La lettera che riportiamo in facsimile è un ennesimo documento dei «metodi» usati dal centrismo contro chi continua la via additata da Marx e da Lenin. Tanta è la miseria del suo contenuto che non varrebbe la pana di pubblicarla, se essa non costituisse una nuova, significativa prova della diretta responsabilità del PCI nell’assassinio di Mario Acquaviva.
La lettera si riferisce alla nostra circolare del 21 u.s. che fu, com’è noto, indirizzata a tutti i partiti a base proletaria e a tutte le sezioni della Camera del Lavoro (e successivamente pubblicata su Battaglia comunista del 28 luglio 1945) per la costituzione un giurì proletario, il solo idoneo ad esaminare il nostro atto d’accusa e i documenti inerenti al delitto Acquaviva.
Era logico che circolare non venisse inviata al P.C.I. parte in causa. Come mai la Federazione di Bari di questo degno partito ci invia la lettera sovrariprodotta, come se si trattasse di una risposta?
Evidentemente i signori centristi di Bari si sentono «padroni» alla Camera del Lavoro e si arrogano il diritto di risponderci direttamente, con un frasario degno dei più stupidi gerarchetti di provincia del periodo mussoliniano.
Non più sottili calunnie che volano nell’aria, le accuse generiche contro il nostro partito, la subdola provocazione, le minacce ai singoli compagni e il silenzio «ufficiale» intorno al Partito Comunista Internazionalista. Il centrismo non esita ad assumere atteggiamenti dittatoriali e ci dona, grazie all’incoscienza di uno dei suoi piccoli funzionari, la «dichiarazione scritta» con la quale si riconosce implicitamente responsabile politico dell’assassinio politico di Mario Acquaviva: Siete dei traditori e come tali bisogna trattarvi.
Si calmino dunque i «compagni» della Federazione di Casale del PCI: se essi strisciano gesuiticamente per scaricarsi ogni responsabilità di «mandanti» nell’assassinio di Acquaviva, i loro confratelli di Bari hanno la faccia e il coraggio di assumersela.
Eccellenza Togliatti, attenzione a certi vostri servitori zelanti e…troppo imprudenti!
Lo spettro scissionistico e la presunta disunione delle forze operaie è sempre stato, in tutti i momenti di altissima tensione sociale, il cavallo di battaglia del quale si sono serviti tutti gli opportunisti nella loro lotta contro quei nuclei internazionalisti che, nel corso di situazioni maturanti una serie di esperienze negative per il proletariato, si rivelarono essere i soli fedeli interpreti e reali continuatori della dottrina marxista e della lotta di classe. E’ quindi naturale che anche oggi, nel momento in cui il capitalismo è profondamente scosso nelle sue basi strutturali ce che al proletariato si presentano le reali possibilità di una ripresa rivoluzionaria , le sirene vecchie e nuove dell’opportunismo socialpatriottardo gridino allo scandalo contro i fomentatori (che saremmo noi!) di una nuova scissione nel campo proletario. Di fronte a una nuova campagna palese ed occulta, intesa ad accreditare fra le masse una tale scempiaggine, è più che mai necessario rimettere sulle sue basi reali i termini del problema.
Nella storia degli ultimi 25 anni è facilissimo trovare situazioni in cui il proletariato quasi totalmente si trovò unito nelle sue organizzazioni sindacali e dietro quei partiti che in altri tempi pretendevano di rappresentarlo e, ciononostante, questo proletariato – malgrado la sua indiscussa unità – non è mai riuscito a far decisivi passi in avanti, verso la conquista del potere. L’esempio più tipico lo possiamo trovare precisamente nell’altro dopoguerra, e cioè negli anni 1919-1920, in Italia.
Un’analisi sia pur affrettata di quel periodo dimostrerà luminosamente che non la mancanza di unità determinò la sconfitta del proletariato italiano in quegli anni, ma la mancanza di quello strumento indispensabile che è venuto meno in tante altre consimili situazioni: cioè, il partito politico di classe.
Così, nel 1923 in Germania, nel 1927 in Austria e in Cina e di nuovo nel 1933 in Germania e per ultimo nel 1936 in Belgio, Francia e Spagna, quello che è avvenuto ha mostrato a sufficienza che l’unità costruita su basi ibride, lontana da ogni concezione di classe e per sopramercato in collaborazione stretta con le forze della classe nemica, non sarà buona ad altro che a far subire al proletariato le più cocenti disfatte.
Così il proletariato italiano era solidamente unito nei suoi sindacati; raggruppato a centinaia di migliaia attorno al solo partito proletario allora esistente (PSI) , con 136 deputati socialisti alla Camera, migliaia di comuni amministrati da socialisti, ecc. e ciononostante, dopo due anni di asprissime ed eroiche battaglie subiva, nel settembre 1920, la più tremenda sconfitta che la storia delle lotte di classe in Italia ricordi. E questo, sia ben chiaro, ha potuto verificarsi unicamente perché al proletariato mancava la guida, lo strumento essenziale per ogni battaglia rivoluzionaria: il partito di classe.
La scissione avvenuta a Livorno nel 1921 è la conseguenza logica di quella sconfitta; essa dava al proletariato italiano, sia pure in ritardo, quello che fino allora gli era mancato: il suo partito, una guida capace di proteggere la sua ritirata dovuta al fallimento dell’attacco di fronte all’inizio massiccio della reazione capitalista, onde metterlo in condizioni di poter riprendere l’offensiva nelle situazioni favorevoli che non hanno mancato di presentarsi.
L’avvento del fascismo non va assolutamente attribuito a quella scissione, ma all’urto delle classi in quel periodo precedente che si concluse con la vittoria del capitalismo, il quale, col fascismo arrivò a darsi una struttura politica suscettibile di prevenire ogni ulteriore attacco da parte del proletariato.
Il corso nuovo delle situazioni vedrà il consolidamento delle posizioni del capitalismo, indicando nel contempo che l’iniziativa massiccia del proletariato avrebbe potuto aversi solo allorquando, ricaduto, il capitalismo italiano e mondiale, in una nuova e più grande crisi, si sarebbero create condizioni più aspre e più crude per una ripresa di quella lotta che la sconfitta dell’occupazione delle fabbriche del settembre 1920 aveva solo rimandata.
Si tratta, dunque, di esaminare se l’esperienza delle lotte passate serviranno di ammaestramento per quelle che inesorabilmente si profilano all’orizzonte.
Indubbiamente la posizione del proletariato e del suo partito politico si presenta in questo dopoguerra alquanto più difficile perché diverse sono, sotto alcuni aspetti, le condizioni generali attuali nei confronti di quelli di 27 anni or sono.
Il conflitto 1914-1918 generò nel suo corso una seria e operante posizione al medesimo in diversi paesi la quale si concretizza con la vittoria rivoluzionaria del proletariato russo nell’ottobre 1917.
L’ondata rivoluzionaria scatenatasi in tutti i paesi vinti e vincitori, immediatamente dopo il conflitto, dimostrò in modo inequivocabile che le grandi masse guidate dal loro sicuro istinto di classe si orientavano decisamente a dar vita alla più solida e fattiva unità delle loro forze che la storia moderna ricordi. Ma questa unità portava un marchio inconfondibile: essa si realizzava sul piano della lotta senza quartiere contro le forze ormai palesi, responsabili della guerra, per la realizzazione di un «ottobre» mondiale; e se qui da noi in Italia il poderoso sforzo delle masse s’infranse sulla soglia del potere, le responsabilità non vanne ricercate in cielo, ma in quel forze politiche che, sotto mentite spoglie, ma con immutati propositi conservatori e reazionari, operano nel campo proletario in questa nuova crisi generale del mondo capitalista.
Abbiamo detto che alquanto diversa si presenta oggi la situazione e non perché recentemente finita abbia avuto carattere diverso da quella del 1914-1918. Questa, come l’altra, ha avuto le medesime origini e i medesimi propositi, resasi necessaria dalle insanabili contraddizioni sociali proprie del regime capitalista doveva procedere alla più vasta distruzione di beni accumulati e alla più feroce opera di sterminio delle forze proletarie. La presenza di quello che cessò di essere il primo stato proletario nel mondo, in uno dei blocchi di lotta ha non solo potuto facilitare il compito dei partiti a tradizione operaia, consistente nel mobilitare e convogliare le schiere proletarie nell’adesione alla guerra democratica contro quella fascista, ma ha preparato la premessa per la loro irreggimentazione nell’unione nazionale oggi imperante ai fini della ricostruzione e del consolidamento dello sfruttamento capitalista. E’ precisamente contro questa sacra unione nazionale che noi insorgiamo e insorgiamo con la stessa energia e con i medesimi propositi marxisti internazionalisti che ci animarono nel corso del conflitto.
La situazione attuale mostra, lo stato dei fatti, uno schieramento di forze nettamente sfavorevole al partito di classe del proletariato sorto sviluppatosi dal travaglio ideologico interno di quel partito che fu il partito comunista d’Italia; ma mostrando, con estrema chiarezza, che, in sede politica di nessuna scissione vi è oggi bisogno (essendosi questa verificata da molto tempo), di [parola illeggibile] altra scissione oggi si deve parlare.
Il proletariato ha bisogno indubbiamente di unità e nessun partito è (benché ci si accusi di scissionismo) più unitario di noi; ma l’unità oggi esistente sostenuta dagli altri partiti non è l’unità della quale gli operai hanno bisogno, perché i principi che, la presiedono sono quelli della classe nemica, quelli del capitalismo.
Se di scissione, dunque, si deve oggi parlare è di quella che deve operare il proletariato dal capitalismo, delle forze della rivoluzione da quelle della controrivoluzione.
Quest’unità non può avere che una sola espressione: i Consigli di fabbrica, con funzioni nettamente anticollaborazioniste, considerati come esponenti degli interessi degli operai nettamente antagonisti a quelli del capitalista, come organi di raggruppamento e di battaglia di tutte le forze del lavoro e come organi di collegamento delle masse operaie con il solo partito che, in questa fase storica di mostruosi tradimenti e di preoccupanti smarrimenti, ha saputo resistere e lottare disperatamente contro corrente, mantenendo fede ai principi fondamentali del marxismo rivoluzionario.
Solo se strati sempre più vasti di proletari, sotto la spinta chiarificatrice dei grandiosi avvenimenti che si preannunciano, daranno vita con operosità all’unità della quale vogliamo, la storia si incamminerà per nuove vie. Ogni altra soluzione della presente crisi, ogni altro tipo di «unità», non sarà che una volgare mistificazione.