Introduzione a “Per i funerali delle vittime del "Diana" “
Nel marzo 1921, quando in tutta Italia già s’era scatenata l’azione fascista tendente ad applicare metodi di terrore verso le organizzazioni e le sedi del movimento proletario e rivoluzionario, si verificò a Milano un episodio che fece enorme impressione.
Durante uno spettacolo nel cinematografo «Diana» una carica di esplosivo, collocato sotto le seggiole, scoppiava nel buio, ferendo vari spettatori, alcuni dei quali decedevano e determinando un panico spaventoso.
Gli autori non furono scoperti, ma l’opinione borghese vide nel fatto una manifestazione contro-terroristica di elementi estremisti che avrebbero voluto così protestare contro le incursioni e le uccisioni fasciste.
Le vittime erano elementi indifferenti ed alcune di modesta condizione sociale. Era ovvio il piano di suscitare l’indignazione generale e nello stesso tempo di riversare le responsabilità sugli estremisti e provocarne pietose scuse e proteste di incapacità di nuocere.
Stava per prodursi nelle file proletarie lo smarrimento che, dopo le revolverate nel consiglio comunale di Bologna, aveva determinato lo schiacciamento del movimento estremista in quella rossa città, e l’inginocchiarsi dei partiti dei lavoratori.
A Milano, il Partito Comunista, da poco costituito a Livorno, reagì con il manifesto che riportiamo. Esso sollevò la vana incanata di tutti gli avversari social-democratici compresi, si capisce; sollevò anche qualche esitazione di compagni che volevano includere almeno una frase che deprecasse come non marxista il metodo dell’atto individuale e del terrore per il terrore, ma fu contributo importantissimo alla salvezza del proletariato di Milano, che non permise alle squadre terroriste nere, prima e dopo l’ottobre 1922, di passeggiare impunemente per le vie della grande città rivoluzionaria e di vedere i lavoratori nascosti o assenti.
Per i funerali delle vittime del "Diana"
Lavoratori milanesi!
Sugli avvenimenti di questi ultimi giorni i partiti della classe borghese impostano un’evidente speculazione, alla quale dobbiamo prepararci a rispondere.
Minoranze audaci ed organizzate per l’azione controrivoluzionaria, che dovrebbe contrastare il passo all’avanzata della classe lavoratrice verso gli obbiettivi della sua lotta, che sono quelli fissati nel programma comunista, tentano di sfruttare facili motivi sentimentali per trascinare dietro di sé la massa grigia delle classi intermedie e di tutti gl’incerti ed i senza partito, per montare nella cosiddetta pubblica opinione della nostra città uno stato d’animo ostile al proletariato rivoluzionario.
Questa manovra, in parte riuscita altrove soprattutto per l’insufficienza e l’inettitudine di certi dirigenti delle masse, non può e non deve riuscire in Milano e noi comunisti, sicuri della coscienza della massa operaia milanese, sentiamo il dovere di additarvi il gioco degli avversari e gli errori in cui si potrebbe cadere, se di fronte ad esso si agisse nella maniera errata che già accennano ad adottare i dirigenti socialdemocratici.
Si vuol ripetere qui quanto si fece a Bologna dopo l’uccisione di un consigliere comunale borghese ad opera di sconosciuti. I dirigenti del movimento proletario locale sentirono il bisogno di sconfessare con pubbliche dichiarazioni un atto di cui non venivano accusati che per inscenare una speculazione politica su di un cadavere. Essi credettero di far cadere la speculazione protestando la distanza tra i propri metodi politici e quelli degli autori di tale atto, ma non riuscirono che a spargere il disfattismo tra i lavoratori e ad agevolare la manovra degli avversari che, approfittando del disorientamento e della fuga generale dai posti di responsabilità del partito proletario, imbaldanzirono in un’offensiva; che, trovando i lavoratori disorganizzati e delusi della forza dei loro organismi, si vantò di facili vittorie; che schiaffeggiarono la fierezza della classe lavoratrice e spezzarono le sue conquiste.
Sulle vittime dell’altra notte si vuol ripetere la speculazione cinica e turpe per colpire la compattezza della massa operaia. La borghesia non si commuove sul serio per i morti e i feriti del Diana – chiude per l’imposizione fascista le sue botteghe, ma per continuare sotto le saracinesche semialzate la caccia al profitto in cui sta tutta la sua morale di classe. Ma intanto la montatura si va completando. Ma intanto da taluni vostri dirigenti vengono parole che l’avversario attende per non tenerne altro conto che quello di vantarle come vittoria del suo intervento punitore e rintuzzatore delle idealità rivoluzionarie.
Proletari comunisti!
Ben, altra sia la nostra, la vostra parola. L’incanata avversaria non c’impegna a dire un nostro giudizio su atti che essa sceglie ad argomento gradito delle sue manovre. Il nostro programma è noto; non va rabberciato o scusato per dare spiegazioni all’insolenza della stampa antiproletaria e della propaganda controrivoluzionaria.
L’accendersi di una lotta che dà luogo a tragici episodi non si giudica da noi col dare sanzioni o rifiutarne. Le nostre responsabilità risultano chiare dalle nostre dichiarazioni programmatiche. Pel resto, noi vediamo riconfermata la grande verità storica proclamata dal comunismo, che alla situazione non v’è altra uscita che la vittoria rivoluzionaria dei lavoratori in un nuovo ordine veramente civile, o l’infrangersi di ogni forma di convivenza sociale in un ritorno alla barbarie più tetra.
La borghesia piuttosto che scomparire dalla storia vuole la generale rovina della società umana. Le bande bianche, che si formano per spezzare l’avanzata emancipatrice dei lavoratori, lavorano per questa seconda tenebrosa soluzione. Noi speriamo e crediamo che saranno spezzate dalla forza cosciente del proletariato, ma anche se ciò non fosse, in nessun caso esse salveranno dalla rovina finale il fradicio ordinamento borghese.
Il proletariato milanese non deve dunque in questi momenti lasciarsi impressionare dall’abile messa in scena di un simulato cordoglio da volgere in odio contro i lavoratori ed in sopraffazioni del suo movimento. L’avversario non deve avere la soddisfazione di vederlo associarsi alle sue attitudini di ipocrisia, il che sarebbe la prima tappa della via di prepotenze che si propone.
Si facciano dunque i funebri delle vittime. Noi saremo estranei ad una manifestazione, cui si dà artatamente un carattere antiproletario, e colla quale si vuole ancora una volta realizzare una solidarietà di classe che cela l’agguato e la libidine di dominio della classe privilegiata. Ma se la manifestazione farà un passo salo sulla via dell’aggressione al proletariato e ai suoi istituti, dell’oltraggio alle nostre e vostre idealità rivoluzionarie, allora, lavoratori milanesi, risponderemo con tutta la nostra e la vostra energia. Il piano dei controrivoluzionari non dovrà riuscire. Il proletariato milanese, non dimentico del suo passato, sarà al suo posto per difendersi, per difendere l’onore della sua rossa bandiera, le sorti dell’offensiva di domani, con cui prenderà il suo posto tra i compagni d’Italia e del mondo nella vittoria della rivoluzione sociale.
Il Comitato Esecutivo del Partito Comunista
La Federazione Provinciale Comunista Milanese
La Sezione Comunista Milanese
Il Comitato Esecutivo della Federazione Giovanile Comunista d’Italia
La Federazione Provinciale Giovanile Comunista
Il Fascio Giovanile Comunista Milanese.
Il democratico massacro dei Comunardi
Nel frastuono dei saturnali elettorali ricordiamo il democratico massacro dei Comunardi
Il giorno 21 maggio 1871, le soldatesche controrivoluzionarie del Governo di Thiers irrompevano nella rossa città di Parigi, procedendo al massacro degli eroici difensori della Comune. Sorto il 18 marzo, il primo governo proletario della storia iniziava la sua terribile agonia.
Approssimandosi il momento della cattura della Comune, il sig. Thiers aveva detto davanti alla borghese Assemblea Nazionale «sarò senza pietà». Non era una minaccia a vuoto. A decine di migliaia, i Comunardi caddero sul selciato di Parigi, fulminati dalla mitraglia e dalle sciabolate di una truppa di sicari asserviti alla classe dominante. Chi non cadde combattendo sull’ultima barricata ferocemente contesa, trovò la morte sui muri dei giustiziati. Otto giorni, fino al 28 durò l’obbrobrioso massacro.
Soltanto dopo un combattimento di otto giorni, gli ultimi difensori della Comune caddero sulle alture di Bellevue e di Menilmontant; e l’eccidio degli uomini inermi, delle donne, dei fanciulli che infuriò con crescente ferocia per tutta la settimana raggiunse qui il suo culmine più alto. I retrocarica non uccidevano più abbastanza prontamente: i vinti venivano trucidati collettivamente a centinaia dalle mitragliatrici. Il muro dei Federati di Père Lachaise, dove fu consumato l’ultimo eccidio di massa, rimane ancor oggi un muto ma eloquente documento di quale furibonda follia sia capace la classe dominante, non appena il proletariato osi farsi innanzi reclamando i suoi diritti. Vennero quindi gli arresti in massa, ed essendosi riconosciuta la impossibilità del macello di tutti, si ebbe la fucilazione di vittime scelte arbitrariamente tra le file dei prigionieri, il trasporto di tutti i rimanenti in un campo ove essi aspettavano di essere tradotti davanti ai consigli di guerra.
Così, chi sfuggiva al sadismo sanguinario delle orde di Gallifet, veniva gettato nelle mani dei carcerieri e dei giudici dello Stato borghese e inviato a morire lentamente nell’inferno della Nuova Caledonia.
Evidentemente, il boia Thiers aveva espresso, minacciando una spietata repressione, il proponimento dell’intera classe dominante. I Comunardi erano dei precursori, essi anticipavano in uno sforzo titanico la Rivoluzione mondiale della classe proletaria. Si attiravano addosso così la feroce vendetta del partito e del governo capitalista di Thiers, che di fronte alla minaccia portata alle basi della dominazione di classe, reagivano barbaramente, stracciando gli ipocriti veli della democrazie e dell’unità nazionale, mostrando apertamente tutta la menzogna delle ideologie basate sulla difesa della patria.
Infatti, la Comune di Parigi del 1871, assediata in parte dalle truppe prussiane vincitrici del Secondo Impero, aggredita e trucidata dalle masnade di banditi reazionari, costituite dal governo di Thiers con gli ex prigionieri bonapartisti appositamente rilasciati dallo Stato Maggiore prussiano, soccombeva sotto il peso schiacciante della coalizione tra due borghesie, per altri versi rivali e impegnate in un conflitto di rapina, ma saldamente unite al di sopra delle frontiere e delle ormai putrefatte ideologie nazionali, contro il proletariato e la rivoluzione. Il massacro della Comune sanciva la collusione controrivoluzionaria tra i capitalisti di Francia e Germania; né l’annessione alla Germania dell’Alsazia Lorena né il suo sanguinoso affronto al militarismo francese consumato a Sedan valsero a incrinare la perfetta intesa anticomunarda tra la democrazia di Thiers e il regime paternalistico di Bismarck. Si poneva così una inappellabile fine alle guerre di progresso e di stabilizzazione nazionale e si inaugurava la fase storica della alleanza controrivoluzionaria dei governi borghesi contro il proletariato e delle guerre di rapina imperialista.
La Comune, ribellandosi allo sfruttamento e all’oppressione borghese, vide schierati contro di sé, e i difensori e i nemici della patria francese, e i vinti e vincitori di una guerra proclamata da ambo le parti di difesa della patria e del progresso sociale. Cadendo, doveva mostrare che tutte le guerre posteriori ad essa non potevano essere che guerre dell’imperialismo contro il proletariato. La borghesia francese, alleandosi con il «nemico» prussiano nonostante la sconfitta e l’umiliazione subite, doveva mostrare che il mantenimento forzato della «unità nazionale» e della dominazione di classe sul proletariato è il risultato della solidarietà supernazionale del capitalismo, sul piano sociale e politico. Il colossale avvenimento storico della Comune forniva la risposta insostituibile ai problemi teorici e programmatici posti dal nascente imperialismo. Provocava altresì nel campo borghese il primo abbozzo del super-stato in funzione controrivoluzionaria; gettava per contraccolpo nel campo della rivoluzione il seme della Internazionale proletaria.
Non a caso la commemorazione del Martirio della Comune si associa alla idea della Internazionale Proletaria. Tutta quanta la gigantesca restaurazione leninista del marxismo che doveva strappare il movimento operaio all’influenza opportunista della socialdemocrazia e mettere all’ordine del giorno della storia la teoria e il programma rivoluzionario, tutta la concezione grandiosa della Terza Internazionale poggia sul fondamentale pilastro storico della Comune, primo esempio di trasformazione della guerra imperialista in guerra rivoluzionaria di classe, sotto la guida del proletariato socialista. La Terza Internazionale leninista sottintese il Manifesto di Zimmerwald, le Tesi di Aprile, la Rivoluzione Socialista d’Ottobre. Ma le sue premesse storiche risalgono ancora più addietro. Alle sue remote origini storiche figurano le possenti realizzazioni storiche e teoriche acquisite al movimento socialista dalla esperienza della Comune, che faceva esclamare ad Engels: «Il filisteo tedesco si è sentito preso nuovamente da un salutare terrore, alla frase: dittatura del proletariato. Ebbene, signori, volete sapere com’è questa dittatura? Osservate la Comune di Parigi. Questa è la dittatura del proletariato».
La Comune di Parigi riassumeva nella sua sanguinosa esperienza i motivi della lotta del proletariato contro l’imperialismo: l’intransigenza rivoluzionaria, la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile, la dittatura del proletariato. D’altra parte costringeva la classe dominante a strapparsi la maschera delle ideologie democratiche, progressiste, umanitarie e mostrare il suo feroce volto di oppressore sanguinario e di furibondo massacratore, il volto che nemmeno le odierne mimetizzazioni politiche riescono a nascondere.
Ottant’anni, quasi un secolo sono passati dalla SEMAINE SANGLANTE , dall’agonia eroica del Prometeo comunardo, incatenato sul sordido banco di tortura della repressione capitalistica. Gli antichi, muniti di una informe scienza, trasformavano in miti leggendari i fatti grandiosi dell’esistenza. I moderni proletari, che sono all’avanguardia della scienza, trasformano i fatti grandiosi della loro esistenza di classe oppressa in energia di lotta, in teoria rivoluzionaria.
Attraverso questi lunghi decenni, l’esperienza della Comune di Parigi ha alimentato il travagliato e prodigioso lavoro di affinamento della teoria rivoluzionaria del proletariato. Ma in ottant’anni il capitalismo oppressore non è riuscito a trovare – non può riuscirci – la soluzione definitiva delle sue contraddizioni, tanto meno lo strumento della abolizione della lotta di classe. Chiudendo le fosse comuni scavate ai proletari trucidati della Comune, la borghesia internazionale non poteva chiudere con questo il conto aperto con il proletariato futuro.
Oggi il mondo capitalista precipita, appena risollevatosi nel baratro delle sue convulsioni epilettiche, preannunciando l’apocalisse della guerra mondiale, ma nulla prova che la sorgente delle energie rivoluzionarie sia disseccata. Anzi si intravvede l’alba della resurrezione delle forze di classe, le premesse della futura Internazionale Rivoluzionaria.
I proletari che oggi commemorano il sacrificio eroico della Comune ispirandosi nelle lotta contro il capitalismo agli insegnamenti rivoluzionari antidemocratici classisti che emanano dalla sua tragica esperienza, sono una piccola minoranza. Ma il fatto stesso dell’accadimento storico della Comune sta a provare che le forze camuffate dell’imperialismo mondiale, collegato al di sopra delle cortine di ferro e delle ideologie spurie del totalitarismo, contro la Rivoluzione Proletaria, non possono indefinitivamente conservare il loro sanguinoso dominio. Possiamo quindi terminare questa commemorazione del massacro della Comune con le parole che Marx indirizzava, dopo la disfatta, ai lavoratori di Francia, ma che possono considerarsi rivolte al proletariato mondiale.
«Dopo la Pentecoste del 1871 non vi può essere più né pace né tregua tra i lavoratori e coloro che si sono appropriati del prodotto del loro lavoro. La mano di ferro di una soldatesca prezzolata può opprimere per un certo tempo, in un comune asservimento, e l’una e l’altra classe, ma la lotta o presto o tardi deve scoppiare e dilagare sempre più, né v’è dubbio su chi sarà alla fine il vincitore se i pochi usurpatori o l’immensa maggioranza di chi lavora»
Preparate il canguro
IERI
Principe e maestro dei filotempisti, Lenin in ripetuti e pazienti scritti di propaganda ripresenta e ripete «schemi cronologici» in cui si compendia il marxismo, e si batte contro le degenerazioni e deformazioni innumerevoli, incurante dello sprezzo dei «superatori», che ad ogni passo s’incontrano.
Il filotempista di tutte le generazioni (da quando viene inserito nella milizia, che si batte per quei semplici e per semplicismo diffamati schemi storici, acquisiti in poche diecine di righe dei testi classici ), non si scuote dinanzi ai bombardamenti di cultura ed erudizione, di informazione e di aggiornamento, sotto cui si vuole seppellirlo. Da più di cento anni egli «sa tutto» sulla moderna «civiltà», benché questa non faccia passare un giorno senza allineare novità, senza esibire qualche fregnaccia e qualche schifezza di più.
Ci siamo dati da fare per ruminare e far ruminare i più importanti di questi schemi filotempisti, cui nessuna suggestione di mode e di voghe ci fa rinunziare. Lenin nei suoi innumeri scritti di propagandista ce li ricorda ad ogni passo, come dicevamo. Egli lascia che i «revisionisti si mettano a rimorchio della scienza professionale», che «i professori ripetano le banalità pretesche contro il materialismo, mille volte rimasticate, e i revisionisti sorridano con compiacenza, borbottando parola per parola, secondo l’ultimo Handbuch (oggi diremmo l’ultimo Digest ); che esso è stato da un pezzo confutato ».
Dotati di solido stomaco, i marxisti hanno da tempo digerito quel che occorreva, e se ne fregano dei fascicoli di Selezione dalle ultime mestruazioni borghesi. Uno schema ce lo pappammo nel 1859, invece di andare a Curtatone, nella prefazione alla «Critica dell’Economia politica»; ed eravamo in prima liceale. Dopo aver bene stabilito che non si può giudicare un uomo dall’idea che ha di sé stesso, né un’epoca dalla coscienza che ha di sé stessa, ma si deve spiegare l’una e l’altra faccenda con le influenze della vita materiale; viene lo schema: «A grandi tratti, possono considerarsi come epoche progressive della formazione economica sociale le forme di produzione: asiatica (fino al VI secolo avanti Cristo) – antica classica (dal VI avanti Cristo al V dopo) – feudale (dal VI al XVI) – moderna borghese (dal XVII al XX, pare che basti)». Beninteso i secoli Marx, in questo passo qui, non ce li mette, e siamo noi che ci siamo presi il permesso di filotemparli; s’intende con riferimento all’organizzazione più progredita sulla Terra, che se ne passeggia da Menfi a Babilonia, ad Atene, a Roma, ad Aquisgrana, a Londra, e via via.
Engels ci fornisce uno schema ancora più generale: stato selvaggio – barbarie – civiltà. Lo espone nel 1884, eseguendo un «lascito» di Marx stesso, nella «Origine della Famiglia della Proprietà privata e dello Stato», che Lenin tanto amava e chiamò l’opera più popolare di Engels. Nello stato selvaggio l’uomo vive raccogliendo quanto la natura gli offre, e piano piano diviene pescatore e cacciatore con primitive armi. Nella barbarie comincia ad usare il fuoco; appare la ceramica, poi la pastorizia, e si afferma una prima divisione generale del lavoro tra artigianato e armentizia. Siamo sulle soglie della «civiltà»: l’agricoltura stabile, il commercio, la moneta divengono fatti predominanti; la società si divide in classi; appare lo Stato. Questo stadio storico viene sezionato a sua volta in tre tempi di servaggio: schiavismo; servitù della gleba; salariato. Per il marxismo si ha una eguaglianza: civiltà = servitù! Ed oggi, in uno dei tanti ricorsi mensili prodotti dalla infecondità di una società decrepita, cui la violenza rivoluzionaria non riesce ancora a strappare dall’utero la società nuova, una rilettura del marxismo ci viene porta, con guanti di Parigi, nell’antitesi: Socialismo o barbarie! Ma il socialismo è una rivincita dialettica e rivoluzionaria della barbarie! Una rivincita del comunismo e della fraternità delle prime gentes; e sgombrerà il campo da quei civili portati che furono l’appropriazione economica e la dominazione politica!
Questo giudizio sulla civiltà non solo non è un nostro paradosso 1951, ma lo stesso Engels tiene a farlo collimare con quello dello scienziato americano Morgan, che lasciò scritto: monogamia e proprietà fondiaria sono le caratteristiche principali della civiltà; la civiltà è «una guerra tra ricchi e poveri». Ed il giudizio proprio di Engels e Marx (che andrebbe riportato per intere pagine) sta in queste parole finali dell’opera: «La civiltà ha compiuto cose che l’antica società delle gentes (gli stalinisti editori traducono male società gentilizia; il vocabolo conduce a confondere con i regimi aristocratici dell’epoca feudale, tanto più recente, e classificata tra quelle civili) non era in grado di compiere; ma le ha compiute mettendo in moto e sviluppando, a spese di tutte le altre loro disposizioni, le passioni e gli istinti più sordidi degli uomini. La cupidigia mera e cruda fu lo spirito motore della civiltà dal suo primo giorno ad oggi; ricchezza, e sempre ricchezza, ma ricchezza non della società, bensì di questo singolo, miserabile individuo, fu l’unico fine che decidesse»… «La base della civiltà è lo sfruttamento di una classe da parte di un’altra »… «Tra i barbari la differenza tra i diritti e doveri quasi non esisteva… la civiltà è ciò che assegna ad una classe tutti i diritti e all’altra tutti i doveri».
La nostra alternativa non è «Socialisme ou Barbarie ». Per chi ha nelle vene una goccia di dialettica rivoluzionaria essa è invece: Civiltà o Socialismo! Seguendo la successione magnifica degli schemi (quelli che in un secolo non hanno saputo smaltirli, vorrebbero sorpassarli tutte le settimane!) non avremo bisogno di ricordare quello leninista su cui tanto abbiamo battuto: guerre di sistemazione nazionale 1789-1871; guerre di rapina imperialista dal 1871 in poi.
In altro schema Lenin condensa lo svolgimento storico del movimento marxista in una sintesi stringata. Formulata la prima volta in modo organico nel 1848, la dottrina marxista fino al 1871 non è seguita che da una piccola parte del movimento operaio, permeato ancora dalle forme premarxistiche. Il periodo è burrascoso per il completarsi delle rivoluzioni borghesi: in esso i socialismi premarxisti decadono e muoiono, e si delinea in tutta evidenza l’antagonismo di classe tra capitalisti e proletari. Nel periodo «pacifico» 1872-1904 vi è assenza di movimenti rivoluzionari, il socialismo marxista guadagna in estensione e sorgono i grandi partiti europei. Secondo Lenin, (che scrive questa traccia nel 1913), colla Rivoluzione Russa del 1905, e col divenire imperialista del capitalismo, si apre un terzo periodo di guerre e rivoluzioni, in cui il marxismo rivoluzionario deve guidare la lotta diretta del proletariato. Per Lenin in questo periodo è piena di significato la scesa in lotta delle masse asiatiche, e lo scoppio di rivoluzioni antifeudali come quelle di Cina, Turchia e Persia, che egli prevede non potranno essere chiuse in forme borghesi.
Durante tutti questi periodi il marxismo lotta nello stesso tempo contro dottrine e movimenti avversari e deviatori. È pienamente leninistico l’altro «chiodo» di noi sinistri che, per bene definire il metodo rivoluzionario, occorre mettere di volta in volta bene a fuoco le differenze con le correnti che sembrano a prima vista «affini», anziché andare alla ricerca incessante di alleati e di blocchi. Eccoci l’altra seriazione di Lenin: 1840-’45: i marxisti lottano contro i residui di idealismo hegeliano, specie in Germania. 1845-’50: lottano in Francia contro il proudhonismo, che tende ad una concezione borghese e conservatrice delle rivendicazioni operaie. 1850-’60: liquidano il quarantottismo, ossia la congerie di ideologie democratiche ed umanitarie che vogliono aggiogare il movimento operaio a fini piccolo-borghesi. 1860-’70: lottano contro le concezioni anarchiche e libertarie che deviano i lavoratori dal problema del potere politico e della dittatura. 1870-’80: lavorando alla formazione dei grandi partiti, lottano contro errori teorici come in Dühring, tattici come in Lassalle. 1890-1900: lottano contro le correnti revisioniste (Bernstein) che credono definitivo il periodo idilliaco e pacifico, e vogliono rendere graduale la conquista del socialismo gettando via la visione della «catastrofe». Questa rassegna Lenin la fa nel 1908. Ma la si può continuare. 1900-1910: la lotta continua contro i revisionisti che in Russia, malgrado la persistenza dello zarismo, vorrebbero fare gettito del metodo rivoluzionario; nei paesi latini svolgono nel sindacalismo soreliano un altro «economismo» egualmente vuoto. 1910-’20: Lenin stesso è a capo della gran lotta contro il socialsciovinismo e il rinnegamento della lotta di classe in tempo di guerra. 1920-’25: si conduce a fondo la lotta teorica politica ed organizzativa contro il socialdemocratismo legalitario. Lenin muore nel pieno del lavoro a quella che, nel 1915, aveva preveduta come «rinascita del socialismo rivoluzionario, intransigente, insurrezionale» avendo considerata «la lotta contro il revisionismo come il preludio delle grandi battaglie rivoluzionarie, contro tutte le debolezze ed i tentennamenti degli elementi piccolo borghesi».
A questo punto, quando si è visto dal 1925 al 1950 il movimento della Terza Internazionale, costituita da Lenin con questo bagaglio, adottare una per una, pure ostentando una falsa ortodossia dottrinale, tutte le posizioni deviatrici quarantottesche, proudhoniane, socialnazionali, socialpacifistiche, collaborazionistiche, e usare come metodo tattico e come bandiera di agitazione una politica democratica, transigente, costituzionalistica, patriottica, si impone la scelta tra due conclusioni. O tutti i nostri schemi vanno gettati via e proclamato l’insuccesso del titanico sforzo marxista per scoprire le leggi essenziali dello svolgersi storico, ricadendo in un avveduto e prudenziale empirismo politico come quello dei tanti vaghi filoperaismi socialoidi contro cui si era disperatamente lottato, e che alla morte di Lenin credevamo avere messo a terra per sempre; ovvero il periodo di questi 25 anni va segnato come quello della più grave degenerazione marxista, contro la reazione di pochi e deboli gruppi. Ed un periodo ulteriore deve essere atteso come quello che ricostruirà il movimento classista, contro la prassi di collaborazioni politiche tra capitalisti e movimenti proletari, sul piano nazionale e su quello mondiale.
Tutta la costruzione condotta sulle linee di Marx e di Lenin va considerata crollata, ovvero tutto quanto il movimento già comunista ha svolto dal 1925 in poi va ripudiato come il più rovinoso dei revisionismi. Aut-aut. Non si saprebbe considerare ed accettare come una «sopraelevazione» uno schema storico, che dai tanti scrittori stalinisti non vediamo nemmeno tentato, di questo genere: 1925-1940; epoca di «controrivoluzioni» con cui, mentre i dati tecnici ed economici capitalistici non regrediscono ma avanzano nello stesso senso superindustriale e superimperiale, si stabiliscono poteri che minacciano negli istituti liberali un comune patrimonio di proletari, classi popolari e borghesi… onesti. 1940-’45: Seconda Guerra Mondiale, che non ha i caratteri delle serie imperialiste di Lenin, ma ripiglia quelli quarantotteschi e di liberazione nazionale. 1945-’50: da parte proletaria si aspirava dopo la liberazione a liquidare la lotta civile interna e la lotta militare mondiale tra forze capitaliste e proletarie in un lungo periodo di emulazione pacifica: ma alcuni gruppi capitalistici riprendono l’offensiva e l’aggressione…
Ma tutto questo è la catena della storia ridotta a tanti anelli spezzati e contorti! Tutto questo non regge! Occorrerebbe ricadere in una disperazione simile a quella degli anarchici e nichilisti descritta dopo il 1905 russo. Avevano ragione i nostri contraddittori e noi ripieghiamo scornati dalle posizioni difese fin dal 1848? Dicevano: la storia non ne ha, di spina dorsale; vana opera teorica e pratica è seguire attraverso una via di partito… Di quando in quando uno schiavo sanguinosamente sferzato getterà un grido da belva e colpirà l’aguzzino, sarà eliminato in un modo o nell’altro, ma le cose andranno sempre così . No, non avevano ragione.
OGGI
Il dialogo Mac Arthur-Truman mette il mondo capitalista a rumore. Ma i suoi insegnamenti non dovrebbero stupire i marxisti; sono di una tremenda chiarezza. Le considerazioni tecnico-militari del generale richiamato indietro sono ovvie: senza avere nemmeno un foglio delle sue nove casse di documenti vi accennavamo, nei Fili, prima del dicembre. La prevalenza americana in estremo oriente è palese; assurdo il progetto attribuito ai russi di attaccare lì, agli estremi dell’unico binario della transiberiana. Questo non basta che ad alimentare il rifornimento di guarnigioni di pace: i nord-coreani hanno avuto più rifornimenti inglesi da Hong Kong, che russi dalla Siberia: perché no, aggiungiamo, americani? Occorrerebbe ai russi una grande marina mercantile e da guerra; non l’hanno, gli inglesi hanno vegliato da un secolo perché non l’avessero e non la possono improvvisare. Aviazione e sottomarini sì, ha riflettuto il generale interrogato, ma in funzione (ha fatto capire) difensiva, insufficienti ad una aggressione mondiale.
In sostanza Mac Arthur svela senza troppe storie che ha una comune politica con Truman e tutto l’imperialismo statunitense: conquistare la Cina. Occorre tenere il Giappone e Formosa saldamente. La Cina non sarà sorretta dalla Russia, il problema è il metodo per domarla e controllarla: militare o economico? Mac Arthur in sostanza ritiene più conveniente un certo grado di aggressione a cannonate, gli altri pensano che bastino i dollari. Per una via o per l’altra, si tratta di avere Mao. Vecchia storia, a noi italiani l’applicò Churchill: il bastone e la carota. Ogni italiano ha avuto un colpo di bastone in quanto fascista, una fetta di carota in quanto antifascista.
Lenin nel discutere con i socialpatrioti parte dal detto di Clausewitz: la guerra è la continuazione della politica. Mac Arthur ha alzato le spalle quando gli hanno posto il problema della aggressione russa in Europa. Faranno, come me, i loro calcoli tecnici, ha detto. Non si possono fare sulle intenzioni che ipotesi senza senso. Il militare sa che nella storia gioca il determinismo. Come i generali russi, Mac Arthur ha detto quali misure occorrono per le ipotesi, di cui nessuna è dato escludere; ma ha dichiarato, come dichiarano i russi, di essere per la abolizione e lo scongiuramento della guerra perché essa «è la fine della civiltà».
Il «proconsole», il «criminale di guerra», gratta un poco, si rivela un «partigiano della pace». Lo sapevamo bene noi, che ci commoviamo per la «pace» tanto poco quanto per la «civiltà», tesori sul cui bene vegliano i Mac Arthur e Rokossowsky. Non è la Russia come popolo ed esercito il nostro nemico, ha detto Mac Arthur ai senatori, ed ha ripetuto una frase di Truman: il nostro nemico è il comunismo in generale. E lo dobbiamo combattere in tutti i luoghi. Come dunque in Russia, le divisioni e le atomiche americane sono pronte a combattere contro il comunismo dovunque ; in Europa, in America. Grazie alla durezza e chiarezza del generale, eccoci ben ritornati alla posizione classista.
Dall’altra parte non si risponde a Mac Arthur e a Truman: il nostro nemico non è il popolo o l’esercito americano; il nostro nemico è il capitalismo in ogni luogo. Si dice, dall’altra parte, che si è disposti a rispettare il capitalismo in tutti i luoghi, e si vuole la pace duratura, riservando il comunismo alla Russia. Una tale enunciazione, che sarebbe, se rispondesse alla situazione reale, la morte del «classismo», si spiega solo in quanto viene da forze e da organismi che non rispecchiano né il proletariato né il comunismo.
Ma il classismo non si lascia cacciare dalla storia, anche se parla dialetticamente dalla bocca del generale imperialista, non più da quella dei marescialli sovietici. Lenin aveva scritto testualmente. «Lo stato d’animo delle masse a favore della pace esprime un principio di protesta, di indignazione, e di coscienza del carattere reazionario della guerra. Sfruttare questo stato d’animo è dovere di tutti i socialisti. Essi prenderanno vivissima parte a tutti i movimenti e a tutte le dimostrazioni su questo terreno. Ma non inganneranno il popolo ammettendo che, senza movimento rivoluzionario, sia possibile la pace senza annessioni, senza oppressione di nazioni, senza rapina, senza germi di nuove guerre tra i governi attuali, fra le classi attualmente dominanti. Un simile inganno favorirebbe la diplomazia segreta dei governi belligeranti e i loro piani controrivoluzionari. Chi vuole la pace duratura deve essere per la guerra civile contro i governi e contro la borghesia».
Lo scioglimento quindi del tremendo periodo storico aperto dalla Rivoluzione Russa del 1905, e dalla Prima Guerra Mondiale imperialista del 1914, non si farà senza che lo scontro delle classi, visto da Marx e da Lenin, non venga a grandeggiare più delle imprese degli Stati Maggiori militari; e non darà luogo a periodi pacifici, popolari e progressivi, prima che tale conflitto sociale abbia ripreso il primo piano sulla scena della storia.
Lo stesso proconsole dell’imperialismo in Oriente lo ha sentito, e ha posto la sua candidatura e quella dei suoi consimili non ad essere capo di un’impresa nazionale, che ha voluto deprecare, sì bene ad essere capo di una guerra di classe: il comunismo, ecco il nemico . Nel 1913 Lenin chiudeva lo scritto cui abbiamo ricorso dicendo: «non disperazione ma coraggio bisogna attingere dal fatto che 800 milioni di asiatici sono stati trascinati nella lotta per gli stessi scopi europei. Dopo l’esperienza dell’Europa e dell’Asia (e questa esperienza il tecnico di guerra ha portata nella sala del congresso borghese di Washington!) chi parla di una politica non classista, e di un socialismo non classista, merita semplicemente di essere esposto in una gabbia insieme ad un canguro australiano».
Il titolo che abbiamo posto a questo filo non era dunque, nemmeno quello, una nostra elucubrazione. Da quando «il periodo pacifico del 1872-1904 appartiene ad un passato scomparso per sempre» le proposte di alleanza e di collaborazione interclassista, perfino di governi pacifisti interclassisti, sono prodotti di decomposizione del marxismo-leninismo assai più assurdi ed indegni di quelle di allora. In questo secondo mezzo secolo che si apre, la gabbia col canguro si pone all’ordine del giorno della storia.