Międzynarodowa Partia Komunistyczna

Battaglia Comunista 1946/II/23

Qui si cucina la pace

Sul tavolo anatomico di Parigi non c’è solo il cadavere dei vinti; c’è quello della pace e c’è quello della democrazia. Le 17 potenze minori sono state convocate per assistere a tre funerali.

Funerale della democrazia, giacché le potenze minori hanno un bel gonfiarsi, pretendere di avere voce in capitolo, ergersi a paladini della carta atlantica e delle quattro libertà di rooseveltiana memoria: la storia ha già deciso del loro destino. Se ha dato loro appuntamento a Parigi, è stato solo perché prendessero atto di una realtà più forte di qualunque programma. Il loro compito non è di costruire la pace: pedine dei Tre Grandi, sono chiamati a far da cornice ai loro agitati colloqui. Non legiferano: «raccomandano» ai Grandi soluzioni delle quali essi faranno quel diavolo di conto che credono. E, valendosi del veto o dell’arma a effetto sicuro della maggioranza di due terzi, il terzetto dei dominatori, o uno solo di essi, potrà impedire che perfino la semplice raccomandazione giunga in porto. Non tira aria buona al Lussemburgo, per i parenti poveri: e la democrazia universale è, nella fase monopolistica ed accentratrice del capitalismo, il più straccione dei parenti.

Funerale della pace, giacché è in atto uno schieramento di forze che fa pensare alle grandi manovre di due nazioni sul punto di entrare in guerra fra loro. Fare il calcolo dei voti su cui l’Inghilterra, l’America, la Russia potranno contare nelle prossime sessioni della Conferenza della Pace, è come fare il calcolo dei popoli che i Tre potranno mobilitare, sotto le più sgargianti bandiere ideologiche, per un altro bagno di sangue. Non per nulla le «questioni di procedura» hanno avuto il potere di infiammare gli animi pur così gelidi dei diplomatici: la procedura è tutto, quando si tratta di dar la sensazione del voto a un rapporto di forza e raccogliere intorno alla difesa di interessi imperialistici un numero adeguato di umilissimi servi. I diciassette rappresentanti delle nazioni minori sono stati convocati al Lussemburgo perché ognuno avesse il piacere (già più volte goduto dai ministri degli esteri dei 4) di guardare bene in faccia il suo avversario.

Tragico destino dei popoli che hanno fatto la guerra per conto di tre strapotenti padroni, e che si sono illusi di valere quanto loro nella pace!

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Funerali dei vinti, corollario naturale degli altri due. Un anno è passato dalla liberazione, e in questo anno i vincitori hanno creato nei paesi occupati uno stato di fatto che nulla, né la demagogia dei discorsi di stile societario di qualche delegato né quella ancor più miseranda dei governi interessati, potrà modificare. Ci si meraviglia che l’Italia sia ridotta a semicolonia anglosassone e i Balcani a semicolonia russa, come se questa condizione non fosse sancita da più di un anno di occupazione e come se non si trattasse ormai di contabilizzare, semplicemente, una rapina già avvenuta. Clausole finanziarie, clausole territoriali – tutti svolazzi tecnici dietro i quali c’è una realtà sola, il pieno, completo asservimento delle economie sconfitte dalla guerra all’economia di chi ha vinto. O che credevate che la Russia rinunciasse ai suoi 100 milioni di dollari di riparazioni, che Inghilterra e America fossero tanto generose da accollarsi l’onere di ritirare i 5 miliardi di dollari emessi in am-lire, e che Jugoslavia e Grecia, Albania ed Etiopia (cioè, in altro modo, le stesse potenze di cui sopra), volessero tirarsi da parte di fronte a un così lauto banchetto? E vano era richiamarsi ai sacrifici compiuti, al sangue versato, alla fedeltà dimostrata: tutte cose che non contano, sulla bilancia dei rapporti imperialistici, e non conta neppure – suprema ironia, per chi ha tanto mercanteggiato con quest’articolo –  la famosa «lotta antitedesca», se è vero che il trattato di pace prevede l’obbligo per l’Italia di rinunciare anche ai debiti verso la Germania e i cittadini tedeschi in sospeso all’8 maggio 1945, e a far valere il lavoro prestato dai nostri prigionieri e non pagato alla stregua dei prigionieri. Proprio così: l’Italia partigiana, l’Italia della repubblica e della democrazia progressiva, si vedrà liquidare tutte le attività che possedeva all’estero per pagare le riparazioni, annullare i crediti prebellici di origine commerciale e privata che poteva ancora vantare, ed estorcere anno per anno il frutto del lavoro dei suoi operai, dei suoi contadini, dei suoi ceti minori. Ed hanno un bel scalpitare i ministri della coalizione governativa e i capoccia di tutti i partiti rappresentati nella Costituente: i loro lamenti, le loro solenni affermazioni di intransigenza, le loro sparate irredentistiche, valgono quanto le lacrime di coccodrillo dei 17 delegati delle potenze minori a Parigi, quanto le proteste dei piccoli industriali e commercianti che l’evoluzione del capitalismo condanna a lasciarsi inghiottire dalle mastodontiche fauci di trust e cartelli.

E sono altrettanto insinceri. Giacché, al postutto, questa semicolonizzazione, questa spietata dipendenza dal capitale straniero, è, per la classi dominanti dei paesi vinti e dei paesi minori usciti sfiancati dalla guerra, l’unico modo di salvarsi dalla catastrofe. Non sono loro che pagheranno le riparazioni, i danni di guerra, le angherie di chi ha vinto: chi paga sarà Pantalone. Ed esse pomperanno ossigeno ai nuovi dominatori, vivranno entrando nell’orbita economica di questi ultimi, e avranno soltanto da perdere quella povera cosa che è l’orgoglio nazionale, qualcosa come la verginità per una donnina allegra. Non per nulla i partiti di governo o aspiranti al governo piangono, prima di tutto, su ciò che fa tirare un sospiro di sollievo ai proletari: la limitazione delle forze armate, la mutilazione della flotta. E’ il blasone che conta per loro, il pane l’hanno assicurato.

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Sono i trattati minori quelli che vanno in discussione: le questioni giapponese e tedesca sono rimandate sine die. Lo sono per due ragioni inverse: perché in Giappone gli Stati Uniti hanno potuto quasi da soli, cucinare come volevano la loro pace, trasformare il paese in una dependance diplomatica di Washington e finanziaria di Wall Street, e accaparrarsi senza concorrenti un gigantesco mercato (dal sett. 1945 alla fine di maggio 1946, gli S.U. hanno importato in Giappone per 26 milioni di dollari su un totale di 17,8 milioni) perché in Germania il cozzo degli imperialismi è diretto e immediato, e una soluzione non può avvenire che sul terreno dei rapporti di forza. Ed è lì che si va costruendo la nuova polveriera mondiale.

A Parigi si cucina la pace, la pace delle quattro libertà, la pace della libertà dalla paura e della libertà dal bisogno (quella di parola e di religione è un lusso che il capitalismo può oggi tranquillamente permettersi). Ebbene, mai lo spettro della paura è tanto pesato sul mondo e, quanto alla libertà del bisogno, nella sola Berlino si contano 240.000 disoccupati totali, 400 mila disoccupati parziali, e altri 160 mila attendono di morir di fame se i rifornimenti di carbone e di materie prime non raggiungeranno, come non raggiungeranno, il livello previsto.

E’ questa la pace del capitalismo.

Le direttive sindacali del Partito nella presente fase delle lotte di classe

Prospettive sindacali. L’esame delle più recenti agitazioni sindacali ha condotto il C. C. Sindacale del Partito a porre in rilievo la natura dei rapporti venutisi a creare tra le masse operaie interessate alle lotte rivendicative e gli organi sindacali che di tali lotte avrebbero dovuto essere, e non furono la guida tempestiva, costante o risolutiva nella difesa degli interessi operai, e a precisare la propria linea di condotta di fronte ai problemi di organizzazione e di tattica quali scaturiscono da quest’ultima esperienza sindacale e dalle nuove esigenze imposte alla lotta del proletariato.

Se da un lato le condizioni economiche degli operai tendono a peggiorare per la ragione evidente che l’onere della ricostruzione grava esclusivamente sul salario, tendenza chiaramente visibile su scala internazionale, dall’altro tutto ciò è possibile nella misura in cui il capitalismo sarà riuscito a piegare a questo fine gli organismi sindacali del proletariato. Oggi il sindacato, in quanto riesce a subordinare le rivendicazioni operaie alle superiori esigenze della ripresa economica del capitalismo e della sua ricostruzione, appare non più come l’organo, specifico della politica riformista atta a conciliare gli interessi divergenti delle due classi in lotta, ma organicamente saldato al complesso dello Stato capitalista, indispensabile perciò allo sviluppo e al consolidamento della sua economia monopolistica.

Gli operai presi nella morsa di questa contraddizione, sono inevitabilmente spinti a liberarsene con agitazioni improvvise, violente, disorganiche, la cui libera, spontanea iniziativa proveniente dal basso è istintivamente indirizzata e contro il padronato e contro la direzione sindacale dell’opportunismo socialcentrista apertamente legato alla sua politica. In una parola, come i partiti di massa interessati alla politica della ricostruzione saranno trascinati sempre più nel gorgo del compromesso, così le masse, le stesse masse socialiste e comuniste, mostreranno sempre più apertamente la lore insofferenza e la loro ribellione alla politica dei loro partiti: le agitazioni operaie tenderanno perciò a prodursi da ora in avanti sempre più spontaneamente, all’infuori del sindacato e contro la sua stessa direzione.

Compiti organizzativi: gruppi di fabbrica L’intervento del nostro partito e l’importanza di questo intervento nelle passate agitazioni sarebbero stati di assai maggior rilievo ed efficacia se il C. C. Sind. avesse potuto disporre una rete di gruppi di fabbrica più fitta ed efficiente. Infatti dove questi gruppi han funzionato, le agitazioni hanno visto alla loro testa i nostri compagni ed hanno subito la nostra influenza politica.

Su questa linea i compagni devono far di più e subito, in ogni posto di lavoro e su scala nazionale. I nostri gruppi di fabbrica devono tornare all’entusiasmo organizzativo ed al mordente politico del periodo clandestino.

Conferenze dei gruppi di fabbrica. Sarà cura del C. C. Sind. del Partito di organizzare periodiche conferenze dei gruppi di fabbrica allo scopo di dare a questa organizzazione e alla lotta sindacale un indirizzo unitario più rispondente agli interessi generali e politici della classe.

Frazioni sindacali internazionaliste. Sotto la direzione e la responsa-

Frazioni sindacali internazionaliste. Sotto la direzione e la responsabilità del C. C. Sind. del partito i gruppi di fabbrica daranno vita alie frazioni sindacali. Organizzativamente, i gruppi di fabbrica saranno il centro di irradiazione e di inquadramento degli operai che dalla fabbrica si ramificherà in tutta l’organizzazione nazionale del sindacato.

Mentre il gruppo di fabbrica è formato dai soli iscritti al partito, la frazione sindacale internazionalista abbraccerà invece gli operai, iscritti o no all’organizzazione di categoria, che accettano la politica sindacale del partito.

La frazione sindacale internazionalista avrà il suo comitato direttivo di categoria dipendente dal C. C. Sind del Partito.

Politica Sindacale. Era inevitabile che le agitazioni iniziate per la maggior parte per impulso dal basso dovessero non solo allentare la disciplina sindacale, ma creare uno stato d’animo di ostilità verso la politica del funzionarismo socialcentrista e quindi verso il sindacato. E’ diffusa innegabilmente la tendenza operaia anticonfedaralista che si manifesta qua e là con la decisione di non pagare le quote confederali o addirittura di dar vita a sindacati autonomi. Noi tuttavia dobbiamo dir chiaro che se tale reazione delle masse è comprensibile e giustificata, tradotta però in termini di politica sindacale di classe essa potrebbe assumere aspetti quanto mai prematuri e pericolosi.

La scissione sindacale non è all’ordine del giorno, essa, come del resto quella politica, non si improvvisa, non è legata al caso e non è mai il risultato di insoddisfazioni o di malessere di questa o quella categoria, di questo o quel gruppo, ma sorge, si precisa e prende senso di concretezza del seno stesso di una lunga esperienza di lotte in una fase di ascesa del moto proletario. E’ la coscienza politica della classe che indica come e quando nuovi organismi sindacali si rendono indispensabili per garantire il proseguimento della lotta del proletariato.

Che le grandi masse non abbiano ancora coscienza di questa necessità trova conferma nel fatto che esse rimangono tutt’ora legate alla politica di compromesso dei grandi partiti a tradizione operaia.

Ecco perchè la scissione sindacale servirebbe in questo momento a ritardare il processo di chiarificazione e di sano orientamento politico delle masse.

Spetta al partito di classe di aiutarle a formarsi questa coscienza Intervenendo nelle loro lotte, a orientarle organizzativamente, ad elevare la loro stessa lotta rivendicativa sul piano della lotta generale del proletariato mirante alla conquista del potere.

Le frazioni sindacali faranno intanto da argine per impedire le dispersioni di sane energie sindacali per poi convogliare tutte le forze dell’opposizione rivoluzionaria sul piano dell’azione di classe.

Quanto più le frazioni saranno organizzativamente forti e combattive, tanto più facile sarà al partito realizzare la sua politica sindacale che consiste essenzialmente:

a) nel difendere e riaffermare il metodo della lotta di classe, la cui caratteristica fondamentale risiede nell’uso dell’arma dello sciopero, e non nella collaborazione;

b) nel chiedere con la propaganda e l’agitazione che il sindacato torni alla sua funzione di classe strappandolo all’asservimento dello stato imperialista, e nel boicottare sistematicamente tutti gli spuri organismi di fabbrica, quali i consigli di gestione o di controllo, sostenitori e artefici della ricostruzione capitalista e sperimentati organi di collaborazione di classe.

I Comitati Federali del Partito e i responsabili sindacali trasmetteranno quindicinalmente al C. C. Sind. un rapporto informativo circa il lavoro compiuto e da compiersi sulle direttive indicate dal presente manifesto.

Il C. C. Sind. del P. Int.