniche del capitalismo mondiale, come noi, su queste colonne, avevamo già scontato.
È fuori dubbio che gli ultimi avvenimenti hanno segnato un approfondirsi del solco che divideva i due maggiori raggruppamenti imperialistici ed un incrudirsi della lotta fra i partiti che sui vari piani nazionali operano in favore dell’uno o dell’altro blocco con conseguenze sempre più catastrofiche per la classe operaia. Infatti, quest’ultima è uscita dalle recenti agitazioni a catena, e dallo stesso sciopero generale, profondamente scoraggiata e colla sensazione precisa di aver subito una cocente disfatta.
Di tutto ciò non poteva non approfittare quella corrente politica che più apertamente si fa interprete della forza egemonica mondiale che praticamente controlla e dosa le possibilità di azione dell’economia italiana.
Giudicata da questo punto di vista, la scissione sindacale ormai in atto va considerata, nella successione dei fatti, come corollario ad un’azione e direttiva politica che prende le mosse dalla cacciata dei socialnazionalcomunisti dal governo. In parole semplici: se i democristiani hanno ritenuto, circa un anno fa, ormai superata la necessità del governo tripartito, bisognava intendere quella iniziativa nel senso che ormai la ricostruzione dello stato aveva raggiunto un punto tale per cui si riteneva superflua la collaborazione al governo di forze politiche che si opponevano alla sola politica estera che consentisse la ricostruzione dell’economia sulle basi tradizionali della accumulazione capitalista, senza sconvolgimenti troppo bruschi e nel rispetto degli interessi di tutte le clientele legate al processo di riconsolidamento dello Stato.
Messi in luce i motivi essenziali che stanno alla base della scissione sindacale, quelli di cronaca che l’hanno accompagnata perdono di colore e le stridule voci delle novelle oche capitoline contro il cosidettto tradimento della corrente democristiana, non riusciranno mai a mascherare il loro reale – e storicamente documentato dai loro atti – tradimento degli interessi permanenti della classe operaia.
Dalla lunga catena di perle gialle che illuminano di sinistra luce il contenuto reazionario ed antiproletario per eccellenza della politica generale e quindi anche sindacale del nazionalcomunismo ne staccheremo una per paragonarla a un episodio della lotta di classe che risale all’agosto del 1922.
Allora come oggi, il massimo organismo sindacale di massa era controllato da autentici traditori del proletariato, e noi, con ferrea continuità, ci siamo sempre battuti contro coloro che dell’arma dello sciopero hanno l’abitudine di servirsi per fini unicamente parlamentari; ci siamo sempre sforzati di dimostrare che lo sciopero conserva tutta la sua efficacia solo se fatto per fini di classe, e quello generale in particolari momenti di crisi generale della società capitalistica come orientamento verso la rivoluzione comunista.
Ebbene, lo sciopero generale dell’agosto 1922 come quello del 14-16 luglio 1948 sono due episodi di lotta che, per la loro impostazione, per il modo come finirono e per le conseguenze che hanno avuto a danno della classe operaia, si rassomigliano come due gocce d’acqua.
I riformisti di allora, a mezzo dello sciopero generale, si proponevano di indurre la monarchia a dar loro l’incarico di formazione del governo permanentemente in crisi proprio alla vigilia della formazione del primo governo Mussolini; i traditori del 1948 si sono serviti dello stesso mezzo non per mandar via il governo nero di De Gasperi (come affiggevano in pomposi manifesti) ma unicamente per indurlo alla formazione di un governo più… costituzionale in cui potessero trovare nuovamente posto gli Scoccimarro, i Gullo, ecc. Nel 1922, è stato sufficiente che Mussolini, non ancora al potere, intimasse pubblicamente ai Buozzi, ai D’Aragona ecc. l’immediata cessazione dello sciopero perché questi obbedissero come all’imperativo della loro coscienza di traditori; allo stesso modo bastò che De Gasperi dicesse seccamente a Di Vittorio che lo stato avrebbe fatto sentire il peso della sua autorità nel ripristino dell’ordine perché fra le maledizioni dei proletari l’esecutivo confederale impartisse l’ordine di cessazione dello sciopero.
La compiacenza di Di Vittorio è stata gratificata con la scissione sindacale. A partire da questo momento, avremo due centrali sindacali che, anche se formalmente opposte, saranno sostanzialmente unite nell’opera di divisione della classe operaia e del suo asservimento alla politica imperialistica e di guerra dei due blocchi, i quali, se non si trovano d’accordo sui grandi temi di politica estera, sanno però intendersi perfettamente nella divisione del patrimonio finanziario della Confederazione che in ultima analisi è patrimonio degli operai organizzati.
Gli sviluppi della avvenuta scissione non mancheranno di avere conseguenze che non è per nulla esagerato chiamare tragiche. Gli operai si troveranno di fronte all’offensiva padronale e governativa più disarmati di quanto lo siano stati fino ad oggi, e, nell’illusione di poter difendere le loro già precarie condizioni di vita, seguendo la via segnata dai due tronconi confederali, precipiteranno verso un maggiore sfruttamento e alla fine nell’abisso di una nuova guerra.
I proletari pensosi del loro avvenire devono porsi il seguente interrogativo: se l’unità della classe operaia attorno a una sola centrale sindacale è stata, per le ragioni a tutti note, impotente a risolvere i più elementari bisogni che premono il proletariato, come sarà mai possibile che diversamente avvenga ora che quella unità non esiste più? I proletari coscienti del fatto che gli interessi della loro classe si difendono sul piano della lotta di classe senza quartiere contro l’imperialismo, sotto qualsiasi colore esso si nasconda, devono anche comprendere che tale lotta può essere condotta solo da un partito il cui programma non ammetta compromessi di nessuna sorta e che contro le soluzioni democratiche o pacifiste ponga come programma immediato a tutte le lotte del proletariato la distruzione dello stato e delle organizzazioni che lo sostengono. Il primo atto che i proletari pensosi di cui sopra devono compiere è quello di sciogliere i dubbi delle loro coscienze rompendo ogni legame con le forze della controrivoluzione e aderendo al partito della rivoluzione. È l’imperativo dell’ora.
M. C.