International Communist Party

Il Programma Comunista 1960/9

Vomitorium Montecitorii

In un modo o nell’altro – seguiamo poco i particolari stufosi di tale prassi – siamo usciti fino a nuovo ordine dal periodo di crisi ministeriale. Dicono che abbia avuto il primato della lunghezza: non sappiamo se il governo Tambroni avrà un primato della brevità: è chiaro che non ce ne frega nulla.

Ma sulla «sinistra democratica», popolare, socialcomunista, e così via, e (a dire dei suoi portavoce) sulle masse lavoratrici, settore timidamente ammesso nel gran corpo dei veri italiani e dei cittadini onesti, il lutto è sceso, nella caligine della delusione e della tristezza, ancora una volta. La democrazia cristiana è, ancora una volta, al potere con un governo di amministrazione e di affari. Ma è questo che punge i disillusi di oggi: l’Italia non può avere che governi che fanno fare affari, governi di intrallazzo. La rabbia della nobile opposizione è che proprio questo, a destra e a sinistra, è il suo traguardo.

La borghesia italiota, passando dalla destra del regime fascista alla sinistra della costituzione libero-partigiana, ha marciato decisa verso il più alto intrallazzismo. E’ fatto palese nella generica e nella specifica della sua funzione storica.

Lutto dunque a sinistra; non siamo più nel roseo tempo di crisi. Se avessero inventati i contatori Geiger per la tensione della libidine politica, questi da qualche giorno avrebbero cessato di impazzire gioiosamente. E nell’oscuro delle note botteghe si sarebbe ridotti a consultare nelle gramaglie del segreto ansioso, le immobili lancette. Non che lì si sia tanto ingenui da credere sul serio che nella parentesi di crisi l’intrallazzo sosti preoccupato. Oh!, que nenni! può dire in francese…Nenni: l’intrallazzamento vi celebra i migliori suoi saturnali. Fabbricate l’altra crisi, e l’amministrazione statale italiota dal vertice in giù varerà un’altra flotta di classici suoi carrozzoni nelle more (dite così in gergo?) di essa.

Finita la crisi come si sapeva, nella esecrata combine clerico fascista, non si doveva,  nel deludente silenzio del corteggiato vertice, dare corso all’appello alla base? Non si era minacciato l’intervento delle masse?

Le masse si muovono forse a Seoul o ad Istanbul; ma a Roma o a Milano o a Napoli, come le stelle, stanno a guardare: esse dormono; ed Intrallazzo lavora.

Da quarant’anni la castrazione della forza rivoluzionaria si fa con la vantata nuova dottrina della spontaneità delle masse, in nome della quale si è ucciso il partito rivoluzionario e la lotta di classe,  soli aspetti storici della loro vitalità e dinamica. Le masse spontaneamente dormono davanti al peggiore degli intrallazzi: quello dei traditori della rivoluzione, quello del partito ex comunista. La dottrina della spontaneità consiste nella fede nella illimitata coglionabilità delle masse, a cui oggi si può tutto propinare, anche consegne che mezzo secolo fa avrebbero indignato il più riformista dei socialisti, come la invocazione di un governo democratico amico della Costituzione e dei lavoratori.

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Le masse che attendevano salvezza dalla costituzione e dalle decisioni di Gronchi, come promesso dai loro «esponenti», se sono rimaste di ghiaccio, che colpa ne hanno? Presidenzialmente e costituzionalmente il clerico fascista Tambroni è in regola. Le masse slittano di un altro scalino nel nullismo. Crediamo aver ricordato un episodio del 1948. Un vero compagno, comunista da Livorno, marittimo che nel ventennio ci veniva a trovare ad ogni viaggio atlantico, era, il poveraccio, come tanti altri passato al centrismo elettorale; e sognava. Sapemmo della sua morte. La compagna ci scrisse da Genova: è andato giù giù dopo questa sconfitta! Era la vittoria DC del 1948… Al proletariato i rinnegati hanno tolto virilità, vitalità e la stessa vita.

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Costituzione! Contiene già tutta la salvezza; basta vegliare a che sia rispettata. Questo, o merda delle merde, sarebbe il principio leninista sullo Stato!

Nel 1898 la borghesia italiana voleva abolire le garanzie costituzionali per reprimere gli insorti. La sinistra radicale di allora (i socialisti erano un pugno in Parlamento, e Turati era in piazza) chiamò eresia il principio che con la maggioranza della Camera si poteva votare lo statuto. Questa era una posizione analoga a quella, che si vanta modernissima, dei «Marxisti» di oggi.

Ma allora si trattava di difendere la costituzione albertina del 1848, la cui data di storica nascita era data di rivoluzione borghese sì ma degna allora di sangue proletario. La costituzione del 1946 è di un tempo di compromesso tra preti massoni e marxisti (!) pur mò usciti dal blocco partigiano o dai nascondigli in convento. La protesta di sessant’anni fa era contro la violazione di una vergine quella di oggi è contro il commercio di una puttana.

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Intrallazzo? Prostituzione? Queste immagini vorrebbero dire che tutta la quistione italiana è una questione morale e l’invettiva vale quella di un discorso Merzagora? Mai più: è solo il fine di brevità che giustifica certe drastiche figurazioni. Dall’altro secolo distingue i marxisti dai buoni radicali borghesi il rifiuto delle quistioni morali e dell’uso dello scandalismo, in cui guazzano sempre più i rinnegati della nostra fede.

Quando si pone, come risolutiva, la domanda: da quale parte sono i porci? la risposta giusta è sempre quella: da ambo le parti! Per il marxista la domanda risolutiva è quella delle posizioni di classe, e sempre abbiamo sostenuto che per porla dialetticamente si deve dire: ammesso che dalle due parti siano non porci, ma puliti ed onesti, quale delle parti va combattuta?

Questa formola sola ci avrebbe salvato dallo scandalismo mefitico italiano, vecchio di un secolo, e tra l’altro dalla sua folle impostazione della questione meridionale (regionale in genere, oggi di moda).

Un nobile paese, la Sicilia, dal grande passato rivoluzionario, è presa oggi per unità di misura della corruzione. L’esempio dei disgustosi episodi serve bene per illustrare la formola: quali i porci? Tutti e due!

Le bombe scandalistiche sono scambiate in 48 ore. Il democristiano Santalco annunzia (da mammoletta) che lo volevano comprare perché lasciasse la D.C.: il denaro lo aveva offerto il milaziano Corrao e il comunista Marraro. Come far capire alle grosso-beventi masse che non è vera l’accusa di corruzione? Controscandalo, contro bomba: Santalco non è una mammoletta, è un porco, un intrallazzatore concussore nella amministrazione comunale messinese. Colpo parato! Ah, poveri proletari, quanto è debole la parata! Se Santalco è venale, ben verosimile che proprio lui fosse scelto per comprare quel voto o due, che invertivano la maggioranza incerta. E la formola va proprio bene: gara morale? Porci da tutti e due i lati!

Importa a noi che nella valle di Giosafat sia bianca o nera l’anima di Santalco Corrao o Marraro? Ma nemmeno un copeco falso! A noi importa che i lavoratori non siano deviati senza speranza dalla giusta impostazione. Il senso di questa storia lurida è che i voti missini, che servono per chiedere la testa di Tambroni a Roma, furono accettati dai comunisti a Palermo quando fu varato il primo governo Milazzo spezzando la D.C.; governo poi rovesciato nel descritto episodio intrallazziere. Buoni quelli, buono Santalco.

La stessa manovra è il clou del pensiero storico delle botteghe oscure. Fare a Roma quello che si fece a Palermo. Spezzare il blocco voti della D.C. in modo di varare un governo aperto a sinistra. Domani per far tracollare la bilancia servissero i voti missini? Giusta la sua strategia, Togliatti li prende; anche se restassero smarriti i Nenni e i Saragat (nessuno con ciò è per noi mammoletta! traditore e nemici tutti).

Antifascismo, antiporcismo? Ti conosco mascherina!

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I romani antichi usavano dopo consumato il lauto banchetto nel triclinium, passare in un cubicolo detto vomitorium ove vuotavano gli stomaci pieni per ritornare e ripranzare. Atleti e guerrieri, i romani della classe dominante avevano solidi stomaci, che mancano ai borghesi moderni. In Francia si limitano oggi al «trou normand» o buco normanno che consiste in una bevuta di liquori ultralcoolici che danno l’impressione che il ventre sia vuoto di nuovo.

Plebei schiavi e proletari stanno ancora studiando il modo di chiudere il buco la prima volta.

Comunque, il geniale ironista Petronio Arbitro si poneva il problema della migliore tecnica per poter vomire. Il tale, narrava, usa un bastoncello di avorio e si vellica l’ugola – un altro si fa mettere in gola le dita da uno schiavo – un terzo ingoia acqua tiepida con gocce di olio. Io, sorrideva Petronio, mi limito a leggere una poesia di Nerone.

Se fosse vivo oggi, potrebbe leggere l’ultimo voto del C.C. del P.C.I. La parola ultimo vale per quelli di ieri e quelli di domani. Chi li legge più?

Noi non abbiamo triclinium.

La pretesa autonomia dei sindacati

Se ne sente parlare spesso, in questo periodo, e un po’ da tutte le organizzazioni sindacali.

Nel numero scorso abbiamo accennato che al CNEL (Consigli dell’Economia e del Lavoro) s’iniziò una discussione sull’art. 39 della Costituzione per realizzarne il contenuto e cioè per dare ai sindacati la cosiddetta “personalità giuridica”. Ecco il testo dell’articolo:

“L’organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la registrazione presso gli uffici locali o centrali, secondo le norme stabilite dalla legge. È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica. I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”.

Al momento attuale sappiamo che una prima parte del dibattito riguardante “il principio dell’applicabilità” dell’articolo è terminato e con esito ad esso favorevole. Ora restano da vedere — sempre al CNEL — “le modalità di applicazione” dopo di che il disegno di legge sindacale passerà al parlamento per l’approvazione.

Come apprendiamo dall’organo della CGIL, Lavoro n. 17-18, la posizione dei sindacati maggiori è stata la seguente: la CGIL a favore dell’applicabilità dell’articolo, la CISL contraria e la UIL tra sì e il no, a seconda di quelle che saranno le norme dell’applicazione. Siccome si parla di maggioranza favorevole, certo la CISNAL, il sindacato fascista di cui — chissà perché — non si parla nel summenzionato settimanale, si sarà pronunciata a favore. E come potrebbe essere diversamente? Non si tratta di fare un glorioso ritorno al mai abbastanza disprezzato defunto regime? Ciononostante — per la CGIL —, il significato della legge è quella di una nuova conquista dei lavoratori sulla via del rafforzamento del cosiddetto potere contrattuale e della unità sindacale.

Gli atteggiamenti sopra esposti non hanno, a dire il vero, nulla di particolarmente nuovo per noi: li conoscevamo da tempo, da anni, perché da anni la CGIL batte il chiodo del riconoscimento giuridico dei sindacati, e quindi dell’attuazione dell’art. 39. Per essa e per il partitone la Costituzione è la magna carta dalla quale si deve partire e alla quale si deve giungere per realizzare la famosa “via italiana al socialismo”. A tanto portano — secondo gli ammalati di costituzionite — gli indirizzi economici e politici dettati da quel capolavoro che è la costituzione della nostra repubblica.

Ed ora riportiamoci sul terreno della famosa autonomia sindacale, della libertà dai padroni, dal governo e dai partiti, e vediamo come il bonzismo sindacale — moderno — la intenda. Non c’è dubbio che l’opposizione alla legge espressa dalla CISL è demagogica e di falso classismo. Sappiamo troppo bene cosa significa, per i furbi del bianco fiore, la libertà che essi vedono compromessa con l’acquisizione della personalità giuridica. Su questo giudizio possiamo essere d’accordo con la CGIL. I servizi resi dalla CISL ai padroni sono noti a tutti i lavoratori: non a caso, negli scioperi, spesso la confederazione bianca ha fatto da freno. Delusive, poi, le trattative separate col loro contenuto fatto per prendere in giro.

Ma se ciò è vero, possiamo d’altra parte sposare la tesi della CGIL che il riconoscimento giuridico non solo non intacca l’autonomia dei sindacati ma addirittura raggiunge l’effetto contrario di assicurare loro una maggiore libertà di movimento e un potere più efficiente? Assolutamente NO. Possiamo tutt’al più concederle che certe manovrette della CISL saranno rese più difficili con indiretto vantaggio per la CGIL come organizzazione al servizio di scopi elettorali. Per il resto, siamo certissimi che la CGIL compirà un ulteriore passo sulla strada interclassista e corporativista. Altro che strumento di lotta operaia di classe, rivoluzionaria! Essa prenderà anche formalmente la fisionomia di strumento dello Stato capitalista in difesa dei supremi interessi dell’economia nazionale, ovvero — che è la stessa cosa — della classe borghese e degli odiati — a parole — monopoli.

È elementare che, se dev’essere accertata la rappresentanza unitaria dei sindacati “in proporzione ai loro iscritti”, è inevitabile una intromissione dell’autorità statale (fino alla nomina di un commissario) negli affari interni dei sindacati medesimi.

Si soddisfino i cigiellini di fronte alla “soluzione idonea” trovata dal CNEL “in base alla quale le proporzioni di rappresentanza si definiscono su dichiarazioni dei singoli sindacati, e solo in caso di contestazione la soluzione della controversia si affida a una commissione formata dagli stessi sindacati e presieduta da un magistrato“. Chi ha letto il testo della costituzione commentato da F. Falzone, sa che queste ed altre obbiezioni del genere sono state sollevate da tutti gli schieramenti politici della Costituente durante la stesura dell’articolo in parola. La contraddizione tra la natura reale dei partiti della ricostruzione nazionale e la loro vernice antifascista si è manifestata chiaramente in quest’articolo, in cui la libertà dei sindacati e la loro personalità giuridica sono un accostamento di realtà per eccellenza antitetiche.

Terminiamo questa penosa storia con un’ultima osservazione: il significato dell’autonomia sindacale per i marxisti non sta in questi fatti superficiali ed esteriori. Esso riceve la propria sostanza dalla azione svolta dai sindacati. Solo quando questa azione, diretta a risolvere problemi immediati e generali, è impostata su basi classiste e per fini rivoluzionari è lecito parlare di “autonomia dei sindacati”. In caso contrario, cioè come è avvenuto in questo ultimo dopoguerra, la autonomia significa solo autonomia dai lavoratori e quindi dipendenza dai padroni.

Se oggi i sindacati ambiscono a diventare qualcosa come delle “persone giuridiche di diritto pubblico” in quanto dotate di autentico potere normativo (quello di stipulare contratti con efficacia obbligatoria “erga omnes”) per noi ciò costituisce solo il logico sviluppo delle cose che a lungo andare si “confessano”. Il formale riconoscimento giuridico è un mezzo per arrivare a questa confessione.

La dissoluzione della morale sessuale borghese è opera dello stesso capitalismo Pt.2

L’abolizione del lavoro domestico

Quale l’atteggiamento dei partiti operai di fronte a tali questioni? Chi segue la stampa dei partiti socialista e comunista, e in particolar modo la stampa dedicata  alle donne, non può non derivarne una impressione penosa. Con tipico atteggiamento piccolo-borghese, coloro che promettono alla classe operaia italiana di lavorare per la soppressione del capitalismo si danno da fare invece per risanare le piaghe che la società borghese infligge a se stessa. Per restare alla questione dei rapporti tra i sessi, essi si guardano bene dal proclamare ciò che è gridato dai fatti, e cioè il declino del matrimonio. Parlano di «crisi del matrimonio» e danno ad intendere alle masse che la teoria marxista tiene compatibile il matrimonio monogamico con la organizzazione sociale comunista. Ritoccato questo o quell’articolo del Codice civile, generalizzata la prassi del lavoro femminile extra-domestico, proclamata la parità giuridica dei coniugi, non resterebbe che trapiantare pari pari l’istituto  matrimoniale nella organizzazione sociale comunista. Forse che in Russia, paese del trionfante socialismo, gli uomini non continuano a riprodursi entro la forma matrimoniale?

Ecco il modo di intendere il comunismo da parte dei feroci anticapitalistici che «combattono» nel Parlamento borghese: la conciliazione della economia domestica con l’economia sociale, del lavoro domestico col lavoro sociale. Perché mai, allora, il capitalismo, ad onta della disgregazione della famiglia difende aspramente il principio della molecolarizzazione della società entro l’angusto quadro familiare? Perché gli ideologi borghesi considerano «immorale» ogni riforma dell’istituto familiare? Il perché si sa. E’ nella famiglia, nell’augusta ed egoistica economia domestica, che l’istinto sociale degli uomini subisce la maggiore mortificazione. La morale della classe borghese, come di ogni classe dominante, è profondamente immorale, per il materialista marxista, proprio perché tende a spegnere nell’uomo l’istinto sociale che lo lega al proprio simile e a trasformarlo in «persona», cioè in una somma di bisogni e interessi egoistici che necessariamente si oppongono a quelli della società.

Il comunismo rivoluzionario è apportatore di un ideale morale nuovo, che non trae certo dal pozzo senza fondo dello spirito, dove gli ideologi idealisti riescono a trovare tutto. Le teorie morali delle classi dominanti traggono la loro origine vera da un meccanismo sociale che violenta la natura umana dell’uomo. Perciò esse sono rappresentate come emananti da enti che stanno al di fuori e al di sopra della società: forti della legge diventano Dio o lo Spirito o la Coscienza. ma, per il comunismo rivoluzionario, la fonte delle regole morali che disciplinano l’attività pratica degli uomini è l’ ISTINTO SOCIALE, il profondo indistruttibile istinto che lega la specie umana, indivisibilmente, alla natura fisica. Tutto ciò che offusca gli istinti sociali degli uomini è immorale, è antinaturale.

Il filisteo borghese, dovendo giustificare la feroce lotta che l’uomo combatte contro l’uomo per il possesso dei beni economici e per la conquista dei privilegi sociali, pone come postulato il «naturale egoismo» dell’uomo. L’egoismo, la tendenza a danneggiare il proprio simile, sarebbe connaturato all’uomo, deriverebbe dalle sue origini animali. Da ciò l’esigenza di un Ente separato dal mondo naturale, di un Dio che intervenga a mitigare le tendenze cannibalesche dell’uomo.

La verità è ben diversa.  Legge fondamentale  degli esseri viventi è la subordinazione dell’individuo e dei suoi bisogni ai bisogni generali e impersonali della specie. La forza che regola l’evoluzione della specie è l’istinto sociale. L’egoismo è un prodotto intossicato della sociologia, non della zoologia certamente. E’ vero che le specie animali e vegetali lottano incessantemente per difendere il loro posto nella natura e perpetuarsi. Ma solo nella specie umana accade che il peggior nemico sia il proprio simile. E ciò accade perché la divisione in classi economiche costringe l’uomo a dedicare alla lotta contro il proprio simile una quantità di energie vitali maggiore che non quella che spende nella lotta contro le avversità naturali.

Il proletariato rivoluzionario non inventa nuovi miti morali come fecero in passato le classi dominanti perché non ha nulla da contrapporre alla natura umana. L’ideale morale del comunismo rivoluzionario è la liberazione dell’istinto sociale, del profondo sano e vitale istinto animale che è all’origine del prodigioso fenomeno della materia vivente. Per lunghi e sanguinosi millenni, pur sempre pochi e trascurabili se confrontati all’evoluzione della specie, l’istinto sociale che induce gli uomini a unirsi, a lottare, a produrre in comune, ad assicurare col minimo di pena la perpetuazione e il miglioramento della specie, è stato offuscato e mortificato dall’egoismo delle classi dominanti. La rivoluzione morale del comunismo consiste nel distruggere il potere che avvelena l’esistenza degli uomini: la classe sociale. Il proletariato non tende solo alla distruzione della classe borghese ma anche – e ciò non sembri un paradosso –  alla propria soppressione in quanto classe distinta. Solo la distruzione delle classi può porre l’uomo sotto l’imperio dell’istinto sociale. E in ciò consiste la vera libertà umana: nel prendere coscienza di ciò che è la sua vera natura.

Per chi abbia meditato su tali problemi è facile accorgersi delle mistificazioni perpetrate dai falsi comunisti di Mosca. Per restare al nostro argomento specifico, si vede subito come il trapianto della famiglia, ripulita delle sue piaghe e rimessa bellamente a nuovo entro l’organizzazione sociale comunista, è un puro assurdo. Nella famiglia, anzi proprio nella famiglia «moderna» nella quale la moglie porta a casa un salario o uno stipendio, si perpetuano tutte le degenerazioni egoistiche della natura umana. La famiglia è il fortilizio entro il quale l’uomo si trincera contro il proprio simile, la giustificazione di tutte le superchierie, le bassezze, le viltà che l’uomo commette contro il proprio simile. Per la famiglia, l’uomo si trasforma in una belva rapace ma la preda che porta a casa trionfante è stata strappata dalla bocca del proprio simile. E in ciò l’uomo scende al di sotto del livello delle bestie. L’aquila che esce a caccia non porta al nido il cadavere di un aquilotto. Né i cuccioli del lupo mangiano carne di lupo. Ma la legge morale borghese giustifica e premia chi arricchisce la sua famiglia affamando i bambini altrui. La legge morale borghese mi esonera dall’obbligo di contribuire alla nutrizione e all’allevamento dei bambini tuoi: anzi, poiché questi non «mi appartengono», cioè non fanno parte della «mia» famiglia, io posso senza rimorsi affamare i «tuoi» bambini, se ciò mi permette, non dico di sfamare, ma di procurare il superfluo ai «miei». Tale è la legge morale che regola la famiglia borghese.

Il comunismo rivoluzionario respinge simili infamie. La rivoluzione proletaria pone fine al contrasto tra lavoro domestico e lavoro extradomestico, tra economia domestica e economia sociale. Lo fa sopprimendo il lavoro domestico, trasformando il LAVORO DOMESTICO IN SERVIZIO PUBBLICO. E con ciò liquida per sempre la famiglia.

Lenin e il “lavoro domestico”

I dirigenti del PCI pretendono che in Russia si è raggiunta la piena parità dei sessi, la liberazione della donna. Vediamo che cosa pensava Lenin in merito a tale questione. Nel discorso pronunciato alla IV Conferenza delle operaie senza partito della città di Mosca, nel settembre 1919, Lenin affronta la questione della liberazione della donna. Conviene rileggerlo. Intanto gioverà riportare qualche passaggio saliente.

«Perché la donna sia completamente liberata e realmente pari all’uomo, bisogna CHE I LAVORI DOMESTICI SIANO UN SERVIZIO PUBBLICO E CHE LA DONNA PARTECIPI AL LAVORO PRODUTTIVO GENERALE. Allora la donna avrà una posizione eguale a quella dell’uomo». Chiaro, no? Non basta che le Carlotte e le Sonie partecipino al lavoro produttivo generale perché possano considerarsi liberate. Occorre che si abolisca il lavoro domestico. E perché mai, si domanda il finto tonto radicale o socialisteggiante? Preferibile rispondere con le parole di Lenin:

«Non si tratta certamente di abolire per le donne tutte le differenze concernenti il rendimento del lavoro, la sua quantità, la sua durata, le condizioni di lavoro, ma piuttosto di porre fine a quell’oppressione della donna che deriva dalla differente situazione economica dei sessi. Voi sapete tutte che, anche quando esiste una piena eguaglianza di diritti, quest’oppressione della donna continua in effetti, perché sulla donna CADE TUTTO IL PESO DEL LAVORO DOMESTICO CHE NELLA MAGGIOR PARTE DEI CASI E’ IL LAVORO MENO PRODUTTIVO, PIU’ PESANTE, PIU’ BARBARO. E’ un lavoro estremamente meschino che non può, neppure in minima parte, contribuire allo sviluppo della donna».

I nostri ridicoli riformisti se ne infischiano delle posizioni rivoluzionarie. Loro hanno una ricetta bell’e pronta che ci viene dai paesi nordici. Se lavare i piatti e lucidare i pavimenti è un lavoro che avvilisce la donna, ebbene, il lavoro domestico sarà svolto in buona armonia dalla moglie e dal marito. Ed ecco la stampa a rotocalco presentare come modelli i mariti scandinavi e anglosassoni. Quanto tempo la moglie riesce a sottrarre al lavoro domestico, tanto sarà speso dal mansueto consorte. Grazie tante! Le domestiche liti avranno trovato lenimento, ma SOCIALMENTE il lavoro sperperato nell’inconcludente lavoro domestico resta quantitativamente lo stesso. Pur di salvare il feticcio della famiglia, il riformismo al di qua e al di là della «cortina di ferro», mette il grembiule al marito…

Per sapere come Lenin e quindi il comunismo rivoluzionario, concepiva la trasformazione del lavoro domestico in  servizio pubblico, dobbiamo rileggere il testo di un suo articolo sul «Contributo della donna all’edificazione del socialismo» scritto il 28 giugno 1919. Lenin rimprovera il partito bolscevico di non occuparsi abbastanza della questione della emancipazione della donna (rimprovero che potremmo rivolgere a noi stessi). E si preoccupa innanzitutto di chiarire i termini della questione:

«La donna, nonostante tutte le leggi liberatrici, è rimasta una SCHIAVA DELLA CASA, perché è oppressa, soffocata, inebetita, umiliata dalla MESCHINA ECONOMIA DOMESTICA, che la incatena alla cucina e ai bambini e ne logora le forze in un lavoro bestialmente improduttivo, meschino, snervante, che inebetisce ed opprime.  La vera EMANCIPAZIONE  DELLA DONNA, IL VERO COMUNISMO incomincerà soltanto là dove e quando incomincerà la lotta delle masse (diretta dal proletariato che detiene il potere dello stato) CONTRO LA PICCOLA ECONOMIA DOMESTICA O, MEGLIO, DOVE INCOMINCERA’ LA TRASFORMAZIONE IN MASSA DI QUESTA ECONOMIA NELLA GRANDE ECONOMIA SOCIALISTA».

IL brano che segue è di una potenza eccezionale perché riassume in poche parole la sostanza della questione:

«Ci occupiamo noi abbastanza nella pratica di questa questione, che teoricamente è evidente per ogni comunista? Naturalmente no. Abbiamo sufficiente cura dei GERMI DI COMUNISMO che già si hanno in questo campo? Ancora una volta no, no e poi no! IRISTORANTI POPOLARI, I NIDI E I GIARDINI DI INFANZIA: ECCO GLI ESEMPI DI QUESTI GERMI, I MEZZI SEMPLICI, COMUNI, CHE NON HANNO NULLA DI POMPOSO, DI MAGNILOQUENTE, DI SOLENNE,MA CHE SONO REALMENTE IN GRADO DI EMANCIPARE LA DONNA, sono realmente in grado di diminuire ed eliminare – data la funzione che la donna ha nella produzione e nella vita sociale – la sua disuguaglianza con l’uomo. Questi mezzi non sono nuovi: sono stati creati (come in generale tutte le premesse materiali del socialismo) dal grande capitalismo: nel capitalismo, però, in primo luogo essi rimanevano una rarità, in secondo luogo – e ciò è particolarmente importante – restavano o IMPRESE COMMERCIALI con tutti i loro lati peggiori: speculazione, ricerca di guadagno, frode, falsificazione, o «ACROBAZIA DELLA FILANTROPIA BORGHESE», che a giusta ragione era odiata e disprezzata dai migliori operai».

Quest’ultimo caposaldo è veramente illuminante. La crisi che matura nel seno del capitalismo suggerisce essa stessa (non quindi la solitaria elucubrazione dell’utopista) i mezzi da usare per uscirne, e questi mezzi sono già virtualmente presenti nel capitalismo. Sono i GERMI DEL COMUNISMO che lo stesso capitalismo obbiettivamente crea. Compito del potere rivoluzionario è la rimozione di tutti gli ostacoli che impediscono loro di espandersi. Ma il lavoro domestico (la cucina, la lavatura degli abiti, l’allevamento dei bambini) può trasformarsi in servizio pubblico gestito dagli stessi che se ne giovano, alla sola condizione che sia svincolato dal circolo mercantile e monetario. Altrimenti, il ristorante popolare che abolisce una parte importante del lavoro domestico, cade nella stessa condizione del ristorante borghese, dove è servito bene chi paga di più, mentre l’intruglio è riservato al cliente squattrinato. E ciò è possibile alla sola condizione che tutta la produzione sociale sia strappata alle leggi dello scambio mercantile.

Ma la soppressione del lavoro domestico, liberando completamente la donna, porta di conseguenza a nuove forme matrimoniali, seppellisce per sempre la famiglia. Chi riduce il comunismo a mera espropriazione dei capitalisti e a sostituzione della proprietà privata con la proprietà statale, mostra di non aver capito nulla del marxismo. Il comunismo cambia l’intera esistenza sociale degli uomini, quale l’hanno foggiata i lunghi secoli della storia di classe. Cambia non solo le forme entro cui gli uomini producono i beni economici, ma anche le forme matrimoniali entro cui gli uomini si riproducono. Non riconduce certo – come pretendono il prete e il piccolo-borghese – la specie umana alle sue origini zoologiche. Da quando l’ominide si è trasformato in homo sapiens, cioè  nell’unica specie vivente capace di fabbricarsi gli strumenti di produzione, principalissimo tra i quali il linguaggio, l’uomo non appartiene più alla zoologia. Né può ritornarvi. Al contrario, è la dominazione di classe che riduce l’uomo al livello di bestia da soma alla quale tutto è lecito strappare: il sudore, il sangue, la vita stessa. Nulla di strano, allora, che nei periodi di transizione storica quale quello che viviamo, in cui la vecchia società è putrefatta e nel sottosuolo sociale si agitano le forze che la seppelliranno, nulla di strano che in una società in preda alla crisi e alla dissoluzione gli uomini siano costretti a produrre e a riprodursi in condizioni sub-animali.

Il comunismo intende risvegliare gli istinti sociali che affondano le loro radici, questo sì, nella natura animale dell’uomo. Ciò inorridisce il bigotto e l’ipocrita, incollerisce il crapulone organizzatore di orge e i raffinati intellettuali specializzati nella descrizione di simile materiale. Ma un fatto è certo: l’incontinenza, il cinismo, le perversioni, la frode, la ipocrisia che rendono repugnante la vita sessuale dell’uomo «civile», cioè abituato a vivere nella giungla della società di classe, sono deformazioni psicologiche del tutto sconosciute fra le popolazioni primitive. Intendiamo riportare gli uomini al livello di queste? No. Ma se ci domandate se intendiamo innestare rivoluzionariamente nell’uomo della decantata «era atomica» le regole morali che sono proprie dei popoli primitivi, non abbiamo esitazioni, rispondiamo: sì.

Lunghi secoli di dominazione di classe non hanno spento negli uomini la voce insopprimibile dell’istinto sociale, lo spirito gregario che permise all’uomo-scimmia di diventare homo sapiens. Alla rivoluzione proletaria spetta il compito storico di liberare completamente gli uomini dalla infezione egoistica. Gli uomini del comunismo moderno intendono produrre i mezzi della loro sussistenza utilizzando quei «germi di comunismo» rappresentati dalla grande industria capitalistica,  e vivere secondo la legge morale del comunismo primitivo, che rappresenta l’alba della umanità. Non altrimenti potrà sanarsi la mostruosa contraddizione che oppone la società alla natura dell’uomo.

Piccola cronaca spaziale

Le nostre note su satelliti artificiali, razzi lunari e razzi solari, tentammo renderle più commestibili col nostro espostuccio kepleriano alla riunione di Milano (vedi resoconto). Le ultime osservazioni le dedicammo alle strane evoluzioni del russo Lunik III e alle contraddizioni degli annunci, nonché alle non meno contrastanti notizie sul tiro a bersaglio nel mezzo dell’Oceano Pacifico, e al rinvio dei lanci verso il Sole e dopo la conquista della Luna, da cui (narravamo), data la minore gravità, era più facile raggiungere la modesta velocità di fuga. Da cui il nostro eretico dubbio che non sia stata ancora raggiunta mai. Quella che pare raggiunta è la distensione, per cui americani credono agli annunci ufficiali russi, e russi agli americani. Noi, che crediamo poco ad entrambi, continuiamo la cronaca sulle notizie ufficiali.

Negli ultimi tempi l’America avrebbe preso il disopra. Ci attendevamo che il Primo Maggio i russi rispondessero con un colpaccio: nulla. Dopo gli ultimi eventi si può dall’America – senza smentita russa – tracciare questo bilancio. Satelliti messi in orbita: 17 americani, 3 russi. Satelliti oggi in orbita: 8 americani, nessuno russo (il grosso Sputnik III pur durando più dell’attesa, il 4 aprile ultimo si è bruciato nell’atmosfera densa). Satelliti che inviano segnali radio, e quindi certo non sono ancora caduti: quattro, degli americani.

Razzi lunari: due russi, uno caduto sulla Luna, l’altro che gira attorno a Luna e Terra, ma non si fa più sentire.

Razzi solari: uno russo, il Mechta che non trasmette più, e si fece sentire fino a 470.000 km dalla Terra. Due americani, ilPioneer 4 che si fece sentire fino a 660.000 km, e l’ultimo Pioneer 5, partito 1’11 marzo 1960, che sarebbe capace di farsi sentire fino a 80 milioni di km, e che dovrà ripassare a… tiro nel 1962.

La superiorità russa resta solo nel peso: il Mechta pesa una tonnellata e mezza, il più grosso satellite americano circa un quintale, il razzo Pioneer 5 solo 40 chili.

Una prima cosa ci interessa: che non si possa lanciare la balla che è il regime socialista, o comunista che consente di conquidere il cosmo.

Ora la cronachetta dei successi di America.

Dopo i successi dei due Lunik gli americani ammettono che tentarono di replicare mettendo un satellite in orbita attorno alla Luna: fallirono. Crediamo che falliranno tutti.

Il 23 marzo 1960 fallirono nel lancio di un satellite per studi sulle radiazioni.

Il Primo Aprile riuscirono a lanciare non un pesce, ma il Tiros 1, satellite televisivo che fa fotografie non per scopi militari, ma meteorologici. Pesa più del quintale, gira in 90 minuti, ha orbita (notevole risultato) quasi circolare: tra 700 e 740 km di altezza, resterà in alto a lungo.

Il 13 aprile fu la volta del Transit 1 destinato a guidare i naviganti in mare e cielo con sistemi radio e radar. Pesa anch’esso più del quintale, ma l’orbita non è riuscita circolare: tra 770 e 373 km di altezza. Quindi non durerà che 16 mesi; e sarà un successivo esperimento che tra un paio di anni sarà utile, dicono, alla navigazione, dopo regolate certe scale.

Il 15 aprile partì il Discoverer 11 di circa 120 chili, destinato a lanciare una capsula con prove organiche; ma la capsula restò in orbita col satellite e mancò all’appuntamento. Tempo 92 primi, altezze tra 610 e 175 km, orbita allungata e vita breve.

Ed ora poche note sul Pioneer 5 che sarebbe in orbita attorno al Sole sfiorando al perielio quella di Venere, e all’afelio quella della Terra (non mentre ci passano i due pianeti, comunque coi suoi 40 chili di peso e 50 cm di diametro lo scontro sarebbe da ridere). Sarebbe partito alla velocità di 40.000 km/ora, giusto quella di fuga. Mentre era accettabile il tempo di 43 ore per raggiungere l’orbita lunare (384.000 km ) dato per il Pioneer 4, non credemmo a quella di 34 del razzo russo, e meno crediamo a quello di 31 di questo. Nei primi giorni sarebbe stato seguito fino a 800.000 km, in 61 ore. Poi hanno detto di sentirlo da 10 milioni di km grazie alle eccezionali trasmittenti discontinue. Le notizie sulle velocità sono confuse e si prestano alla critica che facemmo per i razzi americani e russi. Non si chiarisce, tra velocità radiali di allontanamento dalla Terra, e velocità propria nel sistema solare. I posteri ne sapranno più di noi e chissà non dicano: bravi codini, faceste bene a non bere.

Conosciamo la sete di acqua, non quella americanoide di alcool e di novità moderne. Saremo asini, ma astemi.