International Communist Party

Il Comunista 1922-04-04

I Sindacati rossi

Un anno di lavoro

MOSCA, marzo 1922.

La Conferenza del «Profintern», che ha durato circa un mese, e che è stata tenuta parallelamente a quella del «Comintern», a differenza di quest’ultima non ha avuto ancora sulla stampa internazionale quasi alcuna ripercussione. Eppure non meno importanti degli argomenti trattati nella Conferenza della Internazionale comunista, sono stati quelli discussi nella Internazionale sindacale rossa.

Le singole relazioni dettagliate che vi verranno nei prossini giorni inviate vi porranno a conoscenza di tutte le deliberazioni adottate. Per oggi credo opportuno di tracciarvi uno schematico quadro delle mie impressioni generali, così come sono sorte dalla visione del lavoro svolto e di quello che si è deliberato di svolgere.

Un lavoro enorme ed utilissimo è stato svolto dal «Bureau» del «Profintern» nei suoi sei mesi di vita. Costituita in luglio dell’anno scorso, la Internazionale Sindacale si è trovata subito a dovere risolvere il suo primo problema vitale: lanciare in tutti i Paesi la rete della sua organizzazione rossa. I numerosi rappresentanti che sono intervenuti a questa Conferenza hanno dimostrato che l’attività del Bureau era stata infaticabile. Tutti i paesi d’Europa, l’America, il Giappone, la Cina, Giava, l’Africa del Sud, le Indie inglesi, hanno mandato i propri delegati rappresentanti di Sindacati regolarmente aderenti alla I.S.R. e rappresentanti di minoranze di Sindacati ancora aderenti ad Amsterdam.

La rete della organizzazione sindacale rivoluzionaria tende ad affasciare tutto il proletariato rosso di tutti i paesi in un unico organismo, ha già steso le sue nervature principali in ogni direzione. Ma quello che specialmente rappresenta il tesoro più stimabile della I.S.R. è costituito dallo spirito vigoroso che anima l’organizzazione, uno spirito che rifugge da ogni atteggiamento demagogico e che sa adattarsi alle necessità realistiche dei vari paesi, pur di raggiungere ad ogni costo la costituzione di una organizzazione unica di grandi masse operaie.

Questa duttilità è possibile perché il sostrato politico di questa psicologia, starei per dire russa (sono russi i compagni che sono alla testa del movimento e russo è il segretario generale, compagno Losovski), è costituito da un irrefrenabile, immenso amore per la causa della rivoluzione mondiale proletaria; da una tenacia e da una volontà di acciaio nel perseguire l’altro e difficile compito; e da una comprensione profonda degli enormi ostacoli che occorre superare per raggiungere l’intento.

Dalle discussioni della Conferenza è apparsa chiara appunto questa linea centrale che è la base del lavoro della I.S.R. E nella lotta tenace e persistente che mira ad organizzare ed a stringere in un fronte unico le masse proletarie di tutti i paesi, a gettare spalle a terra l’Internazionale gialla di Amsterdam, per liberare da questa terribile passività il movimento operaio, è sbalzata fuori la visione precisa della tattica della nostra organizzazione: armonizzare l’azione internazionale in un unico sforzo; raccogliere gli elementi dell’esercito rosso mondiale, reggimento per reggimento, in ogni paese; trascinare programmaticamente gli elementi più retrogradi fin nelle prime file con un’opportuna adozione dei mezzi più idonei a quello stato di sviluppo; purificare e migliorare gli elementi più avanzati; non curare il successo immediato pur di tesorizzare quello del domani e di assicurarlo saldo e vigoroso per il momento dell’azione; non retrocedere dinanzi a nessun mezzo che volta a volta rappresenta la possibilità di raggiungere lo scopo. In una parola: forza, vita, esperienza, capacità, anche diplomatica, carezza e sferza, stimolo e rampogna, ferro chirurgico e ricostituente. Ma un elemento indiretto che dimostra tutta la giustezza dell’ordine di idee che ispirò la costituzione della I.S.R., è costituito dagli effetti che produce il continuo gettare sul tappeto delle discussioni, dinanzi al proletariato di tutto il mondo, i problemi più vitali per la classe lavoratrice.

Le questioni prospettate ed agitate dinanzi al mondo operaio, così come le prospetta e le agita la I.S.R., producono un effetto mirabile nelle file stesse della organizzazione gialla di Amsterdam, i cui capi sono costretti ad occuparsi degli stessi argomenti, a porli in discussione nelle loro stesse organizzazioni, a prepararne anche in certo qual modo la soluzione. Mirabile successo dell’attività di Mosca, di questa I.S.R., la cui costituzione al di fuori dei quadri di Amsterdam, viene per lo meno giustificata già da questo solo frutto: di rivoluzionare dal di fuori le file stesse della Internazionale socialdemocratica e socialpatriota. I maggiori frutti si vedranno in appresso.

Ma i lettori del nostro giornale hanno bisogno di sapere anche come sia largo il concetto che la Conferenza ha adottato sulle tracce delle proposte dell’Esecutivo stesso.

Un problema spinoso per la I.S.R. è indubbiamente quello di far andare d’accordo gli anarchici ed i sindacalisti con i comunisti. Ma non si può affermare che il «Profintern» non faccia miracoli pure di superare questo scoglio e di raccogliere insieme tutti gli operai rivoluzionari del mondo (anarchici, sindacalisti, comunisti, ecc.) nelle sue file. Ad un comunista che pretendeva che i sindacalisti di un qualunque paese facessero … i comunisti, Losovski replicava:

«È pericoloso e folle di pretendere che i sindacalisti cambino le loro vedute. Sia detto apertamente e solennemente: uno spirito così ristretto che ciò pretendesse non può trovare cittadinanza nella nostra organizzazione».

E la frase secca e tagliente fu applaudita da tutta la Conferenza.

Sullo stesso argomento Losovski ebbe ancora a dire:

«Noi vogliamo l’unità nell’azione, non il caos del pensiero e delle vedute politiche».

Parola d’ordine che dovrebbe tranquillizzare coloro che fanno – come alcuni anarchici e sindacalisti francesi e italiani – una così incomposta gazzarra per il fatto degli accordi esistenti fra la I.S.R. e la Internazionale comunista, e che non guardano al programma di azione stabilito dalla I.S.R. sul quale non potrebbero trovare una sola virgola su cui impuntarsi.

Rivolto agli anarchici ed ai sindacalisti Losovski ha per esempio detto:

«È mai possibile che voi, dell’Unione sindacale italiana che siete d’accordo con noi in tutto il programma rivoluzionario della I.S.R., tanto che lo avete approvato in ogni occasione, usciate dalle file della Internazionale sindacale rivoluzionaria solo per un punto di carattere secondario, che non vi piace? Se il 99 per cento del nostro lavoro vi piace, e l’1 per cento non vi soddisfa, voi, invece di restare come minoranza nelle file della organizzazione a lottare per ottenere anche su quel punto prima o dopo la vostra soddisfazione, volete abbandonarci e spezzare la unità internazionale dei Sindacati rossi e quindi danneggiare quel 99 per centro del buon lavoro che avevamo stabilito insieme di fare?».

Ragionamento questo a cui si dovrebbero ben piegare i nostri compagni della U.S.I. che del resto sanno compiere passi più audaci quando entrano – ed hanno fatto bene – nella «Alleanza del Lavoro».

Questa buona logica, questa giusta comprensione dei diritti altrui, questa volontà onesta di lasciare spazio per tutte le diverse concezioni politiche, pur che nel programma di azione si sia d’accordo, questo sacrificio anche delle proprie preferenze pur di soddisfare i compagni di altre tendenze e di guadagnarne le simpatie, l’adesione e le forze nell’interesse comune, non potranno in ultima analisi non far trionfare tutti gli ostacoli che malintesi, tradizioni e personalismi hanno creato sul cammino che dobbiamo percorrere …

Incanalata su questo binario la Conferenza non poteva che raggiungere un ottimo frutto dei propri lavori. La organizzazione dei Comitati di propaganda per le varie Internazionali professionali; la istituzione di un Bureau per i paesi dell’Oriente; il migliore funzionamento di quello esistente per i paesi occidentali d’Europa a Berlino; lo sviluppo della stampa sindacale rossa in America, Giappone, Indie, Giava ed in genere in Europa; la determinazione della tattica da usare per divenire alla formazione del fronte unico proletario; il programma pratico da lanciare per chiamare a raccolta le masse operaie intorno alla bandiera dell’azione; la migliore e più completa organizzazione dell’Esecutivo e del suo Bureau di Mosca; la lotta da svolgere contro la tattica secessionista della Internazionale gialla di Amsterdam; la tattica da usare per raggiungere l’accordo con i sindacalisti e gli anarchici, tutto ciò ha avuto pratica e chiara soluzione, in cui hanno trovato l’accordo tutti i delegati comunisti, sindacalisti ed anarchici presenti.

Alle mie prossime corrispondenze una relazione dettagliata delle varie discussioni e risoluzioni più importanti.

Francesco Misiano

Il fronte unico in Francia Pt.4

15. Il sistema dei nuclei nell’organizzazione sindacale, che è stato adottato dai rivoluzionari, non rappresenta che la forma di lotta più naturale per acquistare un’influenza ideologica e per creare l’unità del fronte senza distruggere l’unità di organizzazione.

16. Allo stesso modo dei riformisti del Partito socialista, i riformisti del movimento sindacale hanno preso essi l’iniziativa della scissione. Ma proprio l’esperienza del Partito socialista ha loro suggerito che il tempo lavora in favore del Comunismo e che si può controbilanciare l’influenza dell’esperienza e del tempo solo affrettando la rottura. Noi vediamo quindi i dirigenti della C.G.T. adottare tutto un sistema di misure tendenti a disorganizzare la sinistra; a privarla dei diritti che le conferiscono gli statuti dei Sindacati e finalmente a scindere, contrariamente agli statuti ed agli usi, intiere organizzazioni sindacali. D’altra parte noi vediamo la sinistra rivoluzionaria difendere il suo diritto nel campo delle forme democratiche dell’organizzazione operaia, ed opporsi alla scissione voluta dai dirigenti confederali per mezzo dell’appello alle masse in favore dell’unità sindacale.

17. Ogni operaio cosciente deve sapere che quando i comunisti non formavano che un sesto o il terzo del Partito socialista essi non pensavano per niente alla scissione, fermamente convinti che la maggioranza del Partito non avrebbe tardato a seguirli. Quando i riformisti furono ridotti ad un terzo essi effettuarono la scissione perché avevano perduto ogni speranza di riguadagnare la maggioranza nell’avanguardia proletaria.

Ogni operaio cosciente deve sapere che quando gli elementi rivoluzionari si sono trovati di fronte al problema sindacale essi lo hanno risolto, quando non formavano che un’infima minoranza, decidendo di lavorare nelle organizzazioni comuni, sicuri che l’esperienza dell’epoca rivoluzionaria avrebbe spinto rapidamente la maggioranza degli organizzati ad accettare il programma rivoluzionario. Invece quando i riformisti hanno visto aumentare l’opposizione rivoluzionaria nei Sindacati sono immediatamente ricorsi alle esclusioni ed alla scissione perché non avevano nessuna speranza di riguadagnare il terreno perduto.

Da ciò varie deduzioni della più grande importanza:

1. I dissensi esistenti tra noi ed i riformisti riflettono nella loro essenza l’antagonismo tra la borghesia ed il proletariato;

2. La democrazia menzognera dei nemici della dittatura proletaria si smaschera completamente, perché essi non sono disposti ad ammettere i metodi della democrazia operaia non solo nei quadri dello Stato, ma neppure nei quadri dell’organizzazione operaia; quando questa democrazia è contro di essi, se ne staccano come i dissidenti del partito o escludono i loro avversari come hanno fatto i signori Jouhaux, Dumoulins e compagni. Sarebbe infatti assurdo che la borghesia acconsentisse a condurre la lotta contro il proletariato nei quadri della democrazia, se gli stessi agenti della borghesia nella organizzazione sindacale e politica non consentono a risolvere le questioni del movimento operaio sul terreno della democrazia operaia di cui accettano ostensibilmente le regole.

18. La lotta per l’unità dell’organizzazione e dell’azione sindacale resta d’ora in poi uno dei problemi più importanti di quelli che si impongono al partito comunista. Si tratta on solo di riunire un numero sempre più grande operai attorno al programma ed alla tattica comunista; si tratta anche per il Partito comunista di cercare, con la sua azione e con quella dei comunisti nei sindacati, di ridurre al minimo, in ogni caso, gli ostacoli che la scissione crea di fronte al movimento operaio. Se la scissione nella C.G.T. si aggravasse tra breve malgrado tutti i nostri sforzi per ricostituire l’unità, ciò non significherebbe per nulla che la C.G.T. unitaria, la quale comprende la metà e più degli operai organizzati, dovrebbe continuare il suo lavoro ignorando l’azione della C.G.T. riformista. Un tale contegno ostacolerebbe considerevolmente – seppure non escluderebbe del tutto – la possibilità di una azione comune del proletariato e faciliterebbe considerevolmente alla C.G.T. riformista il compito di unione civica borghese, che essa vorrebbe addossarsi durante gli scioperi, le manifestazioni, ecc. Esso le permetterebbe di spingere la C.G.T. unitaria ad azioni inopportune di cui quest’ultima verrebbe a subire tutte le conseguenze. È del tutto evidente che ogni qualvolta le circostanze lo permetteranno la C.G.T. unitaria, se giudicherà necessario condurre una campagna qualsiasi, si rivolgerà apertamente alla C.G.T. riformista facendo proposte concrete e sottoponendole un piano d’azione comune. E la C.G.T. unitaria non mancherà di esercitare sull’organizzazione riformista la pressione dell’opinione operaia e di smascherare davanti a questa opinione pubblica i suoi trucchi e le sue esitazioni.

Così anche nel caso che la scissione sindacale venisse ad aggravarsi i metodi della lotta per il fronte unico conserverebbero tutto il loro valore.

19. Si può dunque constatare che, nel campo più importante del movimento operaio – nel campo sindacale – il programma dell’unita di azione non richiede altro che una applicazione più continua, più costante e più ferma delle parole d’ordine che hanno guidato fino ad ora la nostra lotta contro Jouahaux e C.

4. – La lotta politica e l’unità del fronte

20. Nel campo politico una differenza importante ci colpisce subito pel fatto che la supremazia del partito comunista sul partito socialista tanto nell’organizzazione quanto nella stampa risulta considerevole. Si può supporre che il partito comunista è come tale capace di assicurare l’unità del fronte politico e che è non perciò necessario rivolgere all’organizzazione dissidente una qualsiasi proposta di azioni concrete. La questione posta così, basandosi sui rapporti di forza non ha nulla di comune col verbalismo rivoluzionario e merita di essere esaminata.

21. Se si considera che il partito comunista conta circa 130000 membri mentre il partito socialista non ne ha che 30000, il successo enorme dell’idea comunista in Francia diviene evidente. Ma se si confrontano queste cifre con l’effettivo totale della classe operaia, se si tiene conto dell’esistenza dei Sindacati operai riformisti nonché delle tendenze anticomuniste esistenti nei Sindacati rivoluzionari il problema dell’egemonia del Partito comunista nel movimento operaio ci si presenta come un problema estremamente arduo che è ben lungi dal poter essere risolto con la nostra preponderanza numerica sui dissidenti. Questi ultimi possono, in certe circostanze, diventare un fattore controrivoluzionario nel seno stesso della classe operaia molto più importante di quel che non sembri. Se noi li giudichiamo dalla debolezza della loro organizzazione, dalla tiratura e dal contenuto ideologico del «Populaire».