International Communist Party

Il Programma Comunista 1964/6

[RG-36][RG-37] Il recente dibattito russo su arte e letteratura Pt.2

Sullo sfondo dell’urto “ideologico” russo-cinese

Forma e contenuto

Mentre il pensiero borghese si dibatte nel dilemma di forma e contenuto, di apparenza e realtà, di coscienza ed essere, senza poterne venire a capo; la dialettica materialista ne raggiunge la comprensione integrale, e ne dà la soluzione, intendendo i due aspetti come momenti della realtà oggettiva, come prodotto della realtà. Il modo di presentarsi della realtà è organicamente inseparabile dall’essenza della realtà stessa, dalla sua struttura fisica.

Come nella natura, nel mondo reale, ogni movimento e processo materiale si svolge entro forme date, riflettenti la disposizione molecolare e 1’aggregazione atomica degli elementi componenti e delle loro proprietà fisico-chimiche, ecc.; così nel campo specifico dell’arte e della letteratura la forma riflette il contenuto; è legata dialetticamente ad esso; ne è inseparabile.

L’astrazione idealistica secondo cui la forma è un principio ordinatore, resta una astrazione, una pura idea.

Gli stessi processi naturali, e analogamente i processi sociali, si sviluppano entro forme che a un certo punto rappresentano lo stabilizzarsi di gradi di aggregazione della materia, o, analogamente, del grado di sviluppo delle forze produttive: le forme corrispondenti a questi processi si stabilizzano, diventano l’elemento conservatore entro i cui involucri rientrano gli ulteriori sviluppi.

Nel ristretto campo artistico, le forme esistenti (stabili) costituiscono, dapprima, e fino ad un certo punto, gli schemi entro i quali vengono sussunti contenuti nuovi. Esse si tramandano anche di generazione in generazione, come risultato di una lunga esperienza sociale e umana. Sotto questo aspetto, si può considerare la forma, in quanto strettamente dipendente dalla natura e proprietà della materia da cui si modella, come una esperienza sociale stabilizzatasi.

Valore storico-conoscitivo dell’arte

In quanto riflettenti un modo di vivere materiale determinato, 1’arte e la letteratura acquistano il valore di una forma specifica di conoscenza. Per mezzo loro il mondo oggettivo può essere “conoscibile” e anche lumeggiabile, rappresentazione per immagini (che avviene nella elaborazione artistica), racchiude e può racchiudere aspetti oggettivi della realtà materiale esistente al di fuori ed indipendentemente dalla coscienza dell’uomo.

Criterio di artisticità

La rappresentazione della realtà, quanto più è veridica e profonda, quanto più penetra l’essenziale, il tipico nei fenomeni e nei fatti, tanto più conferisce ai prodotti artistici il valore e il significato di “opere d’arte”.

Il criterio di artisticità delle realizzazioni artistiche risiede nella loro idoneità a rispecchiare in modo profondo e veritiero la realtà nel suo processo di sviluppo, nel suo divenire storico.

Resta al di sotto di un tale realismo ogni naturalismo che si basi su una fotografia “obiettiva” della realtà; come pure ogni tendenza ad autonomizzare le forme in una sfera a sé stante, in un giuoco di linee, colori, note, parole, ecc., astratte (formalismo). Già a base della concezione estetica della Grecia schiavista, era posto il principio che 1’arte consiste nell’imitazione della viva realtà. Tanto per Platone quanto per Aristotele, l’arte è mimesi, rispecchiamento della realtà.

Ma, per stabilire in che modo questa riflette la vita reale, è necessario comprendere il meccanismo di sviluppo di questa vita stessa, il processo storico reale. Così, nelle società divise in classi, la lotta delle classi rappresenta il motore di questo meccanismo; la base su cui nascono e si sviluppano le idee stesse. L’epopea (società schiavista), la chanson de geste (società feudale), il romanzo (società borghese), sono le forme letterarie che meglio corrispondono ai bisogni delle rispettive classi dominanti.

Engels e il realismo

Nella lettera ad Harkness (aprile 1888) Engels così si esprime in merito al realismo: “A mio parere s’intende per realismo, accanto alla verità dei particolari, la fedele riproduzione di caratteri tipici in situazioni tipiche“. Dopo aver lodato il lavoro di questa, nel criticarne gli aspetti deboli, Engels nota che mentre i personaggi sono abbastanza tipici, non lo sono altrettanto le circostanze che li circondano e li spingono ad agire. “La classe operaia – spiega Engels – vi è rappresentata in maniera passiva, senza che abbia la capacità di aiutarsi da sé “.

E nella lettera a Minna Kautsky (novembre 1885): “Trovo la solita netta individuazione dei caratteri. Ognuno è un tipo, ma anche nello stesso tempo un determinato uomo singolo, un “questo” come si esprime il vecchio Hegel, e così deve essere“. Egli allude al romanzo I vecchi e i nuovi della Minna; e nel corso della lettera affronta altri aspetti dell’opera, soffermandosi anche sulla cosiddetta “arte a tesi” o di tendenza: “Io non sono affatto nemico della poesia a tesi… ma ritengo che la tesi deve scaturire dalla situazione e dalla azione, senza che vi si faccia cenno espressamente, e il poeta non è tenuto a mettere nelle mani del lettore la soluzione storica futura dei conflitti sociali, che egli rappresenta“.

Il realismo, quindi, postula la conoscenza profonda della realtà, la riproduzione dell’essenziale, la rifrazione del tipico, del particolare che afferma il generale, della tendenza di sviluppo del processo storico.

Uomo e natura

L’uomo è una parte della natura. La sua vita materiale e spirituale è inseparabile dal mondo esterno, che ne costituisce il “corpo inorganico”. Il processo lavorativo (industria) è il rapporto storico reale dell’uomo con la natura. Attraverso la conoscenza del mondo esterno, corpo inorganico dell’uomo, l’uomo impara a conoscere se stesso, la natura, nella sua totalità.

L’uomo si impadronisce del suo essere universale – afferma Marx , in quanto uomo totale. Ciascuno dei suoi rapporti umani con il mondo: vedere, udire, odorare, gustare, toccare, pensare, guardare, sentire, volere, agire, amare, in breve tutti gli organi della sua individualità, che sono immediati nella loro forma in quanto organi comuni, sono, nel loro rapporto obiettivo o nel loro comportamento davanti all’oggetto, 1’appropriazione di questo oggetto. L’appropriazione della realtà umana, il modo in cui essi si comportano di fronte all’oggetto, è la manifestazione della realtà umana”.

Ma la conoscenza della natura umana, legata al grado di sviluppo storico dell’industria umana, raggiungerà (anzi potrà raggiungere) la sua forma generale e universale proprio (e solo) quando sarà superata la divisione tra produzione materiale e produzione intellettuale; la differenza tra lavoro manuale e lavoro mentale; tra attività produttiva materiale e attività artistica, letteraria, ecc. Allora 1’uomo si riapproprierà tutta la sua natura umana, e ristabilirà il collegamento oggettivo con la natura, suo corpo inorganico; in quanto ogni limitazione, a cui la sua condizione di operaio, di contadino, di proprietario di mezzi di produzione, di redditiero, di artista, poeta, letterato, ecc. lo sottomette, sarà scomparsa.

Con la presa di possesso da parte della società dei mezzi di produzione – scrive Engels  è eliminata la produzione di merci e con ciò il dominio del prodotto sui produttori. E l’anarchia insita oggi nella produzione sociale è rimpiazzata da un’organizzazione cosciente e rispondente ad un piano determinato… La lotta individuale per l’esistenza finisce. Con ciò l’uomo per la prima volta si separa, in un certo senso, definitivamente dal regno animale, e passa da condizioni animalesche a condizioni di esistenza umane“.

La testa si riunirà alla mano, la coscienza sociale non si rappresenterà che l’essere sociale in tutta la sua totalità, la prassi sociale sarà sintesi di vita e scienza sociale. Per la prima volta nella storia, il più grande sviluppo delle capacità materiali e intellettuali racchiuse nell’uomo sarà possibile. E con ciò il primo sviluppo della prima cultura veramente umana.

Ma il cammino necessario (e unico) che a tanto condurrà è tutto racchiuso nella vittoriosa rivoluzione proletaria; nell’erezione della dittatura di classe, nel suo esercizio ad opera esclusiva del Partito Comunista.

II.

Lenin e la partiticità dell’arte

In organica continuità storica con la dottrina comunista, sistemata nella poderosa intelaiatura da Marx e da Engels durante tutto il ciclo di lotte iniziali del proletariato a fianco e contro la borghesia, Lenin sottolineerà punto per punto la visuale tracciata; e, in rapporto all’evolvere storico della battaglia di classe fra proletariato e borghesia sull’arena internazionale, sposterà 1’accento (relativamente alla questione in esame) sui compiti ai quali vanno chiamate e subordinate la letteratura e 1’arte. Nello scritto Organizzazione di partito e letteratura di partito, del novembre 1905, Lenin così definisce questi compiti: “La letteratura deve diventare di partito. In antitesi alle consuetudini borghesi, in antitesi all’arrivismo letterario e all’individualismo borghese, all’ ‘anarchia da signori’ e alla corsa al profitto, il proletariato socialista deve proclamare il principio della letteratura di partito, sviluppare questo principio e attuarlo praticamente nella forma più compiuta ed organica“.

L’arte e la letteratura, come ogni altra manifestazione ideologica, riflettono interessi particolari di determinate classi sociali, e di conseguenza riguardano direttamente il partito politico in quanto questo è emanazione e organizzazione della avanguardia cosciente della classe. Il cianciare borghese sulla libertà di creazione dell’artista costituisce una colossale menzogna impiegata a tutto danno del proletariato. Alla “reale” partiticità borghese dell’arte e della letteratura, più o meno velata da una tinta di “oggettivismo”, coltivata nella serra calda dell'”Io” e del superuomo o misticamente appartata nel limbo dell’arte per l’arte, ecc., deve essere contrapposta frontalmente la partiticità proletaria; alla difesa e conservazione degli interessi della borghesia, l’aperta rivendicazione degli interessi generali e storici della classe operaia.

Lenin si sofferma inoltre a spiegare in che cosa consiste il principio della letteratura di partito: “… non soltanto nel fatto che per il proletariato socialista l’attività letteraria non può essere un mezzo di arricchimento, di singoli o di gruppi, ma anche nel fatto che essa non può essere in genere una attività individuale, avulsa dalla causa generale del proletariato. Abbasso i letterati senza partito! Abbasso i letterati superuomini! L’attività letteraria deve diventare una parte dell’azione generale del proletariato; una rotella e una vite dell’unico e grande meccanismo socialdemocratico [leggasi comunista], messo in moto da tutta 1’avanguardia cosciente di tutta la classe operaia. L’attività letteraria deve diventare parte integrante dell’azione organizzata, pianificata, unitaria del partito socialdemocratico“.

Il Partito quindi si batte affinché la letteratura diventi un settore della causa generale del proletariato; un mezzo di lotta contro la borghesia al servizio del raggiungimento della finalità storica del proletariato, il comunismo.

Sul filo della corrente storica

Questa battaglia è ininterrotta, e come un filo conduttore unisce tutte le tappe e fasi del cammino rivoluzionario del Partito prima e dopo la rivoluzione d’Ottobre. Quando la Proletkult (letteralmente: cultura proletaria), organismo sorto nel 1917, diverrà nella Russia socialista la tribuna dalla quale specialisti della cosiddetta cultura proletaria metteranno in circolazione le loro idee piccolo-borghesi, presentandole o come novità o come prodotti di marca “proletaria”, Lenin e il Partito non risparmieranno nei loro secchi interventi questo circolo dal nome pretenzioso, ma in realtà agente nel modo tipico della piccola borghesia intellettualeggiante.

Al primo congresso della Proletkult (8 ottobre 1920), dopo il discorso di apertura pronunziato da Lunaciarski (vecchio bolscevico, ma non poco succube delle “suggestioni dell’arte”) il quale non si era uniformato alle istruzioni ricevute, Lenin interverrà per richiamare tutti i presenti ai capisaldi della dottrina comunista, alle necessità della battaglia in atto nella prospettiva internazionale del comunismo, e presenterà per farle approvare le seguenti memorabili tesi:

“1) Nella repubblica sovietica operaia e contadina, tutta la organizzazione dell’insegnamento, tanto nel campo dell’istruzione politica in generale, quanto e più in particolare in quello dell’arte, deve essere imbevuta dello spirito della lotta di classe del proletariato per la realizzazione vittoriosa dei fini della sua dittatura, cioè per l’abbattimento della borghesia, la soppressione delle classi e l’abolizione di ogni sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

2) Ecco perché il proletariato, rappresentato dalla sua avanguardia, il partito comunista, come dall’insieme delle diverse organizzazioni proletarie in genere, deve prendere la parte più attiva ed importante nell’opera dell’istruzione pubblica.

3) L’intera esperienza della storia contemporanea, e più particolarmente di oltre mezzo secolo di lotta rivoluzionaria del proletariato di tutti i paesi dopo la pubblicazione del Manifesto dei Comunisti, ha provato in modo inconfutabile che la concezione marxista è la sola espressione giusta degli interessi, dell’atteggiamento e della cultura del proletariato rivoluzionario.

4) II marxismo ha assunto una importanza storica mondiale in quanto dottrina del proletariato rivoluzionario per il fatto che, lungi dal rigettare le conquiste più significative dell’epoca borghese, ha assimilato, trasformandolo, tutto ciò che vi era di utile nello sviluppo più che bimillenario del pensiero e della cultura umana. Solo il lavoro ulteriore su questa base e in questo senso, animato dalla esperienza pratica della dittatura del proletariato, lotta finale contro ogni sfruttamento, può essere riconosciuto come costituente lo sviluppo di una cultura realmente proletaria.

5) Attenendosi incrollabilmente a questi principii, il congresso pan-russo della Proletkult respinge risolutamente come teoricamente erroneo e praticamente nocivo ogni tentativo di inventare una cultura sua propria e particolare, di chiudersi nelle proprie e particolari organizzazioni, di delimitare i campi di azione del commissariato del popolo alla istruzione pubblica e della Proletkult ecc.; o di consacrare l’autonomia della Proletkult entro le istituzioni del Commissariato all’istruzione pubblica e altrove.

Al contrario, il Congresso fa obbligo assoluto a tutte le organizzazioni della Proletkult di considerarsi interamente come organismi ausiliari della rete di istituti del Commissariato del popolo all’istruzione pubblica e di assolvere i loro compiti, parte integrante dei compiti della dittatura del proletariato, sotto la direzione generale del potere dei Soviet (e più specificamente del Commissariato all’istruzione pubblica) e del Partito Comunista di Russia”.

Nella prospettiva comunista

Già l’anno prima, durante l’infuriare della guerra di classe sui fronti interni della repubblica sovietica, il partito, nonostante le difficoltà enormi insite nella situazione, non aveva mancato di mettere a nudo le idee di tutti gli intellettuali che, intrufolatisi nelle organizzazioni operaie (o rimasti al di fuori delle stesse) vi contrabbandavano, sotto il pretesto dell’arte proletaria, i pregiudizi della piccola borghesia.

Al primo congresso pan-russo dell’educazione extrascolastica (dopo aver messo in evidenza gli infiniti legami, “di corda e di ferro”, mediante i quali il vecchio sistema di cose tiene avvinta la Dittatura del Proletariato) Lenin denunzia come un primo ostacolo al percorso rivoluzionario in Russia l’influenza che sulle moltitudini esercitano gli intellettuali borghesi e piccolo-borghesi: “Questi considerano le istituzioni educative degli operai e dei contadini come il campo di azione più propizio alle loro invenzioni personali nel campo della filosofia o in quello della cultura; le smorfie più assurde vi sono spesso rappresentate come qualcosa di nuovo, e, sotto il pretesto di un’arte puramente proletaria, e di una cultura proletaria, si è presentato qualcosa di inimmaginabile e di assurdo”.

Di fronte a tutto ciò si impone che il Partito eserciti severamente il suo potere di controllo e di intervento, pur senza perdere per un attimo di vista che la possibilità di superare le difficoltà generali della situazione (il bassissimo livello storico della cultura degli operai e dei contadini) dipendono dalle vicende e dal corso della rivoluzione in Europa, dalla indispensabile vittoria del proletariato nei maggiori paesi capitalistici e in particolare in Germania.

L’analfabetismo della maggioranza della popolazione russa ha la sua radice nel basso livello delle forze produttive. Queste sono il risultato di tutta la storia economico-politica del paese, della base “infima” da cui la rivoluzione socialista deve partire nel condurre a termine le trasformazioni economiche. Le distruzioni e le rovine della guerra aggravano questo stato di cose; mentre lo sviluppo lento e tortuoso della rivoluzione anticapitalistica in Europa complica ancor più la difficile situazione interna. Di conseguenza i compiti non possono essere che elementari, e i passi realizzabili in campo economico assai ridotti. Perciò, facendo il punto sul bassissimo livello culturale delle masse nel gennaio 1923 in rapporto ai bisogni dello sviluppo economico e della ricostruzione generale, di fronte a coloro (artisti e letterati) che parlano di cultura proletaria, Lenin ripete: “Mentre noi ciarliamo sulla cultura proletaria e sui suoi rapporti con la cultura borghese, i fatti ci portano cifre che mostrano che, anche per la cultura borghese, la situazione non è affatto brillante da noi. Come bisognava attendersi, siamo ancora molto in ritardo nella liquidazione dell’analfabetismo e anche il nostro progresso in rapporto al periodo zarista (1897) è troppo lento. Ciò è un monito severo all’indirizzo di coloro i quali navigavano e navigano nell’empireo della ‘cultura proletaria’. Ciò mostra quali compiti ostinati ed elementari ci attendono ancora per raggiungere il livello di un comune stato civile dell’Europa occidentale. Ciò mostra inoltre quanto lavoro ci attende affinché, sulla base delle nostre conquiste proletarie, raggiungiamo realmente un certo livello culturale“.

La rivoluzione ha dissolto tutti i rapporti politici e sociali del vecchio regime; ha trasferito il potere politico al proletariato, il quale esercita la sua dittatura di classe per mezzo del Partito Comunista; ma l’insieme delle forme economiche e produttive ereditate dal passato è tale che i compiti da assolvere sono ancora primordiali. Un’ultima citazione di Lenin serve bene a cogliere la caratteristica storica del trapasso: dopo avere sottolineato l’esigenza di base che i maestri vengano posti su un livello sufficiente (senza di che non potrà parlarsi di cultura in genere e tanto meno di cultura borghese o proletaria) Lenin rischiara la situazione presente alla luce di tutto il processo storico russo: “Si tratta – egli spiega – di quella deficienza della cultura semi-asiatica, da cui finora non siamo usciti, e da cui non possiamo uscire senza sforzi seri, pur avendo le possibilità di uscirne… La classe operaia che detiene il potere politico comprende molto bene nella sua maggioranza che non solo manca di cultura, ma che ha bisogno prima di tutto di imparare a leggere e a scrivere… “.

Sulla stessa rotta

A queste direttrici di marcia rimane legato Trotsky, che per tutta la fase delle lotte intestine nel PCR rappresenta il continuatore della stessa battaglia e, durante tutto questo scorcio, batte la pista classica dell’avanguardia comunista rivoluzionaria.

Nell’introduzione a Letteratura e rivoluzione (scritto nel 1923) egli ribadisce la lezione di Lenin nei confronti della “cultura proletaria” e dell'”arte proletaria”. Anzi, polemizzando con le già dette correnti, non si limita ad una confutazione che stia sul piano esclusivo delle condizioni storiche di allora e metta a nuda e stigmatizzi in rapporto ad esse le pretese assurde dei fautori della proletkult, che non vedono o fingono di non vedere le stato di profonda ignoranza in cui vive la maggioranza della popolazione russa; ma spinge la messa a punto sul piano dell’analisi storica “comparata” e della prospettiva dottrinale:

E’ fondamentalmente falso contrapporre all’arte borghese e alla cultura borghese la cultura proletaria e 1’arte proletaria. Quest’ultima in generale non ci sarà, perché il regime proletario è un regime transitorio. La vittoria storica e la grandezza morale della rivoluzione proletaria consistono nel fatto di porre le fondamenta di una cultura non classista, di una cultura per la prima volta veramente umana“.

La critica e l’attacco alle pretese letterarie della proletkult divengono in tal modo completi. Ma non lo sono meno la critica e 1’attacco al futurismo e a Majakowski. Questi respira ancora 1’aria di circolo propria degli intellettuali e, “dedicandosi” al futuro, non vede come questo esiga (essenzialmente ed immancabilmente) 1’acquisizione da parte delle masse analfabete dell’istruzione elementare, l’elevazione del livello culturale in cui la vita semi-barbara delle masse contadine s’è svolta. Trotsky ribadisce quindi che l’arte e la cultura non possono che desumersi da questo processo materiale e per nessun motivo dalle opinioni di artisti e letterati che la rivoluzione “ha sconvolto più che trascinato“.

Partito – Stato – Artisti

La polemica contro la proletkult e il futurismo (non le sole né le peggiori fra le correnti artistiche operanti allora in Russia) introduce già il tema dei rapporti tra Partito-Stato e artisti-letterati. Questi vengono così formulati da Trotsky: “La nostra politica culturale può e deve tendere nel periodo di transizione a dare la possibilità a tutti i raggruppamenti e le correnti artistiche che si sono posti sul terreno della rivoluzione di comprendere il vero significato storico del nostro tempo, e a porre categoricamente dinanzi a tutti questi raggruppamenti il criterio: per la rivoluzione o contro la rivoluzione; e così sul piano della autodecisione artistica sarà lasciata loro piena libertà “.

Ma tale criterio sarà ancor meglio precisato nella polemica coi formalisti. Questi ultimi per bocca di Sklovski agitavano il loro credo artistico (secondo il formalismo, l’arte consiste in pure forme; la sua essenza è la forma. Per esempio: la poesia non è che una combinazione di vocali e lettere; la pittura un giuoco di colori; ecc.) compendiandolo nello s1ogan: “L’arte è sempre stata libera dalla vita e il suo colore non ha mai riflettuto il colore della bandiera che sventolava sulla fortezza della città“. Contro i formalisti, Trotsky deve osservare prima dì tutto che le dispute tra arte pura e arte di tendenza non riguardano la dialettica materialista, ma il campo specifico di polemica tra liberali e populisti (e fra questi ultimi il pure avanzatissimo Cernicevsky). “Da un punto di vista di un processo storico oggettivo – Trotsky spiega – l’arte è sempre socialmente serva e storicamente utilitaria“: ne consegue che ogni classe sociale (intesa in senso storico) ha e svolge una propria politica artistica. Dopo questa necessaria premessa, egli sviluppa il concetto della politica artistica, come è e deve essere esercitata dallo stato del proletariato: “La concezione marxista della dipendenza e utilità sociale oggettiva dell’arte tradotta nel linguaggio della politica non significa affatto desiderio di dominare per mezzo di decreti e di ordini. Non è vero che noi consideriamo nuova e rivoluzionaria solo quell’arte che parla dell’operaio, ed è un controsenso affermare che pretendiamo che i poeti descrivano immancabilmente le ciminiere di una fabbrica o la rivolta contro il capitale! Indubbiamente la nuova arte non può che porre la lotta del proletariato al centro della sua attenzione“. Il criterio dunque a cui si ispira la politica artistica dello stato proletario può così enunciarsi: il Partito Comunista che dirige la dittatura del proletariato tollererà solo l’attività artistica e letteraria che sì ponga a servizio degli interessi generali della rivoluzione, e stia in rapporto di conformità col comunismo.

Ora il tentativo stesso (insito nell’atteggiamento dei formalisti, dei fautori dell’arte pura, ecc.) di “rendere” 1’arte indipendente dalla vita, dal processo sociale, di “autonomizzarla” dai bisogni materiali della società, costituisce un indice evidente di declino e di degenerazione intellettuali. Davanti a questi “fenomeni” patologici, inseparabili dal sistema della divisione della società in classi (pur restando chiarissimo per i comunisti che il Partito è la guida del proletariato e non del processo storico), il Partito non esiterà a prendere una posizione ben precisa e autoritaria. Trotsky è quindi esplicito nell’avvertire che: “Se la rivoluzione ha il diritto di distruggere ponti e monumenti artistici quando è necessario (anche se ciò desti 1’orrore ‘ sacro’ di un compagno Lunaciarski) tanto meno esiterà ad attaccare una qualsiasi tendenza artistica, che, a prescindere dai suoi risultati sul piano della forma, minacciasse di apportare degli elementi di decomposizione nel1′ ambiente rivoluzionario, o di spingere l’una contro 1’altra le forze interne della rivoluzione… Il nostro è un criterio espressamente politico, imperioso ed intollerante “.

La conclusione finale di Trotsky, su tutti gli aspetti generali che caratterizzano la situazione post-rivoluzionaria, e i bisogni da essa nascenti, è sempre quella, la stessa di Lenin. La Russia, nel campo della cultura generale (livello culturale medio), ha davanti a sé compiti di natura basilare. Il proletariato rivoluzionario non può far piani arieggianti una pretesa cultura proletaria cui mancano persino le fondamenta, ma deve assimilare prima di tutto, in modo pianificato e critico, gli elementi indispensabili della cultura esistente per elevare le masse analfabete dallo stato di semi-barbarie in cui hanno vissuto. Imparare a leggere e a scrivere è dunque il primo passo da compiere: un passo elementare, certo, ma essenziale e necessario allo sviluppo della rivoluzione, al raggiungimento della prospettiva reale di una cultura veramente umana, che solo nel comunismo la specie potrà conoscere e possedere.

Abbasso i piagnistei sulla cultura

A chiusura del rapido cenno sull’opera e la battaglia degli artefici della Rivoluzione d’Ottobre, riportiamo un passo di Trotsky (ripreso dallo scritto Lenin del settembre 1924) premettendogli solo il titoletto in epigrafe in cui si accomunano tutti i piagnistei (oggi di partiti interi) di ieri, di oggi e di domani.

“… Durante le critiche giornate della fine del 1917 e del principio del 1918, quando a Mosca si tirava sul Cremlino, quando i marinai (il fatto è accaduto, ma non così spesso come la calunnia borghese ha preteso) spegnevano le loro sigarette schiacciandole sugli arazzi, quando i soldati  si diceva  si facevano delle mutande molto comode e poco pratiche con le tele di Rembrandt (erano questi i motivi di piagnisteo che riferivano a Gorki i rappresentanti in lacrime di un’ ‘alta intellettualità’  durante quel periodo, Gorki fu completamente disorientato e cantò il requiem disperato della nostra civiltà. Orrore e barbarie! I bolscevichi rompevano tutti i vasi storici, vasi da fiori, vasi da cucina, vasi da notte… E Lenin rispondeva: ne sfasceremo finché ce ne sarà bisogno e se ne sfasceremo troppi la colpa sarà degli intellettuali che seguitano a difendere delle posizioni insostenibili.

… Mi viene ora in mente un proletario di Pietroburgo, un certo Voronzof, che nei primi tempi dopo Ottobre si trovò vicino alla persona di Lenin, come guardia e collaboratore. Quando ci preparavamo a lasciare Pietroburgo, Voronzof mi disse con voce cupa: ‘Se per disgrazia prendessero la città, ci troverebbero molte cose. Bisognerebbe far saltare tutta Pietroburgo con la dinamite‘. ‘E non rimpiangereste Pietroburgo, compagno Voronzof?‘ – chiesi io, ammirando l’audacia di quel proletario. ‘Perché? Quando ritorneremo ricostruiremo qualcosa di meglio’.

… Ebbene, ecco la maniera migliore di considerare la cultura. Non c’è traccia di piagnisteo, non di un requiem. La cultura è opera di braccia umane. E non risiede affatto nei vasi istoriati che la storia ha conservato, ma in una buona organizzazione del lavoro delle teste e delle braccia. Se sulla via di questa buona organizzazione si trovano degli ostacoli, bisogna eliminarli. E se si è costretti a distruggere alcuni valori del passato, bisogna distruggerli senza esitare, senza piangere lacrime sentimentali”.