Situazione di guerra e situazione rivoluzionaria
Nell’articolo di fondo del numero precedente, ci siamo preoccupati di mettere in evidenza un punto seguente: quando le armi intervengono al posto delle prigioni, delle deportazioni, le forme normali dunque della repressione come anche della cornice parlamentare ed elettorale, quando dunque una situazione di guerra si apre, la barricata politica che separa la frontiera del capitalismo da quella del proletariato è quella che oppone irriducibilmente INTERVENTISTI e DISFATTISTI. L’essenziale per la difesa del regime capitalista è la guerra. Che vi si partecipi in nome della democrazia, del Fronte Popolare, dell’anarchismo, del “comunismo di sinistra”, questo ha importanza solamente per attenuare o corrompere il proletariato, giacché sono utili tutti i colori della gamma e ci vuole il rosa democratico, come lo scarlatto “comunista”, ma il tutto è che si vada alla guerra ed è per questo che si deve tenere per ferma questa direttiva: la sorgente della ripresa della lotta proletaria si trova unicamente nell’opposizione alla guerra, nella sua negazione, nell’azione che tende alla disfatta del PROPRIO esercito, quello che ha per conseguenza, lo scoppio di analoghi movimenti nell’altro settore del capitalismo. Applicare questa direttiva agli avvenimenti spagnuoli, significa che è nel campo dove un’azione cosciente di disfattismo rivoluzionario si svilupperà per primo che si avrà altresì una ripresa del movimento proletario. Nel campo delle prospettive – basandoci sulle esperienze della guerra del 1914-18, è dunque da considerare che, come allora i movimenti rivoluzionari provennero dai paesi dittatoriali, ancora stavolta avremo le prime ondate di ripresa proletaria, non nel campo “antifascista”, ma nel campo di Franco.
Per quanto il dovere nostro e di tutti i proletari è di portarci al soccorso di tutte le vittime della guerra imperialista ed in primissimo luogo di quelle che il capitalismo imprigiona, occorre dunque non commettere l’errore di considerare che i nuclei di proletari i quali oggi sono nelle prigioni di Valencia o di Barcellona perché resistono alla municipalizzazione (forma ipocrita ed antifascista di dissimulare l’attacco governativo alle imprese socializzate), che questi nuclei possano rappresentare la base di raggruppamento del proletariato e del partito di domani. Noi non potremo considerare che il fosco orizzonte attuale del massacro proletario in Spagna ed in Cina, si sarà infine squarciato che quando sentiremo le prime voci proletarie affermare: è la disfatta militare del nostro esercito (che esso sia del Mikado o di Chang-Kai-Shek, di Franco o di Miaja) che rappresenta la via che ci ricondurrà alla salvezza.
Come si vede, nel caso estremamente probabile in cui gli avvenimenti del 1914-18 si riprodurranno, i feroci interventisti che erano partiti (ma che soprattutto avevano applaudito alla partenza degli altri) sotto la bandiera della guerra contro il fascismo, giacché questa guerra era rivoluzionaria, vedranno che è proprio nell’altro campo che si verificheranno i primi movimenti rivoluzionari. Ed allora probabilmente intenderemo qualcuno dire: ma gli avvenimenti confermano quanto avevamo previsto, in effetti le pallottole repubblicane se hanno ucciso delle migliaia di sfruttati, di fascisti, hanno tuttavia risvegliato la coscienza di classe di quei proletari. A questo titolo non è Lenin che ha preparato, con le direttive politiche dei bolscevichi, la rivoluzione in Russia, ma Poincaré, Bethmann-Hollweg, Salandra e Lloyd George.
Ma vorremmo oggi mettere in evidenza un altro problema che gli avvenimenti sembrano confermare con sempre maggiore chiarezza. Se è vero che nell’ordine politico rivoluzione o guerra si oppongono a tale punto che ogni forma di ricollegamento alla guerra è una forma di opposizione violenta alla rivoluzione e viceversa, non è però vero che, nell’ordine del tempo, situazione di guerra o situazione rivoluzionaria si oppongano irrimediabilmente. Che cioè, quando una situazione di guerra è scoppiata, sia da escludere il significato di classe di tutti i movimenti proletari. Più precisamente: che tutte le agitazioni sociali sviluppantesi in una situazione di guerra rappresentano altrettante fasi di quest’ultima e si oppongano tutte e necessariamente alla lotta per la rivoluzione comunista.
Prendiamo l’esempio della Francia. Si può con un espediente teorico dire: gli scioperi del giugno 1936, tutti gli altri che si sono sviluppati fino al dicembre 1937 – gli altri che dovessero sopravvenire, poiché erano diretti dal Fronte Popolare che deteneva la direzione del governo, e poiché si concludevano sull’altare della collaborazione di classe e dell’Unione Sacra per la guerra antifascista in Spagna, tutti questi movimenti non hanno nessun carattere di classe. Poiché l’essenziale, il punto centrale della situazione è la guerra, ne risulta che poiché questi movimenti si dirigono verso la continuazione della guerra, e non verso la sua negazione, essi non possono essere considerati che delle manovre del capitalismo, una sorta di concessione che fa la borghesia al proletariato per ottenere in contropartita la sua adesione alla guerra.
Quest’espediente teorico ci porterebbe al di fuori del marxismo ed in definitiva porterebbe altresì al di fuori del campo specifico della lotta proletaria.
L’opposizione di classe non è quella delle bandiere politiche, ma quella degli interessi antagonisti inconciliabili. Quando il Fronte Popolare innesta la bandiera rossa sull’Eliseo (non l’ha fatto ma potrebbe anche arrivarci), non cambia la natura di classe di questo fortilizio capitalista. Analogamente, quando i centristi riescono a canalizzare gli scioperi verso la campagna della “Francia ai francesi”, della mano tesa, dell’appoggio alla Spagna repubblicana, ecc., non riescono per questo a dare un significato capitalista agli scioperi. Il carattere di questi ultimi resta di classe e si tratta qui di una caratteristica INALTERABILE di classe.
Le forme estreme prese dal movimento operaio negli ultimi due anni partecipano della tensione estrema degli avvenimenti. In una situazione accesa, quando si svolge il macello in Spagna ed in Cina, le forme della lotta di classe negli altri paesi arrivano ad un’espressione ultima, se non dal punto di vista politico, per quanto concerne i mezzi impiegati. D’altronde le occupazioni delle officine non sono un fenomeno esclusivamente francese, ma internazionale. Se ne sono avuti episodi negli Stati Uniti, in Belgio, e persino nell’olimpica Inghilterra.
Vi è quindi confluenza fra i caratteri estremi della situazione internazionale (guerra) ed i metodi cui fa ricorso l’azione del proletariato (occupazione delle fabbriche). Per dei marxisti è indiscutibile che, dal momento in cui si attenta al profitto capitalista, dal momento in cui dunque si lotta per l’aumento dei salari, per le 40 ore, per i congedi pagati, si lotta per il proletariato e non per il capitalismo, anche se a dirigere questi movimenti si trovano i portavoce dei mercanti di cannoni: i socialisti ed i centristi, in combutta o separatamente.
La forma estrema dei movimenti operai si spiega dunque per rapporto al clima politico in cui viviamo e che si riassume nella lotta fra la risposta borghese alla situazione (la guerra) e la risposta proletaria a questa stessa situazione (la rivoluzione). Assistiamo dunque a dei fenomeni che, a prima vista, sembrerebbero paradossali, che cioè dei movimenti obiettivamente rivoluzionari, come l’occupazione delle fabbriche, possano essere diretti verso la forma specifica del massacro del proletariato e cioè verso l’appoggio all’armamento della Francia ed alla guerra di Spagna e di Cina.
Ma il paradosso non è che apparente. Non si liquida una situazione come quella del 1936, 1937 in Francia con i piccoli procedimenti delle trattative presso il prefetto, od il ministro del lavoro. Per fare fronte a questi movimenti il diversivo deve essere di una portata molto maggiore e, che Blum e Faure lo vogliano o no, si deve fare ricorso agli stupefacenti della mobilitazione per la guerra, come lo dicono apertamente Thorez, Cachin e Zyromski.
La convulsione internazionale attuale ed il fatto che il capitalismo abbia dovuto fare ricorso alle forme ultime delle sue manovre, ci permettono anche di comprendere che la zona elevatissima sulla quale i proletari sono oggi costretti a fare la loro esperienza, non può concludersi che attraverso la manifestazione definitiva della coscienza proletaria: attraverso cioè la lotta insurrezionale per la distruzione dello stato capitalista. È inutile ripetere quanto abbiamo già detto numerose volte nel corso anche di quest’articolo: le forme più compiute di questa lotta avverranno nei paesi dove il capitalismo non ha potuto limitarsi ai buoni uffici dei traditori centristi e fascisti, ma ha dovuto fare ricorso alle forme del terrore fascista. Quello che ci interessa mettere in evidenza, in quest’articolo, è che il carattere di classe dei movimenti attuali non può essere negato in considerazione del successo ottenuto dai guerrafondai.
Per concludere. L’antagonismo fra capitalismo e proletariato si manifesta sempre nel campo economico ed il dovere dei comunisti è di partecipare a tutte le lotte rivendicative. Dal punto di vista politico, questo stesso antagonismo si manifesta unicamente: nell’opposizione: INTERVENTISMO-DISFATTISMO. Il dovere dei comunisti è di combattere accanitamente nelle organizzazioni sindacali per:
1º spingere i proletari alla rivolta contro TUTTE le formazioni dirigenti (centrali, periferiche, sindacali, corporative od altre) che sono altrettanti anelli della macchina capitalista funzionante a pieno rendimento per la guerra imperialista. Questa ci sembra essere l’espressione del disfattismo rivoluzionario per i paesi dove non esiste la guerra militare.
2º incoraggiare ogni movimento rivendicativo dei proletari, perché esso obiettivamente si oppone al girone della guerra imperialista, allarmando i proletari sul fatto, chiaramente messo in evidenza dagli avvenimenti del 1937 soprattutto in Francia, che la vittoria anche rivendicativa, non è possibile che alla condizione di fare, dell’agitazione, un momento della lotta contro la guerra imperialista e per la sua trasformazione in guerra civile.
In una parola, in una situazione in cui ogni giorno, ogni linea dei giornali che avvelenano i proletari, fa parte della manovra tragica del capitalismo per il loro massacro IN ATTO nella guerra, il dovere dei comunisti è di giammai, sotto alcun pretesto ricollegarsi con forze, anche di base, di quest’infame meccanismo, è di portare alla sua logica conseguenza la lotta originata dal contrasto economico; il disfattismo militare e politico dove esiste la guerra, il disfattismo politico, negli altri paesi.
Il sanguinoso bilancio di Teruel
Lo abbiamo tante volte affermato: le vittorie militari in Spagna sono sempre delle disfatte che il proletariato paga colle migliaia dei suoi cadaveri. Attorno Teruel —ormai diroccata- operai e contadini si uccidono tra loro senza resta ed alla offensiva repubblicana si succede quella di Franco. Gli istrumenti più perfezionati di distruzione mietono ivi il fiore del proletariato spagnolo.
Ma cosa importa tutto ciò agli oltranzisti della guerra imperialista? Socialisti, centristi, anarchici salutano i massacri di Teruel come i simboli della capacità offensiva dell’esercito repubblicano. Oramai i due eserciti si azzufferanno su un piano di piena eguaglianza e così, a detta dei fautori del Fronte Popolare, la alta coscienza del soldato repubblicano finirà inevitabilmente col riportare la vittoria contro il mercenario fascista.
Tutti sono d’accordo nel proclamare che oggidì i due eserciti si equivalgono. Ma appunto per questo resta la incognita del come potrà finire la guerra spagnola. Il reazionario Maura, ex ministro della Repubblica Spagnuola, auspica un processo di espiazione in seno ai due campi che permetterà la conclusione di un armistizio e la instaurazione di una dittatura liberale (??). D’altra parte sotto la maschera di umanizzare la guerra (altra delle ipocrisie tipiche del capitalismo che vuole dominare legalmente imprigionando e massacrando in nome della morale umanitaria) si abbozzano tentativi anglo-francesi di mediazione tra i due campi al tempo stesso che le conversazioni diplomatiche coll’Italia.
Ma la realtà mostra che dopo Teruel la repressione non ha fatto che intensificarsi nella Spagna antifascista dove la offensiva di Franco è stata accompagnata da una repressione contro gli operai (parola non comprensibile) dai giornali di Barcellona.
Assistiamo al gioco diplomatico internazionale che oscilla tra la “pirateria” dell’intervento italo-tedesco e i tentativi di mediazione anglo-francesi per evitare una ulteriore acutizzazione dei rapporti inter-statali e per mantenere le basi di una solidarietà economica e politica tra tutti i settori del fronte capitalista, condizione indispensabile per evitare lo scoppio dei movimenti di classe.
Dove non esiste contraddizione né incoerenza alcuna è nell’attitudine dell’antifascismo o del fascismo, di Negrin o di Franco, di Eden o di Mussolini, di Chautemps o di Hitler per la lotta contro il proletariato. Per limitarci alla Spagna il bilancio della battaglia di Teruel è significativo. Tralasciamo le decine di migliaia di proletari che sono caduti massacrati, fuorviati dagli agenti del capitalismo ed esaminiamo un po’ la situazione nel retrofronte dei due belligeranti.
Franco ha costituito il suo governo nazionale. Finora aveva sperato indubbiamente di veder realizzarsi il piano primitivo del capitalismo spagnolo che, colla complicità attiva dell’antifascismo, avrebbe condotto alla sua vittoria totale legalizzando così la sua partita. L’evoluzione degli avvenimenti in Spagna e nel mondo ha modificato alquanto questa prospettiva per arrivare a una situazione in cui, attorno le due bandiere, i proletari vengono schiacciati con sanguinaria ferocia.
Ci è dato di domandarci se nel territorio occupato da Franco non esista oggi più possibilità di reazioni classiste del proletariato che nel campo avverso. Gli operai sanno dove è il loro nemico e quali sono le sue forze mentre nella parte antifascista l’anarchico, il poumista interverranno sempre a tempo per impedire al proletariato di reagire contro il Fronte Popolare.
Nel campo repubblicano Negrin ha fatto alle Cortes, recentemente adunate al Monserrato, un discorso affermando che la guerra è condotta non conforme ai mezzi che sarebbero necessari ma a quelli che si possiedono: E messer Negrin, dopo aver fatto della facile demagogia, affermando che non si è fatto ricorso al capitale straniero per non compromettere l’avvenire della Spagna, ha messo in evidenza che seguendo l’esempio di Madrid si dovrà razionare, imporre delle restrizioni legali, ecc. Introdurre cioè la tessera obbligatoria del razionamento e la repressione della speculazione. Si salva l’avvenire della Spagna ma si colpisce senza pietà l’operaio come in tutti i paesi capitalisti dove pure si deve salvare l’ “avvenire del paese”. Ed il Nuovo Avanti gongola per tutto questo disposto ad applicare, se si presenterà l’occasione, questa lezione di patriottismo anche in Italia.
E la stampa anarchica? In Francia il Libertarie fa una campagna per la liberazione dei carcerati antifascisti. La tolleranza delle organizzazioni anarchiche e sindacaliste nei confronti del governo Negrin continua ad essere male ricompensata.
Infatti la repressione, la censura infieriscono duramente. La Solidaridad è regolarmente tartassata dalla censura, “Nosotros” è confiscata. Un militante anarchico F. Maroto viene condannato a morte, pena commutata poi in 6 anni di galera. Si sa che 500 antifascisti sono incarcerati da Negrin. Eppure la “tolleranza” degli anarchici per Negrin continua come prima, peggio di prima. Giammai l’alleanza tra i boia e le loro vittime è stata più commovente.
Il “Libertaire” denuncia che Trotski, il loro alleato di ieri, si pronunci contro questa tolleranza. E gli rinfaccia Kronstadt e Makhno.
Ma stralciamo dalla stampa spagnola le prove dell’appoggio anarco-sindacalista al regime controrivoluzionario di Negrin.
La “Soli” del 2 febbraio ci informa che alla riunione alle Cortes al Monserrato delle voci si sono elevate per reclamare non solo l’unione delle due centrali sindacali ma anche la presenza della C.N.T. nel Fronte Popolare. Gli anarchici non sarebbero restii a ripetere la loro collaborazione ministeriale di ieri ai fianchi dei boia socialcentristi.
La “Soli” ha scritto infatti: “Nulla abbiamo da rettificare nella linea seguita dal 19 luglio 1936”. Si trattava del commento al plenum confederale della C.N.T. Solamente lo stesso articolo è abbondantemente imbiancato dalla censura e dà il commento più efficace dell’azione di quelli che, come Stalin, non si sbagliano mai e non hanno nulla da rettificare, neppure dopo i massacri di Barcellona e la odierna repressione di Negrin. Nella sua risoluzione la C.N.T. “considera indispensabile un governo di Fronte Antifascista”.
La “Soli” del 13 gennaio pubblica un titolo: “L’industria di guerra è l’opera esclusiva del proletariato”, ma l’editoriale è imbiancato da cima a fondo. Si comprende che ancora una volta gli anarchici hanno voluto fare comprendere che gli operai che sono sfruttati e lavorano intensamente nelle officine di guerra debbono avere la sensazione di lavorare per il “socialismo”. Altrimenti sarebbero inevitabili le reazioni. Ma Negrin nutre più fiducia nella repressione statale che nelle geremiadi anarchiche ed al Monserrato ha preannunciato l’intervento dello stato in tutti gli organismi della produzione.
Decreti in tal senso sono stati emanati e gli anarchici non sanno fare altro che sbraitare contro la politica antisindacale del governo.
E’ da presumere che l’eliminazione progressiva dell’influenza dei sindacati nelle fabbriche, la repressione contro i militanti anarchici, la esosità della censura (“Frente Libertario” tenta vanamente di spiegare a Negrin che la libertà di stampa è tanto preziosa quanto la libertà, ma l’articolo stesso è censurato. F.L. 20 gennaio 1938) possano determinare dei conati di reazione? Ciò vale quando si tratta di anarchici, francesi ed italiani, per fornire materia prima per la loro campagna contro il centrismo. Ma in Spagna la C.N.T. e la F.A.I. voteranno mozioni di protesta per poi provar che per loro “gli atti valgono più che le parole” e daranno la prova del loro antifascismo.
La “Soli” sarà infarcita di appelli alla disciplina del lavoro, al rendimento sempre maggiore; si metterà in evidenza che l’operaio è tutt’ora imbevuto della vecchia mentalità dello sfruttato dal capitalismo e che bisogna fargli comprendere i benefici della nuova produzione. La nota determinante della politica anarchica sarà “senza abbandonare le posizioni pel futuro, la classe operaia vive pel momento la guerra”.
Il futuro è così qualche cosa di indeterminato, come il paradiso per i credenti, mentre il presente di Negrin è la realtà della guerra imperialista che pregiudica il futuro. Il ministro della Difesa ha lanciato un decreto contenente una serie di sanzioni contro gli operai che nella guerra manifestassero intollerabili resistenze.
Per concludere, il bilancio di Teruel si caratterizza, come è stato per tutte le altre battaglie imperialiste di Spagna, dall’inasprimento della repressione antioperaia.
Gli sciacalli centristi sono al loro posto quando glorificano apertamente i massacri della guerra e quelli della repressione. I loro complici socialisti, che sono più riservati nei nostri paesi, in Spagna agiscono e superano i vari Noske che ha conosciuto il movimento operaio. Agli anarchici infine tocca di smetterla col dire bianco qui e nero là. Questo gioco ignobile deve cessare od altrimenti il loro posto è tra i traditori della classe operaia mondiale.
E' arrivato al No 100? Che ci resti
Dunque – è la stampa centrista che ce lo apprende – la recente sessione della Società delle Nazioni si era aperta sotto il segno di un grande pessimismo, naturalmente esagerato. I nemici del consesso ginevrino ed i loro complici «male intenzionati» e «pusillanimi» – leggi Beck mano lunga di Berlino e Motta di Roma – avevano predetto che questa sessione giubilare – si trattava della 100ª – si trasformerebbe in cerimonia funebre.
Ma fortunatamente – per chi? – non è stato così. Ciò lo si deve al fatto che oggidì l’U.R.S.S., il paese che abbraccia il «sesto del globo» partecipa «attivamente» ai suoi lavori per la «pace mondiale». Favorendo, nel frattempo, la guerra in Etiopia, Spagna, Cina…
Di più: gli Stati Uniti hanno manifestato la loro intenzione di appoggiare le iniziative della S.d.N. per le misure di sicurezza collettiva. Di conseguenza – oggi che gli stati guerrafondai (Germania, Italia, Giappone) ne sono usciti, – la S.d.N. rappresenta il «blocco degli stati pacifici» disposto ideologicamente, e se necessario anche «materialmente» ad opporsi all’«aggressore». Etiopia e Cina stanno lì infatti a provarlo…
Vero è che la stessa stampa centrista subito dopo, a mo’ di conclusione, aggiunge: «La sessione del Consiglio della S.d.N. non ha apportato un grande contributo alla causa della difesa della pace. Tuttavia essa non ha complicato il compito dei partigiani della sicurezza collettiva e della resistenza attiva (?!) contro l’aggressore, anzi li ha facilitati» (?!).
Chiaro nevvero? Si è scritto che il diplomatico è un individuo che sa risolvere certi casi scabrosi che non sarebbero tali se il diplomatico non esistesse. Il diplomatico «sovietista» è appunto lì per realizzare la quadratura del circolo dell’abbinamento degli interessi degli sfruttati con quelli dei loro sfruttatori. Mentre l’A.B.C. del marxismo insegna che il proletario non ha che un unico nemico, la borghesia, a cominciar da quella del proprio paese.
Perché appunto siamo noi a rivendicarlo oggi, siamo dei controrivoluzionari, degli agenti del capitalismo, i peggiori nemici dello stato «socialista» e del suo pilota Stalin, il più fedele continuatore della politica di Lenin. Infatti Lenin bollò la Società delle Nazioni di «Società dei briganti imperialisti». E Stalin vi collabora trasformando lo stato proletario in punta decisiva della controrivoluzione capitalistica mondiale.
Stalin “genio dell’umanità”
Se l’Italia possiede in Mussolini l’«inviato di Dio», la Russia può vantare in Stalin il «genio dell’umanità». Così almeno lo hanno proclamato nel Parlamento sovietico testè inaugurato. A chiacchiere il Consiglio Supremo dell’U.R.S.S. batte tutti i parlamenti borghesi verbaioli e «passatisti», come avrebbe detto il futurista Marinetti prima di diventar accademico d’Italia. Specialmente nella più smaccata adulazione del padrone dell’ora. I resoconti della sessione stanno lì a provarlo. Stralciamone qualche passo caratteristico.
«La vittoria alle elezioni — contro chi, dato che non vi era che una sola lista, vorremmo domandar noi — è stata riportata sotto la direzione del glorioso partito comunista guidato dal genio dell’umanità, il grande Stalin (applausi fragorosi, tutti i deputati si alzano in piedi…)».
Quando si fa il nome del grande e «saggio» Stalin per il Presidium, la scena si ripete. «Ovazioni calorose. Tutta la sala si leva. Si intende gridar nella sala! Viva il compagno Stalin, per il terrore del nemico e la gioia (!!) dei popoli…»
Giova notare, come lo ha fatto il relatore sulla verifica dei poteri, il fatto sintomatico che il popolo sovietico abbia eletto (?!!) come deputati un gruppo numeroso di membri dei servizi del commissariato del popolo agli interni (leggi Ghepeu).
Ciò spiega, almeno in parte, l’arcano di tutto questo «entusiasmo» per il capo che ha «edificato il socialismo» (?!!) e questa crociata contro i nemici del popolo, cioè gli «ignobili traditori, mercenari trotzkisti» e «bukhariniani» (= «bordighiani» nella versione italiana) del fascismo nippo-germanico (= fascismo italiano).
Chi scrive — che è alquanto scettico sulla natura dei consensi totalitari registrati dalla stampa centrista – arrivato al passo dove si legge che «innumerevoli esclamazioni partono nelle varie lingue nazionali, in onore di Stalin: Tutti si levano (evviva!) e tutta la sala applaude freneticamente» non può astenersi dall’osservare: Ma se nella sala qualcuno avesse gridato, a mo’ d’esempio, in romanesco «Te pijje una saetta» non sarebbe potuto passare anche questo alle orecchie dei compagni deputati ghepeisti, per un osannamento al grande Stalin espresso in lingua usbecca, caucasa, caracalpacca o ceremissa?
Pur coll’economia in sfacelo…
Mussolini bussa a quattrini. Li cerca per mare e per terra, ma invano (?!), perché Londra e Nuova York fanno le orecchie di mercante. Ecco il cavallo di battaglia dell’«antifascismo» nostrano. I paesi «democratici» – che sono di fatto quelli che hanno le casseforti ricolme di oro – rifiutano qualsiasi prestito a Mussolini ed il fascismo dovrà finire col precipitar nella rovina e nella ignominia. «Come il fascismo ci condurrà dalla catastrofe economica alla catastrofe militare» scrive a titoli di scatola la Giovine Italia. Ma la solfa è ripetuta da troppi anni.
Nel frattempo Mussolini resta in sella, può condurre a termine la conquista etiopica, partecipare alla guerra imperialista di Spagna, partecipare al corso accelerato degli armamenti… Eppure le cifre che sono date da questa stampa antifascista sono esatte. Il costo della avventura africana tocca i 30 miliardi e continua ingoiare mezzo miliardo al mese. Il deficit accumulato in questi ultimi anni ascende a 45 miliardi.
Secondo i canoni della dottrina classica, cui gli economisti del Fronte Popolare sono restati fedeli, tutto ciò è inesplicabile.
Come fa l’Italia – ieri in Etiopia, oggi in Spagna – (e lo stesso vale per il Giappone in Cina) a far la guerra con una riserva d’oro irrisoria, colle sue bilance dei conti e commerciale in pauroso deficit crescente, dipendente dall’estero per tutte le materie prime indispensabili per far la guerra!
Eppure la spiegazione è tanto semplice, a volerla comprendere. Al disopra di tutti i contrasti interimperialistici vi è la solidarietà che lega tutti i capitalismi nella lotta contro la risposta proletaria alla guerra imperialista: la rivoluzione. Se si giudicano gli avvenimenti da questo punto di vista classista, tutto si può comprendere.
Prima di tutto che è falso che i paesi «democratici» non facciano prestiti o crediti ai paesi «fascisti». Tutto il contrario. Si è, recentemente, risaputo che l’Italia sia debitrice alla Gran Bretagna, per debiti commerciali, di un miliardo di sterline, cioè 150 miliardi di franchi. Svariati altri miliardi sono stati per «iniziativa privata» avanzati da banchieri inglesi a Franco.
Ma gli aiuti che Franco riceve dalla Germania e l’Italia, non sono forse possibili per l’intervento del capitale inglese, americano, francese fatto sia direttamente, sia traverso la Svizzera o l’Olanda, paesi ruffiani per eccellenza, ai regimi di Hitler e Mussolini?
La Germania ha fornito a Franco materiale di guerra per il valore di due miliardi di marchi. L’Italia è pure creditrice di altri miliardi, scontati in parte dall’ottenuto monopolio della vendita dell’olio di oliva di Andalusia esportato nel Sud America (che ne dicono i produttori oleari italiani!).
E questo confluire di capitali dai paesi «democratici» ai paesi «fascisti» non corrisponde alla legge della società capitalista? Il capitale è internazionale, esso affluisce dove sono possibili benefici immediati. Perciò anche i capitali dei paesi democratici – salvo quelli investiti nell’economia di guerra – tendono ai paesi «fascisti» dove appunto il regime oppressivo rende più cospicuo questo beneficio.
La stampa «antifascista» deve riconoscere, essa pure, che il fascismo promette ai capitali stranieri vantaggi così enormi da trovar riscontro solo in certi paesi sudamericani cui «questi mezzucci non ripugnano pur di aver un po’ d’elemosina». — No, non si tratta di specchio per attirar gli allocchi, che sarebbero in tal caso i capitalisti inglesi, americani o francesi, ma di realtà economiche che possono spiacere agli «antifascisti» nostrani perché infirmano tutta la loro politica basata sul blocco monolitico dei paesi democratici.
E così, anche nel campo politico internazionale, il fascismo ha mano libera di manovra.
Intensificherà o no il suo intervento in Spagna? Si è parlato di un ulteriore invio di 50-60.000 «volontari» che dovrebbero ristabilir la partita dopo Teruel e cercar di ottenere la «vittoria» finale.
In ogni caso la pirateria «sconosciuta» ha fatto la sua riapparizione nel Mediterraneo. Navi inglesi ne hanno fatto le spese. L’«opinione pubblica» inglese si è allarmata. «La pazienza di Eden è esaurita», commenta il Nuovo Avanti. Eden dichiara infatti, al Parlamento inglese, che gli atti di pirateria sono dovuti, senza ombra di dubbio, a aeroplani e sommergibili di nazionalità italiana. Ma si affretta a soggiungere che «l’Italia è disposta… a concorrere alla repressione della pirateria nel Mediterraneo».
Quale più cinica commedia! E il sommergibile italiano che sarebbe stato salpato dall’U.R.S.S. a disposizione dell’«onorata compagnia» di Ginevra!
I pirati!
Tutti ricordano l’esultanza antifascista del settembre 1937. Infine! Una Conferenza che arriva a delle conclusioni pratiche ed energiche. Litvinov aveva chiaramente detto che il governo responsabile degli atti di pirateria nel Mediterraneo era il governo italiano. Che coraggio! Quest’affermazione doveva d’altronde restare senza indomani e quelli che si attendevano a delle complicazioni internazionali – logicamente prevedibili in tempi normali – sono stati pienamente disillusi. Come d’altronde quando si trattò della guerra diplomatica italo-russa, a causa dell’affondamento di un vapore sovietico. Il governo italiano rispose che non avrebbe preso in considerazione la nota di protesta sovietica e tutto restò al punto morto. Altro motivo di desillusione per gli antifascisti socialisti che vorrebbero un’azione più energica da parte della Russia e che avevano così occasione di giustificare il «non intervento» del governo di Fronte Popolare di Francia. Per noi, che poggiamo la nostra azione sulla lotta contro la guerra imperialista, le vicende dei rapporti diplomatici e militari dei diversi governi ci interessano dall’unico punto di vista di un’agitazione degli operai non per spingere ad una guerra localizzata o generalizzata, ma per opporre a questo corso del massacro degli operai l’altro corso di classe della lotta per gli interessi specifici del proletariato e contro tutti i capitalismi.
Recentemente, per restare sugli accordi della Conferenza di Nyon e degli incidenti italo-russi successivi, abbiamo appreso che delle divergenze sono sorte fra i due governi per il pagamento del mazout fornito dalla Russia all’Italia, dal settembre scorso. Se non andiamo errati il mazout rappresenta giustamente il combustibile necessario agli armamenti navali e particolarmente ai sottomarini. La Russia che fornisce all’Italia quanto è indispensabile a quella guerra sottomarina che si condannava così aspramente: Cose incomprensibili per quelli che credono ad un’opposizione inconciliabile degli interessi in lotta sullo scacchiere spagnolo, ma perfettamente comprensibile per noi che vediamo chiaramente la complicità di fascisti ed antifascisti gettantisi sul corpo del proletariato spagnolo ed internazionale.
Malgrado gli accordi di Nyon i quali furono seguiti dagli altri di Parigi dovuti all’iniziativa del governo del Fronte Popolare francese e che permisero di farvi aderire l’Italia che era restata al di fuori della Conferenza di Nyon, recentemente si sono avuti nuovi attacchi di «pirati» nel Mediterraneo. Due vapori inglesi: l’Endymion e l’Alcira sono stati bombardati; il primo da un sottomarino, il secondo da degli aeroplani.
Un dibattito ha avuto luogo alla Camera dei Comuni, dove il conservatore «antifascista» Eden rispondeva ai suoi compari antifascisti laburisti. Numerose questioni gli furono poste, ed Eden rispose alla soddisfazione generale. In fondo, il dibattito, ha fatto apparire chiaramente che le basi di rifornimento dei sottomarini sono le isole Canarie sotto il controllo italiano (Maiorca) e che la nazionalità degli aeroplani che gettarono le bombe sull’Alcira era indiscutibilmente italiana.
Eden ha aggiunto che poteva comunicare ai Comuni che un accordo completo era intervenuto per reprimere energicamente ogni nuovo attacco di pirateria. Con chi era stato concluso quest’accordo? Con la Francia, ma anche con l’Italia la quale era stata chiaramente indicata, dallo stesso Eden, come la responsabile degli attacchi contro l’Endymion e l’Alcira. D’ora in avanti saranno stabilite delle strade marittime e Francia, Inghilterra ed Italia si sono impegnate a tirare contro ogni sottomarino che fosse sorpreso a navigare in prossimità di queste strade. È allo studio un accordo per la repressione degli atti di pirateria commessi da aeroplani. Come si intendono bene questi governi! E pare che delle migliori prospettive d’accordo si sarebbero aperte per il ritiro dei «volontari», e per la liquidazione dell’irritazione anglo-italiana.
Precedentemente, ad iniziativa di Chautemps, un appello era stato lanciato per fare cessare il bombardamento delle città aperte. Non sappiamo quale risultato avrà l’appello di Chautemps a proposito del quale non possiamo esimerci dal mettere in evidenza che la preoccupazione dei fanciulli e delle donne è puramente demagogica e che si vuole soprattutto salvaguardare la sicurezza dei molteplici agenti dell’interventismo antifascista i quali potrebbero essere colpiti occasionalmente da quegli obus che falciano regolarmente la vita ogni giorno di centinaia e di migliaia di proletari, senza sollevare alcun appello da parte dei governi fascisti, democratici o di Fronte Popolare.
Ma come è possibile che un accordo sia potuto intervenire fra l’Inghilterra che dichiara apertamente che l’Italia è la responsabile degli atti di «pirateria» e questa stessa Italia «pirata»? Ma perché, fra pirati c’è modo di intendersi sempre. Gli uni e gli altri, i fascisti, come gli antifascisti, sono strettamente solidali per fare durare, fino a quando è possibile, il massacro di Spagna. Eden lo capisce perfettamente: dopo l’attacco repubblicano vittorioso di Teruel, vi era bisogno di qualche cosa per rialzare il prestigio ed il morale delle truppe fasciste. Una decina di «connazionali» erano caduti in seguito all’affondamento dell’Endymion, ma in fondo non si trattava che di proletari e, con qualche centinaia di sterline il capitalismo inglese se la cava facilmente, tanto più che questa somma può essere facilmente prelevata sul programma di riarmamento che comporta la bazzecola di un miliardo di lire italiane al giorno (vi è da supporre che centristi e socialisti italiani saranno pienamente soddisfatti di questa prova concreta di antifascismo del governo inglese).
Oggi un accordo di repressione severa è stato stabilito ed esso durerà fino a quando la necessità dell’imbottimento dei crani per la continuazione della guerra non esigerà nuovi attacchi di sottomarini o di aeroplani. Ma sul fatto stesso dell’accordo stabilito fra «aggressori» ed «aggrediti», alcun dubbio è possibile. Si sono messi d’accordo perché sono fondamentalmente e solidalmente d’accordo tutti i capitalismi nel perpetrare l’atto di pirateria che dura da venti mesi sul corpo del proletariato spagnolo ed internazionale e le cui vicende contraddittorie alimentano le campagne scioviniste dei gazzettieri fascisti ed antifascisti. E per fare cessare questa pirateria non vi è che il proletariato spagnolo e di tutti i paesi. Di questo proletariato che è caduto un’altra volta vittima della trappola che gli hanno teso i traditori di tutte le risme, ma che, spinto dall’evoluzione stessa degli avvenimenti, arriverà a scorgere la mano tesa di Eden, Stalin, Mussolini, Blum, l’accordo perfetto fra di loro per dare pieno vigore alla guerra di Spagna e fare di questa un’arma per risolvere i conflitti di classe in ogni paese. Per il malore di tutti questi pirati, oggi, come avvenne nel 1918, le contraddizioni economiche e politiche arriveranno nuovamente alla loro maturazione ed il proletariato insorto farà il conto di tutti i pirati, passando alla distruzione dello stato capitalista e fondando la dittatura proletaria per la vittoria della società comunista in tutto il mondo.
Cosa è avvenuto il 4 febbraio in Germania?
C’è del nuovo in Germania! A prima vista di certo. Si bucinava che qualcosa di sensazionale dovesse accadere, perché da tempo il Führer restava muto ed impenetrabile come la Sfinge. La bomba è scoppiata il 4 febbraio. Hitler ha assunto la direzione suprema delle forze di terra, di mare, dell’aria. Il maresciallo von Blomberg, ministro della guerra, il generale von Fritsch, capo dell’esercito e 29 altri generali sono stati silurati. Goering è elevato al maresciallato. Von Ribbentrop è nominato ministro degli esteri al posto di von Neurath che alla sua volta diviene presidente del Consiglio Privato di nuova formazione. Un ampio movimento diplomatico investe i titolari delle ambasciate di Vienna, Mosca, Burgos, Tokyo e Roma.
Queste decisioni hanno messo in subbuglio la stampa mondiale ed hanno dato luogo a interpretazioni le più disparate, che partendo dai medesimi punti di vista, hanno motivato conclusioni diametralmente opposte. E questa volta, è giusto riconoscerlo, ci sono stati argomenti probativi per gli uni e gli altri.
Terza Rivoluzione del Reich – dopo quelle del 30 gennaio 1933 (ascesa di Hitler) e del 30 giugno 1934 (soppressione violenta di Roehm ed altri squadristi) – o semplici mutamenti che, se pur determinati dai contrasti che dilaniano, anche, e soprattutto i regimi «totalitari», non possono avere delle ripercussioni di grande portata e soprattutto immediate? Vittoria del nazismo estremista e totalitario di Goering e della Gestapo di Himmler sulla Reichswehr nelle leve di comando del terzo Reich in pieno assetto di guerra? O all’opposto vittoria della Reichswehr o almeno compromesso tra la «nuova» e la «vecchia» Germania?
Mettiamo anzitutto nei giusti termini il lato militare degli avvenimenti. La Germania, nell’accentrare in una sola persona tutti i settori della difesa, non fa che seguire l’esempio degli altri paesi, come la Francia ha fatto col generale Gamelin. Nei paesi «autoritari» è evidente che il predestinato non possa essere che il Duce o il Führer. Ma essi esercitano il loro potere delegandolo di fatto ad un «tecnico».
Tale è oggi in Germania il generale in capo von Keitel come in Italia lo è il maresciallo Badoglio. Più importante sarebbero le eventuali ripercussioni di carattere internazionale.
La Reichswehr sarebbe stata contro l’intervento in Spagna, contro l’alleanza col Giappone e soprattutto coll’Italia. Forte sarebbe stata in essa la corrente favorevole all’alleanza militare colla Russia. A tale riguardo si afferma con insistenza che la decapitazione dell’esercito rosso nell’U.R.S.S. sarebbe una conseguenza di questi contatti. In tal caso il maresciallo Tukačevskij e gli altri generali giustiziati come «agenti della Gestapo» sarebbero stati in realtà vittime della collusione von Himmler-Stalin!
Sarebbe stata questa opposizione coniugata della Reichswehr con i grossi industriali e i latifondisti ostili al piano dei quattro anni – il proletariato purtroppo anche in Germania è stato messo nell’impotenza assoluta dal tradimento del centrismo – che avrebbe spinto Hitler al suo intervento energico del 4 febbraio.
Se hanno ragione i sostenitori della tesi di una vittoria del nazismo estremista, la nuova orientazione dovrebbe significare, anzitutto un intervento più deciso in Ispagna – si cita a sostegno di tale ipotesi il telegramma del Duce – e eventualmente anche in favore del Giappone.
Un rinsaldamento nel contempo dell’asse Berlino-Roma-Tokyo. Ribbentrop, il nuovo ministro degli esteri, è indubbiamente il più anti-inglese e filonipponico della ciurma nazista.
Il nazismo che già trionfava nel settore economico dopo l’eliminazione del dottor Schacht, sarebbe divenuto oggi onnipotente anche nell’esercito e nella diplomazia.
Questa è l’interpretazione degli avvenimenti da parte del Fronte Popolare che, in assenza della risposta proletaria, punta sulla Reichswehr come già gli «antifascisti» nostrani puntarono sui… Savoia o sui generali «antifascisti» ed è poi anche quella degli sciovinisti arrabbiati che vorrebbero la guerra immediata contro la provocazione teutonica.
Ma d’altra parte si possono contrapporre vari elementi negativi. Von Blomberg era un filo-nazista quanto Fritsch ne era un tiepido sostenitore. Goering non è divenuto il dittatore militare come era riuscito divenirlo dell’economia, ma resta subordinato a Keitel e neppure von Himmler ha ottenuto gli interni.
Von Neurath se è stato allontanato dagli esteri, è divenuto il presidente del Consiglio Privato dove la Reichswehr ha voce in capitolo.
Da quanto abbiamo riportato risulta che gli avvenimenti del 4 febbraio hanno, a nostro avviso, una portata inferiore di gran lunga di quanto si vuole far credere.
I contrasti interni del regime nazista in Germania – come quelli del fascismo in Italia – potranno essere contenuti finché il proletariato sarà, come lo è purtroppo oggi, impossibilitato a scatenare la sua risposta di classe. Ed allora si troverà di fronte tutte le forze della conservazione borghese, dal nazismo alla Reichswehr… al centrismo e tutte le dovrà spazzare via per poter realizzare la sua vittoria.
Mentre andiamo in macchina gli avvenimenti di Austria dove, colla entrata dei nazisti nel governo, si è giunti ad una forma larvata di Anschluss potrebbero rappresentare una prima conseguenza del 4 febbraio. L’adesione o almeno la non opposizione dell’Italia significherebbe allora un altro esempio della solidarietà economica o politica tra i vari imperialismi alla quale sacrificano certi contrasti che sembravano inconciliabili.
Le nostre commemorazioni classiste
Lenin e Russia Sovietica di oggi
Vi sono problemi la cui impostazione è bell’e definita. La realtà è talmente evidente che bastano pochi commenti per illuminarla. Lenin e la Russia degenerata del centrismo si trovano in una opposizione che non dipende solo dalle epoche storiche differenti, ma anche dalla natura, dalle basi, dalla struttura della loro evoluzione. Lenin è il proletariato che lotta per conto del proletariato mondiale ed arriva al trionfo della prima rivoluzione proletaria; la Russia di Stalin è la politica del capitalismo, camuffata in «stato proletario», che ha condotto il movimento operaio nel baratro della guerra e fatto dell’U.R.S.S. una vasta galera dove, come in Italia o in Germania, marciscono i proletari rivoluzionari. All’inferno nero e bruno, Stalin ha aggiunto quello rosso e questa sinistra trinità esprime l’aspetto più ripugnante della dominazione capitalista.
Sarebbe oltraggiare l’opera di Lenin il volere solo provare che tra il grande capo proletario ed il centrismo esiste la stessa differenza che tra classe proletaria e borghesia.
È bene però distinguere tra l’opera rivoluzionaria, che resta il patrimonio dei marxisti e l’opera controrivoluzionaria che dovrà essere annientata. Dire, a mo’ d’esempio, che è Lenin che ha generato Stalin sarebbe come dire che la rivoluzione dell’Ottobre 1917 ha generato gli odierni massacri per opera del centrismo, in Russia e lo strangolamento degli operai in tutti i paesi. Da ciò non vi è che un passo per dedurre la conclusione che la rivoluzione proletaria sia una utopia. Ma è una bisogna che lasciamo di buon grado ai rinnegati ed ai socialisti.
Ciò che è sicuro gli è che la rivoluzione genererà sempre la controrivoluzione. I migliori artefici di quest’ultima sono stati generalmente ex-socialisti od ex-comunisti, come lo è appunto oggi. Non è Rosa Luxemburg che ha generato Noske o la creazione del partito comunista italiano a Livorno, Mussolini, ma è la minaccia della rivoluzione proletaria che ha fatto concentrare il capitalismo attorno alle forze del suo regime che incarneranno meglio la sua reazione. In Russia, dove la rivoluzione aveva trionfato, attraverso una manovra più sinuosa il capitalismo si è ritrovato nel centrismo per decapitare non solo l’Ottobre, ma anche la rivoluzione mondiale.
Le difficoltà, gli errori, gli inevitabili tentennamenti di Lenin e dei bolscevichi hanno permesso al capitalismo mondiale, sin dai primi anni della rivoluzione, di introdurre le sue manovre economiche e politiche che, molto più che il blocco, dovevano provocare la frattura nel movimento comunista e la conseguente nascita del centrismo. La disfatta del 1923 in Germania è il frutto degli errori quasi inevitabili di Lenin e dei bolscevichi. Si stimava potere concludere accordi economici con stati capitalisti opposti ad altri: di fare intervenire lo stato proletario nel campo delle competizioni interimperialiste in vista di sfruttare le «crepe» (!) degli imperialismi a favore della rivoluzione mondiale. Si provocava invece la disfatta internazionale e in Russia dove, per usare una espressione di Lenin stesso, non erano più i bolscevichi che dirigevano lo stato ma piuttosto l’inverso.
L’evoluzione del centrismo significò la penetrazione progressiva del capitalismo negli organi dello stato sovietico nonché nei partiti comunisti. Nel contempo i marxisti venivano espulsi, perseguitati, arrestati, assassinati infine. Piani quinquennali; entrata nella S.D.N.; accordo colla Francia per conculcare il proletariato; aiuto all’Italia (forniture di petrolio) per l’avventura etiopica; processi di Mosca; massacro generalizzato; terrore sanguinario. Istituzione della costituzione «la più democratica del mondo»; elezioni plebiscitarie col loro simbolo Stachanov, cioè l’abbrutimento industriale. Guerra in Spagna ed in Cina. Ecco la catena che lega la Russia Sovietica al mondo capitalista. La realtà è questa: la Russia rappresenta oggi un settore importante del fronte capitalista (un «sesto del globo», per usare la formula centrista) e ciò dal punto di vista economico, sociale e politico. Sono le leggi economiche che regolano tutti i paesi borghesi quelle che regolano anche l’economia russa, malgrado l’assenza di capitalisti individuali indigeni. Il plusvalore dei proletari s’accumula nelle casse dei capitalisti stranieri e per una gigantesca industria di guerra che al bisogno vende, dietro moneta sonante, forniture militari in Spagna e in Cina. Socialmente e politicamente il proletario si trova di fronte ad un apparato statale che lo terrorizza ideologicamente e che adotta gli stessi procedimenti dell’Italia e della Germania.
L’opera di Lenin, di fronte a questo monumento della controrivoluzione, sembrerebbe incompleta ed evanescente se non la si allaccia all’evoluzione di quelli che, contro il centrismo, hanno incarnato il cervello della rivoluzione comunista mondiale che resta, malgrado tutte le vicissitudini, la necessità storica.
Lenin ha dovuto percorrere il cammino arido della formazione lenta e minuziosa del partito di classe ed in questo campo, malgrado gli errori che sono stati commessi dopo il 1917, il suo esempio resta un principio che ci ha guidati nella formazione della Frazione, unica via che può condurre al partito.
Per il problema dello Stato, è a Lenin che abbiamo potuto ricorrere per provare che la guerra in Spagna era capitalista perché a condurla era lo stato borghese che si lasciava sussistere. Sovrattutto Lenin non significa «il socialismo in un solo paese». Se si riportassero tutti i suoi punti in cui afferma la impossibilità di costruire il socialismo in Russia senza la rivoluzione mondiale e quelli per la costruzione immediata del socialismo, si vedrebbe che l’essenziale fu, per Lenin, la rivoluzione mondiale di cui Ottobre doveva rappresentare lo strumento e non lo strangolamento degli operai degli altri paesi per mantenere una Russia dove il centrismo ha assassinato tutti gli artefici della sua rivoluzione.
Tocca alle Frazioni di Sinistra di continuare Lenin sforzandosi di costruire la teoria per la gestione dello stato proletario, correggendo così i suoi errori, distruggendo talune delle sue ipotesi, per affermare infine la subordinazione di questo stato al movimento internazionale; l’impossibilità di intervenire sul fronte degli interessi inter-statali (sempre solidali contro il proletariato) e l’opposizione irriducibile tra le leggi dell’economia capitalista e di quella proletaria.
Trotsky che non si metterà su questa via e resterà nel vicolo della difesa letterale di Lenin finirà col precipitare dall’altra parte della barricata, in combutta con socialisti e centristi.
L’opera di Lenin si continua adunque nelle Frazioni che rappresentano il crogiolo storico in cui Ottobre 1917 ha gettato tutti i suoi problemi, quelli già definiti, e quelli non ancora completati.
Il centrismo che detiene il cadavere imbalsamato di Lenin, che s’illude aver annientato lo spirito di Ottobre 1917 col massacro dei suoi realizzatori, gongola di aver sotterrato per sempre l’opera di Lenin. Dimentica però gli insegnamenti della storia. La rivoluzione, come ha detto Rosa Luxemburg, rinasce sempre dalle viscere stesse della società capitalista, più forte, più formidabile che mai, arricchita dagli insegnamenti stessi della disfatta.
I proletari d’Italia debbono commemorare Lenin lottando per la liberazione degli incarcerati politici in Russia, contro gli assassini perpetrati da Stalin. Resteranno fedeli all’opera del grande capo proletario solo ripudiando ogni difesa dell’U.R.S.S., dove oramai si dovrà lottare, come altrove, per la riscossa rivoluzionaria del proletariato.
I capi del proletariato tedesco
Diciannove anni orsono i sicari del capitalismo tedesco, o per meglio dire del capitalismo mondiale, assassinavano nelle vie di Berlino i rappresentanti più qualificati dello Spartacus-Bund: Rosa Luxemburg e Carlo Liebknecht.
Con questo atto il capitalismo realizzava un duplice obiettivo: prima quello di arginare con uno sbarramento di sangue l’orientazione delle masse proletarie verso la formazione del partito capace di porre a breve scadenza, col maturarsi delle situazioni, il problema della conquista del potere politico; secondo quello di servirsi su vasta scala dell’arma della social-democrazia per reprimere nel sangue ogni manifestazione proletaria.
Se durante la guerra questa arma aveva rappresentato per il capitalismo la menzogna, il tranello per irregimentare le masse verso il macello imperialista, al termine di questa, col risveglio delle masse, una nuova fase si apriva esigendo da questa la funzione che gli spettava: quella del boia.
Ormai come il ricordo di questi due martiri restano scolpiti nel cuore di tutti gli oppressi, egualmente i suoi esecutori, i Noske, i Scheidemann, la social-democrazia mondiale, portano il marchio infamante di questo, di tutti i loro crimini.
Che oggi la socialdemocrazia possa trovare nei nuovi boia centristi gli agenti pronti di rifare loro una verginità e permettere loro di ripresentarsi fra le masse operaie, non significa nulla di strano. La convergenza della loro funzione lo spiega, ma nuovi e vecchi compari anche se oggi possono spalleggiandosi continuare ad ingannare le masse, questo non infirma il giudizio della storia, anzi questo permetterà meglio ai proletari smarriti di ritrovarsi domani e comprendere il vero linguaggio della lotta di classe.
Oggi questa commemorazione assume per il corso delle situazioni una importanza ed un valore maggiore inquantoché essa rappresenta per i nuclei d’avanguardia un mezzo per ricordare ai proletari che oggi sono vittime dell’inganno social-centrista, quale fu il ruolo di Liebknecht e di Rosa nel corso della guerra imperialista.
In effetti il capitalismo che aveva nel 1914 realizzata l’Unione Sacra, per soffocare nel sangue della guerra imperialista i contrasti di classe, vedeva nei suoi avversari il pericolo, la forza che sarebbe portata dal corso delle situazioni a porre all’ordine del giorno il problema della rivoluzione proletaria. Di conseguenza tutto doveva essere diretto per soffocare questa forza, per impedire che il proletariato tedesco forgiasse all’immagine del partito bolscevico il suo vero partito di classe.
E quando questa nuova forza che durante la guerra aveva dovuto soffrire della repressione e dell’isolamento, irrompe nel braciere dei conflitti sociali apportandovi le armi indispensabili per la battaglia che si annuncia prossima, allora il sicario compie l’infamante crimine.
Ma il capitalismo se pure ha con questo crimine ritardata l’ora della sua inevitabile fine, esso non ha potuto modificare il carattere del dilemma posto dalla lotta di classe: capitalismo-comunismo.
Oggi ancora più di ieri, malgrado tutti i traditori, malgrado la guerra imperialista che miete vittime a migliaia in Spagna ed in Cina, questo dilemma resta di una più grande attualità. E le forze che oggi agiscono nel girone del capitalismo realizzando la Unione Sacra, saranno travolte domani col riprendere inevitabile della lotta di classe e con esse tutto l’edificio capitalista.
L’isolamento delle frazioni di sinistra di oggi fa ricordare ai piccoli nuclei che resistettero nel 1914, ma le frazioni possono a loro vantaggio profittare di una esperienza più grande, di conseguenza contribuire più efficacemente alla elaborazione delle armi politiche delle quali il proletariato dovrà far uso per la sua vittoria immancabile.
Liebknecht e Rosa rappresentano dunque, in questo processo di formazione, un prezioso contributo, la loro milizia si ricollega a quella delle frazioni di sinistra che operano nella direzione della rivoluzione proletaria, della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile. Ed è in questa direzione, solo in questa direzione, che restando fedeli ai principi comunisti si rende omaggio e si commemora degnamente Liebknecht e Rosa Luxemburg.
L’anniversario della fondazione del Partito Italiano
Se ci si basa sugli elementi esteriori della situazione attuale, c’è davvero da disperare. Nulla resta dello sforzo prodigioso che fece il proletariato italiano fondando, nel gennaio 1921, il suo partito di classe al Congresso di Livorno. Che cosa rappresenta la nostra frazione che è l’unico organismo il quale rivendica in pieno i capisaldi teorici sui quali si fondò il partito? Praticamente poco o nulla ed i nostri militanti, quando non sono l’oggetto della beffa, sono minacciati dalla violenza di proletari che sono stati condotti dai traditori a considerare come «agenti del fascismo» tutti coloro che sostengono la necessità della lotta contro il capitalismo indipendentemente dalla bandiera di cui ammanta il suo dominio, e che non si rassegnano a diventare gli agenti del capitalismo democratico per la guerra contro le borghesie fasciste.
Per contro l’influenza è totale fra le masse di coloro i quali proclamano che la vittoria del proletariato non può risultare che dal trionfo dei capitalismi democratici che menano la grande crociata contro quelli fascisti.
Ma se ci si basa su altri criteri che sono poi quelli della realtà indiscutibile che viviamo, lungi dal disperare, i continuatori di Livorno non possono essere che fieri del gesto che posero nel 1921, nello stesso tempo in cui sono in diritto di ricavare, dalla situazione odierna, la certezza del trionfo delle posizioni su cui si fondò il partito, che sono poi l’espressione politica e teorica degli interessi del proletariato, l’indicazione del cammino che ci condurrà al trionfo del socialismo.
Quali furono i punti essenziali su cui la frazione astensionista del partito socialista, cui si allearono – con quanta malafede (Tasca, Togliatti), od errore (Gramsci) – gli ordinovisti?
Primo, fra di essi, la tesi della distruzione violenta dello stato capitalista contro tutte le tesi del collaborazionismo diretto od indiretto. Dipoi gli altri della natura internazionale della lotta per il socialismo, della natura dittatoriale del potere borghese quand’anche esso sia esercitato per via democratica. Infine l’affermazione categorica che la sola formazione possibile del partito del proletariato consiste nella agglomerazione progressiva delle energie proletarie intorno ai principi che la vittoria rivoluzionaria russa aveva fatto luminosamente apparire, e nella lotta contro tutte le tendenze politiche muoventisi nel campo dei partiti avversari di questi principi.
Che avvenne di queste enunciazioni teoriche di Livorno?
Non vi è alcun dubbio possibile. Al principio, nel 1923, è sotto il patronato più luminoso e con l’esca più seducente, che si cominciò ad alterare la compagine politica, teorica e dirigente del partito. Bisognava non mettersi in urto con Lenin, e d’altronde questo non esigeva nessun sacrificio di principio, le divergenze essendo secondarie, ed il capo della rivoluzione russa mantenendo la stima più completa per Bordiga. Ed è così che si giunse alla modificazione, fatta nell’ignoranza totale del partito che non ne sapeva niente, dell’organo direttivo del partito. Un anno dopo, nel 1924, alla Conferenza di Milano, la quasi unanimità del partito si riaffermò sulle basi di Livorno, ma questo non impedì che alcuni mesi dopo, in occasione della situazione che si usa chiamare, «il periodo Matteotti», il partito fosse impegnato nella via della collaborazione di classe intorno ad Amendola.
Ma gli avvenimenti hanno poi marciato al galoppo. Le divergenze iniziali fra Bordiga e gli ordinovisti da una parte, fra Bordiga e la tattica dell’Internazionale d’altra parte, sono arrivate alla loro conclusione ultima. Si diceva prima che il nostro settarismo ci conduceva all’impossibilità di utilizzare, al vantaggio del proletariato, gli arti scoppianti nel seno dei partiti borghesi e principalmente l’opposizione fra la base proletaria ed i dirigenti che avevano tradito il proletariato. Oggidì i depositari della tattica che, per insulto a Lenin, fu chiamata «leninista», e che avevano cominciato sotto il pretesto di volere e dovere profittare degli antagonismi esistenti fra le formazioni borghesi, attizzano gli antagonismi fra i proletari dei diversi paesi perché il capitalismo possa farvi gli affari del suo regime. Quelli che volevano poggiare sulla base proletaria per combattere contro i dirigenti traditori, si alleano a questi ultimi per soffocare ogni reazione proletaria alla devastazione politica e fisica della classe operaia.
Da un altro canto, in Russia, quelli che combattevano contro lo schematismo, il sindacalismo, delle tesi di Roma per il fronte unico sindacale e contro il fronte unico politico, lo hanno oggi realizzato pienamente il fronte unico politico, ma con gli stati imperialisti e per il trionfo del socialismo in un solo paese. Trotsky, egli stesso, è dovuto arrivare fino all’ultimo degli anelli della catena e sostenere apertamente il fronte unico anti-imperialista con Chang Kai-Shek per la guerra contro il Giappone.
Se ci si basa dunque sul percorso che hanno dovuto compiere quelli che si opposero alla fondazione del Partito a Livorno, o degli altri che vi aderirono senza essere d’accordo, si è in grado di essere fieri di avere partecipato alla fondazione del partito o, per quelli che non vi furono allora, di continuarne l’opera.
Nel 1915 il Partito Socialista Italiano poté fermarsi a mezza strada nella via del tradimento e conservare un certo prestigio socialista, prendendo l’iniziativa di Zimmerwald. Oggi la tensione degli avvenimenti non ha più permesso quest’equivoco: la sezione socialista della Seconda Internazionale rivaleggia con il «vecchio e glorioso partito» e con gli stessi anarchici per fornire carne da macello alla guerra spagnola.
Ed i centristi! Il grugno del boia è infine apparso dai sorrisi seducenti che, in nome di Mosca, si facevano ai «bordighisti» perché partecipassero alle responsabilità della direzione del partito. E si può affermare senza errore che non vi sia genia più indegna di quella che rappresentano oggi coloro che hanno tradito le basi sulle quali fu fondato il partito a Livorno.
Fondandosi il partito lo aveva proclamato, nel 1921, che le leggi del regime capitalista portavano quest’ultimo inevitabilmente alla barbarie. Oggi ci siamo giunti a questa forma estrema del dominio borghese. Ma, come Marx lo aveva predetto, anche in queste situazioni di sterminio del proletariato, il capitalismo non sfugge alle tenaglie delle sue contraddizioni le quali originando, nel campo economico, crisi e convulsioni, rappresentano altresì le premesse del risveglio del proletariato. Anche la produzione per la barbarie, per la guerra, è sottomessa alle leggi antagoniste del regime borghese.
Il capitalismo ha dovuto fare ricorso a tutte le forme possibili della manovra nel campo del proletariato, esso ha dovuto giocare persino la carta dell’anarchismo in Spagna. Una sola forza esso non ha potuto abbindolare o corrompere: quella che discende da Livorno 1921. E gli avvenimenti provano in modo categorico che, giusto quando per il campo di classe il successo nemico, grazie all’azione di tutti i traditori vecchi e nuovi, è completo, nel campo economico i cataclismi si abbattono più violentemente.
Questi elementi concreti – i dominanti – della tragica situazione attuale danno ai superstiti di Livorno, a quelli che lo continuano la certezza di avere costantemente servito gli interessi del proletariato ed il coraggio e la passione per arrivare alla situazione in cui, intorno ai capisaldi che formarono l’atto di fondazione del suo partito, il proletariato italiano scatenerà la sua insurrezione per la vittoria comunista in Italia ed in tutto il mondo.
Anido, ministro di Franco
Franco ha costituito il suo ministero. Con quasi tutti generali, è naturale. Ed ugualmente naturale gli è che alla polizia sia stato designato Martinez Anido. Questo tristo arnese era già stato l’«uomo forte» dei passati regimi, quello di Primo de Rivera compreso. Il proletariato di Barcellona, i libertari soprattutto, avevano appreso a detestarlo come il peggiore dei carnefici. Ora Anido era stato incarcerato al momento della risposta proletaria del luglio 1936. Che gli anarchici, in quei giorni di fatto i padroni della situazione, ne profittarono per metterlo, senza tanti complimenti, al muro? Manco per sogno. Te lo hanno tenuto in carcere finché è riuscito a scappare ed andare a mettersi a disposizione di Franco. In quanto a López Ochoa, il boia dei proletari, socialisti i più delle Asturie, anche lui è restato in carcere a Madrid, dove pure i socialisti erano influenti, finché è morto, di malattia, nell’infermeria…
Anche in Spagna sono stati solo i pesci piccoli a pagar di persona. I grossi, i generali, capitalisti, preti, salvo rare eccezioni hanno potuto tagliare la corda. Se Sanjurjo o Mola sono crepati, ciò non per merito delle palle repubblicane, ma per incidenti di volo facendo così che il caso sia stato più… rivoluzionario dei rivoluzionari spagnoli, anarchici compresi.
Mi par di rivedere l’aria di albagia con cui si è risposto a certi miei interrogativi a tale proposito.
Ma se li abbiamo soppressi tutti i generali, anche fisicamente. E a causa dell’estero che lo facciamo, altrimenti tutti salterebbero addosso. Li hanno, al fatto, così bene soppressi che uno dopo l’altro rivengono a galla per cooperare allo sterminio del proletariato spagnolo, e non questo soltanto.
Un pennivendolo della confusione
Vi è una rubrica nel Nuovo Avanti che dovrebbe essere intitolata: «le opinioni altrui per mascherare la mia confusione».
Vi si trova di tutto, giacché il pennivendolo ha mezzi e tempo per scartabellare tutta la stampa, ad eccezione della nostra che ha il raro privilegio di non interessare questo spregevole messere. Del che noi siamo evidentemente estremamente soddisfatti.
Con una linea o due, Ennio risolve tutti i problemi. Per quelli che, tonti come lui, si contentano di un pizzico di pappa. Che si tratti di questioni filosofiche trattate da Trentin, il codicillo è presto trovato al testo scritto da quest’ultimo per concludere che infine si è d’accordo: materialismo marxista e razionalismo sono evidentemente la stessa cosa. Una frase di Antonio Labriola che parlava contro l’automatismo economico è fatta su misura per provare il marxismo del «compagno Trentin». Che si tratti di un problema politico, della «mano tesa», delle sanguinose repressioni in Russia, Ennio ha la sua parola giudiziosa per mettere in evidenza la sua… augusta opposizione (frattanto le teste cadono), senza tuttavia arrivare a mettere a repentaglio la buona armonia con gli alleati centristi.
Recentemente, per giustificare l’appoggio a Chang Kai-Shek, nella guerra contro il Giappone, riprendeva un testo di Trotsky, con cui non è evidentemente d’accordo su un’infinità di problemi. Ma tutto fa brodo, e si guadagna il pane come si può, soprattutto se, con un Melzi tascabile c’è modo di dire a se stesso che si sia un grand’uomo.
Vi è un punto sul quale Ennio è intrattabile. La guerra di Spagna ed il silenzio che si deve fare sulla repressione che il governo repubblicano scatena direttamente, o per via indiretta attraverso il partito comunista, contro degli elementi che, per di più sono guerrafondai fino alla punta dei capelli. Non poche volte Ennio ha spulciato giornali e riviste per provare che nessuna accusa può essere mossa contro il governo repubblicano. Ma, quando non può nulla spulciare – come è il caso del nostro giornale – salta sulla prima occasione che gli capita per fare il suo dovere di interventista in una comoda sala redazionale od in un bistrot di Parigi. Occorre gettare il discredito su Prometeo il quale è letto tuttavia se non dalle centinaia di proletari che sono impestati dalla réclame, da qualche operaio d’avanguardia.
Il Popolo d’Italia per la sua bisogna di mobilitazione alla guerra contro i suoi complici del Fronte Popolare dell’altro lato della barricata ha ripreso dei nostri articoli, non sappiamo quali giacché non abbiamo le possibilità economiche ed il tempo di seguire la stampa fascista. Ed ecco Ennio saltare sulla buona occasione: i fascisti vi riproducono, vi riproducono spesso, quindi voi fate gli interessi del fascismo. Ahi, se Ennio avesse un piccolo plotone d’esecuzione come Stalin, farebbe molto presto giacché non avrebbe nemmeno bisogno di inventare la storia degli aeroplani. E questo malgrado la mozione Santini votata dalla Direzione del Partito Socialista, che abbiamo commentato nell’ultimo numero di Prometeo.
Al che noi replichiamo in modo molto semplice: Nin, Berneri, centinaia di altri in Spagna ed in Russia sono essi stati o no assassinati in forme che sorpassano la ferocia di Mussolini? Gli emigrati politici italiani e di altre nazionalità sono o no nelle prigioni a Mosca? Sì o no? Se sì allora quelli che assassinano sono i fratelli siamesi di Mussolini. Quelli che organizzano la congiura del silenzio, gli agenti diretti dell’assassinio. Quelli che, come Ennio, cercano di screditare fra le masse coloro che sollevano l’attenzione contro i misfatti dell’antifascismo, e che, comodamente, fanno fare la guerra agli altri, sono gli sbirri della reazione del capitalismo internazionale.
Ma attenzione, messer Ennio. Voi stesso avete ricordato la sorte toccata a Tisza quando scoppiò la rivoluzione ungherese. Siatene certo non solamente Mussolini, ma i compari antifascisti di quest’ultimo avranno un giorno la stessa sorte. Che se il proletariato vittorioso dovesse avere pietà della miseria intellettuale degli scribi del tipo di Ennio, esso tuttavia saprebbe metterli al loro posto: figurare come i mannequins dei perfetti imbroglioni che sono la peggiore delle specie dei nemici della classe operaia e del socialismo.
L'accordo... "Vidoni" del capitalismo francese: Statuto Moderno del Lavoro
La terza edizione del Fronte Popolare, il governo radicale omogeneo di Chautemps, è nato dal periodo, breve ma tumultuoso, degli scioperi di dicembre 1937 nella regione parigina. L’attacco brutale del padronato, le provocazioni continue contro gli operai avevano provocato conflitti (alimentazione, trasporti) che si acutizzarono a che collo sciopero generale dei servizi pubblici raggiunsero il loro punto culminante.
La stagnazione dell’economia francese (dove solo la produzione dell’acciaio e della ghisa sono in aumento), che pur basata sulla produzione di guerra determinò questa combattività della classe padronale che sapeva poter contare sull’appoggio del governo e sulla complicità della C.G.T. Non vi era scelta: necessitava “adattare” le condizioni di lavoro e di esistenza degli operai alla situazione dell’economia ed impedire, con una severa organizzazione sociale, conflitti sociali che avrebbero aggravato gli spasmi dell’economia di guerra. I social-centristi puntavano sul “controllo dei cambi” che non è che la via di manipolazione monetaria e su una applicazione di metodi appropriati alla fase di economia di guerra diretta ancora con “mezzi di pace”.
Chautemps, che comprendeva bene che queste rivendicazioni erano legate a quella dell’apertura della frontiera dei Pirenei ed alla rivendicazione di un governo da “Reynaud a Thorez”, propendeva invece per un ritorno a metodi di deflazione, di adattazione, cioè ad un attacco aperto contro gli operai, ciò che era più conforme alla politica seguita fino allora dal Fronte Popolare dal punto di vista internazionale: localizzazione dei bracieri della guerra imperialista.
Si conoscono gli avvenimenti che concussero alla uscita dei socialisti dal governo e alla costituzione del secondo governo Chautemps. Già gli scioperi provavano che bisognava impiegare accanto alle discussioni di Matignon la violenza delle guardie mobili che sloggiavano gli scioperanti e facevano rispettare la legge. Ma, prima di sortire dal governo i socialisti dovevan dare una vigorosa spallata affine di introdurre seriamente nel movimento operaio la “neutralizzazione delle fabbriche”, per opera delle forze armate dello stato, arbitro supremo delle opposizioni tra le classi. Fu l’affare Goodrich che ne fornì il pretesto. Dopo lo sciopero dei servizi pubblici, l’attitudine arrogante dei padroni, la posizione energica di Chautemps fecero comprendere alla S.F.I.O. che era tempo di uscire dal governo dove del resto era Chautemps a provocare la crisi col congedare i comunisti.
Il consiglio nazionale socialista segnò il trionfo degli antiministerialisti dopo il fallimento di Bonnet e di Blum che agiron ciascuno per via diversa.
Quando Chautemps presentò il nuovo governo, il terreno era sgombro. L’opera dei tre governi di Fronte Popolare poteva condensarsi nei sei punti dello “Statuto Moderno del Lavoro”, specie di accordo “Vidoni” della democrazia capitalista francese. La classe padronale persisteva in una opposizione formale unicamente per permettere ai social-centristi di presentare questo Statuto come una conquista operaia e come ricatto per obbligare la Commissione Parlamentare a redigere i sei punti in forma categorica.
Le posizioni in presenza erano le seguenti: Chautemps non faceva che condurre a termine l’opera dei suoi predecessori, modificando, alla “scuola dell’esperienza” (Populaire) le leggi sull’arbitrato obbligatorio, sulle convenzioni collettive, sui delegati operai etc., mettendo a punto lo statuto di sciopero, quello sul licenziamento e l’assunzione delle maestranze. Leggi tutte frutto degli accordi di Matignon, completate a Rambouillet. Il capo dei radicali era conseguente col programma stesso di Radunamento Popolare di cui socialisti e centristi domandavano l’applicazione.
Dal canto loro i socialisti manterranno la loro antipatia per Marchandeau e la sua “difesa del franco” ma s’impegneranno a fondo per i progetti di Statuto deposti da Chautemps. La loro assenza del governo permetterà loro di canalizzare un poco l’effervescenza operaia, il malcontento nelle loro proprie file che s’era espresso nel voto del Consiglio Nazionale e nel trionfo di Pivert e simili “sinistri” nella Federazione della Senna.
I centristi infine sviluppavano una campagna demagogica per “emendare” certi progetti, ma quando le Commissioni Parlamentari respingeranno le loro proposte, si asterranno dal voto. Tuttavia i centristi figureranno tra i relatori accanto al relatore generale Moche. Sarà rigettata la scala mobile dei salari ed approvato invece un testo condizionante l’aumento dei salari rispetto al carovita alla “situazione economica dell’azienda”. Sappiamo cosa significhi!
Fu respinta financo la proposta di Monmousseau sul diritto della revisione della contabilità da una commissione in cui fossero rappresentati gli operai.
I social-centristi hanno accettato le disposizioni che colpiscono di carcere o multa gli operai che facessero lo sciopero contro il voto della maggioranza e malgrado l’arbitrato. Fu respinta la loro controproposta che lo stesso valesse per i padroni.
La classe padronale si frega le mani, ma non rinuncia al ricatto e alla provocazione. Lebas motiva su questa attitudine della Confederazione Padronale l’asserzione che gli operai hanno nello Statuto meno da perdere che i padroni…
Come risulta da quanto sopra, le posizioni del governo, dei social-centristi e del padronato collimano a perfezione per fare dello Statuto del Lavoro un istrumento di strangolamento ai danni degli operai.
Per concludere, il capitalismo francese sta per guadagnare una grande partita. L’evoluzione verso la destra del Fronte Popolare assume forme nette pur non essendo da escludere che la applicazione reale dello Statuto del Lavoro non potrà essere pienamente realizzato da una ciurma governativa più larga. Ma ciò riguarda il domani, per oggi è Chautemps che agisce con sufficiente fermezza.
Tuttavia, lo ripetiamo, la situazione resta incerta e piena di contraddizioni. Lo Statuto del Lavoro, una volta approvato dal Parlamento, dovrà essere applicato in tutta la Francia. Tutte le riserve dei centristi e della C.G.T. mirano a dare l’illusione agli operai che si tratti di una loro “conquista” per impedire la esplosione di classe che potrebbero far aprire gli occhi agli operai.
In Italia, l'”accordo Vidoni” fu accompagnato dalla lotta per la distruzione dei sindacati classisti divenuti illegali. In Francia sono invece i sindacati di classe che diventano legali e parti contraenti di un accordo che è una collaborazione tra padroni e sindacati per reprimere, attraverso la violenza dello stato, ogni movimento rivendicativo che non potrebbe che aggravare la situazione dell’economia di guerra e creare pericolose fermentazioni. I tre governi di Fronte Popolare hanno fatto trionfare in tutti i campi la politica capitalista, ma hanno d’altra parte concentrato in misura più grande tutti i contrasti di classe e la prova risiede nello Statuto del Lavoro appunto e nella necessità di impedire i conflitti come tappa successiva di quella della “neutralizzazione” degli scioperi.
Gli operai francesi debbono comprendere che sottomettersi allo Statuto significa sottomettersi allo Stato, ammettere i procedimenti del fascismo applicati dalla “democrazia” borghese. Certo l’imbonimento da parte dei socialcentristi c’entra per molto nella passività degli operai e nella loro accettazione forzata dello Statuto, ma le situazioni che vivono finiranno coll’illuminarli. Bisogna opporre al capitalismo francese che adatta metodi sociali e politici di guerra alla sua economia di guerra, i metodi della lotta proletaria che leghi le lotte rivendicative – a dispetto dello Statuto – alla lotta contro la guerra imperialista che si combatte nel mondo. Questa è l’unica via di classe.
La "Cagoule" la Gepeou e gli assassini di Reis e Rosselli
Le rivelazioni sono venute al momento voluto. L’evoluzione della lotta di classe in Francia era, nel dicembre scorso, arrivata ad un punto di elevata tensione, come lo hanno provato gli scioperi dell’alimentazione, dei trasporti, l’occupazione dell’officina Goodrich, e, particolarmente, lo sciopero dei servizi pubblici a Parigi. Il capitalismo francese è stato profondamente sorpreso dell’acutezza di queste agitazioni alle quali esso credeva di poter fare fronte con il ministro Chautemps-Blum. Ma questo non bastava per liquidare i movimenti e soprattutto per stabilire un clima politico di tale rispetto alle istituzioni statali da escludere definitivamente l’ipotesi degli scioperi, soprattutto nei servizi pubblici.
L’operazione sul piano parlamentare riesce a meraviglia, Ramette osa parlare di alcune rivendicazioni operaie, Chautemps prende la palla al balzo ed esclude il partito comunista dalla maggioranza parlamentare. Blum determina le dimissioni del ministero e qualche giorno dopo Chautemps, nuova edizione, è al potere sostenuto da una maggioranza che comprende evidentemente anche il partito comunista. Per mostrare fino a quale punto arriva la commedia parlamentare, ricordiamo l’incidente Blum. Questi aveva dichiarato che l’ostilità dei radicali aveva impedito la costituzione di un «ministero all’immagine del Fronte Popolare», con la partecipazione dunque dei radicali, socialisti e centristi. Al che Herriot, presidente del gruppo radicale, ha risposto che nessuna esclusiva era stata posta contro i centristi. E la dichiarazione di Chautemps; Ma lasciamo andare: si tratta di cucina parlamentare e, con molto buon senso, un giornalista belga ha notato che in Francia, se esiste il parlamento esistono altresì delle istituzioni che Napoleone ha dato a quel capitalismo. Al palazzo Bourbon, la commedia, nelle strade la polizia che manganella i manifestanti.
Il capitalismo francese doveva quindi operare una conversione che gli desse maggiore decisione per fare fronte agli scioperi che l’aumento del costo della vita rende sempre più probabili. Nello stesso tempo, in corrispondenza con la situazione internazionale, un movimento è abbozzato per non fare troppo pesare la politica del patto franco-russo. Come è sempre avvenuto, e come sempre avverrà, il capitalismo prende di mira, per i suoi attacchi, il compare che è incaricato del primo ruolo nell’opera della corruzione delle masse. Esso lo prende di mira per la campagna nella stampa e nel parlamento, giacché nulla di grave minaccia questo compare. Il centrismo si rivernicia di rosso sotto l’effetto della campagna contro di esso e consolida la sua influenza fra i proletari che saranno nuovamente storditi con la campagna sciovinista, avvalorata dagli avvenimenti spagnoli e dalla vittoria di Teruel.
Nello stesso tempo si aprono tutte le valvole dello scandalismo e si apprende quello che Max Dormoy, ministro dell’Interno – è egli stesso che lo ha detto – sapeva fino dal settembre 1937, che cioè gli assassini dei fratelli Rosselli fanno parte della «Cagoule» e che questa è al servizio degli «stranieri». Che questo sia, nessun dubbio è possibile, giacché – come per una volta tanto lo hanno fatto osservare gli antifascisti alle canaglie dell’ex-Merlo – nessun movente poteva determinare la «Cagoule» ad assassinare i Rosselli e non poteva trattarsi che di un’istigazione dell’Ovra. Solamente occorre spiegarsi: questa congiunzione con lo «straniero», si fa ad uno scopo ben determinato, quello di fare servire i cadaveri degli assassinati alle necessità della lotta contro il movimento operaio. Ed è quello che avviene. L’antifascismo monta lo scandalo e la pillola dello «Statuto moderno del lavoro», è amministrata agli operai.
Frattanto si tiene in riserva un altro stupefacente. Reiss, assassinato in Isvizzera, è caduto in seguito ad un’azione che è stata organizzata in Francia. Uno dei responsabili che è arrestato dalla polizia francese in seguito a domanda di estradizione richiesta dal governo svizzero è rilasciato contro pagamento di una garanzia di 50.000 franchi. Non sappiamo se quest’altro scandalo sarà sollevato. In ogni modo Chautemps lo tiene in riserva e si conterrà – nella risposta all’interpellanza Dommange – secondo le necessità: se i centristi alzano la voce, i servi saranno richiamati al dovere.
Nello stesso tempo degli avvenimenti che, in altri tempi, avrebbero determinato delle gravissime complicazioni internazionali, si svolgono senza la menoma difficoltà diplomatica: i fratelli Rosselli e Reiss sono assassinati ed i loro cadaveri sono magnificamente messi a profitto.
L’esperienza Matteotti è un insegnamento decisivo. I proletari non si associano a nessuna campagna scandalistica: né quella della destra contro la liberazione degli assassini di Reiss, né quella dell’antifascismo contro la Cagoule. Ovra e Gepeou lavorano – con la complicità diretta del governo francese diretto da un ministro socialista – per dirigere contro la classe operaia ogni manifestazione contraddittoria dell’ambiente sociale arroventato nel quale viviamo. I fratelli Rosselli, la Cagoule servono a far passare lo Statuto moderno del lavoro, Reiss serve per tenere a bada il centrismo. I proletari lottano contro il solo e vero scandalo esistente: il regime capitalista ed il suo sfruttamento. Per lottare contro questo scandalo non vi è che la lotta di classe: lo sciopero generale contro cui si dispongono spontaneamente destra e sinistra. Alla testa della lotta contro i movimenti di classe in Francia, si trovano giustamente i centristi i quali, quando l’agitazione scoppia malgrado tutto, se ne appropriano la direzione ed il merito per meglio poterla liquidare. E tutta la campagna “anti-centrista” non ha che un solo scopo: impedire che gli operai riconoscano la funzione che hanno i partiti comunisti attuali e che è quella di forza di primissimo ordine per la mobilitazione per la guerra imperialista in Ispagna e Cina, per l’appoggio all’armamento della Francia giacché, per combattere contro il fascismo, non vi è ormai che una sola soluzione: zaino in spalla per massacrare quanti più proletari è possibile dei «paesi fascisti».
I proletari che non possono confidare la sorte della loro classe a coloro che, come i fratelli Rosselli, difendono il capitalismo democratico, sono anche gli unici che possano opporsi al mercato che si fa dei loro cadaveri, gli unici che potranno castigare Cagoule, fascismo, polizia, giacché sono la forza che distruggerà lo stato capitalista e tutte le sue fetide emanazioni: fascismo, democrazia e centrismo.
Una lettera di un “Trotskysta”
Abbiamo ricevuto una lettera che pubblichiamo stralciandone i soli passaggi che potrebbero portare pregiudizio all’interessato.
« Il vostro nº 151 di Prometeo annuncia un articolo sul nº 46 di Bilan col titolo “Un grande rinnegato colla piuma di pavone: Leone Trotsky“. Spero potere leggere l’articolo e vorrei potervelo confutare. Noi, rimasti in Italia, anche se smarriti ed in gravi difficoltà per avere pubblicazioni siamo migliori: il veleno del settarismo non ci ha avvelenati come sembra sia il caso vostro. Da tempo, da anni, siamo arciconvinti del tradimento di Stalin e compagni nel confronto della classe operaia internazionale. Subito dopo aver letto “Die Wirkliche Lage in Russland” di Trotsky, il sottoscritto era persuaso che non c’era più nulla da fare con la Terza Internazionale e ne occorreva una Quarta.
Appunto per la creazione di questa, noi credevamo che non fosse difficile riunire tutte le forze sane del marxismo. Questo è un dovere rivoluzionario che dovrebbe andare oltre le rivalità personali e le misere ambizioni. Come potete voi trattare Trotsky da rinnegato con la coda di pavone? Potrò essere con voi denunciando come anti-proletaria ed anti-rivoluzionaria la politica del “Fronte Popolare”.
A noi necessita un Fronte Proletario e dobbiamo lavorarvi intensamente per conquistare le masse tradite dagli stalinisti ecc. Per tutto il resto, a me pare che il comp. Trotsky sia marxisticamente a posto poiché è il campione della rivoluzione proletaria nel mondo, in questo periodo di rinculo proletario.
Voi vi relegate nel mondo della luna e nel nullismo rivoluzionario se condannate l’intervento proletario all’inizio del conflitto spagnolo. Se, per una fortunatissima combinazione, una parte della borghesia spagnola era indotta ad armare il proletariato per combattere un’altra parte della stessa borghesia, forse che i lavoratori dovevano rifiutare quelle armi? Tanto meglio se le forze governative aiutavano in un primo momento le organizzazioni armate proletarie ad abbattere Franco. Passato il pericolo fascista, le stesse forze proletarie rosse dovevano assimilare le forze governative e dirigere proletariamente la guerra contro Franco instaurando i Soviet in tutto il paese sotto il loro controllo. Non si tratta di un sogno. Era possibile e non fu fatto solo perché mancava il partito proletario e quella IVa Internazionale la cui formazione viene da voi ostacolata con delle mene settarie che Lenin vi ha già rimproverate da oltre venti anni nella “Malattia Infantile”.
Voi opponete un “Bureau delle sinistre”. Ma che, cos’è questo se non una IVa Internazionale? Trotsky non è infallibile, Lenin non lo fu neppure, voi e noi non lo siamo neanche, ma nessuno di noi finora è rinnegato. Uniamoci per il bene della rivoluzione proletaria, discutiamo assieme, sottoponiamoci alle decisioni della maggioranza. Noi siamo fondamentalmente d’accordo nel riconoscere la degenerazione della Terza Internazionale. Al tradimento vigliacco dei capi odierni ed in modo particolare di coloro che dirigono le sezioni fuori del territorio russo. Noi siamo d’accordo sui primi quattro Congressi dell’Internazionale di Lenin, noi abbiamo il dovere di continuare l’opera di questo grande compagno, noi rappresentiamo il cervello dell’avanguardia proletaria, noi dobbiamo passare oltre alle questioni di dettaglio per le quali potremo meglio propagandare nell’unione democratica di un nuovo partito rivoluzionario, noi dobbiamo agire nell’interesse primo della rivoluzione e, come primo passo nella creazione del partito del proletariato.
Vi considero proletari al 100 per cento. Rispondendomi nel giornale, parlerete a centinaia di compagni e non solo italiani.
Saluti rivoluzionari. »
* * *
Deplorevoli incidenti ci avevano messo nell’impossibilità di fare tenere a questo compagno, un sunto delle posizioni per le quali si batte la nostra frazione. Il ritardo eccezionale con cui è giunta questa lettera ci ha impedito di fare una risposta diretta all’interessato, a cui consigliamo – per evidenti misure di prudenza – di non più firmare le sue lettere. E veniamo alla nostra risposta, forzatamente limitata, date le esigenze di un articolo di giornale.
Per quanto il sentimento della necessità di unificazione delle forze sane del proletariato, sia altrettanto forte in noi che nel compagno che ci scrive, ci è impossibile di non lasciarci guidare da quello che l’esperienza presenta oramai come un “imperativo categorico”! L’unificazione delle energie proletarie o risulta da un’identità di posizioni sulle questioni fondamentali, oppure essa ritarda le condizioni reali dell’unificazione, perché distrugge quanto era stato precedentemente ottenuto e cioè: la cristallizzazione di alcune nozioni fondamentali che risultano dalla caduta e dal tradimento della Terza Internazionale. L’illusione di un passo in avanti è pagato a caro prezzo in seguito, giacché il giorno in cui il proletariato insorto domanderà al suo partito delle direttive precise ne riceverà, per contro, altrettante risposte contraddittorie, per quante tendenze esisteranno e che sono le figlie legittime della confusione iniziale. Posto in questi termini il problema, e non altrimenti esso potrebbe essere posto, enumeriamo (non ci è disgraziatamente possibile di dilungarci in spiegazioni) quali sono le più importanti divergenze che separano il trotskismo dalla nostra frazione:
- Per Trotsky la postulata inevitabilità di un urto fra lo “stalinismo” ed il proletariato russo, conduce altresì ad una dissociazione fra la Russia e la direzione del Partito russo. Ne consegue la direttiva dell’appoggio alla Russia da cui risulterebbe l’opposizione allo “stalinismo”. In caso di guerra blocco intorno alla Russia, ciò che determinerebbe la liquidazione dello stalinismo, giacché – in questa tormenta sociale – il proletariato si avvederebbe che Stalin lo conduce al disastro. Per noi i problemi si pongono su tutte altre basi. È impossibile dissociare la Russia dalla politica che essa segue, sia per l’oggi che per l’avvenire. La degenerazione dello stato russo conduce questo ad una posizione reazionaria non solamente in Russia ma in tutti i paesi. Ne risulta la direttiva di una lotta tendente alla distruzione attraverso l’insurrezione proletaria dello stato russo attuale che compie la sua involuzione verso il parlamentarismo, una direttiva dunque analoga a quella da applicare per gli stati fascisti e democratici.
- Per Trotsky, il dilemma fascismo-democrazia, contiene il proletariato e l’inevitabilità della rivoluzione proletaria, come il prolungamento della lotta della democrazia contro il fascismo. Per noi il dilemma democrazia-fascismo si svolge nel seno del regime capitalista e della sua salvaguardia. Quando le armi intervengono, egli è che l’ora è arrivata di massacrare non solamente l’avanguardia del proletariato, ma l’insieme della classe lavoratrice del macello della guerra imperialista.
- Per Trotsky la costruzione del nuovo partito è il risultato dell’agglomerazione di correnti (e soprattutto di personalità), intorno a certe posizioni politiche a proposito delle quali si sarà d’altronde della massima tolleranza. Per noi, per contro, la costruzione del nuovo partito è il prodotto della selezione che fanno gli avvenimenti i quali, mentre rigettano definitivamente nel campo della contro-rivoluzione tutte le tendenze germinanti nei partiti socialisti, comunisti ed anarchici, determinano la formazione dei quadri della rivoluzione di domani sulla base esclusiva del programma di fondazione della Terza Internazionale arricchito degli insegnamenti risultanti dalla degenerazione dello stato russo e dei partiti comunisti, sulla base cioè della costruzione delle frazioni di sinistra.
In una parola, dunque, il disaccordo è totale su tutti i problemi centrali teorici e politici della situazione attuale e di quella di domani. È forse possibile risolvere queste divergenze attraverso una discussione politica? Noi che siamo convinti della grande utilità di una polemica tra il trotskysmo e la nostra frazione, siamo però costretti di constatare che, dopo gli avvenimenti spagnoli e cinesi, non può trattarsi che di una polemica, alcuna prospettiva non potendo più esistere per una discussione nei quadri di una confluenza delle due organizzazioni.
Le cose sono state sempre così? La risposta è negativa e la responsabilità del passato è piena e completa di Trotsky. Quando questi fu espulso dalla Russia, la nostra frazione mise immediatamente in evidenza la necessità di una discussione per chiarire le divergenze esistenti, ma a quel momento Trotsky si affannava a gettare molti fiori intorno a noi. Non ci conosceva e sperava che l’odore di questi fiori ci avrebbe permesso di non sentire il fetore che emanava da certi ambienti che lo attorniavano e dai quali sono spuntati gli avventurieri del tipo di Molinier. Successivamente, quando fu costituito il Segretariato internazionale delle Opposizioni, Trotsky che discuteva con tutti persistette nel silenzio nei nostri confronti, e si aggrappò – nella speranza di fare breccia nel movimento italiano – a tre bonzi riempiti fino alla testa delle responsabilità criminali del centrismo, e – seguendo in questo le orme di Stalin – cercò di inficcare delle frecce velenose nella nostra frazione. Ma anche questo non riuscì ed un bel giorno Trotsky che non aveva mai discusso con noi, scrisse un documento dove si diceva che, per permettere questa discussione, occorreva prima di tutto espellere la nostra frazione dall’Opposizione. L’espulsione fu immediatamente votata dai “trotskysti”, ma la discussione – ne sono passati degli anni dopo! – non è ancora avvenuta.
Abbiamo voluto ricordare le fasi più importanti dei metodi “stalinisti” impiegati da Trotsky, unicamente perché, a nostro avviso, è perfettamente vero che perseguire una politica contro-rivoluzionaria è possibile farlo unicamente con metodi indegni del movimento proletario.
Ed oggi? Oggi Trotsky proclama che “bisogna fare tutto il proprio dovere nella guerra contro il Giappone”. Perché? Perché le sue posizioni teoriche e politiche hanno portato all’inevitabile disciplina militare, agli ordini dell’assassino del proletariato cinese Chang Kai-shek. La Russia è minacciata dall’espansione giapponese, quindi a braccetto del Kuomingtan.
D’altro canto il Giappone è il fascismo, quindi viva la guerra antifascista! E Trotsky, da buon ministro “in partibus” dell’Unione Sacra, afferma categoricamente che noi che sosteniamo la necessità della trasformazione in guerra civile della guerra imperialista in Cina, Giappone e Spagna, siamo “i peggiori nemici dell’interno”. Se la Ghepeu fosse al suo servizio, e che noi fossimo alla sua portata, un colpo di rivoltella della polizia risolverebbe indubbiamente le divergenze politiche.
Abbiamo, volutamente, trascurato le divergenze che ci oppongono al compagno che ci ha scritto, ed abbiamo voluto limitarci a mettere egli ed i proletari che sono a suo contatto, nella possibilità di conoscere le nostre posizioni nei confronti del trotskysmo che è oramai sullo stesso piano dei traditori del 1914.