Una Lapide
Avendo ucciso e sepolto il partito nato a Livorno i dirigenti del P.C.I. , dovevano compier l’opera mettendogli sopra una lapide e mandando ad inaugurarla il più slavato dei congressisti di allora decisosi al gran passo solo in extremis prolungando nel tempo le amletiche incertezze degli ordinovisti, Mauro Scoccimarro.
Non bastava: bisognava uccidere una seconda volta il partito eternandone la fondazione in una lapide che, secondo un altro buon costume borghese, profana in ogni sua riga la memoria del morto.
Esempio più ripugnante di falsificazione il “partito del popolo” non poteva dare. Tutta la realtà di Livorno si leva contro questa indegna lapide, fatta soltanto per tramandare ai secoli il ricordo dell’inarrivabile furfanteria delle gerarchie attuali.
“Partito Comunista Italiano”! Il Congresso di Livorno si riunì sotto il segno dell’applicazione integrale e rigorosa dei 21 punti di Mosca. Il 17° dei quali dice: “Qualunque partito voglia appartenere all’Internazionale Comunista deve portare il nome di Partito Comunista del paese così e così (Sezione della Terza Internazionale)”.
Il partito nato a Livorno si chiamava dunque P.C. d’Italia (sezione della Terza Internazionale) ribadendo nel nome il suo carattere internazionalista, la coscienza d’essere solo in quanto parte del partito mondiale del proletariato: ci voleva lo stalinismo e tutto il resto per farne un “partito italiano” chiamato a ereditare le tradizioni nazionali, che sono, logicamente, tradizioni borghesi.
“Nel nome di Marx. Lenin, Stalin”. A Livorno Stalin fu il grande assente, l’illustre Carneade, peggio ancora di Togliatti o di Scoccimarro. La lettera dell’Internazionale al partito nascente era firmata da Zinovief come presidente dell’Internazionale medesima e, per la Russia, da Lenin, Trotzky, Bucharin, Losowsky: curioso particolare, da tre futuri fucilati come … traditori dal “grande e amato capo”. Per la storiografia togliattiana, Stalin è come lo Spirito santo che aleggia invisibile sulle acque: quando i congressisti applaudivano, dopo il nome di Marx, Engels e Lenin, quello di Trotsky o di Zinoviev, non sapevano, gli ignari, di celebrare il nome di Stalin!
“Alla testa della democrazia”! Livorno segna il taglio netto con ogni tradizione democratica, con ogni ideologia che alla democrazia si ricolleghi. Dopo il 2° punto del Programma votato a Livorno: “Gli attuali rapporti di produzione sono protetti e difesi dal potere dello Stato borghese che, fondato sul sistema rappresentativo della democrazia, costituisce l’organo della difesa degli interessi della classe capitalistica”; secondo la storiografia togliattiana, il partito di Livorno si poneva dunque alla testa dell’ “organo di difesa degli interessi della classe capitalistica”.
Dice il manifesto lanciato al congresso di Livorno: “Il proletariato non arriverà mai al potere né alleandosi con partiti borghesi né servendosi del suffragio elettorale per la conquista dei mandati elettivi nei parlamenti”: i lapidatori togliattiani mettono il partito di Livorno alla testa della concezione esattamente opposta. Essi dicono che la lotta continua per abbattere le ultime, residue catene di un servaggio che ancora dura; essi, che hanno giustificato le più indegne capriole ideologiche e tattiche con l’affermazione che avrebbero appunto spezzato quelle catene; essi che si sono alleati con tutti i partiti borghesi e hanno fatto delle campagne elettorali l’arma della conquista del potere da parte del … proletariato. E naturalmente, non potevano chiudere la lapide che con la parola d’ordine che, a Livorno, li avrebbe posti fuori, non solo dal P.C.d’Italia ma della stessa deprecatissima socialdemocrazia di Turati e Treves.
Mauro Scoccimarro ha messo a Livorno la pietra tombale dello stalinismo al partito Comunista d’Italia. Se bastasse una lapide a seppellire il moto di classe del proletariato!
Chiesa e Stato
IERI
Chiesa e Stato. Vecchia questione che soprattutto negli affari politici italiani ritorna ad ogni momento innanzi.
Secondo il pensiero liberale borghese la religione non dovrebbe essere un affare politico, lo Stato democratico dovrebbe consentire tutte le opinioni religiose e trattare alla stessa stregua i cittadini di qualunque credenza. Ma dalla religione come fatto ideologico si passa al culto, fatto di atti collettivi e pubblici, e alla Chiesa, organizzazione associativa con solide gerarchie ed ingranaggi, con una sua forte tradizione e stretta disciplina. Questo organismo dichiara apertamente di occuparsi non solo della fede e della preghiera, ma del comportamento e delle azioni degli uomini, le giudica, le vieta e le approva, e non è possibile distinguere tra azione e comportamento singolo e collettivo, privato e pubblico.
Questa formula utopistica dello Stato neutro in fatto di fede religiosa e della Chiesa neutra in fatti di politica interna ed internazionale, contraddetta in modo stridente da secoli di storia di ogni nazione, non ha mai potuto soddisfare la stessa borghesia. Tutti sanno che per giungere al potere questa dovette debellare l’aperta resistenza dell’apparato ecclesiastico che nel medioevo rivendicava il diritto di distribuire le cariche politiche, investire ed incoronare re e imperatori. La lotta per la rivoluzione liberale fu soprattutto una lotta contro le chiese, e fino a che queste si mostrarono intransigenti, anche una lotta contro lo stesso principio religioso. I liberali nacquero atei, poi man mano che la classe da loro rappresentata diveniva stabile al potere e conformista, ammisero la religione, ma conservarono più o meno a lungo l’originario anticlericalismo, in ispecie nei paesi cattolici, soprattutto in Italia.
Qui la Chiesa non solo, come ovunque, voleva interferire nelle cose di Stato, ma essa stessa era uno Stato e governava il territorio romano. La lunga lotta per toglierle il potere temporale voleva essere dal liberalismo italiano conclusa nelle formule della libera Chiesa in libero Stato, della religione cattolica religione dello Stato, nella tolleranza di ogni altro culto. Per lungo tempo il Vaticano rifiutò i termini del compromesso.
La posizione del proletariato e della sua teoria, il marxismo, è in materia assai chiara. Ponendo nella economia e nei fatti sociali la base delle lotte politiche e delle ideologie che ne sono il riflesso, la religione veniva appieno considerata come un fatto politico e una ideologia parimenti derivata dalla base sociale, le varie chiese trattate come organizzazioni politiche e di più con funzioni sempre solidali alle resistenze delle classi dominanti, anche nei periodi storici in cui i riflessi delle ribellioni sociali ebbero a prendere il profilo di scismi religiosi come potrebbe dirsi per lo stesso nascere del cristianesimo e per il movimento della Riforma.
A parte la critica teorica di ogni interpretazione religiosa della natura (che già il pensiero borghese aveva tentata) e dei rapporti sociali e storici, il socialismo ravvisò ovunque nella religione e nella Chiesa forze che nella lotta contro la borghesia sarebbero state direttamente ed integralmente con essa.
Tuttavia le sopravvivenze dell’anticlericalismo borghese a tipo massonico in molti paesi ed in Italia in special modo furono sovente valutate in modo erroneo con la tattica delle alleanze bloccarde, scambiandosi il processo di conversione delle più potenti forze del capitalismo dalla lotta contro la Chiesa alla alleanza con questa, con una illusoria lotta di una più avanzata borghesia anticlericale contro strati retrogradi e reazionari, mentre la tendenza politica più reazionaria che da decenni sia in circolazione è per l’appunto, alla luce della vera critica marxista, il superatissimo e decrepito liberalismo massoneggiante.
Tale equivoco e la rovinosa nostalgia di una lotta democratica e bloccarda dilagarono ancora quando anche in Italia si attuò la pace tra il moderno capitalismo e l’organizzazione religiosa, coi Patti Lateranensi di Mussolini.
OGGI
Che si trattasse di un definitivo riavvicinamento tra le due parallele forze politiche dello Stato capitalistico e della Chiesa, è reso evidente dal fatto che nessuno dei partiti che hanno avversato il fascismo e gli sono succeduti nel potere, ha proposto o propone di cessare questa conciliazione.
Il processo che vi ha condotto cominciò sotto Giolitti con l’intervento dei cattolici nella lotta politica per fronteggiare il socialismo rivoluzionario, si svolse col sorgere del Partito Popolare che collaborò all’inizio con lo stesso fascismo di cui nessuno prendeva sul serio certe pose antipretesche e qualche ricinatura anche di preti considerati neutralisti, ossia (vedi caso) nemici di quelle potenze occidentali contro cui il fascismo andò poi in crociata… Il processo di conciliazione di cui parliamo si è perfezionato dopo il ventennio e la guerra con la formazione della Democrazia Cristiana, riconosciuta magna pars di quella gran fesseria che si chiama la Resistenza, accettata come alleata sindacale e governativa dai sedicenti comunisti e socialisti nostrali e finalmente insediata ad un potere quasi esclusivo.
Quale indegno guazzabuglio sia il concorrere di tutte le ideologie bancarottesche proprie della miseranda borghesia italiana lo dimostra che in questo governo, graditissimo al Vaticano già tanto bombardato da retorici cannoni, sono tuttavia partiti direttamente figliati dai blocchi massoni come liberali, repubblicani mazziniani e socialisti destrissimi. Gran ridere quindi perché nello stesso giorno il capo cattolico del governo ha visitato il papa per celebrare la ricorrenza della pacificazione mussoliniana, e intanto si festeggiava anche il centenario della borghesissima sì, ma data la situazione dei tempi radicalissima repubblica romana, che defenestrò dall’Urbe Chiesa e Stato papale ad un tempo (e sì che Pio nono aveva già giocata la carta liberale e costituzionale!). Il papa è papa e re, dessi aborrire per tre! – declamava il borghese italiano, il più sgonfione borghese della storia, e tuttavia levava le mani sacrileghe sulla sacra persona, mentre dopo cento anni di un glorioso ciclo, salvato coi fasti partigiani logge e sacrestie, fonda il capolavoro della repubblica (tutta romana) vaticankremlinquirinalesca, erede legittima della storica soluzione data dal fascismo alla annosa questione tra Stato e Chiesa.
Perché gli ultimi a potersi indignare e meravigliare del vaticanesco idillio sono gli stalinisti. Essi sono indignati di una sola cosa, dal restare fuori dal potere; arrabbiati solo del fatto che ad andare a baciare la pantofola non sono stati loro ma il fortunato concorrente elettorale. Non solo essi, se conquistassero il potere legale dello Stato borghese in Italia non cambierebbero politica ecclesiastica e religiosa, ma sarebbero anche pronti ad accettare posti in un governo di collaborazione coi cattolici, come postulano ad ogni momento.
Ed anche in quei paesi in cui per contingenti rapporti lottano politicamente con le forze delle chiese, la loro connaturata libidine di inversione dei principii li conduce a sostenere nella polemica che sono pronti ad ammettere la libertà religiosa per una Chiesa che non faccia politica e che non combattono il clero come un necessario alleato del capitalismo. Di più, giungerebbero fino a fabbricarsi una religione e una Chiesa che facciano la politica loro.
L’imbroglio si spiega col fatto che sono alleati del capitalismo essi stessi.