Dalla «Piattaforma politica del Partito»
La questione dei confini territoriali dello Stato italiano, quali saranno stabiliti dopo la pace ad arbitrio dei vincitori, ed il manifestarsi di un neo-irredentismo dinanzi alla minacciata sottrazione di province al confine orientale, non possono creare rivendicazioni che meritino l’appoggio del proletariato e del suo partito. Nella fase in cui la borghesia dominante tenterà per la prima volta sistemazioni internazionaliste a puri fini di conservazione, la classe proletaria rifiuterà con maggiore vigore ancora del 1914-15 di considerare le sistemazioni territoriali sulla base del principio di nazionalità, etnografico, linguistico, come tappe da raggiungere prima di porre la rivendicazione massima dell’internazionalismo in Europa e fuori.
Come il movimento comunista europeo deve sconfessare l’irredentismo italiano, così d’altra parte deve combattere contro quello jugoslavo, che è allo stesso titolo una soprastruttura di propaganda del brigantaggio imperialistico. La dinastia ed il regime borghese italiano sono ben degni di essere passati già, allo stato dei fatti, tra i rifiuti della storia; non meno degni ne sono la dinastia ed il regime del regno S.H.S. Se in Italia monarchia e Stato fecero leva su una delle regioni socialmente più progredite del paese, giungendo a completo fallimento della assunta missione unitaria, in Jugoslavia il regime riposa addirittura sulla parte meno progredita e più incivile, la Serbia. Se i Savoia crebbero attraverso l’inganno e la truffa politica, i Karageorgevich si affermarono attraverso l’assassinio politico. L’uno e l’altro militarismo statale arieggiano balordaggini democratiche, nelle edizioni contemporanee; l’uno e l’altro sono stati fra i più feroci ed oppressori nella fase succeduta alla Prima Guerra Mondiale, mentre la eventuale repubblica di Tito non vale meglio o peggio della possibile repubblica borghese conservatrice italiana.
I proletari rivoluzionari italiani collaboreranno su questo problema non con la loro borghesia, ma con i compagni serbi croati e sloveni per l’abbattimento di tutti i nazionalismi e per l’Europa socialista.
Schio
I tre partigiani che il tribunale di Schio ha condannato a morte con un rigore di cui non danno esempio i giudici dei massacratori di un numero ben maggiore di proletari hanno pagato col loro sangue l’illusione di poter rivendicare una propria indipendenza d’azione di fronte alle forze e agli istituti dell’ordine capitalistico nazionale ed internazionale, dopo di aver servito inconsciamente quest’ordine nell’atroce crogiuolo della guerra. E’ un terribile monito quello che, con questo verdetto, la borghesia ha voluto lanciare ai proletari ansiosi di giustizia. Sappiano questi raccoglierlo, e cedrcare la via della loro emancipazione fuori dei quadri politici borghesi e del vicolo cieco della violenza individuale, sulla via della lotta di classe e della preparazione rivoluzionaria alla suprema conquista del potere.
Lo spettro dei licenziamenti
La classe operaia italiana vive oggi sotto l’incubo di quel che avverrà dopo il 30 settembre all’atto dello sblocco dei licenziamenti. Saranno alcuni milioni di operai gettati, gradualmente o contemporaneamente sul lastrico, senza contare l’altro vasto contingente di disoccupati costituito dai reduci che già non trova modo d’impiegarsi in attività produttive. Questa data è attesa con una specie di stupore, con l’amara coscienza dell’impossibilità di allontanarne la terribile minaccia. Si capisce che, rimasta l’economia italiana un’economia capitalistica, non si può pretendere dall’industriale che consumi il profitto mantenendo in ruolo degli operai che non lavorano: si capisce che le materie prime mancano, che il Paese non è padrone di se stesso, che dipende nei suoi tentativi di riassetto dal beneplacito dei vincitori: si capisce che lo Stato, già ora pieno di debiti, non può affrontare l’onere di lavori pubblici in grandissimo stile senza correre incontro al fallimento. E si china il capo.
Ma si capisce anche che questa situazione dimostra l’impossibilità di uscire con metodi normali, coi metodi della «democrazia progressiva», dalla crisi organica della società borghese. L’impossibilità delle industrie di lavorare senza procurare un normale profitto al capitalista dimostra l’assurdo di una produzione basala sull’appropriazione degli strumenti di lavoro da parte di una classe: la critica ai governi occupanti sposta il problema dalla borghesia italiana alla borghesia internazionale e, lungi dal risolverlo, l’aggrava: l’agitazione politica basata sulle campagne elettorali e sul miraggio della Costituente dà un ancor più tragico risalto alla situazione di fatto, situazione che nessuna riforma costituzionale e nessun voto può risolvere perché radicata nel funzionamento della società capitalistica.
Di fronte a questa situazione veramente tragica, i partiti del compromesso non sanno far altro che subire passivamente la realtà di fatto. Invece d’impostare la loro lotta sulla spiccata critica del sistema capitalistico nelle sue basi nazionali e internazionali, essi propugnano una politica d’incoraggiamento dell’iniziativa privata nel settore italiano e di cooperazione con le grandi potenze borghesi vincitrici sul terreno mondiale. E, posti su questa china, devono patrocinare l’ordine, la disciplina, il rispetto delle istituzioni borghesi, la collaborazione nazionale, il ripristino normale della produzione capitalistica e, per essere conseguenti, dovrebbero anche liquidare ogni velleità di incidere attraverso un nuovo e più equo sistema tributario sul capitale. Liquidano cioè, in nome della democrazia, ogni pregiudiziale di classe.
Il nostro punto di vista non può essere che radicalmente opposto. La crisi borghese non può essere risolta che da una lotta a fondo contro il sistema di produzione capitalistico. La «tregua» sociale di cui si fanno promotori i partiti «di sinistra» potrà permettere, a lungo andare, una ripresa capitalistica, ma mentre non risolve il problema urgente di dar pane e lavoro ad un esercito di disoccupati, non elimina il fattore fondamentale della crisi in atto. Dar tregua al capitalismo in questa fase di collasso di tutte le energie e di tutte le risorse produttive significa ribadire le catene della servitù proletaria.
Gli operai non cessino dunque dalla lotta contro licenziamenti, per un salario adeguato al costo della vita, per una distribuzione razionale dei mezzi di sussistenza, per il lavoro per tutti: è nel loro diritto, questa lotta. Ma non dimentichino che nessuna «riforma», nessun temporaneo alleviamento delle loro condizioni di vita risolverà mai il problema generale di un nuovo regime di produzione basato non più sullo sfruttamento dell’uomo e sulla realizzazione del profitto, ma sulla solidarietà sociale e sul soddisfacimento dei bisogni di tutti.
Non dimentichino che la soluzione del problema italiano è legata in modo inscindibile alla soluzione dei problemi internazionali della loro classe: che la situazione nostrana sarà pregiudicata, dal punto di vista delle prospettive di riscossa rivoluzionaria del proletariato, finché la classe operaia di tutti paesi, soprattutto dei grandi paesi vincitori, non ingaggerà la stessa battaglia senza quartiere contro la sua borghesia e in appoggio ai proletari di tutti gli altri paesi.
Le lotte sociali che questa nuova fase di profonda crisi economica sta per scatenare avranno un senso solo se romperanno il cerchio ristretto delle lotte e delle rivendicazioni contingenti, e porranno sul tappeto, come problema di vita non solo per l’Italia ma per tutto il mondo, il problema massimo, la rivendicazione finale del proletariato; la conquista rivoluzionaria del potere per la realizzazione di una società socialista. Ogni altra soluzione politica, che sposti quelle lotte sul terreno del parlamentarismo borghese o su quello di presunte e ipotetiche rivendicazioni nazionali, è illusoria dal punto di vista delle realizzazioni concrete e disfattista dal punto di vista della preparazione ideologica e pratica della classe operaia alla rivoluzione comunista.
Per la libertà sindacale
Era nelle nostre previsioni, l’abbiamo più volte segnalato, che, nella fase di dominio borghese iniziatasi col crollo del fascismo, gli organismi sarebbero stati vincolati (come già sotto il fascismo, per quanto in forma diversa) allo Stato ed agli organi politici della nuova dittatura capitalistica. Ogni giorno che passa dimostra la verità della nostra critica. I sindacati sono prigionieri dello Stato, da una parte, e del trinomio dei partiti di dall’altra, che, accaparratisi posti di direzione, manipolano loro gradimento le elezioni ed impongono le direttive politiche dell’oligarchia dominante; nelle fabbriche, le Commissioni interne sono esautorate dai C.L.N. aziendali (organi di collaborazione interclassista) alla cui approvazione devono sottoporre ogni loro deliberato; dappertutto regna il metodo delle pastette elettorali, mentre le Camere del Lavoro sono vincolate nel loro funzionamento dalla sudditanza per tramite dei rispettivi partiti di governo.
Di fronte a questa situazione noi rivendichiamo una volta di più la piena e totale indipendenza dei sindacati e di tutti gli organismi di massa dallo stato capitalistico e dalla coalizione politica democratica, denunciamo il tentativo (purtroppo in gran parte riuscito) di svuotare questi organismi del loro contenuto di classe, riaffermiamo il principio dell’unitarietà della democrazia interna di tutti gli organi di difesa classista dei lavoratori, riaffermiamo che la vita sindacale potrà liberarsi dall’attuale soggezione allo stato e ai partiti borghesi solo con l’appoggio diretto e con la franca continua collaborazione del partito di classe del proletariato.
Dove sono andate a finire le correnti libertarie, sindacaliste di opposizione socialista, che già si erano fatte assertrici dei consigli di fabbrica? Non sarebbe ora di gettare le basi di un’intesa tra le sinistre sindacali per la lotta contro la dittatura dei tre partiti che hanno aggiogato i sindacati agli interessi dello stato capitalista?