International Communist Party

Il Comunista 1921-06-02

La collaborazione socialista

Prima di occuparci delle eventualità vicine o lontane della collaborazione del partito socialista al ministero borghese, è bene tornare a mettere in chiaro una pregiudiziale che agli opportunisti italiani farebbe comodo lasciare nell’ombra. È certo che essi collaboreranno nel senso governamentale con la classe dominante, ma finché non faranno questo passo fatale bisogna evitare che si creino il comodo alibi di dire: Siamo andati al ministero? No. E quindi siamo rivoluzionari, comunisti, quanto voi.

È una questione vecchia, ma bisogna sempre tenerla presente. Il nostro dissenso coi socialisti italiani, che è quello stesso che separa in tutto il mondo i comunisti dai socialdemocratici, non verte sulla compatibilità o meno della partecipazione al potere borghese, ma su un altro punto rispetto al quale la questione dell’andata al ministero è superatissima.

Se i socialisti italiana andranno al governo con Giolitti, con Nitti, con De Nicola o col diavolo che se li porti, vorrà dire che avranno sceso un altro gradino e confermato la verità del dilemma: o con la rivoluzione o con la controrivoluzione. Essi sono molto furbi e, grazie ai vari Serrati, staranno ancora parecchio tempo a mezz’acqua, e procederanno lentamente e cum juicio al rinnegamento supremo, ponendolo sotto aspetti tendenziosi allo scopo di conservare il loro grado di influenza demagogica sulle masse per quanto più sarà loro possibile. In questo sta il lato più velenoso della loro funzione antirivoluzionaria. Ma noi dobbiamo ripetere fino alla sazietà come la stessa loro politica attuale e passata sia anticomunista e contenga tutti gli clementi della loro differenziazione, anzi mostri l’abisso aperto tra essi e noi, tra essi e l’Internazionale comunista.

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Non occorre certo che io ripeta qui l’esposizione contenuta in tutti i testi fondamentali delta propaganda comunista, e tra l’altro in una serie di articoli che nei primi numeri di questo giornale dedicai al problema del potere, ponendo i chiari interrogativi a cui i centristi non risponderanno mai. La questione fondamentale non è per noi se il proletariato possa condividere il potere politico, la direzione dello Stato, con la borghesia. Chi questo sostiene è sceso all’ultimo girone del cerchio dei traditori del proletariato, ma al disopra di quello vi sono altri gironi, e il meno schifoso dei traditori è sempre quello che più enorme e quindi visibile consuma il tradimento.

Il problema centrale è questo: dato che il proletariato per il processo della sua emancipazione deve impadronirsi del potere politico, di tutto il potere politico, per quale via giungerà esso a conquistarlo? Ed in quale forma potrà esercitarlo? La risposta comunista è quanto mai chiara: né la via della conquista del potere, né la forma del suo esercizio possono essere date dal meccanismo della democrazia parlamentare. Né la conquista del potere né il suo esercizio da parte del proletariato possono aversi senza l’urto violento delle classi, senza rovesciare con la violenza il potere borghese, senza infrangere la macchina statale attuale.

I socialdemocratici sono coloro che negano queste fondamentali verità acquisite dalla massima organizzazione di battaglia rivoluzionaria del proletariato mondiale con l’esempio grandioso della rivoluzione russa ed il ritorno alle basi granitiche della dottrina marxista, e sostengono invece che il meccanismo democratico attuale offre al proletariato il mezzo di giungere al potere per via pacifica ed evitando l’uso della violenza; che la forma del governo proletario potrà e dovrà essere democratica, ossia non privare dei diritti politici i componenti la minoranza sociale borghese. Coloro che sostengono questi metodi, e coloro che lasciano sussistere l’equivoco tra questi metodi e quelli comunisti, non possono far parte delle file dell’Internazionale rivoluzionaria, e sono i nemici di essa.

La storia si sta incaricando di dimostrare che, appunto perché queste tesi democratiche sono irreali e sballate, su di esse non si sta fermi, e i loro fautori nei momenti decisivi le abbandonano, passando così alla collaborazione di governo con la borghesia e alla complicità con essa nell’uso della violenza contro il proletariato rivoluzionario. Noi siamo ben certi else la socialdemocrazia italiana darà questo spettacolo edificante; ma non è solo su questa eventualità che si basa la nostra condanna dei socialisti italiani e la nostra acerba polemica con essi. Quando essi saranno “a quella eventualità”, noi ci auguriamo con tutta l’anima di essere di faccia a loro con argomenti più adatti a combattere i nemici della causa rivoluzionaria.

In ogni modo all’Internazionale comunista, per liquidare gli opportunisti che la insidiano, basta assodare che si tratta di fautori delle tesi socialdemocratiche, o di gente che, non sentendo la necessità di tagliare i ponti coi primi, dimostra di essere della loro stessa specie (costituendone per noi la varietà più pericolosa).

In tali condizioni si trovano ad abundantiam tutti i socialisti italiani (si intende che eccettuiamo sempre i proletari turlupinati). Il socialdemocratico-tipo, prima del congresso di Livorno ed al congresso stesso, si identificava non nella frazione “di concentrazione”, apertamente collaborazionista nel senso suddetto, ma nella famosa frazione “intransigente rivoluzionaria”, costituita da quelli che non avevano inteso come il restare fermi sulla formula antebellica: intransigenza, lotta di classe, senza condurla al suo logico sviluppo: lotta rivoluzionaria, dittatura del proletariato, era a sua volta una forma di collaborazione con la borghesia. Nel voto, i seguaci ditale corrente si univano ai “comunisti unitari” (il saggio più interessante di opportunismo che ci abbia offerto la complessa storia dell’Internazionale). In realtà, erano i comunisti unitari che si ponevano sul terreno del nostro vecchio Lazzari, ripiegando dal mal digerito massimalismo bolognese. La dimostrazione di ciò si ritrova non soltanto nei loro discorsi al Congresso, dove chi ci capisce qualcosa è bravo, tra le filosofesserie baratoniane e le documentazioni serratiane e le lavativerie abbiane, ma nella posteriore attitudine del partito diretto dai “comunisti unitari”.

Il partito socialista ha rinnegato, non solo per considerazioni contingenti, ma in linea generale e di principio, l’uso della violenza rivoluzionaria. Il partito socialista nelle elezioni ha prospettato l’azione elettorale e parlamentare come la forma decisiva e centrale di azione proletaria che offre il mezzo non solo di realizzare i fini della classe operaia, ma perfino di respingere quelle controffensive borghesi che vengono a dimostrare in modo tangibile la fatalità dell’urto violento tra le classi.

Il partito socialista in tutte le sue proclamazioni si richiama ai suoi precedenti, non della ubriacatura massimalista, ma della “intransigenza classista antebellica”. La massimalista sezione di Milano, nel discutere delle elezioni in cui i riformistissimi hanno dato così elegante sgambetto ai rivoluzionari rammolliti tipo Agostini e C., risolveva la spinosa questione con un ordine del giorno del… teorico Bastiani che ha messo tutti d’accordo sulla “intransigenza classista”.

Questa è la formula attuale del partito socialista nella sua opera di coglionamento del proletariato, al quale abilmente cosi dissimula i veri termini del suo dissenso dalla Internazionale comunista, continuando la sua opera nefasta di disfattismo della preparazione rivoluzionaria.

Adunque per le sue stesse attuali dichiarazioni il partito socialista è su un terreno di metodi che corrisponde all’incirca al rivoluzionarismo intransigente antebellico, che aveva allora un valore rivoluzionario (ma oggi rappresenta il metodo opposto a quelli della Internazionale comunista) che è un metodo oggi impossibile e, non avendo saputo svilupparsi fino alle posizioni a cui noi lo abbiamo condotto, sulla sua linea storica d’incontro con le esperienze grandiose della rivoluzione russa, è destinato ad involversi nella complicità col trionfo di quel riformismo di cui dieci anni addietro fu il benemerito sconfiggitore.

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Stabilito così che, se anche l’eventualità della partecipazione ministeriale tarderà a verificarsi, restano sufficienti elementi per dimostrare che il partito socialista italiano è tutto – tutto, o filosofo Baratono! – controrivoluzionario e sabotatore della causa proletaria, diciamone due parole, di quella sollazzevole “eventualità” serratiana.

Il partito socialista, dopo aver ripiegato dal massimalismo sulla superata intransigenza alta Lazzari, si avvia rapidamente a ripiegare dall’intransigenza “classista” sul riformismo collaborazionista, apparentemente liquidato attraverso Reggio Emilia, Ancona, Bologna e… Livorno.

Avremo subito un ministero a cui parteciperanno gli uomini del partitone? Oh dio, no! Sarebbe uno scoprire troppo il viscido gioco della controrivoluzione. Sarebbe un compromettere gli stessi obiettivi della politica di transazioni con la borghesia.

Ma se ottime ragioni ci inducono a ritenere come canone fondamentale del comunismo che nella odierna situazione storica è politica di collaborazione anche il semplice riconoscimento dell’utilità del mezzo parlamentare per gli scopi dell’emancipazione proletaria, a più forte ragione può dirsi che per collaborare non occorre proprio arrivare alla situazione sfacciata e sputtanata della partecipazione ministeriale, ma basta appoggiare un ministero nei voti del Parlamento, basta astenersi da un voto, basta squagliarsi al momento buono, basta in certi casi fare una opposizione intelligente che spinga altri fattori politici all’appoggio ministeriale. I socialdemocratici italiani sono profondi in materia.

Di tutte queste forme larvate di appoggio a un governo borghese, tanto più insidiose, quanto meno accessibili alla generosa e semplicistica valutazione delle masse proletarie, il partito socialista ci ha dato esempi anche prima della scissione. Oggi è indubitato che esso si muoverà fin dal primo momento della nuova fase di attività parlamentare su questo terreno. Basta riferirsi alle molteplici dichiarazioni circa l’azione decisiva che la rappresentanza parlamentare eletta dal proletariato che ancora segue i socialisti dovrà esplicare, reclamando la cessazione delle gesta fasciste l’indennizzo dei danni, ponendo – finalmente – le famose questioni “concrete” che interessano le masse, e così via. Tutto questo è collaborazione perché è deviamento della pressione rivoluzionaria delle masse, perché è l’eterna complicità riformista rammendatrice degli strappi nelle istituzioni borghesi.

Ma avremo anche l’estrema dedizione. Subito? Forse no. Si lascerà il tempo a mutamenti che non muteranno l’essenza della cosa, ma che, abilmente sfruttati dagli accorti demagoghi del PSI, serviranno a rendere meno evidente il voltafaccia, la rinunzia definitiva alle gloriose tradizioni del partito, la dedizione suprema e supremamente vergognosa.

Si aspetterà dunque che lo svolgersi del gioco parlamentare consenta di piazzar bene la carta collaborazionista, carta giocata per fregare la causa del proletariato che ingenuamente ancora riversa suoi voti sui socialisti, tanto che si arriva fino al punto di reclamare la ripetizione delle elezioni in certe circoscrizioni per avere una più larga base parlamentare nel contrattare le forme e le proporzioni della partecipazione ministeriale. Cosicché non si può dire ancora in quale combinazione ministeriale, tra quelle che si succederanno sulla scena di questa nuova legislatura, si presenterà la partecipazione socialista. Con Giolitti? Con Nitti? Con… Mussolini? Non si può dire.

Ma gli indizi che la turpe eventualità si profila ormai certissima sono abbondantissimi e sicuri.

Lasciamo andare le interviste dei “destri” del partito, le dichiarazioni dei Treves e dei Modigliani. Per costoro la questione di principio è risolta da anni, e ad essi conviene considerare solo le prospettive contingenti; possono fare i difficili e gli schizzinosi, tanto si capisce subito come ciò miri solo a ottenere condizioni più convenienti nel contratto di società. Perciò essi diranno sempre che non è il momento, forse insisteranno nell’avanzare la pregiudiziale di rifare certe elezioni per arrivare al contratto con maggiori forze parlamentari.

Vediamo piuttosto quello che dicono i “sinistri”. L’Avanti! di questi giorni fa pietà. Quando si scrive l’articolo “Con chi? E come?” vuoi dire che si è superata l’opposizione di principio alla collaborazione, e si mostra di avanzare assolute pregiudiziali negative contingenti solo per “abituare” la massa a vedere sotto questo nuovo aspetto – squisitamente “possibilista” – la questione, e a subire il voltafaccia di domani senza accoglierlo con uno scatto troppo brusco. È poi ridicolo citare come prova di decisa avversione alla collaborazione un articolo di “Battaglie sindacali” che non è che l’enunciazione, in faccia alla borghesia, delle condizioni che si pongono per collaborare.

Si pensi che Vella, l’elemento di sinistra della corrente comunista unitaria, di­scutendo di collaborazione, ne fa anch’egli questione di circostanze e di uomini, e arrischia la considerazione ruffiana: con De Nicola… Ma con Giolitti no! Per Iddio! Siamo intransigenti rivoluzionari!

L’unico che resta esterrefatto e scandalizzato è proprio il vecchio Lazzari. Vella stesso definisce già la tendenza di sinistra del gruppo parlamentare socialista come tendenza “Lazzari-Baratono”. Il Baratono si è tratto in disparte a meditare sull’impotenza della filosofia. Il vecchio Lazzari potrebbe protestare. Perciò i “massimalisti”, che lo compativano quando parlava a Bologna, che lo applaudivano a Livorno, lo mandano oggi a Mosca… per levarselo dai Baratoni!

Questi custodi della tradizione sono Vestali da lupanare!

La quistione italiana al III Congresso Comunista Mondiale

Tra gli argomenti che l’imminente terzo Congresso della Internazionale Comunista dovrà discutere vi è “l’appello” del partito socialista italiano.

Dopo il congresso di Livorno il partito socialista italiano avrebbe ricorso contro il deliberato con cui il Comitato Esecutivo della Internazionale Comunista riconosceva come sezione italiana il Partito Comunista d’Italia ed escludeva dalla Internazionale il partito socialista.

E’ stata recentemente pubblicata (vedi “l’Ordine nuovo” del 26 corrente) una lettera dell’Esecutivo ai partiti aderenti intorno ai compiti del congresso, nella quale si parla anche della questione italiana. L’Esecutivo dice di aver messo all’ordine del giorno l’appello “a cui il partito socialista italiano ha indiscutibile diritto”.

Prima di andare oltre diciamo subito che il diritto del partito socialista ad un tale ricorso è molto discutibile. Contrariamente al parere dell’Esecutivo Internazionale, l’Esecutivo del Partito Comunista d’Italia ritiene che a termini degli statuti della Internazionale quel diritto non esista affatto. L’appello del partito socialista italiano, oltre ad essere una trista commedia, non può appoggiarsi su nessuna disposizione statutaria o di congresso della Internazionale Comunista. Il Partito socialista non è stato escluso dall’Esecutivo, ma si è messo fuori da sè dalle file della Internazionale, rifiutando al Congresso di Livorno la applicazione di quelle condizioni dettate dal Congresso di Mosca per tutti i partiti che intendevano far parte dell’Internazionale stessa. Di appello al Congresso mondiale contro le decisioni dell’Esecutivo si parla in soli due punti delle tesi dell’Internazionale; all’art. 9 dello Statuto e al punto 15 delle condizioni di ammissione; e se il lettore si prende la pena di confrontarli vedrà che nè l’uno nè l’altro è il caso del partito socialista italiano.

Tuttavia volendo ammettere all’onore immeritato di una discussione la rappresentanza del primo partito che ha rinnegato la Internazionale Comunista, il Partito Comunista d’Italia non rifiuterà di ripetere l’ esposizione dei fatti e degli argomenti che rendono già giudicata e condannata la causa dei fuoriusciti italiani.

La lettera del Comitato Esecutivo rileva che il Partito socialista al Congresso di Livorno respinse a maggioranza le condizioni di ammissione deliberate dal Congresso di Mosca, quindi aggiunge che al partito socialista italiano è stato fatto e sarà rinnovato nella discussione del congresso il categorico invito di dichiarare se “acconsente alla espulsione del gruppo che ha per suo organo La Critica Sociale, cioè di Turati, Treves e C. poichè soltanto questa è la ragione del dissenso”. Sulla esattezza della traduzione dobbiamo qui fare tutte le riserve, ma, checchè ne sia, aggiungiamo che queste affermazioni sono doppiamente inaccettabili dai comunisti italiani e dal congresso.

Che la ragione del dissenso sia tutta nella questione Turati, Treves e C. non è esatto. Tra le stessa sinistra serratiana del P.S.I. e le direttive comuniste corre un abisso; ed essa è soltanto più pericolosa nel suo opportunismo della destra turatiana. Non la sola questione della eliminazione della “frazione di concentrazione” ci divideva a Livorno dai comunisti (!)    unitari, ma    la valutazione di tutti i problemi di programma e di tattica del movimento nazionale ed internazionale; i compagni dell’Esecutivo di Mosca lo sanno e nei loro scritti lo hanno ampiamente dimostrato, arrivando anzi a definire senz’altro opportunista qualunque opinione che solo avesse la firma di un Serrati qualsiasi. Perciò ci pare che la versione della lettera su cui discutiamo renda male il loro pensiero.

Ma ammettiamo anche per un momento, senza addentrarci in una più profonda disamina della questione che non può non essere familiare ai nostri lettori, senza nemmeno mettere in conto le gesta dei socialisti italiani dopo Livorno che a Mosca produrranno una inaudita stupefazione ed indignazione quando i nostri delegati sciorineranno il formidabile materiale documentato delle vergogne socialiste, che la base del dissenso fosse quella: mandar via Turati (il meno lontano dal poter avere l’onore di una tessera comunista! saremmo per dire quando ci passano innanzi gli omuncoli spregevoli dell’ex-massimalismo). Ammettiamolo pure. E’ forse questa una ragione per riaprire la questione allo stesso punto in cui la definì la votazione di Livorno, e rimettere coloro che allora rifiutarono ancora una volta dinanzi alla comoda alternativa di accettare o rifiutare? Per ciò fare bisognerebbe avere della funzione e della disciplina della Internazionale un concetto analogo a quello dei vari Serrati, Levi, Nobs e C.

La stessa lettera della Internazionale dice chiaramente che il periodo tra il II e il III Congresso mondiale è quello della differenziazione più netta e della costituzione di veri partiti comunisti. Il secondo Congresso fissava le norme precise che dovevano presiedere a questa sistemazione, nelle 21 condizioni di ammissione. Inoltre stabiliva che tutti i partiti appartenenti o che desideravano di appartenere alla Internazionale dovevano entro il termine di quattro mesi tenere un apposito congresso per decidere perentoriamente intorno alla accettazione ed alla applicazione delle condizioni di ammissione, e queste erano tali appunto perchè ogni partito che le respingesse si intendeva respingesse la sua entrata nell’Internazionale. Avvenuto ciò, e determinatasi la situazione che ha dato luogo in ogni paese al sorgere del partito comunista sulla base della integrale accettazione delle 21 condizioni, la questione di organizzazione del partito comunista in quel paese è definita, ed è inammissibile che i gruppi e partiti estranei all’Internazionale, possano, quando a lor piaccia, ripensarci su e ricominciare a ridiscutere se accettare o meno le condizioni di ammissione, certi che dipende sempre da loro che la porta si spalanchi o meno! Chiunque non intende eseguire realmente le 21 condizioni non può essere membro della III Internazionale. Questa altra affermazione della lettera dell’Esecutivo è giustissima rispetto al momento in cui si teneva in ciascun paese il congresso deliberato dal Congresso Internazionale, ma, se avesse valore permanente, allora le decisioni del secondo Congresso sarebbero frustrate nel loro spirito, che era quello di definire dovunque i limiti della organizzazione comunista, per passare ad altre risolutive azioni. L’Esecutivo della Internazionale ha voluto dare prova della sua osservanza e del suo ossequio alla suprema autorità del congresso, ed è giusto che il congresso dica se esso fece bene o male nella questione italiana. E’ indubitato che il Congresso ratificherà il contegno dell’Esecutivo, che non ha fatto del resto che seguire uno sviluppo degli avvenimenti di valore storico e che nessun accorgimento politico avrebbe potuto spostare; ma, se anche per assurda ipotesi il congresso fosse di altro parere, questo non vorrebbe dire rimettere il partito socialista italiano nella stessa situazione e dinanzi allo stesso dilemma di Livorno il cui scioglimento è ormai sanzionato da avvenimenti incancellabili.

Resta poi il fondo della questione, ed il Partito Comunista d’Italia può rimpiangere che si dedichino le sedute del Congresso Internazionale a ripetere una dimostrazione data già ad usura; ma, se questo pare necessario ai compagni che meglio conoscono a che gradi di conoscenza della questione italiana siano i partiti esteri, esso, il nostro partito, a mezzo dei suoi rappresentanti dimostrerà come il passato e presente del partito socialista italiano provini che la sua opera è ed è stata non comunista e controrivoluzionaria.

Potrà darsi che i fuorusciti italiani si compiacciano di queste nostre aperte dichiarazioni, che facciamo in quanto rappresentano il contributo che prima di ogni altro abbiamo diritto di portare ad un dibattito internazionale di Congresso e prima che la massima assise internazionale abbia a decidere. Vogliamo dissecare loro la compiacenza nella strozza. Abbiamo tutte le ragioni di credere che l’atteggiamento dell’Esecutivo Internazionale non si scosta dal nostro che per una questione di procedimento. Siccome si sa benissimo che il P.S.I. come oggi è ridotto non si stacca certo da Turati e dai riformisti parlamentari e confederali che ne sono i padroni, così si ritiene innocuo riproporre quella condizione, per utilizzare il certo rifiuto di essa nella maggiore propaganda fra i compagni di tutto il mondo dei torti e delle colpe dei socialisti italiani. Se essi si affrettassero a consolarsi farebbero, come si dice nella lingua nazionale, la parte dei fessi. E se noi non siamo d’accordo con quel sistema, pur essendo certi che condurrà a quello che noi desideriamo, e che i socialdemocratici italiani non ne trarranno che una strigliata solennissima al cospetto del mondo intero, perdendo le ultime probabilità di seguitare a coglionare i proletari italiani, è perchè al di sopra del desiderio di liquidare i nostri avversari locali, noi poniamo una valutazione intransigentissima della saldezza disciplinare della Internazionale Comunista dinanzi agli opportunisti di tutti i paesi; e crediamo utile per la epurazione del movimento rivoluzionario stabilire che le decisioni che colpiscono i tentennamenti non sono suscettibili nemmeno in teoria di pentimenti e di attenuazioni. E sono cose di cui non discutiamo coi delegati dell’opportunismo italiano; essi non hanno nulla a che vedere con ciò; oggi, a nostro onore e merito, sono da tempo fuori combattimento dinanzi all’Internazionale. Il Congresso di Mosca ne prenderà atto con viva soddisfazione.