International Communist Party

Il Programma Comunista 1956/7

Stalin era solo il marchio di fabbrica della controrivoluzione internazionale

«Affare interno» del P. Comunista dell’unione Sovietica: così il corrispondente da Mosca dell’ Unità definiva il «rapporto segreto» tenuto da Krusciov sul «culto della personalità e delle sue conseguenze». Il rapporto ormai famoso, ma tuttora inedito,  che suonava  aperta condanna degli «errori» e dei «crimini» di Stalin (o se preferite, delle «violazioni della legalità socialista» come si espresse Togliatti nella sua relazione al C.C. del P.C.I.) fu letto da Nikita Krusciov, il 25 febbraio, ultimo giorno del «Congressissimo», in una seduta a porte chiuse, davanti ad un uditorio composto esclusivamente di delegati del P. Comunista russo.

«Affare interno» del P.C.U.S.  ribadiva Mikoyan in una conferenza-stampa in India! In un articolo di fondo dell’ Unità il 23 marzo, Ingrao tornava sull’argomento: «Si ha notizia di un rapporto del compagno Krusciov ad una seduta speciale del Congresso, di cui non è stato pubblicato il testo e che viene oggi discusso in assemblee di comunisti e di senza partito in tutta la Unione Sovietica». Oramai siamo abituati da decenni allo spettacolo di servilismo ottuso dei dirigenti e pennivendoli del P.C.I.., ma la odierna affermazione del direttore dell’ Unità supera ogni aspettativa. Avete capito? In Russia, gli iscritti al P.C.U.S hanno avuto in pasto la bolla di scomunica postuma contro il defunto Stalin, ma agli iscritti dei partiti comunisti all’estero si nega il diritto di cacciarvi il naso. E magari bastasse! Si concede, invece, non ai comunisti soltanto, ma anche ai senza partito, sudditi dello Stato russo di prendere visione del rapporto segreto, e tale diritto viene negato a coloro che da dieci, da venti, da trent’anni servono, con fedeltà ignota persino ai cani, i padroni del partito di Mosca.

Che dedurne? Che un senza-partito di nazionalità russa vale dieci comunisti di nazionalità straniera? Fino ad ieri, era il partito russo che esercitava una funzione di «guida» sulla ramazzatura dei partiti aderenti al Cominform. E fu tale aberrante pratica che portò alla dissoluzione della Internazionale Comunista, ridotta dallo stalinismo ad un passivo organismo burocratico con la sola funzione di trasmettere agli asserviti partiti membri le direttive di politica estera del governo di Mosca. Ora siamo arrivati ad una fase ancor peggiore dell’involuzione nazionalista cominciata sotto Stalin, con l’assenso incondizionato dei Togliatti, dei Thorez, ecc. Oggi siamo alla prassi del «civis sovieticus sum»: chiunque possa vantare la cittadinanza sovietica senza essere iscritto al P.C.U.S. può discutere gli «affari interni» del comunismo russo, mentre non lo possono, non diciamo i poveri agit-prop rincretiniti e i funzionarietti con stipendio inferiore alle 30.000 lire mensili, ma agli alti e altissimi papaveri di via Botteghe Oscure.

Palmiro Togliatti, capo del P.C.I., e gli altri suoi colleghi, capi e sottocapi dei partiti comunisti non russi, non furono ammessi nella sala ove, a porte chiuse, Krusciov strappava definitivamente l’aureola di semidio a Stalin e ne denunciava le malefatte, ma, informano le cronache, gli anfitrioni si premurarono di informarli di quanto accadeva nella seduta tabù del Congresso. Giusta punizione a servi incalliti! Chi ha dimenticato che gli attuali capi del P.C.I. furono, all’epoca del VI Esecutivo Allargato della I.C. (marzo 1926) i più accesi fautori, insieme agli stalinisti degli altri partiti, della tesi che la crisi allora esistente in seno al P. Comunista russo fosse appunto un «affare interno» dei bolscevichi? E chi ha dimenticato che furono proprio i rappresentanti della Sinistra Comunista italiana a chiedere, ed ottenere,  che la questione russa fosse posta all’ordine del giorno dei lavori dell’Internazionale? Gli ascari fedeli dello Stato russo sono serviti appuntino: oggi li escludono dalle aule nelle quali i loro padroni pontificavano.

Ma sorge un quesito: il culto della personalità, cioè il culto di Stalin, elevato al rango di semidio, fu proprio un «affare interno» del P. Comunista dell’U.R.S.S.? Libri liturgici della nuova religione di Stato non se ne stamparono anche in Italia? Chi furono, e cosa scrissero, i compilatori del numero speciale che «Vie Nuove» pubblicò nel 1949, all’epoca del 70° compleanno di baffone? Chi inviò vagoni di regali al semidio? Rileggiamo i testi di allora, fermandoci solo a tre per non vomitare.

Palmiro Togliatti: «Il nostro pensiero va pieno di ammirazione e di riconoscenza al più grande, al migliore degli allievi di Lenin, il compagno Stalin, l’uomo che ha saputo portare a termine e avanti l’opera di Lenin, che ha saputo guidare non soltanto la classe operaia, ma tutto il popolo, tutti i popoli dell’Unione Sovietica alla creazione di una nuova società, che ha saputo difendere le conquiste della Rivoluzione d’Ottobre, che ha saputo condurre i popoli dell’Unione Sovietica a dare il loro contributo decisivo alla vittoria sulla barbarie fascista».

Luigi Longo: «Infinita è la riconoscenza che non solo i popoli della Unione Sovietica, ma gli operai, i lavoratori e i democratici di tutto il mondo, devono al compagno Stalin per il contributo immenso ed estremamente prezioso che egli ha dato alla lotta per l’elevazione e la liberazione dell’umanità. Questo contributo egli l’ha dato come ispiratore, guida e capo del Partito bolscevico e del movimento comunista di tutto il mondo, come animatore e costruttore del socialismo nella Unione Sovietica, come comandante in capo delle forze decisive – dell’esercito rosso e di quelle popolari di tutti i paesi – che hanno affrontato, battuto e disperso le orde nazifasciste che volevano soggiogare il mondo».

Pietro Secchia: «Stalin ha settant’anni, non par vero. Stalin è un gigante, non ha età. La sua forza è realtà quotidiana. Nessuno oggi al mondo può ignorare e negare la funzione dell’Unione Sovietica, del partito bolscevico e del grande uomo che è alla sua testa. Non la ignorano e la sentono i reazionari di ogni continente che si scagliano con tutte le energie di cui sono capaci contro il comunismo. Ne hanno coscienza soprattutto le forze socialiste e democratiche di tutto il mondo che nell’Unione Sovietica e in Stalin riconoscono la guida, la direzione ideologica, politica e unitaria dell’umanità progressiva. Centinaia di milioni di uomini sanno che le vittorie del socialismo nella Unione Sovietica e negli altri paesi sono dovute alla genialità politica e alle giuste previsioni del partito bolscevico e del suo capo: Stalin. Stalin ha conquistato la fiducia e l’affetto di centinaia di milioni di uomini che vedono in lui la guida sicura, il difensore intrepido della Pace, il gigante della costruzione del Socialismo».

Giuda Iscariota, dopo aver tradito il Maestro, giudicò se stesso indegno di vivere e si impiccò. Forse conservava la coscienza di essere stato, dopotutto, un allievo e un discepolo dell’uomo che consegnava ai carnefici. La emerita «gang» di avventurieri politici che regge il timone del P.C.I. non si sogna neppure di abbandonare le cariche, conquistate e mantenute per investitura di Stalin. E hanno ragione di farlo, perdio! Dopotutto, essi non sono stati i discepoli, ma soltanto i servi di Stalin, ora passati in eredità ai nuovi padroni.

Nella sua relazione al C.C. sui lavori del Congresso di Mosca, pronunciata il 13 marzo, Togliatti abbatteva da par suo l’idolo osceno che da decenni ha offerto alla adorazione degli ignari. Naturalmente, lo faceva da leguleio, non da iconoclasta. «Nessuno di noi crede che sia possibile cancellare Stalin dalla storia. Stalin è stato e rimane una grande figura di tutto il nostro movimento… Stalin è stato un grande pensatore marxista…» salmodiava l’avvocato Arlecchino Togliatti, ma sotto il variopinto corsetto nascondeva il pugnale avvelenato. L’arte di ammazzare un morto è già di per sé difficile. Ammazzare il padrone defunto lo è, a giudicare dalle contorsioni togliattesche, ancora di più. Ma i funzionari di Mosca sono capaci anche di questo. Infatti, don Palmiro alternava alle stiracchiate lodi (quantum mutatus ab illo!) alla mummia di Stalin, i colpi di stiletto. Abbiamo così dovuto leggere in quel santuario aperto al culto di Stalin, che per trent’anni è stata l’ Unità, che «si possono trovare in lui (Stalin) nelle sue opere, nell’azione sua, posizioni che, ad un esame più attento, risultano non giuste, inaccettabili, incomplete». Liquidato dunque, il mito del «grande pensatore marxista».

Più avanti, l’ammazzatore del padrone morto veniva a parlare delle sozze «purghe» ordinate da Stalin e, senza nominarli, degli sciacalleschi  «processi» di Mosca che culminarono nell’infamamento e nel massacro dei rivoluzionari marxisti di Russia, tra il plauso e la gioia di tutto il movimento stalinista internazionale e se la cavava a  buon mercato definendo «repressioni ingiustificate»  le schifose carneficine. Ed ecco liquidato il mito della «grande figura». Ma un capo di Stato che fa assassinare nelle cantine delle caserme di polizia falangi di uomini ora repentinamente sollevati dalle accuse di intelligenza col nemico, non può certamente essere cancellato dalla storia. Vi resta, infatti, come un boia sanguinario della controrivoluzione.

Beninteso, Togliatti e i suoi scagnozzi non arrivano a dire tanto. Forse aspettano che da Mosca giunga telegraficamente il rapporto segreto di Krusciov. Ma, anche se e quando vi arriveranno, non saranno eccessivamente imbarazzati, essi che hanno già immedesimato il campo della rivoluzione  con il partito di Krusciov, Mikoyan e soci.

Il punto in cui Palmiro-Arlecchino dimostra lampantemente di essere un volgarissimo intellettuale liberale, è dove scopre (sempre a trent’anni di distanza) che Stalin s’era messo al di sopra del partito, sostituendo «a una direzione collettiva una direzione personale» e che, quando ciò accadde «si venne creando quel culto della persona che è contrario allo spirito del partito e non poteva arrecare che danni».

Intellettuale liberale, e quel che è peggio, intellettuale liberale incoerente. Se si ammette che un uomo, una persona, possa riassumere in se stesso un partito, uno Stato, una società intera e sottomettere le leggi del divenire sociale alla sua volontà, allora questa persona diventa un Eroe nel senso di Carlyle, per il quale tutta la storia si riduceva alla biografia di personalità di eccezione. Ma se Krusciov e Togliatti riescono a dimostrarci, in barba al materialismo storico, che la Russia nel trentennio trascorso, ha marciato sul filo storico tracciato dalla mente di Stalin, allora debbono riconoscere, contro se stessi, che il «culto della personalità» era giusto, che aveva un fondamento… scientifico. Dimostrateci che, fino al 5 marzo 1953, i 900 milioni di uomini che abitano nel «campo del socialismo e della pace» si sono mossi non sotto la spinta delle impersonali forze storiche ma dietro i comandi personali di Stalin, e allora ci convertiremo, visto che dobbiamo andare sempre controcorrente, al culto della personalità, or ora abolito da voialtri, eredi dello stalinismo.

Bando alle montature idiote, o codardi! Caricare tutte le infamie, le bassezze mentali, le prepotenze sbirraiole, le menzogne, le falsificazioni, gli inganni che il regime che prese nome da Stalin commise a danno non della borghesia ma del proletariato di Russia e di tutti i paesi, caricare tutto questo smisurato fardello sulle spalle del solo Stalin, significa nobilitare il boia, attribuirgli dimensioni super-umane. Stalin fu un nome, un marchio di fabbrica, il marchio di fabbrica della controrivoluzione, come sono nomi i Togliatti e i Thorez usati per indicare le organizzazioni controrivoluzionarie che il fetido mondo borghese alleva per mantenere oppresso il proletariato.

In tali termini, il capo del P.C.I. commemorava alla camera dei deputati Giuseppe Stalin, il 6 marzo 1953: «Questa notte Giuseppe Stalin è morto, e difficile è a me parlare, signor Presidente. L’animo è oppresso dall’angoscia, per la scomparsa dell’uomo più che tutti gli altri venerato e amato, per la perdita del maestro, del compagno, dell’amico. Ma questa stessa angoscia, onorevoli colleghi, stringe oggi il cuore di decine di milioni, anzi di centinaia e centinaia di milioni di uomini, da Oriente ad Occidente. Solo un animo meschino, cattivo, spregevole potrebbe essere capace, in questo momento, di recriminazioni vane. Giuseppe Stalin è un gigante del pensiero, un gigante dell’azione. Col suo nome verrà chiamato un secolo intero, il più drammatico forse, certo il più denso di eventi decisivi della storia faticosa e gloriosa del genere umano».

Così parlava Palmiro Togliatti degli Arlecchini, mentre la salma del padrone morto attendeva di essere passata agli imbalsamatori. Il secolo non verrà più chiamato col nome suo. Fortuna nostra che i secoli non sono usi a prendere il nome dai codardi. Visto che in fatto di vigliaccheria gli ex-stalinisti non la cedono a nessuno, sarebbe veramente difficile per i posteri scegliere, in così immenso gregge, il primatista mondiale.

Il terremotato Medio Oriente (Pt.1)

Forse è dall’epoca dell’Impero romano che i paesi che orlano le coste meridionali e orientali del Mediterraneo non erano più teatro di rivolgimenti politici che – come quelli odierni – interessassero così profondamente la storia mondiale.

Più recente e vicina a noi è la conquista mussulmana dell’Africa e di gran parte dell’Asia (VII e VIII secolo). Ma la conquista mussulmana ebbe influenza determinante sulla storia dell’Europa, dell’Asia, dell’Africa. Oggi, invece, per l’intervento dell’imperialismo americano nell’intricato gioco dei movimenti nazionalistici nei Paesi rivieraschi del Mediterraneo e del Medio Oriente, ogni svolta nella storia di questi ultimi produce profonde ripercussioni sul mondo intero.

Appaiono, perciò, puerili, quando non sono coscientemente falsificate, le tesi di coloro che tendono a spiegare le cause di così imponente rivolgimento con le mene e gli intrighi delle diplomazie. Meno che le altre, è accettabile la romanzatura della “ingerenza russa”. Parliamone, prima di esaminare nel dettaglio i recenti clamorosi avvenimenti verificatisi nella zona mediorientale: la cacciata di Glubb Pascià dal comando della Legione Araba e la deportazione del capo del movimento nazionalista cipriota, l’arcivescovo Makarios.

La falsa ipotesi che vede nei diabolici intrighi della diplomazia russa il motore della rivolta dei paesi arabi e, in genere, coloniali, contro i tradizionali oppressori imperialisti ha avuto diritto di cittadinanza nelle redazioni di tutte le tinte, perché conviene per opposti motivi a tutti gli ispiratori della “opinione pubblica”. Conviene ai cominformisti, i quali debbono inculcare, per obbligo di mestiere, la nozione della crescente influenza nel mondo della Russia; conviene agli “atlantici”, che se ne servono per mascherare le profonde fratture e le feroci gelosie che dividono, ad onta della NATO, le vecchie potenze colonialistiche (Francia e Inghilterra) e lo strapotente concorrente, gli Stati Uniti che, sotto la cortina fumogena dell’anticolonialismo, tende ad imporre un nuovo colonialismo, affidato non più ai generali, ma ai finanzieri.

Già altre volte abbiamo cercato di ridurre l’intervento russo nel Medio Oriente alle sue reali proporzioni. In sostanza, la “colpa” di Mosca è, agli occhi della stampa atlantica, quella di imitare alla lettera la collaudatissima politica di penetrazione svolta dalle potenze occidentali e che consiste nell’assoggettarsi i governi locali. Politica non solo diversa ma diametralmente opposta ai principi rivoluzionari che furono asseriti e applicati nei riguardi dei paesi coloniali e semi-coloniali dai primi congressi dell’Internazionale Comunista. Le grida di indignazione che si levarono, nello scorso autunno, all’annunzio dell’avvenuta firma di un contratto per la fornitura di armi ceche e russe all’Egitto, non si sono ancora smorzate. Ma — a parte il fatto che governi democraticissimi come quelli del Belgio, della Svizzera, della Svezia, senza contare la stessa Inghilterra che vende armi indifferentemente a egiziani e israeliani, sono impegnati da decenni nel traffico d’armi per il Medio Oriente — la natura dei rapporti intercorrenti tra i centri imperialisti occidentali e i governi arabi trascende il piano meramente politico e, a maggior ragione, il sensazionale dominio della propaganda spettacolare.

Gli Stati arabi rappresentano la parte più arretrata dal punto di vista economico e sociale dell’intero continente asiatico. Ma tale condizione non è legata a fattori naturali, come sta dimostrando lo Stato di Israele che ha intrapreso e avviato brillantemente la lotta contro il deserto. L’esempio israeliano — nelle mani dei pionieri ebrei, il deserto sta soggiacendo alle opere di irrigazione e sta ritornando alla feracità decantata nella Bibbia — prova come una rivoluzione sociale possa avere ragione dei mali secolari che inchiodano i popoli dal Medio Oriente a infimi livelli sociali e culturali. La penisola arabica può uscire dallo stato di arretratezza in cui versa. Nelle regioni interne, per farsi un’idea, prospera ancora il commercio degli schiavi. Le condizioni in cui si trova il sistema delle comunicazioni, poi, sono tali che il tradizionale pellegrinaggio alla Mecca costa la vita, per gli inauditi disagi del viaggio sotto il sole feroce, a centinaia di persone. Se gli Stati arabi non progrediscono, ciò avviene perché vi si oppongono i regimi semifeudali fondati sulle monarchie e sui principati, dominanti dispoticamente su popolazioni che vivono miseramente in sordidi villaggi o peregrinano nel deserto.

Su tale tasto la stampa ispirata dai governi occidentali non ama battere, e se qualche volta lo fa, ciò avviene allorquando troppo spinta appare la politica di ricatto che le corti arabe imbastiscono periodicamente contro gli imperialisti occidentali. Ma neppure il governo di Mosca, e la stampa fiancheggiatrice, che pure posano a guide della rivolta anticoloniale, osano smascherare il contenuto sociale degli Stati arabi. Ad esempio, il governo di Mosca è da un pezzo oramai che va offrendo armi e prestiti a quei governi, e mostra di esultare ogni volta che la coalizione militare che unisce Egitto, Siria e Arabia Saudita riesce a segnare un punto a proprio vantaggio ai danni della alleanza di Baghdad, che Mosca vede soprattutto come uno strumento militare sussidiario della Nato. Ma la stampa ispirata da Mosca si guarda bene dall’attaccare il regime dispotico che vige nell’Arabia Saudita o l’oligarchia militare che è succeduta alla monarchia di Faruk lasciando intatta la struttura sociale egizia.

La stampa asservita a Mosca si limita, atteggiandosi a protettrice dell’Islam, ad attaccare gli imperialisti occidentali e i magnati del petrolio, accusati di succhiare le ricchezze “appartenenti ai popoli arabi”. Ma, evitando di allargarne la critica e dirigerla anche contro le caste feudali, che vivono sfarzosamente in mezzo all’oceano senza fondo della miseria araba, la stampa cominformista giostra unicamente in maniera da accaparrarsi la fiducia e la devozione dei governi costituiti. In altre parole, è indubbio che la Russia lavora energicamente per penetrare nel “mondo arabo”, ma, ben lungi dall’usare i i metodi rivoluzionari, di cui ciancia la stampa atlantica, si rivolge alle classi dominanti, locali da Stato a Stato. In tale senso, la politica araba e, in genere, afro-asiatica di Mosca non si differenzia sostanzialmente da quella delle potenze imperialiste di Occidente, che si regge appunto sull’asservimento dei monarchi, grandi e piccoli, che spadroneggiano sugli arabi. Ma quanto siano esagerate le finte paure della propaganda lavorante sul tema degli “intrighi di Mosca” nei Medio Oriente, appare chiaro se si considera che, ad eguale scopo ed eguale metodo, i mezzi a disposizione di Mosca si riducono a poca cosa, se confrontati con quelli sui quali può contare l’imperialismo americano.

Abbiamo detto che i rapporti che intercorrono fra le centrali imperialistiche di Occidente e i governi arabi trascendono il piano politico. Vogliamo dire che essi non vanno considerati sul terreno della mera forza e della subordinazione violenta. La verità è che gli Stati arabi sono cointeressati direttamente negli affari economici del capitalismo occidentale. Spezzare questi vincoli è la condizione indispensabile per separare gli Stati arabi dall’Occidente. Finché questi vincoli esistono qualsiasi azione rivolta ad appoggiare i governi arabi non può avere altro effetto che rafforzare il potere di repressione di questi ultimi nei riguardi dei loro nemici interni, vale a dire delle classi sfruttate. In altre parole, le armi che Mosca cede, e chiede di cedere ai governi arabi, non potranno mai essere usate contro gli imperialisti occidentali finché i capitali che costoro maneggiano sono richiesti dagli stessi governi arabi. Contribuendo all’armamento del regime di Nasser, ad esempio, il governo di Mosca non ottiene che di rafforzarne il potere nei confronti dei nemici interni, perché l’Egitto, come l’Arabia e gli altri paesi arabi, ad onta delle clamorose campagne di stampa contro l’Occidente, non possono staccarsene, essendo impotenti a gestire con propri mezzi le principali branche della produzione.

Sicuramente i governi arabi hanno un debito di riconoscenza verso Mosca, ma lo stesso obbligo non compete alle masse sfruttate arabe, le quali nel rafforzamento dei governi, e quindi delle classi dominanti di cui questi sono strumento, debbono vedere soltanto il ribadimento delle proprie catene.

Che i russi sappiano bene quali vie occorre percorrere per penetrare nelle cittadelle del Medio Oriente, si ricava ancora una volta dall’accenno che Anastasi Mikoyan ha fatto, nel suo discorso al XX Congresso del PCUS, alla situazione di quella nevralgica area. «Nel Vicino Oriente — diceva Mikoyan — i monopoli petroliferi americani e inglesi hanno estratto, nel 1955, centocinquanta milioni di tonnellate di petrolio, cavandosela con una spesa complessiva di 240 milioni di dollari, ossia davvero a buon mercato. Ma di soli profitti hanno ricavato, per questo petrolio, 1.900 milioni di dollari, coprendo in un anno tutti gli investimenti di capitale effettuati in questa zona petrolifera. A Kuwait, per esempio, in un solo trimestre hanno ottenuto un profitto pari a tutto il capitale investito. Nell’industria petrolifera statunitense sarebbe occorso un minimo di sei o sette anni per l’ammortamento del capitale investito».

Abbiamo spiegato, nella serie di articoli dedicati al petrolio, come le compagnie petrolifere americane e inglesi pervengano, grazie al regime di monopolio consentito dalla cartellizzazione, a realizzare enormi sopraprofitti, adeguando i prezzi del grezzo del Medio Oriente, che registra costi di produzione relativamente bassi, ai prezzi del grezzo estratto dai pozzi degli Stati Uniti, che sono i più alti del mondo. Ma non dobbiamo ora occuparci di tale questione, bensì della speculazione che Mikoyan imbastiva sulle cifre surriportate.

Il “bluff” russo

La spesa di 240 milioni, accettando le cifre di Mikojan, rappresenta il capitale di esercizio assorbito dalla gestione 1955 delle compagnie petrolifere americane e inglesi operanti nel Medio Oriente. Con tale modica spesa, dunque, chi ne potesse disporre sarebbe in grado di gestire i pozzi della penisola arabica e delle isole contigue? A tale effetto sensazionale tendeva Mikoyan che non si lasciava sfuggire l’occasione per descrivere a quale sviluppo sociale andrebbero incontro i paesi arabi se gli introiti ricavati dal petrolio andassero ai “legittimi proprietari”. Come si vede, il governo di Mosca, che si autodefinisce comunista e marxista, è fermo alla falsa tesi della lotta nazionale contro il cartello del petrolio. Ma gli Stati Arabi, come l’Italia domani e l’Iran ieri l’altro, non possono neppure opporsi al cartello, schierandosi su posizioni nazionaliste.

Un più lungo discorso meriterebbe l’argomento di come le monarchie e gli sceiccati arabi utilizzano, da “vittime” del cartello, le vistose royalties che frattanto incassano. Si vedrebbe nei dettagli come le somme versate dalle compagnie concessionarie servono ad alimentare il lusso sfarzoso delle corti dei governi, insomma delle classi dominanti. Non a caso i pozzi petroliferi arabi sono proprietà del Re. Le classi sfruttate non sono raggiunte neppure da uno spruzzo del fiume d’oro, che scorre nelle casse reali e nelle tasche dei ministri, né se ne giova la “collettività nazionale” perché i governi si guardano bene dall’impiegare le royalties nel finanziamento, per ipotesi, di opere pubbliche.

La questione che veramente interessa è come spiegare l’assoggettamento degli Stati arabi alle onnipotenti compagnie petrolifere anglo-americane. I rapporti che passano tra le due parti sono quelli da proprietario concedente a imprenditore concessionario, ma presentano un aspetto del tutto particolare. Per usare un esempio tratto dall’agricoltura capitalista, diremo che il proprietario dei pozzi arabi è equiparabile ad un ipotetico proprietario fondiario, che si trovasse nella insuperabile impossibilità di “disdettare”, cioè licenziare, l’affittuario. L’aspetto originale dei rapporti di produzione, che caratterizzano l’industria petrolifera mondiale, consiste nel fatto che il cartello anglo-americano del petrolio è l’unico imprenditore, l’imprenditore monopolista mondiale, con il quale gli Stati o i privati proprietari dei campi petroliferi dei paesi arretrati sono costretti a ricorrere per la ricerca e la estrazione del grezzo. Ciò vale soprattutto per le regioni petrolifere – come il Medio Oriente e l’America centrale e meridionale – che sono situate lontane dai mercati di consumo e sono prive di un apparato industriale capace di provvedere in proprio alla estrazione e al trasporto oltrefrontiera e oltremare degli idrocarburi.

In tali condizioni le tesi nazionaliste sbandierate dai Mikoyan per accarezzare la vanità dei governi arabi sono pure esercitazioni demagogiche, non hanno neppure la giustificazione di essere una ipotesi teorica. Mikoyan scopre che gli Stati arabi si avvierebbero verso un notevole progresso sociale, se i favolosi utili incassati al presente dal cartello petrolifero non prendessero la via dell’estero. Per ottenere ciò occorrerebbe che gli Stati arabi assumessero la gestione delle imprese petrolifere. Nulla si oppone a tale trapasso sul piano meramente giuridico. Né sarebbe un ostacolo insuperabile il reperimento del capitale di esercizio, che secondo Mikoyan assommerebbe ad appena 240 milioni di dollari.

Ma, ripetiamo, il proprietario dei pozzi del Medio Oriente (monarca, sceicco, ecc.) è nelle condizioni di un proprietario di fondi rustici impotente a far valere contro l’imprenditore agrario persino l’arma della “giusta causa”. Il cartello anglo-americano del petrolio monopolizza su scala mondiale lo sfruttamento dei pozzi di proprietà straniera perché non ha praticamente concorrenti. Neppure la Russia, che è la nemica n.1 del cartello, è in grado di competere economicamente con esso, perché non possiede la gigantesca organizzazione necessaria a trasportare il grezzo dal luogo di produzione ai mercati di consumo. In quanto a produzione di petrolio, la Russia detiene il primo posto in Europa, ma la sua flotta di petroliere si quota agli ultimi posti nella classifica mondiale, essendo inferiore persino alla flotta cisterniera italiana. L’apparente contrasto si spiega, tenendo presente che la distribuzione del greggio russo avviene mediante gli oleodotti e i trasporti fluviali sul Volga.

A che si riduce, dunque, la pretesa minaccia russa al predominio dell’imperialismo occidentale nel Medio Oriente? E che occorre pensare delle bluffistiche campagne nazionalistiche ed antioccidentali degli Stati arabi? L’esperienza fallimentare delle nazionalizzazioni persiane è decisiva: l’Iran rimase assediato col suo petrolio invenduto, né la Russia gli fu di alcun aiuto nonostante la frontiera in comune, sicché alla fine il cartello internazionale rimise piede nel settembre del 1954 in Abadad, introducendo il capitale americano fino ad allora rimasto fuori. Altra prova non occorre per dimostrare esatta la tesi rivoluzionaria che la lotta antimonopolista è mera demagogia allorché si pretende di condurla su basi nazionali. Pochi fatti danno come gli affari mondiali del petrolio una così chiara e irrefutabile dimostrazione del principio rivoluzionario che lo spezzamento delle ferree forme di produzione del capitalismo è possibile solo attraverso la lotta di classe. La lotta contro il cartello del petrolio, uno dei cardini dell’imperialismo, non si combatte in periferia, ma nelle metropoli, cioè non attraverso la lotta tra nazioni e Stati, ma attraverso la guerra di classe.

* * *

Nell’introduzione a questo articolo (n.7 del 31 marzo – 13 aprile), si è dimostrato come la storia dell’intervento russo nella tormentata vicenda del Media Oriente sia un autentico bluff: non solo la Russia si guarda bene dal far leva sui moti sociali determinati dalle spaventose condizioni di vita delle popolazioni arabe e, semmai, appoggia i governi forcaioli e semi-feudali che le opprimono, ma questi sono in realtà, come i governi di tutti i Paesi petroliferi, alle dipendenze del cartello internazionale del petrolio per una legge economico-mercantile insuperabile. Ciò premesso, vediamo la situazione creatasi in Giordania e a Cipro.

Dialogato coi morti (Pt.3)

Il XX Congresso del Partito Comunista Russo

Giornata terza (antimeriggio)

Bilancio di tappa

Al sorgere delle luci dell’alba sulla nuova fatica è norma del lavoratore rivedere l’opera svolta e guardare a quella che affronterà nel giorno nuovo. Ben vero nell’epoca capitalista né l’una né l’altra cosa lo concernono menomamente. Tanto fu solo in quella del comunismo primitivo, e tanto fu ancora in quella del libero individualismo produttivo, anche nei loro lati ammirabili da tempo scomparse, e, in quanto non lo siano del tutto, da aiutare a sparire. Nei mondi di oggi di est e di ovest, che si sforzano di contrapporsi, quella dolce gioia è vietata a tutti gli umani, ridotti sempre più a rotelline passive di una macchina immensa di produzione, il cui segreto sfugge loro del tutto.

Nel comunismo, non mercantile, sarà alla società possibile fare «un meraviglioso affare» dicendo, ogni mattina che il pianeta si sarà pigramente tutto rigirato su se stesso: annunzi chi vuole che oggi non aggiungerà nulla al prodotto sociale. Lo accetto, come accetto l’opera dì chi vorrà apportare decuplo impegno: entrambi siederanno allo stesso titolo alla mensa comune. Solo allora avremo finito di sentire da ambo i lati le nauseanti chitarrate all’idolo falsato di Libertà.

Nella Prima Giornata (tra le anticipazioni e i ribadimenti che sono ingredienti indispensabili per digerire pasti come questo) sbrigammo i punti della confessata falsità storiografica, e del rinnegato culto al Grande (da noi volgarmente da anni trattato come «teoria del Battilocchio»; il Battilocchio essendo un tipo disarticolato e longilineo, che sovrasta tutti perché tanto è lungo tanto è fesso). Nella Seconda abbiamo passato in giudicato quel «passaggio al socialismo» che ha millantato vie nuove, e in sostanza quella sola costituzionale, socialpacifica e parlamentare.

Dando di massima come piano per questa prima parte della Terza Giornata la questione dell’economia (teoria del capitalismo – teoria del socialismo), e per la successiva quella dell’imperialismo mondiale e della guerra, sostiamo un istante a far vedere come le pietre angolari della costruzione impostata al recente congresso di Mosca stanno tra loro di sghimbescio, e sbandano in direzioni arbitrarie, rendendo certo che su esse nulla si appoggerà di «stabile».

Lasciamo i borghesi di tutte le colorazioni a cercare il significato di così inattese proclamazioni, nell’indagine su quello che i comunisti (!) faranno nel prossimo futuro, nel campo mondiale e in quelli interni dei vari paesi. La nostra ricerca, evidentemente tanto oscura quanto unica, tende solo a trarre dallo stato di necessità che ha dettato quelle nuove enunciazioni, conferma ad una spiegazione del fatto storico in corso che smentisce in blocco le posizioni di quella gente, di ieri e di oggi, dal 1924 al 1956. La conclusione è tra l’altro che tutta la paura borghese per il tramare di Mosca non è soltanto inutile, ma totalmente mentita.

Storia e storiografie

È nello stesso tempo vero che la letteratura del XX congresso, e quella che dopo di esso viene incalzando come sviluppo, è prezioso materiale per un’indagine storica marxista di natura critica, sempre più efficiente nella demolizione della degenerazione stalinista, e della super-degenerazione post-stalinista; e che, considerata come sistema, come nuova piattaforma, manca di connessione e solidarietà delle parti, è un campo pieno di storcimenti, gobbe e fratture, è il risultato fallimentare di una serie di pietose rattoppature.

Chiudevamo lo scritto della precedente giornata col chiederci come possa la storia far distinzione tra Stalin e quelli che oggi così rumorosamente ne condannano l’opera, ne smascherano le sesquipedali menzogne, ne denunziano, dopo averlo per decenni chiamato «maestro di color che sanno», errori teorici degni – e questo era vero – della «class di asen».

Ed infatti solo fabbricando di colpo una «storiografia» non meno falsa della denunziata, può tanto essere sperato; facendo assegnamento su una macchina di divulgazione di carta e di parole che è della stessa strapotenza di quella che ha potuto far reggere le bugie di Stalin. Queste vengono però oggi, sotto gli occhi attoniti del mondo, stracciate dalla storia.

Quale maggior falso storiografico di quello di far credere che Marx e Lenin avessero considerato «ritirabile» il principio della dittatura proletaria in situazioni posteriori non solo al 1850, ma al 1900, di capitalismo avanzato verso la concentrazione ossia verso l’imperialismo?

Quale maggior falso che attribuire a Lenin la «teoria della costruzione del socialismo nella sola Russia», al momento in cui si ammette falso che Leone Trotzky e Gregorio Zinoviev fossero agenti dell’imperialismo straniero – allorché proprio questi due teorici, nel momento culminante del ciclo dottrinale e di uno e dell’altro, all’Esecutivo Allargato dell’autunno 1926, cacciando Stalin vivo, potente e giovane al banco degli asini, gli provarono che né Lenin né altri, e nemmeno lui Stalin, avevano detto questo prima del 1924?

E allorché proprio per guadagnare questa partita i due grandi compagni – già nella primavera del 1926, quando non si erano ancora riavvicinati dopo la lotta del 1924 in cui Zinoviev sorresse Stalin (come ancora nel 1926 lo sorresse l’altro morituro Bucharin), solo i delegati a Mosca della sinistra comunista italiana affermarono, tra lo stupore dello stesso ambiente bolscevico, che Trotzky, Zinoviev e Kamenev erano dalla stessa parte della barricata (o povera, povera formula della chiave personale per svelare la politica!) – i due, e tanti altri, vennero perseguiti e infine trucidati? Da Stalin? Oh no, oh no! Dalla causa della teoria della costruzione del socialismo in Russia, dalla banda della menzogna per cui quella società ancora si dichiara non capitalista.

E quale falsificazione più vasta di quella che ascrive a Lenin, nelle parole di Mikoyan e degli altri, la paternità della più fetida teoria di Stalin, quella della coesistenza? Sciagurata teoria, che nell’edizione varata al XX congresso degenera ulteriormente, a vergognosa aberrazione.

Non si è dunque uccisa una fase di falsa storiografia, che per aprirne una nuova, e, come l’avvenire dirà, ben peggiore.

Parlamentarismo vale personalismo

Il corpus, costruito sul compatto meccanismo staliniano, del ventesimo congresso, si sarebbe spogliato di colpo dall’abito infame del servilismo personale: ma in che modo? A detta di un giornale qualunque tutti sorsero in piedi plaudendo quando nella sala già occupata dai 1350 delegati entrò il Presidium. Ma ad alta voce Krusciov pregò di non applaudire: ci troviamo tra comunisti: i veri e propri padroni siete voi, compagni delegati! Se la frase è vera, è bassamente demo-americana; l’eletto che è il servitore del cittadino qualunque!

Tra comunisti, non vi sarebbero padroni né servitori. Comunque, quel corpus in equilibrio su ben dubbie basi avrebbe storta la bocca davanti al mito della Persona. Come mai, nota il non tanto fesso giornalista, nel resoconto ufficiale il rapporto di Krusciov è accolto da 23 riprese di «applausi», 6 di «applausi impetuosi», 35 di «applausi prolungati» e dal finale «impetuoso e prolungato, che diviene vera ovazione»?

Ma quello stesso corpus, con pari unanime decisione ed entusiasmo, ha proclamato che la via al socialismo, nel figurino 1956, è quella parlamentare. Questa, nella versione «gourmande» dell’analfabeta Nenni,
«implica il rispetto della legalità democratica qual’è sancita dalla Costituzione, quando si è opposizione e quando si è maggioranza».
Marx nella tomba, Marx che rese equivalenti («Il 18 brumaio») i due gridi: Vive la Constitution! e À bas la Révolution!

Nenni e Togliatti, coerenti nell’essere entrambi analfabeti di marxismo, anche se il secondo non lo è di tutto, si godono a dire che tuttavia il proletariato si riserva l’azione di piazza se fosse in pericolo la democrazia. La graziosa formula del primo è
«contro la minaccia che il capitalismo sospende sulla vita e le istituzioni democratiche».
Questa gente dunque, essendo certa che la democrazia è eterna, assicura eternità al capitalismo, mentre le due eternità sono allo stesso titolo bestemmia e tradimento. Ambo, con quelli del XX, giurano però che questo non è il riformismo. Ma il riformismo differisce da questa roba per un motivo solo: era una cosa seria. Quanto alla dichiarazione che lesa la libertà democratica avrebbero preso il fucile, la sentimmo dai Bissolati e dai Turati – gente credibile – nei tempi in cui Togliatti era a scuola di filosofia borghese e Nenni a soldo di giornalista dell’Agraria.

Dunque il parlamentarismo è il «principio», e la violenza una disperata uscita cui si ricorre solo per salvarlo, se taluno lo minaccia. Sta bene! Si può tuttavia evitare l’«ernia di fesseria» di aggiungere che chi minaccia di mangiarselo, a proletariato castrato, sia il capitalismo che lo figliò. E che si lotta per salvare il Parlamento, non per abbattere il Capitale!

Non vogliamo tornare su tal punto, solo notare la contraddizione stridente tra la mossa che mette giù il personalismo, e quella che leva in alto l’elettoralismo, come altra prova del dissesto del sottosuolo tra i piedi dei 1350, che tremano quando le mani battono. Come si pigliano voti – e quella gente avrà da pigliarne ancora – se non si usa il mezzo base del tifo per l’uomo politico? Come si conserverebbero le ondate di simpatia per i simboli del fronte popolare o dell’unità del lavoro (si chiama così o in che altra maniera?) se non con la frenesia per le gesta del men che mediocre materiale umano, di leva nazionale, provinciale o paesana, suscitata coi soliti mezzi nelle masse, amorfizzate e diluite nel gregge degli «onesti», dei buonvolontisti e simili?

Quindi non meno apocrifa della rinunzia all’arma del falso storico è la rinunzia al mezzo principe dell’infatuazione per le persone, lanciata da un’apposita macchina pubblicitaria, soffiettante fessi listati.

Una sola rinunzia non è apocrifa, e non è nuova: la rinunzia alla Rivoluzione. Occorreva per far questo rinunziare alla tradizione di Stalin? È per questo che i marchiani sbagli di economia di costui sono stati segnati in azzurro? E lo sono forse stati? E comunque, in che direzione?

Sovrastruttura e base economica

È ovvio che per la stampa ed i partiti dell’ordine tutta la questione sta nel trovare con che regola si provvede alla «successione» nei regimi post-rivoluzionari. È di norma l’avvento del «cesarismo», termine idiota che sollevò la giusta ira di Carlo Marx, come nella Prima Giornata citammo. Di quel cesarismo che dopo i campioni ottocenteschi, alla testa dei quali il nomignolato Boustrafa, Scapin, Badinguet (Napoleone III), ci ha in questo novecento data una magnifica collezione che cerca il suo Plutarco: Hitler, Mussolini, Franco, Tito, Peron, Pavelich, Horthy, e altri dimenticati: su tutti Stalin, il cui precipizio dallo zenith al nadir memorialesco appare veramente abissale… Uccisore di compagni nella vita e nell’onore, bestia nel tener cattedra di scienza, generalissimo solo di sconfitte, non tarderà a citarsi anche lui per dispregiativi, di tipo bagnasciuga.

Tutta questa gente, e non meno di loro i Notissimi che hanno carte in regola col bigottismo democratico, non fanno per noi la storia; e il peso della loro soggettiva volontà di potere, che acceca altrui, è per noi marxisti trascurabile: questi splendori e queste eclissi che tutti devono oggi ammettere, stanno per la nostra visione: in bene o in male non è in costoro la causa degli eventi, essi non ne sono che un portato passivo.

La chiave che noi impieghiamo è palesemente altrove: nel procedere dei fatti della base economica, dei rapporti sociali di produzione. È lo sviluppo di questi che deve spiegarci, una volta ancora, i colpi di teatro del XX congresso.

La sottostruttura materiale ha fatto parlare il XX congresso così come ha parlato; in essa agiscono forze che hanno costretto a dire quello che si è detto: ma i rapporti reali della sottostruttura sono ben altri, da quelli che nei testi del Congresso sono stati teorizzati e dichiarati.

Particolarmente suggestivo era comunque vedere che cosa, in materia economica, il congresso ha dovuto «cambiare» rispetto alle costruzioni di Stalin, che fino a un mese addietro passavano per valide per il partito comunista russo, per il governo russo, per tutti i partiti esteri solidali coi due.

Dobbiamo ricordare il nostro commento allo scritto di Stalin sui «Problemi economici del Socialismo nell’U.R.S.S.». Ne indicammo gli errori economici tanto per le leggi che si pretendevano applicabili all’economia russa, quanto per quelle che si applicavano all’economia occidentale.

Va subito chiarito che tali errori marchiani sono oggi denunziati in modo soltanto sommario, e senza ordine logico, nello stesso discorso di Mikoyan, che maggiormente se n’è occupato, ma che tuttavia, come prevedemmo, non è dato dai giornali italiani nel testo completo. Non è poi di quelli accusati indicata la rettifica, né detto, proprio per nulla, che la stessa consista nel ritornare alle formule, quelle si classiche, di Marx, Engels, Lenin.

Quanto alle deduzioni non strettamente economiche, circa il corso del capitalismo in occidente, il mercato mondiale, l’imperialismo e la guerra, tutte le rettifiche alle tesi staliniane sono ULTERIORI PASSI CONTRORIVOLUZIONARI, e si pongono di gran lunga più distanti da Marx e da Lenin.

Dialogammo nel 1953 col vivente Stalin e lo convincemmo di bestemmiato marxismo.

Nel 1956 il XX congresso butta il testo di Stalin a mare, a Stalin morto, e ne precipita la statua dal piedestallo. La formula filistea è che si tratta di sanare l’insulto al marxismo-leninismo. La prova, all’opposto, che si trae dallo svolto teorico e politico, è che si colpisce Stalin per non aver abbastanza bestemmiato. L’autorità di Stalin, già da tempo per noi caduta, è oggi distrutta. Ma l’autorità di Marx-Lenin sarà rimessa in piedi, solo quando saranno travolti gli attuali biechi, sfrontati restauratori.

Suo malgrado contribuì a tanto allora Stalin; oggi lo fanno essi stessi, coi materiali che abbiamo diritto e volontà di adoperare.

Le critiche di Mikoyan

Non risulta in maniera diretta da quanto è stato detto in materia economica – e nemmeno in maniera indiretta – che vi sia nulla di «ritirato» quanto alle tesi di Stalin sull’economia russa, e principalmente a quelle da noi battute in breccia: l’economia russa è quella di una società socialista – nella società socialista persiste la riproduzione delle merci e la legge del valore.

Già anzi sappiamo che è stato da Krusciov ribadito il rigetto della tesi, in sostanza accettabile, di Molotov: in Russia si attua la costruzione delle basi del socialismo.

Faremo un’altra interposizione, rilevando che il mutamento da «costruzione delle basi (industriali)» a «costruzione del socialismo» corrisponde, circa la sottostruttura economica, al non meno subdolo mutamento da «passi verso il socialismo» (Lenin) a «passaggio al socialismo» (Krusciov).

Stiamo dacumentalmente svolgendo l’esposizione delle straordinariamente organiche posizioni di Lenin lungo il corso della Rivoluzione, esposte dallo stesso Mikoyan in maniera insidiosa: Lenin mutava ogni paio di mesi, a dir di costui, la prospettiva del corso rivoluzionario; ma ebbe sempre ragione! Noi rispondiamo, nella nostra lunga analisi, che nessuno, né Lenin né Jehova, ha sempre ragione; ma che Lenin ebbe tremendamente ragione appunto in quanto non mutò mai, fra le più tragiche situazioni successive, l’incomparabile dottrina del corso della rivoluzione in Russia.

L’espressione rigorosa di passi al socialismo, non meno che quella di lavoro alle basi industriali del socialismo, stanno al loro posto scientifico in bocca di Lenin fino che visse, come di Trotzky e di Zinoviev fino che non vennero strangolati.

Nella rivoluzione antifeudale il compito del proletariato è di compiere una serie di passi verso il socialismo, che la borghesia e gli opportunisti temono. Una prima serie di passi il Proletariato li compie assieme ai contadini poveri, passando dalla democrazia parlamentare borghese alla dittatura democratica del proletariato e dei contadini. Compie ulteriori passi, organizzando l’industria capitalista dì Stato (ultimo gradino), proseguendo nella dittatura del solo partito proletario, contro ogni altro partito e classe. Il socialismo in Russia non è questo ancora: esso verrà dopo la rivoluzione socialista internazionale (la quale è oltre forme intermedie tra democrazia e dittatura).

Allora in Europa (o America) e Russia si tratterà più di costruire ma demolire. Tutti gli appelli ardenti di Lenin al lavoro di registrare, organizzare, elevare rendimenti, e potenza produttiva, furono possenti spinte rivoluzionarie per i passi al socialismo, per attrezzare le basi del socialismo. Non si trattava né di costrizione del socialismo, formula economica spuria, né di passaggio al socialismo, formula storica difettosa.

Arrivano al socialismo due potenti forze di demolizione, che sono una sola: la Rivoluzione e la Dittatura. Quando queste terranno nella loro stretta di acciaio i paesi dell’industrialismo avanzato, e quando avranno abbastanza saputo distruggere e sradicare, il Socialismo passerà da sé, si leverà da sé.

Perfettamente eterodossa al marxismo, prettamente stalinista e sub-stalinista è questa conclusione del Mikoyan:
«È importante rilevare che, secondo Lenin, anche nei casi in cui il proletariato è costretto a ricorrere alla violenza, il carattere fondamentale e permanente della rivoluzione, la premessa delle sue vittorie è il lavoro di organizzazione, di educazione e non quello di distruzione».

Un simile concetto della rivoluzione, storicamente inconsistente e vuoto, sta ben più lontano dal marxismo di quanto non ne stiano i riformisti classici. Esso sarebbe stato respinto dai Turati e dai Bebel, dai Bernstein non meno, con gli argomenti con cui essi demolivano le costruzioni dei Mazzini, dei Webbs, dei Malon, dei De Amicis.

Segni blu a Stalin

In che di sostanziale ha dato fastidio l’economia di Stalin? Il punto che ha sollevato lo sdegno di Mikoyan riguarda la dottrina sul corso del capitalismo contemporaneo. Per il resto è a nostra disposizione una frase assai generica: «Bisogna a questo proposito notare che alcune altre tesi dei Problemi Economici, se sottoposte ad un attento esame, richiedono dai nostri economisti un’analisi approfondita, e una revisione critica alla luce del marxismo-leninismo». Quali sono queste altre tesi? E in quale senso vanno corrette, secondo il marxismo-leninismo, e non secondo nuovi strafalcioni, che al dire ostentato di questi guastatori Marx e Lenin avrebbero autorizzato a fare quelli che fossero stati in presenza dei ricchi, fecondi, imprevedibili nuovi dati delle nuove situazioni future? È qui la bestemmia delle bestemmie, ed è sempre quella che da mezzo secolo e più, con parole più o meno variate, ogni opportunismo accampa.

Questo non ce lo dice Mikoyan, né il XX congresso. E lo leggeremo quando sarà stata adempiuta la richiesta dell’oratore:
«Sarebbe sbagliato non dire che i capitoli del ‘Manuale di Economia politica’ sull’attuale fase di sviluppo del capitalismo, e in particolare il problema del carattere e della periodicità delle crisi cicliche, nonché i problemi dell’economia politica del socialismo, debbano essere studiati più a fondo e rielaborati».

Sull’economia del socialismo possiamo dunque dialogare col morto Stalin soltanto, e vi accenneremo; sul corso del capitalismo possiamo sentire in che Mikoyan rettifica Stalin, e se lo fa nel senso in cui lo facemmo noi.

«La teoria del ristagno assoluto del capitalismo è estranea al marxismo-leninismo. Non si può pensare che la crisi generale del capitalismo determini un ristagno assoluto della produzione e del progresso tecnico nei paesi capitalistici».

Questa recisa condanna segue la domanda:
«È possibile oggi o domani un progresso tecnico e un incremento della produzione nei paesi capitalistici?».

E ad essa segue la censura a Stalin più specifica:
«Può forse, nell’analisi della situazione economica del capitalismo contemporaneo, aiutarci, ed è forse giusta, la nota tesi formulata da Stalin nei ‘Problemi’ in rapporto agli Stati Uniti, all’Inghilterra e alla Francia, secondo la quale dopo la divisione del mercato mondiale ‘il volume della produzione in quei paesi si ridurrà?’. Questa affermazione non spiega i fenomeni complessi e contraddittori del capitalismo contemporaneo, non spiega l’aumento della produzione capitalistica avvenuto in molti paesi dopo la guerra».

Dunque la colpa di Stalin sarebbe questa. Egli scriveva nell’anno 1952, in cui l’economia statunitense aveva segnato un ripiegamento rispetto al massimo degli indici avutosi durante gli anni di grazia della guerra di Corea. Egli vide prossimo il momento, ancora lontano anche giusta i dati del XX congresso e le previsioni trattate da Bulganin del Sesto Piano quinquennale che va al 1960, in cui il potenziale produttivo sovietico avrebbe potuto raggiungere quello dei più forti paesi industriali; nel frattempo è partita in gara la Germania occidentale e pare ci arriverà prima lei. E negli anni dopo morto Stalin gli indici americani della produzione e del reddito nazionale hanno ripreso a salire toccando nel 1955 il massimo assoluto. E ora come la mettiamo?

Le leggi somare di Stalin

In effetti Stalin aveva dedotto dalla rottura in due del mercato mondiale dopo la guerra, e dalla perdita di sbocchi asiatici, africani, europei per i grandi Stati capitalistici, il peggioramento delle condizioni di sbocco sui mercati e la riduzione della produzione delle aziende. E aveva aggiunto: in questo consiste propriamente l’approfondirsi della crisi generale del sistema capitalistico mondiale per quanto riguarda la disgregazione del mercato mondiale.

In quello scritto come in molti altri colpevolmente superficiali, ad esempio quelli sul materialismo, Stalin sì mostra davvero convinto che la dottrina del partito evolve nella storia, e alcune delle sue parti vanno gettate via e sostituite con altre (e qui quelli del XX congresso peccano come lui e molto più di lui); a questa correzione e mutazione di principii presiede un pontefice massimo e questo era lui (il XX congresso vorrebbe ritirare questo secondo punto, per grave smarrimento davanti a una vera bancarotta scientifica, ma i rimedi al lavoro ideologico che si vedono proposti sono proprio piccini piccini).

Quindi Stalin in quell’occasione prende la scure e taglia giù interi capitoli di Lenin, di Marx, e… (questa era divertente davvero) in parallelo, di Stalin.

Infatti egli dichiara infondata una sua teoria «enunciata prima della seconda guerra mondiale, sulla relativa stabilità dei mercati nel periodo della crisi generale del capitalismo». Poiché questa curiosa ed inutile tesi viene tolta di mezzo dall’autore, e poiché non significa nulla e al solito pone noti e solidi termini fuori di posto, inutile perderci tempo.

La tesi fatta insieme cadere era di Lenin, enunciata nella primavera del 1916, che, nonostante la putrefazione del capitalismo,
«nel suo insieme (rilevi il lettore le parole: nel suo insieme) il capitalismo cresce con un ritmo incomparabilmente più rapido di prima».

Ora questa tesi costituisce il centro stesso del marxismo, ed era pura follia pensare che se ne potesse estirpare. Il concetto marxista della caduta del capitalismo non è quello che esso per una fase storica accumula, e in un altra si affloscia e si svuota per conto suo. Questa era la tesi dei revisionisti pacifisti. Per Marx il capitalismo cresce senza posa al di la di ogni limite, la curva del potenziale mondiale capitalista non ha una dolce salita che poi rallenta e conduce ad un dolce declino; al contrario essa sale fino ad una brusca immensa esplosione che spezza ogni regola di andamento del «diagramma storico» e chiude l’epoca della forma capitalista di produzione. In questo svolto rivoluzionario è la macchina politica dello Stato capitalista che va in frantumi, e se ne forma un’altra proletaria, che nel corso dello sviluppo si affloscerà e estinguerà. Stalin, come cacciò di arbitrio dal marxismo (tutte imposizioni della necessita il suo Stato si enfiava e non si svuotava, perché Stato capitalista!) la legge del deperimento dello Stato, vi cacciò dentro, per giustificare la rinunzia del suo partito alla rivoluzione civile e alla guerra rivoluzionaria, l’inconcludente tesi del «deperimento del capitalismo». Questo si guardò bene dal mettersi a deperire.

A questo punto venne dato di frego, dal Pontefice e dalla sua scorta sacerdotale, ad un’altra dottrina, e stavolta di Marx. Si tratta dello stesso errore e tutto fa credere che se Mikoyan dialogasse con noi prenderebbe atto di quanto abbiamo nel primo Dialogato contestato al Morto. La legge di sviluppo del capitalismo si dice sia quella della diminuzione del saggio medio del profitto; ma non è vero. Così sentenzia Stalin, e cambia la legge in quella, veramente stupefacente, della realizzazione del profitto massimo.

Spegnemmo il lanciafiamme

Giunti a tal punto noi – ci duole non di citarci, ma di dover rinviare al «Dialogato con Stalin» per tutta la dimostrazione economica che abbozzammo, si capisce in sede di polemica, e nella veste sempre di difensori di leggi note vecchie e intangibili, non di coniatori di nuove dottrine e di stenditori di trattatesca o manualesca scienza – non ci trattenemmo dallo scrivere;

«Se va un poco più oltre il lanciafiamme in libreria, non restano neanche i baffi dell’operatore».

Allora di Baffone tremavano tutti. Forse non avremmo scritto la frase irridente oggi, che si vedono i ritratti baffuti dati ovunque al fuoco da purificatori spregevoli, cinici, e recidivi nell’indegno commercio dei principii, bollato da Carlo Marx nella sua spietata esegesi del «Programma di Gotha».

Noi mostrammo come la legge di Marx era quella della «discesa generale del saggio del profitto»; come anzitutto essa non fosse che confermata in tutto lo storico decorso della forma capitalista di produzione, anche nella moderna tappa monopolistica, imperialistica, nel primo e secondo dopoguerra; e come rettamente intesa ed applicata ai dati dell’economia mondiale essa si conciliasse: coll’aumento del saggio del plusvalore (saggio di sottrazione di lavoro alla classe operaia), coll’aumento incessante della massa del prodotto, della massa del plusvalore, e della massa del profitto, poiché la massa del capitale investito nella produzione ed accumulato cresce in modo così travolgente che, a tasso progressivamente minore, il volume del profitto totale è sempre ingigantito.

A Stalin serviva la posticcia legge del «profitto massimo» per dimostrare che il proletariato si impoverisce per il troppo profittare dei capitalisti (che in Russia si pretende non esserci). Dovemmo ancora una volta rimettere a posto la legge marxista della crescente miseria, con argomenti che vanno ben oltre quello timido di Stalin sulla massa disoccupata (esercito di riserva) – sempre per vantare che in Russia si assume non esista -; e stabilire che essa non toglie che il reddito nazionale, il reddito pro-capite, ed il tenore di vita non solo del cittadino medio ma dell’operaio medio crescono lungo il corso del capitalismo.

Ciò nonostante le dottrine originali e immutate del marxismo, messi a tacere non solo i Pontefici, ma anche i Concilii, sulle crisi e sulla catastrofe finale, restano in piedi perché sono fuse in altro bronzo che non le caduche statue dei dittatori, in altro acciaio che non le casseforti dell’accumulazione.

Nella nostra conclusione, compito della rivoluzione socialista non era continuare ad organizzare la corsa all’aumento della produzione, ma la linea rovesciata; poggiare sulla tecnica e la produttività del lavoro più alte, non più l’esaltazione della produzione ma la drastica riduzione dello sforzo di lavoro, del suo tempo, del suo tormento.

Mostrammo che davanti alle vanterie della scienza economica americana circa la corsa al benessere fondata sulla esasperazione del consumo che ne fa gli indici proporzionali all’inflazione del volume del prodotto, poco si reggerebbe la polemica marxista, se ripiegasse sulle fesserie di Stalin in materia di partizione del prodotto tra consumo e reinvestimento.

Altro vano feticcio: la tecnica

Vorremmo domandarci in quale migliore situazione, in tale polemica sopra i monti e i mari, si troveranno quelli del XX congresso, tutti ravvolti nella loro goffa ideologia, di confronto, di concorso, di gara emulativa, di ineffabile decisione persuasiva e di preferenza tra il modo capitalista e quello «socialista» di organizzare la produzione, che paese per paese saranno prescelti dopo compulsati i cattedratici e le facoltà universitarie, sentiti gli esperti, mobilitati i tecnici a forza di corsi accelerati, missioni all’estero e simili. Dopo essersi posti su questo terreno pietoso, è risibile misurare tra i discorsini degli ometti di Mosca il balordo complesso d’inferiorità rispetto ai disinvolti sbronzati cafoni di oltre Atlantico.

A sentire Mikoyan, appo i Russi nulla funziona: scienziati, università, laboratori, istituti di ricerca, servizi statistici. Tutto è da rifare e da ricominciare in affannosa gara con le meraviglie d’America. Questo stato d’animo disfattista fa il paio colla stupefazione con cui il pubblico italiano si va esaltando per il trapianto sgangherato, sugli schermi televisivi, dei giochi americani su premi in dollari alla cultura del pubblico imbonito.

Stalin aveva in tal materia scritto cose scandalose, sempre sulla base della sua dottrina del massimo profitto, sostenendo che il capitalismo tendeva a diventare non solo più improduttivo nella massa ma anche nella qualità, e a ripristinare le forme schiaviste del lavoro delle prime aziende a salario, se ciò (e non vedeva l’assurdo dell’ipotesi economica) gli avesse dato maggiori «profitti». Aveva scritto questo:
«Il capitalismo è per la nuova tecnica quando questa gli promette i maggiori profitti. Il capitalismo è contro la nuova tecnica e per il passaggio al lavoro a mano (?!) quando la nuova tecnica non gli promette (o permette?) i maggiori profitti».
Allora verrebbe «l’arresto tecnico del capitalismo». Questa banale concezione del capitalismo personificato che fa i suoi calcoli e di sua volontà deforma le leggi economiche non è piaciuta più, non perché si ponesse il marxismo sotto i piedi, ma perché lascia senza argomenti davanti alla elefantiasi meccanica e macchinista, ai fastigi dell’«automation» americana, e al lancio incessante al mercato del mondo di manufatti sempre più raffinati di tecnici lenocinii.

Tutti gli oratori hanno quindi invocato che i metodi di preparazione e perfezionamento tecnico dell’occidente siano in ogni campo presi a modello ed imitati, perché sono in ogni caso l’optimum, e non è permesso nemmeno pensare che in qualche settore, per motivi di classe o per effetto di leggi economiche, non si debba imparare da essi. Dunque nella impostata gara emulativa tra Russia ed America questa avrebbe in partenza già vinto, e solo seguendola si può far bene.

Ma questo è vero, non perché era aberrazione di Stalin disistimare la tecnica capitalista soggiogata dal profitto, ma perché nei due campi lo scopo è lo stesso: costruire capitalismo industriale, accelerare l’accumulazione, aumentare il volume della produzione; e la via che si segue all’est, come ad ogni passo dicevamo nel Dialogato, è la stessa di quella seguita all’ovest con anticipo di quasi un secolo.

Quindi i russi sono arrivati alla stessa formula: gettare in vendita merci più allettanti per il compratore, indurre a più alto livello di consumo, perché anche lì vige la formula borghese: il consumo è il mezzo, la produzione il fine.

L’aborto – mummia del mercantilismo

Dunque la critica del Congresso all’economia stalinista si è limitata alla parte che descrive il capitalismo, e in un certo senso ad una difesa del capitalismo dall’accusa di trascurare per ragioni di alto profitto le risorse della scienza e la più alta efficacia della tecnica della produzione.

Ma oltre al rivoluzionare le leggi marxiste dell’economia capitalista, Stalin nel libro incriminato aveva fatto aspro governo anche delle leggi dell’economia socialista, e questo fu il primo e più grave contraddittorio del «Dialogato» con lui.

Avremmo atteso che su questi punti scottanti facesse luce il XX congresso coi suoi discorsi-fiume. Nulla. Ma neanche nulla che possa far credere che il pericoloso «mercantilismo» da noi denunziato in Stalin, sia menomamente corretto. All’opposto, in molte altre enunciazioni date nel descrivere i progressi economici della Russia e nel presentare nuovi programmi e piani, il carattere commerciale dell’economia russa viene sottolineato ad oltranza. E siccome non si cambia nemmeno il tono delle formule fatte staliniane sulla società socialista, il paese socialista, e la compiuta costruzione del socialismo, si deve ritenere che stia del tutto in piedi la tesi favorita dell’economia di Stalin: nell’economia socialista i prodotti sono merci, e i consumi si acquistano e pagano in moneta.

Stalin indica che nell’economia socialista vige, anzitutto, la legge dello scambio di equivalenti – e non dobbiamo ripetere la profluvie di citazioni di Marx, Engels e Lenin con cui mostrammo che il socialismo anche di grado inferiore non è mercantilismo, e finché si consumano e producono merci si è nei precisi confini sociali e storici del capitalismo: che ogni volta che si paga salario in moneta è merce anche la forza lavoro, e nulla vale a negarlo l’argomentazione sofistica di Stalin che il salariatore è lo Stato del proletariato. La tesi retta è che lo Stato è del proletariato quando il suo intervento nell’economia vale a ridurre e infine sopprimere la forma salario, non a diffonderla. Esiste tuttavia uno stadio storico nelle società come la russa, partite dal pre-capitalismo, in cui lo Stato del proletariato costruisce aziende a salario (passi verso il socialismo): ma allora questo Stato, come nel 1926 chiesero Trotzky e Zinoviev, non gabella per socialismo quello che è capitalismo, e chiama le forme col loro nome.

Silenzio al Congresso su questo. Ma sotto il silenzio, è chiaro, stalinismo deteriore!

Altra legge che Stalin applica al socialismo è quella della progressione del volume dei prodotti in proporzione geometrica. Noi sostenemmo che questa era legge del capitalismo, era la stessa legge dell’accumulazione, ed era in controsenso al solo piano socialista: fermare l’aumento di prodotto e fare scendere il tempo di lavoro. La tessitura del nuovo piano quinquennale esposto al congresso, come dei precedenti, basta anche qui a mostrare che si è stalinisti incancreniti, in economia.

E nella sua conclusione Stalin, dopo aver emessa la nuova sua legge del capitalismo del profitto massimo, stabilisce la «legge fondamentale dell’economia socialista» in questi termini:
«assicurazione del massimo soddisfacimento delle sempre crescenti esigenze materiali e culturali di tutta la società, mediante l’aumento ininterrotto e il perfezionamento della produzione socialista sulla base di una tecnica superiore».

Questa legge, che Stalin contrappone grossolanamente a quella da lui inventata del massimo tasso del profitto, tace della riduzione dello sforzo di lavoro. Il XX congresso non ha detto se anche questa parte delle formule economiche nei «Problemi» sarà riformata, e non ha detto se lo sarà nella direzione del marxismo-leninismo. Su tali punti non si possono trovare lumi se non nella presentazione del piano quinquennale, e negli indici che lo stesso si ripromette di modificare nell’economia russa, fino al 1960.

In nulla dunque può trovarsi che gli errori madornali di Stalin nel campo della scienza economica siano stati eliminati nel senso marxista o che lo saranno in seguito, nei nuovi studi economici. Questi sarebbero da rifare dalla base: Mikoyan non ha capito come sia enorme dire che le ricerche statistiche del possente apparato amministrativo statale restano indietro a quelle che al loro tempo fecero Marx e Lenin, coi loro mezzi di studiosi personali che lavoravano nella più dura miseria, e tuttavia raggiunsero risultati maggiori. Quale più grave vergogna per uno Stato socialista?

Anche qui resta dunque acquisito che quanto avviene, e lo smacco teorico inflitto a Stalin, non possono essere presi come il ritorno al marxismo-leninismo ad ogni passo citato; che si dà un colpo di barra sulla rotta di Stalin, solo per storcere maggiormente il cammino, in tutti i campi, da quello segnato dai grandi maestri della dottrina rivoluzionaria!

In sostanza ecco la serie storica, e i suoi traguardi.

Lenin pone in primo piano la lotta generale del proletariato di tutti i paesi per abbattere il capitalismo, che morrà.

Stalin – primo tempo – la costruzione dello Stato russo, senza rinunziare alla guerra guerreggiata con l’Occidente, che sarà travolto.

Stalin – secondo tempo – il superamento produttivo, tecnico e culturale dell’Occidente, che decadrà, soccombendo.

I demolitori di Stalin – la marcia in pacifica gara col capitalismo di Occidente, cui si riconosce superiorità, e diritto alla vita.

La gara ad accumulare

Non il divampare della lotta di classe e del contrasto tra forze produttive e rapporti sociali dovrebbe decidere del capitalismo, ma la persuasione di Sua Evanescenza l’Opinione Pubblica Nazionale di ciascun paese del mondo in base al «confronto» tra i dati e i ritmi dell’Occidente e dell’Oriente. E quindi tutto si basa su cifre di paragone.

Mentre Bulganin nel presentare il programma del prossimo quinquennio ha dato i termini della situazione quale sarebbe al 1960, Krusciov nel suo rapporto di apertura ha fatto il confronto, coi dati 1955, tra le varie nazioni. Egli non ha dato né indici della produzione industriale assoluta, né indici di essa pro-capite, ossia ottenuti dividendo i primi per il numero degli abitanti di ciascun Stato.

Ha soltanto indicato quale sia la produzione odierna in rapporto a quella del 1929, ossia dopo 25 anni, nel tempo dei cinque piani quinquennali russi, ponendo in ogni paese uguale a cento la produzione 1929. Impressiona allora vedere che mentre in Russia l’indice odierno è circa duemila, ossia l’industrializzazione è circa 20 volte maggiore, nei paesi occidentali l’indice è dieci volte più piccolo; circa 200, ossia solo del doppio.

Qui tutto il discorso gravita sulla mirabolante legge di Stalin della proporzione geometrica, pretesa legge «del socialismo», mentre non è che quella del capitalismo ad accumulazione integrale, la legge attuariale di ogni ragioniere borghese, che si trova nelle tabelle dell’interesse composto.

Se io voglio raddoppiare il capitale (ossia il reddito, ossia il prodotto) in 25 anni, basta che ne accantoni ed aggiunga ogni anno non il 4 per cento, come parrebbe colla divisione aritmetica, ma il tre per cento circa. Non mi trovo dopo 25 anni 175, ma, per il gioco dell’interesse composto, 200.

Per avere in 25 anni non il doppio, ma venti volte la cifra di partenza, occorre salire ogni anno del 13 % (non, come parrebbe col conto ingenuo, del 76 %). Tutto il risultato è dunque che il «ritmo» di accumulazione è in Russia tre o quattro volte tanto che nei paesi capitalisti più sviluppati presi insieme.

Il risibile demagogico effetto che si cerca è di dare ad intendere che «il socialismo» accelera la produzione tre volte di più che il capitalismo, e dunque triplica il benessere e la felicità umana. E allora non resta che, per libera elezione dei liberi popoli e dei liberi cittadini – di tutte le classi – applicarlo dovunque senza resistenza.

Ma questa sarebbe tale bestialità economica e marxista che non l’avrebbe scritta nemmeno Giuseppe Stalin.

L’età del capitalismo

Il capitalismo nascente accumula a ritmo rapido, quello maturo a ritmo lento. Storicamente il «ritmo di accumulazione» decresce (come il saggio medio di profitto) – e tuttavia aumenta la massa del prodotto, del capitale, del reddito e del profitto e, come sopra detto con Lenin, della potenza mondiale del Capitale. Col socialismo il ritmo scende al minimo, e in teoria, se non a zero, allo stesso ritmo dell’aumento annuo delle popolazioni (nei paesi più prolifici circa l’uno per cento). Ecco le conclusioni marxiste.

Nella Russia è vero che il capitalismo era nato ben prima del 1929. Ma in tale anno, dopo la prima guerra mondiale e gli anni della guerra civile, l’industrializzazione viene ripresa dal potere sovietico con l’iniziativa statale.

Al momento della Costituzione del 1936 si dichiarò che l’industria era sette volte più forte che prima della guerra, nel 1913. Poiché nelle cifre date oggi al XX congresso l’indice del 1937, ponendo di 100 quello del 1929, è 429, risulta che l’industria russa del 1929 era poco più forte che nel 1914, circa una volta e mezza.

Se allora per tutti i paesi partiamo dal 1913 il periodo diviene di 42 anni e il ritmo dei paesi capitalistici si può considerare circa lo stesso, ossia il 4 per cento, mentre quello russo scende al 7,5 per cento medio: probabilmente era già il ritmo al quale procedeva… lo zar (vedi più oltre, in fine)!

Se potessimo prendere i 40 anni del capitalismo iniziale, poniamo in Inghilterra, o in Francia (XVII e XVIII secolo, verso la fine), troveremmo non meno del 7,5 per cento russo, e anche del 13 per cento dei piani (si veda come sopra).

Dunque la regola è che un paese appena uscito dal feudalismo ed entrato nel capitalismo ha un ritmo di industrializzazione più alto, di un paese da tempo capitalista. Se il ritmo di industrializzazione fosse proporzionale al benessere (in effetti lo è allo sfruttamento e al tormento dei salariati) la gara emulativa di cui si blatera non sarebbe solo vinta dal sistema capitalista, ma addirittura da quello feudale: e non è questo un paradosso economico ne storico, per chi non dipenda dai nostri indigeni analfabeti.

Quindi non solo storicamente ma economicamente possiamo verificare che la Russia è poco industrializzata, e corre per questo, per emulare i paesi occidentali, non per l’onore del socialismo, ma per la normale concorrenza tra i capitalismi nazionali che successivamente scendono nell’agone imperialista.

Gli indici pro capite

Supponiamo di essere giunti al 1960 col ritmo di prosperità che il 1955 ha dato per la Russia; e supponiamo pure che quella stessa presente congiuntura buona per l’America e l’Occidente di Europa si fermi, fingendo di credere che qui vi è capitalismo e vengono le «crisi», mentre in Russia sono state abolite dal «socialismo» costruitovi.

La Russia produrrà allora, sulla parola di Bulganin, 593 milioni di tonnellate di carbone fossile, contro 222 dell’Inghilterra e 465 degli Stati Uniti. Sarà dunque al primo posto. Ciò per la cifra assoluta.

Ma, hanno avvertito i pianificatori super-capitalisti di Mosca, dobbiamo gareggiare fino a battere l’Ovest nelle cifre «pro-capite». Ed allora consideriamo per la Russia i 220 milioni di abitanti (di oggi), per l’Inghilterra i 50, e per l’America i 160. Gli indici si pongono in quest’ordine: Inghilterra 4,4 tonnellate per abitante, Stati Uniti 3 tonnellate per abitante, Russia 2,7 tonnellate per abitante. La Russia sarà – a meno della formula Stalin! – sempre in coda, nel 1960.

Il confronto ad oggi è invece: Inghilterra 4,4; Stati Uniti 3; Russia 1,8.

Corri dunque, Russia industriale capitalista!

Prendiamo l’energia elettrica: 1960, Stati Uniti 612 miliardi di Kilowattore, Russia 320, Inghilterra 77. Per abitante 3,8; 1,54; 1,45 in ordine decrescente, ossia U.S.A., Inghilterra, Russia. Dunque inferiorità assoluta, e relativa. Ma allo stato odierno 3,8; 1,54; 0,77. Corri, dunque, Russia!

Un indice più probante è l’acciaio, Sua Maestà l’Acciaio che domina la Guerra e la Pace, l’Industria pesante e leggera, la Casa come costruzione e arredamento; anche se non si mangia.

Col piano 1960: Russia 68 milioni di tonnellate (45 prodotti nel 1955); Inghilterra 20, Stati Uniti 106. Indici per abitante: America 0,66; Inghilterra 0,40; Russia 0,31, mentre oggi è solo 0,20. Corri dunque, Russia, mangia meno, produci di più.

In tutto questo abbiamo supposto, con la buona opinione che della Russia hanno Bulganin-Krusciov, ma colla cattiva che dell’Occidente aveva Stalin (corretto a favore dell’industria capitalista al XX congresso!), che ad Ovest si fermi la produzione, in Russia la popolazione, nel quinquennio che ci aspetta.

Krusciov ci ha mostrato che sulla scena è un nuovo personaggio, la Germania di Bonn, che ha ricostruito industria a ritmo robusto, e con tecnica e cultura a cui i russi e americani possono pur far di cappello. Popolazione 52 milioni (8 vi sono accorsi dall’est e dall’estero). Venti milioni o quasi di tonnellate di acciaio prodotto nel 1955; indice, come l’Inghilterra, circa 0,40. Ritmo di progressione pari non a quello basso inglese, ma a quello alto russo! Cifre di prima grandezza, assolute e relative, in massa e in velocità.

Un asse industriale America-Germania supera oggi, e al 1960, un asse Russia-Inghìlterra-Francia, Dopo questi campioni segue il Giappone.

Coi vinti o coi vincitori?

Un’altra legge è che gli Stati industriali battuti nella guerra si mettono a loro volta a correre, i vincitori vanno piano.

La gigantesca piovra capitalista, ove le siano recisi alcuni tentacoli, li rigenera con giovanile forza riproduttiva.

Prendiamo dalla tabella di Krusciov il ritmo di progressione della produzione industriale, come media annua nell’ultimo quinquennio.

L’America produce calma col 4,3 per cento annuo. L’Inghilterra più ancora col 3,5. La Francia, bellicamente ben maltrattata, va al 6; vinto-vincitore.

La vinta Italia, paese mal dotato industrialmente, sta già al 9,3 per cento. Lo stravinto Giappone e la stravinta Germania avanzano al passo della Russia, ossia col ritmo impressionante del 15 e 12,5 % all’anno. Col ritmo del 15 % nel quinquennio si guadagna non il 75 % (conto ingenuo), ma il 100 per cento. Infatti in tabella Krusciov la Russia è andata da 1082 a 2049 (da 100 a 190), la Germania da 117 a 213 (da 100 a 182), il Giappone da 115 a 239 (da 100 a 207!). Sono forse miracoli del socialismo?! Propone e attende tali miracoli Bulganin dal prossimo piano, col suo aumento del 65 per cento, da 100 a 165, e quindi col ritmo modesto dell’11 e mezzo per cento? Nei piani antebellici tale ritmo oscillava tra il 10,5 e il 13 per cento.

Il senso di un tale freno agli investimenti nell’industria, in rapporto colla condanna, di Stalin, potrebbe sembrare essere, a parte le balle propagandistiche, un senso socialista, ove fosse diretto ad ottenere un miglioramento del disastroso tenore di vita, campo in cui il paragone cogli indici occidentali è disfattista. Ma nella realtà si tratta solo di dover cedere alla pressione proletaria da un lato, e accusare l’inferiorità militare dall’altro rispetto all’Ovest imperiale.

Bisogna sul primo punto dire qualcosa, nella successiva parte della Giornata, dell’agricoltura e del consumo. E sottolineare, nei discorsi economici del XX congresso, che sotto la parola di ritorno all’economia marxista, vi è un invidioso omaggio all’economia americana, al moderno Keynes, e (come può dimostrarsi) al trogloditicamente premarxista Malthus.

Le leggi del materialismo storico, non più semplici giocattoli sulla scrivania di lavoro dei Battilocchi, piegano l’ideologia ad adagiarsi, invano recalcitrante tra le sue formulazioni editoriali fabbricate in serie per gli spacci del mondo intero, sulla trama della struttura sociale di base. È questa la Confessione; non quelle che si divulgarono ottenute dagli imputati ai processi delle purghe e di cui oggi luridamente si ritratta la bestiale estorsione! Società borghese, attitudini congressuali di stile borghese, scienza economica borghese. Non, ben inteso, nel senso classico, bensì in quello volgare, neo-volgare, super-volgare dell’espressione, che Marx usava con insorpassabile disprezzo.