International Communist Party

Il Programma Comunista 1962/2

Imprenditori e onorevoli peste dell'Italia contemporanea

Il grande enigma che deve sciogliere l’anno testé iniziato non è se avremo o meno il terzo conflitto mondiale (attesa lunga ancora), o se resterà assodato che la Russia è una società capitalista quanto l’America (attesa assai meno lunga, tuttavia ultra annuale), ma se in Italia i cristiano-borghesi apriranno o meno a sinistra, e se per questo evento eccezionale sarà buona rampa di lancio uno scandalo nella nostra debosciatissima amministrazione statale, come quello di Fiumicino, che sollecita ogni filisteo in veste di censore, se viene fatto di portare il dibattito sul tema allo schermo televisivo, apice delle conquiste del moderno costume.

Gli episodi da inchiesta sbalordiscono l’uomo della strada che è ancora tanto ingenuo da poter essere sbalordito da cose divenute ad ogni livello di ordinaria amministrazione, che tutti sanno, tutti fanno, o almeno tutti sognano di poter fare un giorno, comprando un biglietto della gran lotteria nazionale e dell’intrallazzo italiano.

Ce la faranno con Fiumicino ad attuare l’ennesima «svolta storica» e ad aprire il millesimo «nuovo corso», da inserire nella fregatura a catena del lavoratore italiano? E’ molto probabile che sì.

* * *

Un ministro siede tra un gruppo di alti funzionari e di architetti (sic). Siamo forse di martedì: signori, per domenica mi serve il progetto del nuovo aeroporto di Fiumicino! Devo infatti dare l’opera in appalto ad una impresa benemerita pronta a rendere questo servigio alla Patria.

In pochi giorni il cartame che le norme prescrivono sarà pronto. Nulla di strano. A che servirebbero gli architetti? Ad essi basta un foglio tutto bianco e l’allenata mano fantascientifica. L’aeroporto è tracciato. Il ministro approva il progettone fulminante.

Elementi economici e tecnici? Quando l’ingegneria funzionerà in una società comunista non sarà necessario il preventivo in cifre di moneta. Sorride alla impresa appaltatrice, all’operatore economico, all’organizzazione di costruzioni, che si vanti in Italia come in Russia che siamo «passati al comunismo». Avanti dunque, le cifre si scrivono tanto perché certi moduli si devono mandare alla Corte dei Conti. Se sono molte, la commissione architetta si vede offrire dal benemerito imprenditore con un sorriso: facciamo redigere il conto di previsione dalla nostra organizzazione, che esperta ed allenatissima, ve lo passa per la data che vuole  il  ministro. Che di più bello e di più patriottico? La commissione accetta entusiasta.

Ma se fossimo in comunismo, occorrerebbe tuttavia indicare delle cifre tecniche di grandezze fisiche; spessore della pista, natura della sua composizione e dosaggio, poniamo di cemento. Queste cifre fisiche non traggono da fantascienza per quanto fervida; derivano da altre cifre date nella realtà: caratteristiche meccaniche del terreno, livello dell’acqua interna, permeabilità, ed altre mille cose che non possono darsi con calcolatrici elettroniche ma con lunghissime pazienti indagini di campagna e di laboratorio, che non richiedono settimane e giorni, ma mesi ed anni, e soprattutto un manico che non sia quello prestato dall’impresa. Chi non è ministro o onorevole sa che el defeto xe nel manego.

Taglio corto. L’ingegneria è, o sarà, determinismo; l’architettura è volontarismo. La seconda è permeabile alla voglia del capitale di far profitto. Anche la scienza pura di oggi lo è: le grandi organizzazioni stanno benissimo con l’alta cattedra. Fuori un po’ di alti consulenti e i progetti in otto giorni si fanno. Tagliamo corto ancora: la pressione di una ruota di aereo non è formidabile, eppure la pista se ne è scesa. Alta scienza più alta impresa più alta burocrazia più fulminea progettazione, uguale il doppio dei miliardi previsti, uguale modernissimo conglomerato di ricotta. Giù il cappello al progresso! Viva la nostra amministrazione ricottara!

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Un altro ministro, buon omone, si vede inquisito. Ho sempre sentito dire che sono un galantuomo! Poverino: nella società mercantile il galantuomo non differisce dal ladro se non nel fatto che di lui si pensa bene, come di tutti quelli che hanno attorno una clientela di vili (come tutte).

Il povero ministro  ha una bella casa a Roma e gliel’ha fatta quella famosa impresa. Per noi nulla di maligno; ma l’Italia vi si getterà sopra, disgraziato paese! Il povero uomo per aggiustare dimostra che la moglie è ricca possidente, e, sempre per aggiustare, dice che hanno fatta una cooperativa di fatto sotto il nome della quale agiva l’impresa che – avuti come al solito i soldi di Pantalone – ha poi venduto a suo benefizio il resto delle unità. Dove è lo scandalo? Il caso peculiare non è forse tanto sporco quanto la regola di questi affari.

Le famose cooperative ossigenate dalla legge Tupini non funzionano se non vi è sotto una impresa che con la sua organizzazione fa scribacchiare tutto il cartame e girare tutte le ruote. Le unità hanno un limite legale di ampiezza che è il doppio di quello della casa del ministro? Cooperativa di fatto vuol dire cooperativa che se ne frega del diritto, agendo come un’impresa, come l’agile privata iniziativa.

Ma se fosse possibile spezzare la improntitudine della ipocrisia dominante ci dovremmo chiedere se con lo stesso meccanismo: legge di favore, abili costruttori, solleciti di deputati alla burocrazia, non si sono fatti la ricca casa a Roma tutti gli onorevoli e specie quelli di opposizione.  Ad un abile intrallazzatore fa più gioco fare piaceri a un politico della opposizione che della maggioranza governativa; resta più tranquillo per il silenzio sulle sue destre manovre.

A che dunque la caccia al ministro colto in fallo? Perché non leggete alla televisione una statistica di tutti gli onorevoli che a Roma si sono fatta  la casa moderna? Nello slang dell’Italia del miracolo le case non le fanno i muratori: almeno è certo che quelli non se le fanno. Io che scrivo sono un muratore, ma non ho nessuna casa, a Roma o altrove!

* * *

Non è svolta quella che ci lascia in preda delle stesse nefaste categorie che hanno giocato in questo scarno ma vero discorso. La sola svolta sarebbe quella che facesse fuori ministri, onorevoli, imprese organizzatrici, cooperative.

Cambiare ministri infortunati con altri ministri, onorevoli con altri onorevoli, imprese con altre imprese, non significa aprire un corso nuovo, ma galleggiare nell’eterno corso della vecchia fogna capitalista.

La vergogna del movimento proletario è nata dalla illusione corruttrice che si possa scegliere tra governanti e amministratori sporchi e puliti, tra imprenditori capitalisti buoni e malvagi.

Moralmente sono tutti eguali, in atto e in potenza. La questione sociale è già oggi una burla, la questione morale una peggiore parodia.

La struttura che noi chiediamo – ad una rivoluzione, sia pure lontana – è quella di non-ministri, non-parlamentari, non-imprenditori.

Chiediamo ad una dittatura rossa di uccidere la libertà di impresa privata in economia, e la libertà di partito parlamentare nella politica.

Il resto è farsa.

Allori africani

L’ONU sta dispensandoci da lunghi commenti, perché la sua azione nel Congo è chiara come la luce del sole, e si svolge – come dicevano i bollettini di guerra – secondo le previsioni, punto per punto.

Essa ha recitato l’ennesima commedia con il solito Ciombè, quella commedia che ormai si ripete da più di un anno e consiste prima nel fingere di attaccarlo, poi nel «costringerlo» a firmare un accordo minacciando «terribili» sanzioni se non ne rispetterà le clausole, infine nel lasciare tranquillamente che l’accordo non venga applicato senza muovere un dito; l’ha recitata perché bisognava e bisognerà ancora gettare un po’ di fumo negli occhi all’opinione pubblica, per consentire dietro questa cortina di fumo all’Ùnion Miniére e ai suoi protettori belgo-franco-britannici di fare i fatti loro assicurando la… civilizzatrice presenza bianca nella zona più ricca e produttiva del Congo; ha dunque finto di realizzare l’obiettivo mille volte proclamato della formazione di uno stato nazionale congolese senza riserve di caccia provinciali per il grande affarismo capitalistico europeo e mondiale; e in virtù di questa finzione ha rimandato alle calende greche tale soluzione favorendo così il deteriorarsi della situazione interna. Era il primo obiettivo «strategico».

Fatto questo, ha scoperto che il grande nemico non era Ciombè, ma Gizenga, e ha cominciato (e siamo sicuri, continuerà, se prima non le riesca di corrompere l’avversario) a lanciare operazioni di polizia contro il nuovo guastafeste. La verità è che proprio qui essa doveva arrivare: all’attacco contro le superstiti forze di un moto nazionale indigeno non imbelle e non venduto; l’operazione Katanga era un diversivo, mentre quello era e rimarrà il nemico che, per renderlo odioso, sarà dipinto quale pedina di Mosca o di Pechino, uccisore di missionari, massacratore di civili bianchi portatori di beneficenza e di cultura e chi più ne ha più ne metta. Ce ne stupiremo? Come la defunta Società delle Nazioni, l’ONU è il comitato di amministrazione della grande pirateria imperialistica; Ciombè o chi per lui possono darle fastidio quando sono troppo indisciplinati od impulsivi, ma la fratellanza di sangue (o di portafoglio) finisce sempre per imporsi – a spese di Lumumba ieri, di Gizenga domani, e facciamo questi due nomi solo per indicare forze storiche ancora operanti su un piano potenzialmente eversivo.

Intanto, a nord, all’ombra della grandeur gaullista, un’altra situazione incancrenisce: quella dell’Algeria. I nostri giornali, che non hanno mai caratteri abbastanza grandi per i titoli di sdegno e di rammarico sui massacri di missionari ad opera di negri, non hanno caratteri mai abbastanza piccoli per relegare nella cronaca di amministrazione ordinaria la gragnuola di vite untane quotidianamente sacrificate dai civilissimi europei in Algeria, mentre d’altra parte il silenzio dell’FLN lascia intravvedere che i governi ufficiali trattano dietro le quinte la conciliazione, il compromesso e il baratto. Il solito democraticume sfila in cortei parigini all’insegna di «abbasso il fascismo», esso che ha covato De Gaulle nella metropoli e cova il finale abbraccio fra la borghesia indigena «arrivata» e la borghesia metropolitana… non fascista a spese dei soliti stracci.

Purtroppo in forma negativa e capovolta, l’esattezza della prognosi marxista trova così l’ennesima dimostrazione: l’abbandono dei principi rivoluzionari ed internazionalisti da parte dei partiti della classe operaia va preparando la fossa alle gigantesche potenzialità che si racchiudevano e si racchiudono ancora nel risveglio delle popolazioni africane di pelle nera e bianca.

Dopo di che, i grassi mercanti si avventeranno – a colpi non di cannoni, ma di dollari, rubli, sterline, franchi pesanti, lirette profumate alla Mattei – sul gigante evirato e messo in catene.

A meno che… Ma qui interviene la censura.

[RG-31] Questioni di economia marxista Pt.4

Engels e la società comunista

La critica di Marx sulla funzione della circolazione nella economia presente è di una profondità estrema e coinvolge questioni di economia di storia e di programma politico nelle quali si intreccia tutto il nostro sistema di partito e la nostra soluzione originale dialettica e grandiosa degli “eterni enigmi” della filosofia di tutti i tempi che col marxismo sono venuti a soluzione.

La nostra scuola ha il compito di esprimere in una formulazione i rapporti di grandezze economiche in cui si assomma questa geniale conquista raggiunta nella storia della umanità circa un secolo addietro, ma ancora ben lontana dall’essere entrata nella coscienza sociale, e meno che mai nella scienza “ufficiale”, che per quel secolo non ha fatto altro che decadere ed indietreggiare. Mentre ripetiamo di non dare ancora oggi questa presentazione sistematica, ricordiamo che il rapporto tra le sfere della produzione e della circolazione (o della distribuzione) è posto su piani diversissimi nella economia di Marx e in quella dei borghesi: per loro il tema è la produzione la distribuzione e il consumo delle merci, e la economia è la scienza dello scambio, assunto come categoria economica eterna nella storia della società, per noi si tratta di uno studio parallelo della presente transitoria economia capitalista, una delle economie storiche di scambio – ed allora con Marx classico parliamo di produzione e circolazione del capitale, e ancora meglio del plusvalore, o valorizzazione dinamica del capitale stesso – e del suo confronto con la economia comunista – che in modo rivoluzionario si pone fuori dalle categorie di capitale, di plusvalore, di valore e di scambio.

Fedeli alla asserzione che il sistema è come blocco dato dalla metà del secolo XIX, e per darne sempre maggiore prova, vogliamo rifarci ad una magistrale impostazione programmatica data da Federico Engels nei tre discorsi che tenne ad Elberfeld nel febbraio del 1845, quando già la sua collaborazione con Marx era totale (gliene scrisse il 22 febbraio). In quel tempo l’analisi critica della produzione capitalistica non era ancora organicamente formulata, e su questa strada le ricerche di Engels (che aveva vissuto nella industriale Manchester tra il 1842 e il 1844) economicamente precedevano Marx, colla sua giovanile formazione filosofica, anche se Engels adulto ebbe poi ad attribuire tutto a Marx il merito della scoperta delle leggi scientifiche del capitalismo. Ciò prova solo come questi due grandissimi uomini precorsero la fine dell’individualismo intellettuale, che, un secolo dopo, oggi ancora ci appesta, ma che sparirà nella vergogna. E prova come Engels stesso disse che la scoperta era matura, e il nome di chi doveva farla non importava, sebbene Mehring, come storico, dica di dover registrare quello che era stato, e non quello che avrebbe potuto essere.

Nei tempi successivi si girò in un immenso equivoco; che la discussione aperta sul comunismo come “proposta” (tale è apertamente nei tre discorsi di Elberfeld), ossia come aperto programma di partito, sia stata più modernamente messa da parte quasi come manifestazione di “utopismo” e vi si sia sostituita un’arida scienza descrittiva e passiva.

A smentita di questa visione tipo “Seconda Internazionale”, contro cui sorgerà poi la possanza di Lenin maestro e condottiero, ma che purtroppo nel più recente tempo ha ripreso il turpe sopravvento nel più velenoso opportunismo di oggi, noi conduciamo la nostra lotta per una ulteriore “restaurazione” dell’unica ed indivisibile dottrina rivoluzionaria, e affermiamo la nostra tesi: non è possibile descrivere, spiegare e comprendere la dinamica del capitalismo, senza ricorrere ad ogni passo della ricerca alla sua confrontazione col tracciato ben definito della società comunista, che uscirà dalla sua morte.

Citazione da Engels

Siccome (nella società presente) ciascuno produce e consuma per suo proprio conto, senza preoccuparsi molto della produzione e del consumo altrui, occorre che necessariamente insorga molto presto uno squilibrio stridente tra la produzione e il consumo… Egli (il fabbricante) è quanto i suoi concorrenti ignorante a questo riguardo. Tutti fabbricano all’infinito ed alla cieca e si tranquillizzano pensando che anche gli altri devono fare lo stesso… Noi abbiamo visto quali erano le conseguenze di questo errore fondamentale (ossia la anarchia marxista della produzione); se noi vogliamo eliminare questi effetti terribili noi dobbiamo abbattere l’errore fondamentale: questa è proprio la intenzione del comunismo. Nella società comunista, dove gli interessi degli uni non sono più opposti a quelli degli altri, ma associati, sparisce la concorrenza. Come facilmente si intende, non si tratterà più della rovina di alcune classi, di classi tutte intiere. Così come sparirà il modo privato di acquistare i beni, sparirà il fine particolare dell’individuo di arricchirsi per proprio conto nella produzione e nella distribuzione dei beni necessari alla vita, così come spariranno da sé stesse le crisi generali del commercio [è chiaro che qui Engels passa da una critica dello sciupìo di primo momento, già contenuta nella ingenua condanna morale dell’arricchimento del padrone sul lavoro degli operai, ad una critica del secondo momento, ossia dello sciupìo nell’insieme in una società mercantile privatista]. Come si conosce ciò di cui un individuo ha bisogno nella media, così è facile calcolare di quanto un dato numero di individui ha bisogno, e siccome allora la produzione non sarà più tra le mani di pochi privati acquirenti, ma tra le mani della comunità e dei suoi amministratori, sarà molto agevole regolare la produzione secondo i bisogni. Nella società comunista dunque sarà cosa facile conoscere così bene la produzione quanto il consumo. Noi vediamo dunque come i mali essenziali dello stato sociale presente scompariranno nella organizzazione comunista. Ma se noi tuttavia entriamo in maggiori dettagli, noi troveremo che i vantaggi di una tale organizzazione non si fermeranno a questo, ma andranno fino ad eliminare una quantità di altri mali, di cui non menzionerò oggi che solo i principali. L’ordine attuale della società è certo dal punto di vista economico il più irrazionale ed il meno pratico che possa concepirsi. L’antagonismo degli interessi fa sì che una gran quantità di forze di lavoro sia utilizzata in un modo da cui la società non trae vantaggio alcuno, che una quantità di capitali è perduta inutilmente, senza potersi riprodurre… [In testi molto posteriori Marx descriverà questo stesso sciupìo sociale come una distruzione di capitali, intendendo quindi che nel sistema capitalistico la distruzione di ogni capitale vale uno sperpero di forze produttive, e quindi di lavoro umano presente o passato utile alla società; ma commette errore enorme chi ne deduce che la forma capitale delle forze produttive non debba essere del tutto scomparsa nella società socialista]”.

Dopo avere svolta la critica della irrazionalità clamorosa della spesa trasporti in ogni economia ove ciascuna azienda decide da sola quanto produrre e dove spedire i prodotti al consumo, con pure regole di tornaconto (che sono in pieno vigore come oramai si ammette anche in Russia 1962), Engels così prosegue:

In una società sensatamente organizzata, non sarà più questione di una tale complicazione dei trasporti. Per tenerci al nostro esempio (il commercio mondiale del cotone dell’epoca) è altrettanto facile sapere la quantità di cotone o di prodotti cotonieri di cui una colonia ha bisogno, quanto è facile ad una amministrazione centrale di stabilire la quantità di cui tutte le località o i comuni di una nazione hanno bisogno. Basta che una tale statistica sia stata organizzata una prima volta, cosa ben facile a realizzare in uno o due anni, perché la media del consumo annuale non si modifichi più che in funzione dell’aumento di popolazione; è dunque facile di determinare in un tempo dato la quantità di tutti i differenti prodotti di cui il popolo ha bisogno, e si prescriverà tutta questa grande quantità direttamente alle fonti di produzione; quindi la si ritirerà direttamente senza bisogno di speculatori e senza che vi siano più lunghe soste in deposito, e lunghi trasbordi, di quanto esiga strettamente la natura stessa delle comunicazioni. Mentre gli intermediari effettuano oggi con danno di tutti un intricato lavoro che, nella migliore delle ipotesi è superfluo, e cionondimeno arreca loro dei mezzi di sussistenza da consumare, anzi nel più gran numero di casi delle enormi ricchezze, in pura perdita sociale, nell’organizzazione comunista tutti questi elementi saranno liberati in vista di una attività utile, e potranno assolvere un compito nel quale si mostreranno membri reali della società umana, e non più meramente apparenti ed ipocriti, partecipando così alla attività utile generale “.

Il memorabile testo sviluppa quindi il concetto fondamentale che superando la opposizione di ciascun interesse individuale contro ciascun altro e contro tutti gli altri, cade la sovrastruttura del contrasto tra membri della società come vero “bellum omnium contra omnes“, e la ragione di tutto il complicatissimo e costosissimo, oltre che corruttore e perpetuatore della psicosi criminaloide generale, apparato poliziesco e giudiziario. Si rendono dunque superflue tutte o quasi le attuali gerarchie e burocrazie amministrative e giuridiche (e politiche).

Già oggi – questo è sempre vero dopo un secolo – diminuiscono i delitti passionali in rapporto a quelli di calcolo, di interesse; diminuiscono i delitti contro le persone e aumentano quelli contro la proprietà“.

Un secolo e più trascorso da queste linee, si può aggiungere che a dismisura crescono poi i delitti mascherati, tollerati ed impuniti contro la economia sociale nelle sue forme grossolane e statali, quelli che per brevità indichiamo col nome espressivo di intrallazzi, gradevole esercizio essenziale dei membri notabili della società modernissima, anche quale si è sviluppata in Russia…

Patria e famiglia, capisaldi dello sciupìo sociale

Engels qui svolge il confronto suggestivo dell’enorme risparmio di forze produttive che arrecherà la fine del militarismo. Egli è come sempre ben lontano dai piagnistei pacifisti di stile piccolo borghese.

Nel caso di una guerra, che non potrebbe sorgere che contro nazioni anticomuniste, il membro della nostra società avrebbe da difendere una ‘vera’ patria, un ‘vero’ focolare… e l’entusiasmo sarebbe ancora maggiore di quello delle armate rivoluzionarie del 1792-1799 che tuttavia non lottavano che per una illusione, un fantoccio di patria“.

Invecchiate queste parole? O puzzolenti quelle di oggi che ricadono nel più lurido feticcio nazionale in regime capitalista?

L’essenziale di questo punto è che: “le innumerevoli forze produttive oggi sottratte ai popoli civili dagli eserciti permanenti saranno in tal modo, in una società comunista, restituite al lavoro“. Il volume di prodotti risparmiati ponendo al lavoro gli oziosi soldati, e quello delle materie belliche consumate, costituiscono un quantum calcolabile in rapporto a quello di tutta la produzione: basterebbe confrontare anche storicamente le cifre di bilanci militari statali dei grandi paesi con quelle della totale attività economica degli stessi (prodotto lordo nazionale). Ecco un settore di ricerca per i nostri relatori.

Engels passa poi alla odierna “economia domestica”. Egli scrive:

Se noi consideriamo la Casa, il Santo dei Santi del ricco [e oramai, noi aggiungiamo, di ogni filisteo da ceto medio, colcosizzato a dovere dall’incafonimento cui collaborano stampa, radio, televisione] non è un folle sciupìo di forze di lavoro quello di occupare tanta gente a servire uno solo e a poltrire? A che serve in realtà quel gran numero di servitori, di cuoche, di lacché, di valletti, di cocchieri, di domestici, di giardinieri, ecc.? Essi non fanno che lavori che hanno la loro origine nell’isolamento di ogni uomo tra le sue quattro mura“.

Oggi è ovvia la banale obiezione che la società borghese si sarebbe liberata dal parassitismo esoso di questo personale di servizio, anzi il medio cafoname sarebbe ridotto a piangerci sopra, quando dopo i lauti pranzi lava all’americana insieme agli ospiti le stoviglie, passando in cucina. Ma in effetto le funzioni servili nel magma sociale, se hanno in un certo senso cambiata la etichetta umiliante, non hanno certo migliorata la loro utilità, e le forme che hanno preso non sono né più utili, né meno ignobili nella sostanza.

A questo punto il nostro maestro Engels ritiene di aver già dimostrato “che nella nostra organizzazione razionalizzata il tempo individuale di lavoro oggi vigente, può già e subito essere ridotto della metà, col solo utilizzare le forze di lavoro che oggi non lo sono affatto o lo sono male“. Siamo nel 1845, ricordiamolo.

Ma Engels ritiene che non siamo ancora al punto più importante, e passa a quello della distruzione del focolare domestico familiare. Si tratta della associazione sostituita all’individuo non solo nella vita della produzione, ma in quella del consumo, anche per ora solo dei consumi materiali. Il discorso di Elberfeld non si rivolgeva a militanti e nemmeno a soli operai. Non lo dimentichiamo nel considerare l’audacia di quelle previsioni.

Engels si richiama qui alle proposte del contemporaneo “socialista inglese Robert Owen”. Un utopista, diciamo oggi, senza nulla togliere della stima che Marx ebbe per lui. Ma se non ci diffondiamo sulle idee schematiche che Owen prese ad attuare a New Lanarck nelle sue fabbriche comuniste, che Engels descrive per essere intelligibile a quel tempo remoto, come il palazzo quadrato di 1650 piedi di lato (circa 500 metri) e contenente un grande giardino, capace di ospitare da due a tremila persone (che forse ben decifrato è un progetto più valido di molta della ultimissima ipocrita urbanistica, specie tipo Ina-Casa italiana che in quasi 25 ettari ammasserebbe più di 10 mila persone!), la parte critica del passo è del tutto decisiva. 120 anni fa era visione avveniristica il riscaldamento centrale. Pensate che proprio nella tradizionalista Inghilterra ancora nel 1962 si vituperano i progetti che rinunziano al caminetto a legna in ogni camera da letto del grasso borghese (e tanto più ipocrita se meno grasso)! Il geniale Owen calcolò tutte queste economie immediatamente realizzabili. Quello che Engels dimostra coi minuti conti di Owen è l’enorme volume dello sciupìo di forze e tempi di lavoro che comporta la sminuzzatura della umanità nelle cellule familiari molecolari, i cui effetti economici sono tuttavia meno deleteri di quelli sociali e politici, in quanto è lì il vero limite che tarpa le ali alla nascita dell’uomo sociale nuovo, che rende l’uomo attuale incapace di rendersi solidale al suo simile sotto il pretesto idiota che ha amore per sé stesso e per il suo minimo cerchio familiare, pretesto che ogni giorno si riduce di più a menzogna esosa.

Sotto le codine e retoriche lodi a questo tipo di società per famiglie, oramai fradicio da millenni, si nasconde una delle più turpi schiavitù, quella delle casalinghe o donne di casa, da cui escono per vie parimenti degenerative e contro natura le nazioni ricche di stile americano e quelle più povere in cui le donne della classe lavoratrice reggon due fardelli sulle loro misere spalle di sesso detto “debole” dalla ipocrisia dei benpensanti.

Con Owen, Engels deride lo sciupìo del tempo perso a fare le stesse provviste in duemila parcelle dal panettiere e dal beccaio. Ma il moderno uomo cretinizzato da due secoli di capitalismo crede, convinto sulla fede dello schermo televisivo o cinematografico, che il girare botteghe sia il supremo piacere della umana vita! E le redente donne russe gelano in file bestiali!

Noi vogliamo ridurre la società ad una caserma! Vecchia obiezione dell’anticomunismo convenzionale. Ma dianzi non era proprio alla caserma che avevamo profetizzata la stessa fine che al domicilio privato? Utopismo è il contrapporre alla società odierna un modello di società futura pensato e dipinto a freddo. Buon marxismo è condurre l’analisi della economia capitalistica, come uscita dalla storia, ossia nella sua nascita per il potenziamento delle forze produttive umane, e oggi nella sua corruzione verso un dilapidamento sempre più folle, fino alla certezza delle forme che prenderà, distruggendola, la società nuova.

Altra luce dal pensiero di Engels

Lo svolgimento che nei Grundrisse dà Carlo Marx del processo di circolazione, e che parte dalla già citata robinsonata sul cacciatore e il pescatore, conduce al risultato che tutto il tempo dei commercianti ed intermediari fa parte della quota sciupìo da addebitare alla forma capitalistica di produzione.

Oggi la produzione è basata sullo scambio e per questo ai capitalisti fabbricanti che ne sono i beneficiari l’opera dei commercianti è indispensabile. In una economia non capitalista questa falsa spesa è eliminata e sparisce, tra tutte le altre, quella divisione di lavoro che oggi corre tra capitalisti della produzione e del commercio, essendo la verità che non fanno lavoro né gli uni né gli altri, anche se si può dire che entrambe le schiere dedichino il loro tempo, l’una nella produzione l’altra nella distribuzione, a pompare per profitto proprio il lavoro altrui.

Marx dice tra l’altro:

Il tempo di circolazione – nella misura in cui occupa il tempo del capitalista – ci interessa a grado non maggiore di quelle che egli spende colla sua amica. Se dal punto di vista economico ‘il tempo è denaro’, tale tempo per il capitalista è unicamente quello del lavoro degli altri, che certamente è il denaro del capitalista, nel più giusto senso del termine. Sarebbe una estrema confusione quella di porre il tempo che il capitalista dedica alla circolazione come un tempo che genera valore o peggio che genera un aumento di valore. Il Capitale in quanto tale non ha altro tempo di lavoro all’infuori del tempo della sua produzione“.

E non si tratta che di questo, nel processo globale, che noi abbiamo da considerare. Differentemente si potrebbe solo immaginare che il capitalista potesse farsi compensare il tempo durante il quale egli non guadagna denaro (da altrui lavoro) agendo come salariato di un altro capitalista presso il quale egli perderebbe quel tempo. In tal modo quel tempo farebbe parte anche delle spese di produzione (dell’altro capitalista). Da questo punto di vista, il tempo che un capitalista perde o utilizza come capitalista è in qualunque caso del tempo perso, tempo piazzato a fondo perduto. Il preteso tempo di lavoro del capitalista, a differenza del tempo di lavoro dell’operaio, che deve costituire la base della sua entrata come salario sui generis, sarà analizzato altrove”.

In questo punto, trattato quasi con le stesse parole nel Secondo Tomo del Capitale, Marx si riporta ad un tema del Terzo Tomo; ossia la risposta all’argomento che il padrone di una fabbrica può avervi funzioni di tecnico, di ingegnere, se ha una tale preparazione. In questo caso adoperando il suo tempo di lavoratore, sia pure intellettuale (l’esempio potrebbe valere anche per un lavoro manuale) egli evita di pagare lo stipendio di un direttore, ed in questo caso il valore del suo tempo di lavoro passa nel prodotto. Al solito Marx, riferendosi al programma della società e della forma non più capitalista, mostra che la funzione sociale del capitalista, come avente diritto sul tempo di lavoro di altri, e non suo proprio, può essere abolita e dovrà esserlo con vantaggio sociale (fenomeno già attuale ai tempi di Marx, dello scadimento del capitalista a semplice funzionario, a parte il tema delicato di quello che la società debba dare ai suoi funzionari).

Torniamo al tema delle vere e false spese di circolazione. Il passo così seguita: “È molto frequente il classificare tra le spese pure e semplici di circolazione, il trasporto, ecc., nella misura in cui è legato al commercio“. In quanto il commercio porta un prodotto sul mercato, esso gli dà una figura nuova (indispensabile nella società mercantile). Il trasporto certo non modifica che la posizione geografica. Ma qui non ci interessa la modalità del cambiamento di forma. Certo il trasporto commerciale dà oggi al prodotto un diverso e nuovo valore di uso – e ciò vale fino al bottegaio di dettaglio, che pesa, misura, incarta, e dà in tal modo al prodotto una nuova forma per il consumo – e questo nuovo valore di uso costa del tempo di lavoro (quello del bottegaio o del commesso di negozio) e genera quindi un tanto di altro valore di scambio. (Notiamo che oggi molta parte di questo lavoro si fa alla partenza nella sfera della produzione, dosando e confezionando parti di prodotto che vanno tal quale nelle mani dell’acquirente; tutte forme utili per captare la sua libertà di scelta). Ma Marx qui conclude che “trasportare sul mercato fa parte dello stesso processo di produzione (dunque è una spesa di produzione e non una falsa spesa di circolazione). Il prodotto non diviene merce (esigenza vitale nella economia capitalista presente) se non circola, e non circola se non quando si trova sul mercato“.

Questo ed altri passi di Marx sulle spese di circolazione (notiamo sempre che nel Secondo Libro si tratta della circolazione del capitale e non della semplice circolazione dei prodotti e merci) convergono al confronto di Engels in Elberfeld circa l’enorme sciupìo di trasporti che fa il sistema capitalista rispetto a quello comunista. La media distanza geografica tra la sede di produzione e quella di consumo di un bene di uso è uno sforzo fisico reale che dovrà anche allora essere fatto; ma in un piano razionale, e fuori dalla gara speculativa di concorrenza e caccia a prezzo più alto, il totale delle lunghezze di trasporto per unità di merce eviterà di essere molte e molte volte maggiore del necessario.

È questo un elemento essenziale di sciupìo, che viene subito dopo quello della produzione di merci in eccesso sul consumo e gettate via (caffè brasiliano gettato in mare o bruciato nelle locomotive).

Sono tutti sciupii definibili “da assenza di piano di produzione – consumo”.

Secondo Marx come secondo Engels la società comunista sopprime ogni falsa circolazione e serba solo quella dovuta alla natura delle cose e non allo scambio (ossia alla appropriazione privata e non sociale dei beni).

Sopprimendo tale circolazione assurda il comunismo sopprime la divisione del lavoro tra fabbricanti e mercanti, e la funzione autonoma del commerciante, fenomeno caratteristico del capitalismo.

Al posto del governo sulle persone subentra l’amministrazione delle cose e la organizzazione del processo di produzione ” (Antidühring). “In effetti la esistenza delle classi è sorta dalla divisione del lavoro, e la divisione sociale del lavoro nella sua forma attuale sparirà completamente” (Engels, I fondamenti del Comunismo, prima stesura mandata a Marx per il Manifesto). Nello stesso scritto si legge anche: “L’educazione potrà far passare rapidamente i giovani attraverso tutto il sistema di produzione e li metterà in grado di passare a turno da una branca della produzione ad un’altra, secondo che i bisogni della società quanto le loro inclinazioni ve li spingeranno“.

In questa frase fondamentale e classica la coincidenza tra le inclinazioni individuali (le famose vocazioni) e l’interesse sociale è completa, e da allora abbiamo la “produzione dell’uomo per l’uomo” concetto geniale dei giovanili manoscritti filosofico-economici di Marx.

Questo antico canone del marxismo originale mostra che non abbiamo nulla aggiunto o scoperto o sognato, quando abbiamo presentato come massimo traguardo del programma comunista la fine delle “specializzazioni”, delle “professioni” chiuse, e delle ancora più ignobili “carriere” dell’oggi nefando.

Fine supremo di questi settori chiusi e ciechi non è che il procaccio di un consumo inutile e passivo, frodato alla società e all’umanità.

Alcuni appunti per il lavoro

Nel rapporto di cui riferiamo furono indicati vari punti che offrono temi per il computo e la valutazione del grado di sciupìo.

Chiuderemo questa esposizione rammentandoli al fine che possano più organicamente essere elaborati come contributo da più parti alle successive riunioni e trattazioni.

Un aspetto essenziale e da nessuno contestato né deprecato dello sviluppo del moderno industrialismo è la concentrazione delle aziende. La unità di produzione va assumendo dimensioni sempre più grandi, sia che la consideriamo per numero di lavoratori addetti, per quantità di materie prime trattate e di prodotti erogati, per valore di merci lanciate sul mercato o di capitale di impresa. Questo fenomeno non avviene con un piano razionale, ma traverso la lotta della concorrenza e la distruzione delle strutture delle aziende modeste che divengono “passive”, rovinano e si chiudono. In tutto ciò si ha una distruzione di ricchezza, di capitali, di forze di lavoro che restano inutilizzate. Una misura di questa perdita, sia pure in parte compensata dalla cresciuta produttività del lavoro nelle unità più grandi, può essere cercata nelle statistiche dei “fallimenti” ad ognuno dei quali corrispondono perdite non solo della impresa crollata, ma delle altre che vi avevano relazione, di merci prodotte, di impianti abbandonati a deperire, di personale disoccupato, e così via.

Questo fenomeno si esaspera quando avviene per ondate inverse, ossia quando le grandi aziende per ragioni diverse di crisi economica o per misure di politica statale si bloccano a loro volta e si sminuzzano in aziende minori. La crisi cronica della produzione agraria si spiega con queste oscillazioni e malintese riforme che incrociano il processo utile delle concentrazioni con uno contraddittorio di parcellazione della terra e dei mezzi di produzione agricoli, voluto da governi borghesi, e peggio da partiti traditori del proletariato. La bassa resa dell’agricoltura in Russia e il suo sfasamento con l’incremento dell’industria si spiega di massima con considerazioni di tal genere (colcos ricchi e poveri, campicelli familiari, ecc.).

Una causa di distruzione di valori reali, di forze di lavoro e loro effetti positivi, risiede nelle oscillazioni della moneta, e nelle grandi inflazioni che seguono le guerre. Esse comportano la rovina di innumeri unità economiche di minime e medie dimensioni, e nel complesso di alte rate dell’economia dei paesi interessati. Se ne potrebbe seguire il corso quantitativo nei fenomeni che hanno accompagnato i due grandi conflitti mondiali di questo secolo.

Tutto il moderno insulso gioco dell’intervento del potere politico nei fatti economici, stoltamente vantato molte volte come un successo del “socialismo”, rappresenta uno sperpero enorme di forze produttive utili, con la salvezza di unità produttive e peggio speculative che sarebbe meglio cadessero, mediante risorse che si fanno ricadere sulla comunità sociale, il che vuol dire sulle classi sfruttate. In questo stolto gioco tra la cosiddetta iniziativa privata sempre succhionistica, e i sussidi, le sovvenzioni, i contributi messi a carico del “pubblico” denaro, un fenomeno è caratteristico della nostra epoca di insensato ed irresponsabile gaspillage: la “domanda”, con cui si aprono il novantanove per cento delle occhiute organizzazioni di attività economica. Il comunismo si potrebbe originalmente definire come la società in cui nessuno dei suoi membri avrà da fare domanda, sia per avere soldi o favori o concessioni, che per posti di impiego o di carriera, per promozioni, benefizi e simili cose equivoche, e premi a chi destramente consuma senza produrre.

Una simile ricerca ha l’obiettivo di stabilire quanto siano socialmente passivi i “ceti medi”, composti di masse che vivono di questo miraggio deteriore e distruttivo del benessere generale. Le cifre economiche saggiamente studiate mostreranno che questa massa amorfa è più pesante fardello della società che le “cento famiglie” fantomatiche dei ricconi o i non meno leggendari vertici dei “monopoli”, in cui l’opportunismo modernissimo stoltamente o in mala fede vorrebbe far ravvisare tutto il male del sistema capitalistico a danno della società di produttori, mentre corteggia perfino il medio industriale, più sozzo di Shylock! Pochi sfruttatori al posto di innumerevoli e pidocchiosi parassiti (ferocemente esosi verso i ceti sottoposti) sono stati sempre dal vero marxismo rivoluzionario considerati una condizione preferibile, tanto sul terreno della misura dello sciupìo sociale, quanto su quello della visione storica del procedere della rivoluzione comunista.

A questo problema si riduce quello della pletora burocratica e dello Stato, costosissima piovra composta di milioni di lavoratori improduttivi, veri sfruttatori sociali. La Burocrazia deve essere numerosa quando le unità funzionali economiche sono piccole o numerosissime e le loro innumeri partite di monetario dare ed avere e le loro dilaganti pratiche e domande di benefizi o anche di tassazione fiscale ingombrano migliaia di chilometri quadri di inutile carta. Quando il comunismo andrà oltre le forme dello scambio e della moneta si estinguerà lo Stato, non solo nel senso, che lo giustifica, di organo di forza di classe, ma soprattutto come gerarchia di imbrattacarte. Considerata tutta la società economica come oggi, a guisa di paragone grossolano, una sola azienda, sarà una sola la cifra da dovere fermare sulla carta, quando oggi sono diecine di milioni. Allora tutte le attività saranno direttamente produttive; e fin d’ora è facile di cacciare tutti gli stipendi degli imbrattacarte nel calcolo del baratro immane del passivo sociale.

Abbiamo così tracciata una elencazione sia pure informe di tutte le componenti dello sciupìo capitalista e della distruzione delle sane forze produttive umane, ponendo il nostro programma agli antipodi di quello demente che assegna al proletariato il compito di concorrere coi suoi nemici nella direzione insensata della moltiplicazione delle masse dei prodotti per bisogni falsi, maledetti e disumani, sistema che ha il solo senso di esasperare la produzione del plusvalore, ossia della schiavitù ed alienazione dell’uomo da sé stesso, che vivrà quanto il capitale, il mercato e la moneta.

Lotta per la riduzione della giornata di lavoro Pt.2

Il primo caso

Il primo caso esaminato da Marx nel cap. XV del I Libro del Capitale per spiegare come il capitalista ottenga di modificare il rapporto fra salario e plusvalore a tutto vantaggio del secondo è questo:

Supponiamo una giornata di lavoro di 12 ore, un lavoro necessario di 6 ore corrispondente a un salario di 3 scellini e alla produzione di 1 e 1/2 balla di cotone filato, un pluslavoro di 6 ore corrispondente a un plusvalore di 3 scellini e a un plusprodotto di 1 e 1/2 balla di cotone filato. Ammettendo che la forza produttiva del lavoro si raddoppi restando costante la durata della giornata lavorativa e la intensità del lavoro, supponiamo che il raddoppiamento della forza produttiva sia generale e non limitato a poche aziende, tralasciando i caratteri anarchici e gli squilibrii concorrenziali attraverso cui nel capitalismo avviene l’aumento della forza produttiva. A questo punto l’operaio in 2 ore fila 1 balla di cotone invece di 1/2 balla di cotone. Ora 1 balla di cotone ha il valore di 1 scellino perché continua a contenere 2 ore di lavoro. Prima avevamo questa equivalenza. 1/2 balla di cotone = 2 ore di lavoro = 1 scellino. Ora, essendo raddoppiata la forza produttiva, abbiamo l’equivalenza: 1 balla di cotone = 2 ore di lavoro = 1 scellino.

Se la ripartizione della giornata lavorativa fra lavoro necessario e pluslavoro fra salario e plusvalore, rimane immutata, abbiamo questa equivalenza: salario 3 scellini = 3 balle di cotone = 6 ore di lavoro. Se invece il raddoppiamento della forza produttiva va a esclusivo vantaggio del capitale, cioè del plusvalore, abbiamo l’equivalenza: salario 1 1/2 scellini = 1 1/2 balla di cotone = 3 ore di lavoro.

Fra gli estremi di queste due ultime equivalenze può oscillare il prezzo della forza-lavoro. Ecco come Marx caratterizza il fenomeno:
«Se il prezzo della forza-lavoro scendesse, ma non sino al limite di 1 1/2 scellino che è dato dal suo valore, bensì a 2 scellini e 10 pence, 2 scellini e 6 pence, ecc., questo prezzo in diminuzione rappresenterebbe ancor sempre una massa crescente di mezzi di sussistenza. Così, a forza produttiva in aumento, il prezzo della forza-lavoro potrebbe essere in caduta costante, mentre la massa dei mezzi di sussistenza dell’operaio potrebbe contemporaneamente e costantemente aumentare, però relativamente; cioè, a paragone del plusvalore, il valore della forza-lavoro scenderebbe costantemente e così si allargherebbe l’abisso fra le condizioni di vita dell’operaio e quelle del capitalista».

Ecco come la miseria cresce insieme al vostro benessere, signori del capitale! Da che cosa, dunque, dipende il grado di diminuzione del salario, quando aumenta la forza produttiva?

Marx risponde: «Il grado della diminuzione, il cui limite minimo è costituito da 1 1/2 scellino, dipende dal peso relativo che la pressione del capitale da un lato e la resistenza degli operai dall’ altro gettano sulla bilancia». Nessuna richiesta di aumento dei salari è quindi troppo alta. In questo gli operai non sbagliano, in questo hanno sempre ragione! Non esistono «giusti » salari, salari «equi», come bestemmiano gli opportuni-sti che dirigono la CGIL. Il salario è sempre ingiusto, non solo per il fatto che l’esistenza del salario presuppone l’esistenza del plusvalore, quindi dello sfruttamento capitalistico, ma anche per il fatto che si tratta di un’ingiustizia crescente, di un’ingiustizia che aumenta con l’aumento della produttività del lavoro.

Siamo quindi arrivati al primo obiettivo della lotta rivendicativa: aumento del salario. Si tratta ora di arrivare alla riduzione della giornata lavorativa.

Il secondo caso

Marx scrive:
«Intensità crescente del lavoro presuppone aumento del dispendio del lavoro entro uno stesso periodo di tempo. La giornata di lavoro più intensa s’incarna quindi in più prodotti della giornata meno intensa d’eguale numero di ore. É vero che, a forza produttiva aumentata, anche la medesima giornata lavorativa fornisce più prodotti. Ma in quest’ultimo caso il valore del prodotto singolo diminuisce perché il prodotto costa meno di prima. Nel primo caso rimane invariato perché il prodotto costa sia prima che dopo la stessa quantità di lavoro».

Tutti gli elementi considerati nel caso di aumento della forza produttiva rimangono invariati. Supponiamo che aumenti l’intensità del lavoro, e che in 12 ore gli operai non filino 3 balle ma 4 balle di cotone. Abbiamo visto che il valore del prodotto in questo caso rimane invariato. Otteniamo allora queste equivalenze: 1/2 balla di cotone = 2 ore di lavoro = 1 scellino; quindi: 4 balle di cotone = 16 ore di lavoro = 8 scellini.

In questo modo l’operaio non ha lavorato 12 ore, come sembra, e come il borghese tenta di fargli credere, ma ha lavorato 16 ore. Facciamo ora un paragone fra il caso in cui aumenta la forza produttiva e il caso ora esaminato in cui aumenta la intensità del lavoro, ed esaminiamo la situazione peggiore per l’operaio nel primo caso e la situazione migliore nel secondo. Supponiamo cioè che nel primo caso l’operaio sia tanto debole di fronte al capitale che quest’ultimo incameri tutto il vantaggio dell’aumentata produttività. Avremo l’equivalenza già riportata: salario 1 1/2 scellini = 1 1/2 balle di cotone = 3 ore lavoro necessario.

Anche nel caso peggiore, quindi, se è aumentato il plusvalore relativo, cioè se il rapporto fra il salario e il plusvalore si è spostato a favore dì quest’ultimo, il valore della forza-lavoro è rimasto costante. Supponiamo ora nel secondò caso, in cui cioè aumenta l’intensità del lavoro, la situazione più favorevole per l’operaio, che cioè l’operaio riceva dei 2 scellini di valore aggiunto 1 scellino, cioè la metà. Apparentemente il salario dell’operaio è aumentato, ma ciò è falso, perché abbiamo l’equivalenza: salario 4 scellini = 2 balle di cotone = 8 ore di lavoro.

L’operaio in realtà non fornisce una giornata lavorativa di 12 ore ma di 16 ore. Si può al massimo sostenere che il valore della forzalavoro è costante. Ma per sapere se il valore della forza-lavoro è rimasto costante o è diminuito bisogna rispondere a questa domanda:
«I mezzi di sussistenza che l’operaio può comperare in più con il quarto scellino che si è aggiunto ai 3 precedenti, sono sufficienti a compensare lo sperpero delle 4 ore di lavoro che sì sono aggiunte alle primitive 12?».
Ecco come Marx pone il problema:
«In questo caso l’aumento del prezzo della forza-lavoro non implica necessariamente l’aumento del suo prezzo al di sopra del suo valore. Quest’aumento può essere, viceversa, accompagnato da una diminuzione del valore della forza-lavoro. Ciò accade sempre nei casi in cui l’aumento del prezzo della forza-lavoro non com-pensa il suo più rapido consumo».
Ora queste considerazioni valgono sia per l’aumento dell’intensità del lavoro sia per l’aumento della giornata lavorativa, Quando questo avviene, Marx scrive:
«Il prezzo della forza-lavoro e il grado del suo sfruttamento cessano di essere grandezze commensurabili fra di loro».
Oggi il capitalismo, proprio nei suoi centri più sviluppati e più «popolari», combina insieme l’aumento dell’intensità del lavoro e della giornata lavorativa sotto forma di lavoro straordinario, non elargendo in cambio nemmeno un aumento di salario, ma i premi di produzione. A che punto è ridotto l’operaio della FIAT che lavora con gli straordinari in media 10 ore al giorno? Con l’enorme aumento dell’intensità di lavoro le sue 10 ore corrispondono alle 16 ore di Marx, e a questo punto nessun frigorifero e nessuna utilitaria può compensare il rapido consumo della sua forza-lavoro. L’unica risposta anche immediata che gli operai in questa situazione possono dare al capitale, è la riduzione della giornata lavorativa. Si tratta tuttavia di vedere come è possibile impostare questa lotta.

A questo proposito Marx ha notato che uno degli effetti dell’aumento dell’intensità del lavoro è appunto la differenziazione dei salari, su scala internazionale e su scala nazionale. La espressione più lurida, oggi, di questa differenziazione sono appunto i famosi premi di produzione. Una prima parola d’ordine potrebbe essere quella di incorporare il premio di produzione nel salario: quindi si potrebbe passare alla lotta per una giornata lavorativa normale a salario invariato o aumentato. In seguito si potrebbe arrivare a una lotta generale per la riduzione dell’orario di lavoro. Ma gli opportunisti della CGIL non avvertono tutte queste difficoltà, et pour cause! Per essi tutto va bene, la classe operaia è diventata nazionale, ed il suo obiettivo immediato non è la riduzione almeno del tragico sfruttamento in cui si trova, attraverso una lotta generalizzata per l’aumento dei salari e la riduzione della giornata di lavoro, ma sono i consigli di gestione i quali rappresenterebbero addirittura il socialismo!!! Ora, a parte il fatto che i consigli di gestione non sono il socialismo, questo controllo o cogestione operaia quando non fossero una utopia, non rappresenterebbero altro che una ulteriore differenziazione della classe operaia e quindi una sua maggiore impossibilità a lottare anche per rivendicazioni minime.

Infatti, a proposito dell’aumento dell’intensità del lavoro, noi abbiamo considerata la condizione più favorevole per l’operaio. Ma perché questa condizione si verifichi, è necessaria una grande resistenza degli operai come classe di fronte al capitale. Come è possibile questa resistenza di classe, dal momento che l’accresciuta intensità del lavoro presuppone una classe operaia divisa e asservita? Un proletariato così forte da imporre al capitale la cessione della metà del vantaggio derivato dall’aumento dell’intensità del lavoro, avrebbe sicuramente la forza e la coscienza di opporsi al fatto stesso di questo aumento: imposterebbe la sua lotta nel senso di ottenere di lavorare di meno e guadagnare di più, e non cederebbe alle lusinghe che il capitale non cessa di propinargli: lavora di più e guadagna di più.

Terzo caso

Supponiamo che la giornata lavorativa diminuisca di 2 ore, da 12 ore a 10 ore, eguali rimanendo la forza produttiva e l’intensità del lavoro. In questo caso, mentre il valore della forza-lavoro e il lavoro necessario rimangono invariati, diminuisce la grandezza assoluta e relativa del pluslavoro e del plusvalore. Secondo quanto detto prima, il plusvalore passerebbe da 3 a 2 scellini, il pluslavoro da 6 a 4 ore, il plusprodotto da 1 1/2 a 1 balla di cotone filato. É evi-dente che l’unica alternativa che in questo caso rimane al capitale è abbassare il prezzo della forza-lavoro al di sotto del suo valore. Ma una classe operaia così cosciente e così forte da imporre una riduzione della giornata lavorativa non compensata da un aumento della forza produttiva e dell’intensità del lavoro, può sopportare una riduzione del salario al di sotto del valore della forza-lavoro, cioè al di sotto del minimo vitale? Questo è il punto. Ed è chiaro che si tratta di una lotta per la vita o per la morte da una parte e dall’altra, da parte della classe operaia e da parte della classe capitalista.

Ne risulta che il colpo più duro che la classe operaia possa sferrare al capitale, prima della conquista del potere politico, della distruzione totale dello Stato borghese e della imposizione della dittatura esercitata dallo Stato e dal Partite di classe, è la riduzione della giornata lavorativa senza riduzione del salario reale, eguali rimanendo la forza produttiva e l’intensità del lavoro. Ciò è meravigliosamente dimostrato da Marx, oltre che nel capitolo XV del Primo Libro del Capitale, sopratutto nella Sezione Terza del Primo Libro «La produzione del plusvalore assoluto» in cui viene esaminata la lunga lotta della classe operaia inglese per la riduzione della giornata lavorativa e si ravvisa in essa il punto più alto, l’espressione più completa della lotta di classe.

Tutto questo spiega molto bene la rabbiosa resistenza del capitale e dei suoi manutengoli accademici politici e sindacali, di fronte a questa fondamentale rivendicazione. A volte, e in casi rarissimi la giornata lavorativa viene ridotta. Ecco come Marx spiega il segreto di questa strana condiscendenza:
« Tutte le frasi correnti contro l’abbreviamento della giornata lavorativa presuppongono che il fenomeno avvenga nelle circostanze qui presupposte, mentre viceversa la variazione nella forza produttiva e nell’intensità del lavoro o precede l’abbreviamento della giornata lavorativa o lo segue immediatamente».

Qual’ è, a questo proposito, la politica da rinnegati che conducono la CGIL e i partiti opportunisti? O si grida che la classe operaia non ha la forza per porre rivendicazioni così impegnative, o, quando la produttività e l’intensità del lavoro sono cresciute in modo così infernale che la stessa spontanea e minacciosa ribellione degli operai consiglia lo Stato borghese a prendere in esame la riduzione della giornata lavorativa, ci si accoda alle iniziative del capitale e della borghesia.

Conclusione

La riduzione della giornata lavorativa non la si pone mai troppo presto. Essa si verifica anzi sempre troppo tardi per la classe operaia schiacciata dal vertiginoso aumento della produttività e dell’intensità del lavoro che, accrescendo l’estorsione di plusvalore, aumenta l’oppressione di classe del capitale e l’ampiezza delle crisi economiche. Non è seguendo l’illusione della conquista di uno stabile benessere da parte della classe operaia in coesistenza con un capitale addomesticato, che i comunisti da oltre cent’anni, seguendo l’insegnamento di Marx, insistono sull’importanza della riduzione della giornata lavorativa. Sappiamo infatti che il contrasto di classe fra capitale e lavoro salariato non può concludersi, una volta ingaggiata una così ampia e terribile battaglia, che nella riduzione in schiavitù dell’una classe o dell’altra, della borghesia o del proletariato E che la lotta per la riduzione della giornata lavorativa sostenuta a tempo e realizzata in un momento favorevole, cioè prima di un ulteriore aumento della forza produttiva e dell’intensità del lavoro, suscita una così feroce resistenza nel capitale, e richiede una così grande forza e unità da parte della classe operaia internazionale, che questa può intravedere durante la battaglia lo scopo finale della sua lotta. Se in una situazione simile il capitale fa l’unica cosa possibile, cioè tenta di abbassare il prezzo della forza-lavoro al di sotto del suo valore, e se la congiuntura politica nazionale e internazionale è favorevole, il Partito Comunista, temprato in tutto il corso storico della lotta proletaria, può lanciare le masse salariate alla distruzione dello Stato borghese.