International Communist Party

Il Programma Comunista 1967/6

Risplende di internazionalismo il 1917 rosso

Dai giorni di Stalin, i dirigenti del Cremlino hanno abituato i proletari di tutto il mondo a intendere e giudicare la rivoluzione d’Ottobre in base al solo criterio delle realizzazioni e dei successi dello Stato russo. I pud di cereali, le tonnellate di acciaio, l’influenza diplomatica, l’arsenale delle bombe e degli sputnik, dovevano a tutta prima dimostrare che la costruzione del socialismo era in buona marcia. Oggi, si direbbe che queste «расіfiche vittorie della nazione russa fossero lo scopo supremo della rivoluzione, il voto infine esaudito di Lenin e dei bolscevichi. In una parola, quelli che si dicono gli eredi del grandioso movimento irradiatosi da Pietrogrado possono soltanto commemorare un 14 luglio patriottico, che ha messo fine all’assolutismo zarista e gettato le fondamenta della Russia moderna. Questa falsificazione ha una sua storia, in cui i pretesi eredi della rivoluzione danno la mano ai suoi  peggiori nemici del 1917.

La socialdemocrazia europea finse di plaudire alla « rivoluzione russa » e di ignorarne le tendenze comuniste ed internazionaliste. « Voi siete troppo consapevoli del legame che esiste fra gli avvenimenti e le loro condizioni — insinuava Marcel Sembat al congresso di Tours — per non intuire che Mosca è la risultante di tutto un insieme di condizioni speciali della Russia». La restaurazione del marxismo ad opera di Lenin, l’appello alla dittatura del proletariato, la creazione di una nuova Internazionale, tutto ciò, per i socialtraditori di allora come per gli attuali dirigenti del Cremlino, non era altro che «un insieme di condizioni speciali della Russia  sulla via maestra destinata a condurre l’ex impero degli zar alla prosperità delle nazioni moderne. Il comunismo di Lenin, questo accesso di febbre momentaneo, non sarebbe stato che la schiuma giacobina di una grande rivoluzione borghese. Quanto alle «leggi oggettive » del determinismo economico, esse si sarebbero incaricate prima o poi di ricondurre la Russia rivoluzionaria nel girone dell’Intesa imperialista, non senza aver prima liberato il mugik e conquistato alla civiltà del Capitale le terre vergini della steppa.

Al termine di una lunga degenerazione, durante la quale Mosca ha gettato il proletariato internazionale nella guerra imperialistica e ha seguito pari pari la linea politica dell’unità con i traditori del 1914, si direbbe che le previsioni  disfattiste di Kautsky e dei menscevichi abbiano avuto partita vinta sull’audacia e le prospettive comuniste della III Internazionale. La Russia è ridiventata « saggia ». Il torrente che minacciava di tutto travolgere è rientrato nel suo letto. E i successori di Scheidemann, Vandervelde, Blum e Turati, possono recarsi a constatare sul posto e dichiarare impunemente ai proletari di tutto il mondo che l’evoluzione pacifica dell’URSS ha dato loro ragione: la rivoluzione antizarista russa non poteva essere altro che una rivoluzione borghese! Bella vittoria «teorica  di un socialismo putrefatto su un comunismo ancora più profondamente incancrenito! Bella ragione storica, che ha dovuto fondare la pretesa ristrettezza nazionale della rivoluzione russa sulle forze coalizzate della controrivoluzione mondiale, sullo schiacciamento del proletariato europeo e sul massacro permanente dei popoli coloniali!

Una seconda generazione di traditori della rivoluzione d’Ottobre si è data a separare il grano della « rivoluzione russa » dal loglio del comunismo internazionalista: la generazione degli « amici dell’URSS », la cui amicizia puramente letteraria per la « patria del socialismo è stata un brevetto sufficiente di comunismo rivoluzionario. Quei comunisti che Lenin aveva chiamati ad abbattere la dominazione del Capitale, si sono messi a intonare con Stalin l’inno alla gloria dei grandi lavori e dei piani dell’accumulazione capitalistica russa. Quei rivoluzionari che l’Internazionale aveva chiamati a spezzare i fronti patriottici e l’apparato statale borghese del loro paese, hanno finito per scoprire che  ogni uomo ha due patrie, la sua e «la russa!» Di questa bassa letteratura è rimasta non l’esaltazione di un uomo, il culto di Stalin, ma l’esaltazione di una causa, quella della Patria e del Produttivismo. «Bisognava elevare insieme alla coscienza di un’opera da titani — scriveva Aragon di questa cupa Genesi della Russia moderna — i popoli analfabeti, le vecchiette che ancora ieri pregavano in ginocchio nella strada davanti alla Vergine di Iversk gli eredi della cultura russa in cui il vecchio e il nuovo si misurano, i pescatori di Murmansk e gli operai del petrolio caspico, il contadino della « Potenza delle tenebre » e il marinaio in rivolta del Baltico, il mondo delle fabbriche unito al nome di Lenin, i i fabbricanti di icone e i suonatori di balalaika » (Littératures soviétiques, p. 21). Ecco la paccottiglia letteraria in cui gli « amici dell’URSS », che si dicono ancora comunisti, seppellirono i proletari d’Occidente durante i sanguinosi decenni in cui i pescatori di Murmansk e gli « operai del petrolio caspico » morivano di fame e di freddo nei cantieri del nazionalsocialismo russo e la vecchia guardia bolscevica si faceva sgozzare nelle prigioni e nei campi di lavoro!

Oggi (ultima tappa ed estremo rinnegamento), la causa dello Stato russo non ha più bisogno dell’aureola dei poeti. Essa non chiede nemmeno più che il mondo le sacrifichi la simpatia attiva degli oppressi. Con un cinismo del tutto prosaico la « Storia del partito comunista dell’URSS» (edizione 1959) proclama nella sua conclusione che il fine sacro di Lenin era di dare al popolo la grandezza, l’indipendenza, la pace e il gulasch a volontà: « Sotto la direzione del PC, tutti gli ostacoli alle forze produttive del paese furono infranti, e inauditi progressi dell’economia, della tecnica, della scienza e della cultura furono garantiti. Il PC ha condotto il paese nel più breve tempo possibile a grandi vittorie storiche, l’ha trasformato in una grande potenza socialista, ha assicurato lo sviluppo e la grandezza della Patria !»

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Così, il cinquantenario della rivoluzione di Ottobre vede tornare in scena le scoperte di tutti i suoi nemici. Nel mondo intero, la vecchia socialdemocrazia e il comunismo degenerato celebrano l’unità ristabilita attraverso le orge della guerra imperialistica, delle campagne elettorali e delle prostituzioni ideologiche con tutti i servi del Capitale. In Russia la concezione piccolo-borghese del « socialismo » in un solo paese che precipita nel più volgare liberalismo borghese che non si interroga neppur più sul « socialismo », ma si limita a predicare la necessità del profitto e della libera iniziativa. Un tale regresso ci riconduce a molti decenni prima del 1917, all’epoca in cui i liberali russi cercavano nel Capitale di Marx la prova che la Russia doveva prendere fatalmente la stessa via storica che l’Occidente borghese, e i populisti tentavano di opporre a questa fatalità la vana speranza in una via nazionale che permettesse al paese arretrato di accedere immediatamente al socialismo. La vittoria del capitale era inevitabile? le prospettive del socialismo erano così magre?

I liberali russi del XIX secolo leggevano il Capitale come il signor Liberman: costui vi cerca delle ricette riformistiche, quelli credevano di trovarvi il programma dell’ accumulazione capitalistica in Russia e la dimostrazione del suo carattere ineluttabile. Ecco la risposta data loro da Marx nel 1877 in una lettera alla rivista liberale « Gli Annali Patriottici: Quale applicazione al caso della Russia il mio critico poteva dedurre dal mio schizzo storico? Solo questa: se la Russia aspira a diventare una nazione capitalistica alla stessa stregua delle nazioni dell’Europa occidentale, e negli ultimi anni si è data un gran daffare in questo senso, essa non lo potrà senza prima aver trasformato buona parte dei suoi contadini in proletari: dopo di che, presa nel turbine del sistema capitalistico, ne subirà, come le altre nazioni profane, le inesorabili leggi. Ecco tutto. Ma, per il mio critico, è troppo poco. Egli sente l’irresistibile bisogno di metamorfosare il mio schizzo della genesi del capitalismo nell’Europa occidentale in una teoria storico-filosofica della marcia generale fatalmente imposta a tutti i popoli, in qualunque situazione storica essi si trovino, per giungere infine alla forma economica che, con la maggior somma di potere produttivo del lavoro sociale, assicura il più integrale sviluppo dell’uomo. Ma io gli chiedo scusa: è farmi insieme troppo onore e troppo torto».

Tale è la risposta di Marx: abbandonata alle sue sole forze, la nazione russa non potrà che raggiungere le altre «nazioni profane» sulla via del capitalismo. Ma era fare troppo onore e troppo torto » a Marx, a Lenin e al comunismo rivoluzionario, applicare in loro nome a tutti i paesi arretrati lo schema «necessario» delle rivoluzioni nazionali borghesi, come fecero i menscevichi russi nel 1917 e gli stalinisti cinesi nel 1927. Ma, allora, Marx ha dato una qualunque ricetta per «costruire il Socialismo» in Russia? Non più di Lenin! E non perché la storia non avesse ancora posto il problema; ma perché un tale problema è insolubile nel quadro della sola Russia. Nel 1848, Marx prevede la vittoria del socialismo alla scala di tre grandi nazioni europee: l’Inghilterra capitalistica, la Francia borghese, la Germania ancora arretrata. Allo stesso modo, nel 1882, egli vede il pegno del socialismo in Russia non nella proprietà collettiva del suolo, residuo del comunismo primitivo degli Slavi, ma nella congiunzione fra il movimento rivoluzionario russo ed una vittoria del proletariato europeo: «Se la rivoluzione russa diverrà il segnale di una rivoluzione proletaria in Occidente, in modo che le due rivoluzioni si completino a vicenda, allora l’odierna proprietà comune della terra in Russia potrà servire come punto di partenza ad uno sviluppo in senso comunistico (Prefazione alla II edizione russa del Manifesto).

Tra queste due formule di Marx sulla « fatalità del capitalismo e sulle prospettive del socialismo in Russia, si situa tutta l’opera dei bolscevichi e dell’Internazionale comunista, l’immenso sforzo di propaganda, di organizzazione e di volontà, che doveva fare del 1917 non l’Anno I della Russia moderna, ma il prologo della rivoluzione proletaria mondiale. Quando Lenin si appresta a tornare a Pietrogrado, nel marzo 1917, ricorda che queste prospettive internazionali della rivoluzione russa erano sempre state al centro della tradizione bolscevica: «La Russia è un paese contadino — scriveva nella sua Lettera di addio agli operai svizzeri — uno dei paesi più arretrati d’Europa. Il socialismo non può vincervi subito e direttamente. Ma il carattere contadino del paese può, sulla base dell’esperienza del 1905 e data l’enorme superficie di terre nelle mani dell’aristocrazia fondiaria, dare un formidabile slancio alla rivoluzione democratica borghese in Russia e fare della nostra rivoluzione il prologo della rivoluzione socialista mondiale, una tappa verso quest’ultima. Il nostro Partito è sorto nella lotta per queste idee, pienamente confermate dall’esperienza del 1905 come della primavera del 1917, combattendo senza pietà tutti gli altri partiti; e noi continueremo a lottare per esse ». 

Che cosa c’è di comune, fra questo partito di Lenin e la ditta Stalin – Kruscev – Kossighin, la cui ragione sociale non è più che lo sviluppo e la grandezza della Patria»? In quale «opera da titani» Lenin ha lanciato i popoli analfabeti» e «i marinai in rivolta del Baltico? Si trattava forse di seppellirli sotto le gallerie del metrò di Mosca? di adagiarli in un benessere cholchosiano? di abbrutirli di cultura «russa»? Quando Lenin parla delle trasformazioni democratiche della vecchia Russia, lo fa per sottolineare l’ampiezza, l’orizzonte internazionale che questa rivoluzione poteva e doveva assumere nell’interesse della rivoluzione proletaria mondiale. Soltanto in questa prospettiva egli presenta nel 1917 il progetto di nazionalizzazione della terra:  

«Di per sé, questa trasformazione non sarebbe ancora affatto socialista; ma darebbe un impulso prodigioso al movimento operaio mondiale. Essa consoliderebbe enormemente le posizioni del proletariato in Russia e la sua influenza sugli operai agricoli e i contadini poveri. Essa fornirebbe al proletariato urbano la possibilità di sviluppare, sulla base di questa influenza, delle organizzazioni rivoluzionarie come i « soviet di deputati operai »; di sostituire con esse i vecchi strumenti di oppressione degli Stati borghesi, l’esercito, la polizia, il corpo dei funzionari; di introdurre, sotto la pressione della guerra imperialistica e delle sue conseguenze, una serie di misure rivoluzionarie tendenti a controllare la produzione e la ripartizione dei prodotti alimentari.

«Il proletariato russo non può, con le sue sole forze, portare a vittorioso compimento la rivoluzione socialista. Ma può dare alla rivoluzione russa uno slancio ed un ampiezza tali da creare le condizioni migliori per la rivoluzione socialista e, in un certo senso, da iniziarla. Esso può facilitare l’intervento nelle battaglie decisive del suo principale alleato, il più fedele, il più sicuro: il proletariato socialista europeo e americano» (26 marzo/8 aprile 1917).

Questi testi mille volte citati e mille volte « dimenticati » devono ricordare una cosa: che l’opera di Lenin non è la Russia moderna, nuova grande potenza nel concerto delle nazioni, ma la Internazionale comunista – speranza effimera dell’emancipazione degli oppressi, speranza che rinascerà con tutta la forza dell’ internazionalismo proletario. Perché non basta, nel museo della storia, sistemare la vittoria del 1917 nella vetrina delle rivoluzioni borghesi, né pretendere che questa vetrina resti spalancata alle ambizioni dei popoli schiavi. In realtà, in questa grande vetrina della democrazia universale, dov’è il posto riservato a tutte le nazioni che da cinquant’anni lottano non per l’etichetta, ma per la sostanza, della loro emancipazione? Dov’è il posto della Cina? e quello del Vietnam? La storia di tutte queste nazioni e del loro sollevamenti eroici cui non ha arriso la stessa fortuna che alla Russia bolscevica, porta il segno di una controrivoluzione che è mondiale, e che colpisce, con il proletariato, le classi oppresse di tutti i paesi. Facendo entrare le più grandi nazioni nel museo della storia, l’imperialismo e i suoi lacchè moscoviti preparano il momento in cui la vivente storia rivoluzionaria ridiverrà l’opera della sola classe che non abbia patria: il proletariato.

(Il primo articolo di questa se rie è uscito nel nr. 4).