Międzynarodowa Partia Komunistyczna

Battaglia Comunista 1949/II/43

Destra e sinistra borghese

Fra le molteplici contraffazioni del marxismo quella che ha assunto un ordine gigantesco è sempre stata e continua ad essere oggi quella di derivare  dalla constatazione del contrasto esistente fra stratificazioni della borghesia nel seno di un paese o fra gli stati capitalisti nel campo internazionale, la conclusione della necessità per il proletariato o di inserirsi nella stratificazione, nello Stato  o nel complesso di Stati ritenuti «progressivi», o almeno di appoggiarli come trampolino per il salto verso la trasformazione socialista della società borghese.

Si cominciò con una dimostrazione «scientifica» e «marxista» dei caratteri distintivi della destra e della sinistra; la prima esprimente gli interessi dei grandi proprietari fondiari e in genere dei rapporti esistenti nell’economia agraria, la seconda rappresentante gli interessi  della grande borghesia industriale. Al [parola incomprensibile] del campo economico corrispondeva quello nel campo politico e da questa analisi «marxista» si deduceva che l’urto sarebbe stato di importanza «storica» fornendo così la occasione all’affermazione della lotta specifica della classe proletaria.

Sì, l’urto non poteva essere che di importanza storica. Solamente, poiché il conflitto destra-sinistra non comportava l’entrata in lizza di due classi antagoniche, ma allineava due formazioni della stessa classe capitalista, l’obiettivo non poteva essere che quello fornito dalla realtà dell’evoluzione economico-sociale della società borghese: trattenere nell’orbita della conservazione di questa società la classe che, opponendosi alla borghesia nel suo insieme, si oppone perciò stesso a qualunque delle sue stratificazioni. Ora a parte il fatto che l’analisi marxista non verte sull’addizione  dei diversi elementi costituenti l’edificio della società capitalista, ma identifica nel motore di quest’edificio (il plusvalore, il profitto) il motivo dell’evoluzione sociale e ne segue la ripartizione fra i diversi ceti della classe borghese, l’obiettivo fondamentale della rivoluzione borghese fu  la modificazione dei rapporti sociali non tanto nell’industria (dove gli ordinamenti feudali non potevano avere gran peso) quanto nel campo dell’economia agraria dove il capitalismo trionfante spazzò via gli istituti caratteristici e le ragioni di essere del feudalesimo.

Il problema fondamentale per la società capitalista è la costituzione del bottino realizzato dallo sfruttamento dei salariati, ed esso da luogo ad intricate questioni risultanti dallo sviluppo delle forze di produzione e dalla necessità di adeguarvi l’organizzazione sociale. Questi problemi sono risolti con l’abilità e la ferocia imposte dalla storia al modo di vita delle classi dominanti: quando suona l’ora di liquidare l’ordinamento democratico e sostituirvi quello fascista, o mettere quello al posto di questo, la classe non esita un attimo ad adoperare quelle trasformazioni sacrificando i servitori di ieri, si tratti di Matteotti o di Mussolini. Il colmo dell’abilità borghese e dell’aberrazione in cui i proletari sono gettati dal poderoso spiegamento delle forze che entrano in moto per imbottirne i crani è che gli sfruttati si trovino o ad attendere la loro salvezza dall’impossibile trionfo della formazione politica che la storia impone al capitalismo di sacrificare -come all’epoca di Matteotti – o si lascino accalappiare  dalla manovra borghese di Piazzale Loreto dove si immola l’organizzazione della società borghese in cui l’esistenza del partito – unico gestore dello stato può fornire agli sfruttati l’occasione di meglio identificare il proprio nemico e vi si sostituisce una organizzazione pluripartitica in cui la responsabilità dello sfruttamento si concentra in questo o quel partito, mentre lo Stato è da tutti proclamato non soltanto organo al di sopra delle classi ma strumento della difesa dei salariati. 

La natura dell’evoluzione del conflitto destra-sinistra è dettata, abbiamo detto, dall’esigenza dell’adeguamento della classe alle necessità imposte dallo sviluppo delle forze di produzione; ed è d’altronde su questo fronte che possono acquistare un senso le due etichette di destra e sinistra. Nel seno della classe borghese esse non significano e non possono significare nulla, giacché non soltanto l’unico problema è di vedere quale sia la forza sociale che polarizza gli interessi dell’insieme della classe, ma è certo che, se si lascia a queste due parole il significato corrente per cui l’una è la forza del passato condannato e l’altra quella dell’avvenire inevitabile, è impossibile non riconoscere che il fascismo, per esempio, da tutti qualificato forza di destra era invece una forza sociale di sinistra.

L’erede diretto dello sviluppo delle forze di produzione è il proletariato, che potrà far scattare l’arma della sua rivoluzione solo quando esse entreranno in urto definitivo coi rapporti sociali contrassegnati dal dominio della classe borghese. E’ in questo campo che le due parole destra e sinistra acquistano un significato corrispondente alla realtà di ieri e a quella di oggi.

E’ destra borghese quella che si ostina a non comprendere la lezione degli avvenimenti e non capisce che si deve adattare il trittico della rivoluzione francese «libertà, fraternità, eguaglianza» al crescere dell’intervento dello stato sia a scapito delle individualità capitaliste, sia contro le possibilità di movimento degli sfruttati individualmente considerati. Anche qui, contrariamente all’uso delle due parole, è la sinistra che personalizza l’inevitabile avvento di una forma di organizzazione sociale comportante un accentuarsi della costrizione, del controllo, della soffocazione dell’individuo nella società borghese.

Nella fase ascendente del capitalismo i due termini avevano un valore limitato agli Stati in cui le due forze borghesi agivano. Di più, l’adattamento della struttura sociale all’ancora indipendente sviluppo del monopolismo non comportava l’automatico accalappiamento della classe degli sfruttati, ed il «riformismo» borghese (che strappava all’individualità capitalista la fissazione dei salari per passarla alle Centrali padronali ed operaie allora solamente «sorvegliate» dallo stato) poteva coesistere col «riformismo» nel seno del proletariato, mentre l’ala rivoluzionaria del movimento socialista trovava ancora la possibilità di mantenere la sua autonomia di classe e lottare nel seno stesso delle organizzazioni sindacali e politiche dirette dai Jaures, Bernstein, Turati, pallide prefigurazioni dei Togliatti, Nenni, Saragat o Pastore.

La fase attuale del capitalismo non comporta che una modificazione nel senso dell’estensione del processo precedente, nessuna modificazione di sostanza. Corrispondentemente al concentrarsi del capitale internazionale nei due centri di Mosca e Washington, si assiste all’internazionalizzarsi della destra e della sinistra che hanno varcato le precedenti frontiere nazionali: Le due parole si applicano ora alle forze politiche che emanano dai due centri.

Dov’è la destra?, dov’è la sinistra? A Mosca od a Washington?

I rivoluzionari marxisti si pongono questo quesito dopo aver preventivamente chiarito che l’una e l’altra, essendo forze sociali della stessa classe, si disputano su un solo fronte quale delle due forme di organizzazione sociale corrisponde al problema posto oggi dallo sviluppo delle forze di produzione (giacché, per nostra fortuna, il problema di domani è indiscutibilmente risolto, il detto sviluppo imponendo una trasformazione che non si limiterà alla struttura del privilegio, ma alla sua distruzione violenta)? Quale delle due ha per sé l’avvenire capitalista? Quella dell’avocazione da parte dello Stato della proprietà dei mezzi di produzione e della forza di lavoro, quella del controllo e della direzione delle due proprietà? La moscovita o l’americana? A chi? Sulle tracce di Mussolini entrambi rispondono «a noi». I rivoluzionari rispondono: «contro la vostra combutta».

Movimento sociale e lotta politica

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Ieri

Non dite che il movimento sociale non è movimento politico! Grida Marx fin dai primi scritti che espongono il metodo del comunismo critico ormai pienamente formato. E aggiunge, in dieci passi, con le stesse parole, la tesi che capovolse tutto un passato e minò le fondamenta di un mondo: ogni lotta di classe è lotta politica. Il precedente teorema che la storia della società è la storia delle lotte di classe può essere accettato dagli attenti analisti scientifici della società capitalistica come i Sombart e compagni; la tesi successiva della lotta politica nel senso marxista di lotta per il potere, lotta con la forza fisica e con le armi, non è accettabile che da rivoluzionari.

Non siamo ancora al grido di battaglia ai tremendi sarcasmi alle scomuniche inesorabili, è quasi un monito, una invocazione: non dite che il movimento sociale non è movimento politico! Si tratta del punto cruciale per le controversie e gli scontri del tempo, eppure questo punto è oggi ancora attuale.

Nel fuoco delle recenti rivoluzioni borghesi che colla loro propaganda indubbiamente possente e trascinatrice di vaste masse hanno messo in evidenza le rivendicazioni politiche, i diritti del cittadino, le libertà giuridiche, presentandosi come moto ugualitario e universale, si è affacciata in tutta la sua importanza la „questione sociale”. Va bene pensare, parlare, associarsi, scrivere, votare, ma gli uomini hanno altri problemi relativi ai loro materiali ed economici rapporti di vita.

La posizione dei molti valentuomini, e dei non meno numerosi mestatori politici fin da quel tempo all’opera per servire i nuovi potenti, consiste, breviter, nel dire: facciamo stato delle nobilissime conquiste, degli immortali principii, delle supreme garanzie della rivoluzione liberale, riconosciamo che nell’ordine morale, giuridico, filosofico, politico, tutto è fatto, ed è costruita una definitiva civiltà; passiamo in un campo a parte, diverso da quello, di grado alquanto inferiore, meno iridescente dal punto di vista degli ideali e delle letterarie esercitazioni, e vediamo di dare soluzioni alle esigenze di natura economica ai problemi sociali della organizzazione produttiva.

Questa posizione falsa e insidiosa conteneva fino da allora le premesse della difesa dell’ordine capitalistico e del privilegio borghese che da cento anni resiste agli assalti delle avanguardie rivoluzionarie della classe operaia; ed è stata da allora e in ripetuti cicli cucinata in innumerevoli salse. Con essa la borghesia e il suo personale di servizio propagandistico già mostravano di scendere di livello rispetto ai regimi feudali monarchici caduti, i quali avevano notevoli precedenti in materia di politica economica e di misure sociali, tanto che i primi umanitari ed utopisti della questione sociale affidavano le soluzioni escogitate per rimediare alle ingiustizie economiche e distributive alla buona volontà e alla iniziativa dei potenti. Tutta una schiera di essi riteneva la stessa rivoluzione politica liberale superflua a questi effetti di giustizia sociale, un’altra non meno vasta cerchia accettava ed esaltava le conquiste democratiche e ne faceva la sacra atmosfera intangibile, l’ambiente ideale del riformismo sociale.

La nuova originale e radicalmente diversa concezione marxista abolisce e sotterra la stupida distinzione dei filantropi sociali. Incomincia col provare che lo stesso movimento politico liberale è nato sul terreno di una lotta sociale tra classi economiche e non nel regno delle idee e sulle pagine delle Enciclopedie, che i suoi postulati e i suoi politici ordinamenti corrispondono all’optimum di condizioni per la vittoria e la conservazione del dominio della classe capitalistica. Ne desume che ogni modificazione al sistema sociale che la borghesia ha instaurato non può sorgere che da una nuova lotta politica, da una successiva contesa per il potere, e che questa non può non essere preceduta dalla battaglia critica di una nuova dottrina rivoluzionaria contro i cardini del sistema moderno, in economia in sociologia in politica; anche in filosofia nel nuovo senso.

La borghesia nasce in un processo grandiosamente rivoluzionario.

Per essa e contro l’antico regime è stato vero che non vi è rivoluzione di classe senza partito rivoluzionario, e che non vi è partito rivoluzionario senza teoria rivoluzionaria.

Lo stesso sarà vero contro di lei.

Come essa non ha trovato nella fase di critica nulla di buono, di vero e di giusto nelle dottrine del medioevo ed ha potuto vincere perché le ha attaccate alla radice, e prima di diventare una classe di riposati e timorati succhioni cantava „decapitàro Emanuele Kant, Iddio; Massimiliano Robespierre, il re„, così la nuova classe rivoluzionaria, il proletariato, non fa innesti e derivazioni sui vecchi principii ma li va a scalzare dagli imi fondamenti.

La Carmagnola si cantava nell’89 sul ritornello del „ça ira ça ira ça ira les aristocrates à la Lanterne„, ma si cantò nel ’71 col verso mutato „tous les bourgeois à la Lanterne„.

La borghesia fece politica colla Lanterna e colla Vedova, ma propagandò che in avvenire si sarebbe fatta, dopo le sue conquiste innaffiate di sangue, solo con la scheda.

Lo studio della dialettica storica, appunto portato nel quadro della analisi economica e della questione sociale, trova come soluzione la Lanterna anche per essa.

L’insidia di porre la questione sociale „fuori della politica” ha sempre ostacolato il cammino della rivoluzione operaia, e il marxismo è contro di quell’insidia in battaglia fino dagli inizi.

In Germania i lassalliani di fronte al robusto potere di polizia dell’Impero bismarckiano, anziché capire che l’impalcatura oppressiva dello Stato avrebbe avuto la stessa funzione in difesa del prorompente capitalismo industriale al fine di soggiogare la classe lavoratrice, amoreggiarono con la tesi di accantonare lo scabroso urto politico e darsi al lavoro sociale nei sindacati economici e in cooperative di produzione, ripetendo le deviazioni di Proudhon e del socialismo „borghese”.

Questo (Manifesto) „cerca di svegliare la classe operaia dai moti rivoluzionari, dimostrando come ciò che le può giovare non sono le trasformazioni politiche, ma solo le trasformazioni economiche. Le quali trasformazioni economiche non sono già per essa l’abolizione della forma di produzione borghese, la quale non può conseguirsi che coi mezzi rivoluzionari, ma soltanto miglioramenti amministrativi compatibili con questa forma di produzione, che non cambiano affatto il rapporto tra capitale e lavoro salariato„.

A gran distanza il sindacalismo soreliano francese e spagnolo, e anche italiano, che sembrò caratterizzato contro il riformismo parlamentare del tempo dalla rivendicazione dell’uso della violenza e dalla posizione antistatale, ripeté la deviazione di smarrire, ai fini di un programma puramente economico, la visione della lotta politica per il potere e della funzione del partito di classe.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, ad esempio in Italia, errori analoghi caratterizzarono il movimento per i „consigli di fabbrica”, organi sociali che venivano considerati autenticamente rivoluzionari, capaci di dare un diverso organamento alla produzione anche prima e senza che il partito di classe avesse guidato il proletariato ad attaccare ed abbattere lo Stato.

Questo movimento, benché afferrato dalla suggestione della rivoluzione russa, risentì della propria origine: tutti i movimenti consimili sfociano storicamente nella prassi alleanzistica e bloccarda. Lo stesso nome del giornale, Ordine Nuovo, rifletteva l’idea incompleta che i lavoratori nella fabbrica lavorassero a costruire un ordine produttivo nuovo, mentre il problema centrale era per Marx ed è tuttora quello della forza nuova, del potere nuovo, premessa del difficile cammino verso la nuova società.

In Russia una deviazione contro la quale i bolscevichi lottarono violentemente era stata quella degli economisti, che appunto volevano impostare le rivendicazioni operaie fuori del problema del potere. Il quale era allora quello dell’abbattimento dello zarismo, desiderato dai partiti borghesi, e del successivo andamento di lotta suscettibili di travolgere anche la borghesia. Alla fine dello sviluppo tutti i falsi rivoluzionari derivati dal tronco economista e tutti i traditori del marxismo si trovarono in blocco contro il partito della rivoluzione e della dittatura proletaria.

Un pilastro della costruzione marxista è dunque quella della base economico sociale delle lotte politiche e del necessario carattere politico della lotta contro le condizioni sociali proprie dell’assetto capitalistico.

Nel 1848 non vi era molto pericolo che, dicendo lotta politica per dire lotta rivoluzionaria, qualcuno capisse o fingesse di capire lotta elettorale, pacifica, legalitaria. Appunto perché le rivoluzioni borghesi erano o di recente data o tuttora all’ordine del giorno, appariva chiaro che le rivendicazioni politiche si difendono colla guerra civile.

La tesi del sottomarxismo e dell’opportunismo non si scriveva ancora, come nel periodo di capitalismo „pacifico” nei termini: lotta di classe, lotta per gli interessi operai, ma col mezzo della democrazia, del suffragio universale, dei partiti legalitari e parlamentari.

La si scriveva appunto in questi altri termini: azione per il miglioramento sociale delle condizioni dei lavoratori al di fuori delle questioni del potere politico.

Ma la conclusione che derivava nei due tempi storici era la stessa: rinunzia alla lotta per abbattere il potere costituito dello Stato e infrangerne la macchina.

Solo in tempo recente si è sentito parlare di „partiti operai” che usano mezzi legali e scartano la rivoluzione con mezzi violenti. Allora si parlava solo di azione per sollevare le condizioni degli operai con misure sociali, ma non a mezzo di azioni di partito, e tanto meno di partiti formati dagli operai stessi.

È con la visione di questa diversità che va considerata la evoluzione del compito del partito di classe e la tattica di questo in materia di accordi e di alleanze.

Al tempo del Manifesto era risultato importantissimo il dimostrare che il disagio dei salariati veniva „deterministicamente” contrastato dai salariati stessi, e non da ideologi e filantropi, in forme progressivamente sempre meno incoscienti. Era importante provare che da sé stesso „il movimento sociale diveniva movimento politico”. Il solo fatto che per rivendicare interessi del salariato industriale si formasse un movimento di natura politica, era fatto rivoluzionario, e trovava contro di esso tutto l’apparato della legalità e tutti gli strati della classe borghese. Parlare di partito della classe operaia valeva in quel tempo di borghesia nascente e incendiaria, avere già bestemmiate e stracciate tutte le tesi giuridiche e politiche liberali.

Questi primi movimenti che si definiscono politici non hanno un orientamento marxista e una teoria chiara, ma sono essi stessi una prova storica della esattezza delle conclusioni marxiste, elevate per la prima volta nel Manifesto del ’48 a base di una politica organizzazione. Marx quindi ne fa tesoro, non li condanna, dice che i comunisti non sono diversi dagli altri partiti operai, in quanto allora un partito operaio legalitario e filoborghese non era pensabile.

Con la loro stessa esistenza questi primi partiti proletari lacerano il limite opportunistico della questione sociale trattata come affare puramente economico, e minacciano la borghesia che si getta contro di loro con ogni sua forza. Ad esempio il movimento cartista in Inghilterra nasce bensì come un partito di democrazia radicale e di riforme, ma ben presto diviene un movimento operaio di ribellione armata: la borghesia inglese dal secolare liberalismo lo pone subito fuori della legge e lo schiaccia in una repressione feroce.

Tale partito non poteva ancora possedere una teoria comunista chiara, ma esso lotta praticamente nella direzione prevista dalla teoria. Il proletariato non è in Europa che embrionalmente sviluppato, e fa solo la sua prima dichiarazione costitutiva di una partito a solida base teoretica.

Affermato che i lavoratori una volta avviati a formare un movimento politico si vedranno davanti la strada che conduce alla loro dittatura di classe, Marx stabilisce fin dal primo momento che contro loro si leveranno tutte le forze coalizzate della borghesia nel momento decisivo.

La sopraggiunta disfatta del partito cartista, i cui capi vennero posti in prigione e la organizzazione distrutta (Sir Mosley prese lezioni di fascismo qui in Italia, o nella culla gloriosa del liberalismo?), scosse la fiducia che la classe operaia aveva posta nella propria forza. Poco dopo la insurrezione di giugno 1848 a Parigi, soffocata nel sangue, valse a riunire sotto lo stesso stendardo, tanto in Inghilterra quanto nel continente, tutte le frazioni delle classi dominanti, proprietari di terre e capitalisti, lupi di borsa e volpi di bottega, protezionisti e liberoscambisti, governo ed opposizione, preti e liberi pensatori, giovani meretrici e vecchie monache. Ed il loro grido di guerra fu: salviamo la cassa, la proprietà, la religione, la famiglia e la società„(Capitale, I, VIII, 6).

Oggi

L’opportunismo della primissima maniera voleva tenere gli operai lontani dalla politica.

Quello della seconda maniera, epoca della socialdemocrazia e della guerra 1914-18 rivendicò alla classe operaia una funzione e organizzazione politica, ma pretese che non servissero a spezzare il sistema statale borghese, bensì come riserva delle esigenze politiche della borghesia stessa: opposizione a pretesi ritorni feudali, guerre nazionali, diffusione del capitalismo nei paesi „arretrati”, funzioni tutte da assolvere nelle inquadrature ufficiali e legali del sistema borghese, perché avesse agio di „evolvere”.

L’opportunismo del terzo modo, quello della recente guerra mondiale, prese la forza politica operaia e la pose ancora una volta al servizio della difesa dei principii democratici e liberali borghesi contro la pretesa minaccia del nuovo assolutismo fascista, che era invece la vecchissima dittatura di classe del capitale. Ammise anche esso che il proletariato lottasse sul terreno politico e pretese per di più che ai mezzi legali ed ufficiali, alla coscrizione negli eserciti regolari, si aggiungesse l’azione partigiana in formazioni irregolari per la lotta all’interno del territorio del paese nemico degli „alleati”, evolventi e „progressivi”.

In tutte queste fasi mai la classe operaia fu alleata di sé stessa: l’inerzia la lotta legale o la lotta illegale le furono imposte come mezzo per i fini dei suoi nemici. Tutto sempre finì nella delusione e nella ribadita servitù.

Forse nella quarta fase, di una terza guerra, sarà ancora camminata, e non da uno solo dei due lati, una discesa in lotta degli operai, sempre per la salvezza di principii civili e perfino rivoluzionari.

E forse la quarta volta la classe operaia mondiale, ritornando sulla via maestra, vedrà in tempo la solidarietà di classe dei due avversari contro di essa, e risponderà con Marx, che il proletariato ha una funzione politica, e questa è funzione rivoluzionaria, aggiungendo con le parole di Lenin che, anche se ci fossero ancora in circolazione rivoluzioni altrui, „la rivoluzione deve servire al proletariato, e non il proletariato alla rivoluzione„. E per alleati dell’Est o dell’Ovest, in divisa o senza, finalmente non marcerà.