Międzynarodowa Partia Komunistyczna

Il Comunista 1921-02-17

Per la manifestazione del 20 febbraio

Ancora una volta raccomandiamo a tutti gli organi locali dd partito la preparazione della manifestazione del 20 Feb­braio che dovrà riuscire un’affermazione di forza del par­tito in tutta Italia.

Nelle riunioni gli oratori comunisti svolgeranno la storia della formazione del nostro partito, il suo programma di principio e d’azione, attenendosi ai concetti contenuti nel ma­nifesto al proletariato italiano lanciato dal Comitato Centrale e già pubblicato sui nostri giornali ed in volantino.

Nel prossimo numero pubblicheremo l’appello da distribui­re nelle riunioni del giorno 20.

Per quanto riguarda la stampa quotidiana del partito, si dovrà affermare il proposito dei comunisti italiani di dotare il loro partito d’un organo centrale quotidiano, che completi ed integri l’azione degli altri nostri quotidiani. Oggi deve in prima linea provvedersi al risorgere del Lavoratore, incen­diato a Trieste dalla guardia bianca, e occorre il contributo di tutti i comunisti italiani. Il Comitato Esecutivo ha deciso di fare una grande sottoscrizione unica pro stampa quoti­diana comunista, riservando agli organi centrali del partito di stabilire la destinazione dei fondi, man mano che saranno raccolti, in ordine alla soluzione del problema dell’ubicazione geografica dei quotidiani comunisti. Deve ritenersi assorbita in questa sottoscrizione unica ogni altra iniziativa di raccolta di fondi per giornali comunisti quotidiani, ad eccezione della sottoscrizione in corso per L’Ordine Nuovo di Torino. Verranno al più presto diramate dal Comitato Esecutivo le schede di sottoscrizione.

Nelle riunioni del 20 dovrà anche esser trattata la que­stione, sindacale, esponendo alle masse il programma d’azione dei comunisti nell’imminente Congresso della Confederazione del Lavoro, contro l’indirizzo riformistico e controrivoluziona­rio dei dirigenti attuali, utilizzando così anche a questo scopo la giornata di propaganda comunista.

Attendiamo dalle città elencate nel precedente comunicato conferma dell’organizzazione delle riunioni per le quali il Comitato esecutivo designerà direttamente gli oratori.

Comitato esecutivo del Partito comunista d’Italia

ELENCO DEGLI ORATORI

GENOVA: Virgilio Verdaro. TORINO: Francesco Misiano. ALESSANDRIA: Omero Franceschi. NOVARA: Antonio Gramsci. CUNEO: Giovanni Parodi. MILANO: Umberto Terracini. PAVIA: Angelo Tasca. COMO: Secondino Tranquilli. SONDRIO: Virgilio Bellone BRESCIA: Giuseppe Berti. CREMONA: Augusto Radi. MANTOVA: Fernando Garosi. VENEZIA: Luigi Repossi. VICENZA: Ferdinando Grandi. PADOVA: Ettore Croce. TRIESTE: Egidio Gennari. BOLOGNA: Amadeo Bordiga. VERONA: Roggero Cricco. UDINE: Giuseppe Quarantini. PARMA: Ennio Gnudi. MODENA: Arturo Caroti. FORLI’: Tito Marziali. REGGIO EMILIA: Alceste Della Seta. RAVENNA: Riccardo Roberto. ANCONA: Luigi Salvatori. PERUGIA: Giuseppe D’Amato. FIRENZE: Luigi Polano. MASSA: Ambrogio Belloni. AREZZO: Armando Aspettati. ROMA: Giovanni Sanna. AQUILA: Pietro Rabezzana. NAPOLI: Antonio Graziadei. FOGGIA: Ludovico Tarsia. BARI: Nicola Bombacci. PALERMO: Cesare Sessa. GIRGENTI: Enrico Ferrari.

L'andata al potere

Quando in tutto il movimento mondiale proletario, per riflesso delle grandi notizie di Russia, vennero messe in evidenza le tesi fondamentali del pensiero marxista rivoluzionario – con le quali mai, giova insistervi spesso, era stato perduto il contatto, almeno teoricamente, dalla sinistra antirevisionista della seconda Internazionale – dovunque si pose il problema: accettare o no la conquista violenta del potere, la dittatura proletaria, la distruzione del meccanismo parlamentare, per sostituirlo col sistema dei consigli operai. In un primo tempo, se pensiamo all’Italia, le adesioni a questi criteri furono addirittura valanga. Ma, in seguito all’agire di una serie di cause sociali e storiche, subentrarono i dubbi e le esitazioni, le interpretazioni personali e tendenziose dei cardini del metodo della Internazionale risorgente. Quel primo incendio di entusiasmi si è ormai rivelato tutt’altro che utile nelle sue conseguenze; mentre si andava costruendo, con maggior lavoro ma anche con maggior efficacia, una vera coscienza del metodo comunista nei gruppi oggi organati nel nostro partito.

Si tratta ora di vedere con serietà che cosa deve intendersi per accettazione del metodo comunista, e questo è stato il problema centrale presentatosi in Italia e risolto a Livorno, mentre però la soluzione nel campo della organizzazione di partito non esclude la necessità della chiarificazione in confronto a tutta la campagna anticomunista consistente nelle quotidiane dichiarazioni di fede comunista da parte di quelli che sono ormai al di fuori del comunismo, come milizia e come dottrina, e suffragata dalle abili svalutazioni da parte di quegli elementi che rimasero alla destra anche nel periodo della ubriacatura, e che tentano di sfruttare la liquidazione di questa come la sconfitta della teoria e della pratica della Terza Internazionale.

Anzitutto, non può considerarsi come una adesione al metodo comunista la approvazione di esso… in quanto è stato applicato in Russia, cosa che si fece senza alcun bisogno del permesso degli odierni comunisti forse che si forse che no; la dichiarazione di riconoscimento del diritto del proletariato russo a darsi il regime soviettista, diritto alla cui protezione egregiamente provvedono i fucili e i cannoni dell’esercito rosso.

Neppure è comunista chi ammette la violenza, la dittatura, i soviet, come forme ed aspetti possibili dello sviluppo rivoluzionario, chi si degna di rinunziare a condannarli senz’altro come degenerazioni anti-socialiste, e si arrischia a non escludere che possano essere in certi casi e in certi paesi una necessità, per lui deplorevole.

Il valore e il vigore di quelle tesi marxiste sta nella loro generalità, nella esclusività con la quale vengono formulate, quando si afferma, come negli scritti teorici di Marx e di Engels e nelle tesi della Terza Internazionale, che l’unica via per la quale può realizzarsi la emancipazione del proletariato, l’unica che può condurre dal potere della borghesia al potere effettivo del proletariato, è quella appunto della lotta violenta, e della dittatura. Dogmatismo? Schema? Ignoranza dei molteplici aspetti che nel tempo e nello spazio possono assumere, secondo mille cause speciali, gli sviluppi della storia? No, ma conclusione di un esame vastissimo e formidabile, che sulla base di innumerevoli elementi di dottrina e di esperienza nell’azione, ad opera non di un uomo ma di una classe e del suo movimento di critica e di battaglia, giunge a stabilire che esistono delle fondamentali uniformità nel volgere della storia, che ad una classe internazionalmente lottante per un problema che la storia sempre più universalmente pone – la fine del regime capitalistico – consentono di acquisire a base della sua coscienza e a guida della sua azione. Che se poi a quelle uniformità non sì crede, neppure comprendendo come nella generalità delle loro linee esse non escludono lo studio di ogni problema di dettaglio nelle più svariate sue presentazioni, e la risoluzione di ogni situazione di fatto con mezzi adeguati e molteplici, ma senza mai contraddire al quadro generale della critica e della tattica: se ciò si nega, altro non resta che passare nelle file dell’eclettismo scettico della borghesia decadente, cosa che prima nel loro pensiero, e poi nel loro contegno, vanno appunto facendo i contraddittori di quanto il comunismo sostiene.

Esiste un’antitesi alla posizione dei comunisti, e si potrebbe chiamarla la posizione socialdemocratica pura. Non vogliamo neppur parlare di una scuola che affermi, malgrado la constatazione della situazione che la guerra ha lasciato, che il capitalismo deve ancora vivere in uno sviluppo graduale delle sue forme, che la classe borghese deve ancora restare alla direzione della società, conservando nelle sue mani il potere. Nemmeno vogliamo parlare di quelli che oggi ancora accetterebbero la partecipazione di rappresentanti di partiti proletari nei ministeri borghesi. Adottando l’espressione di scuola social-democratica pura intendiamo riferirci a quelli che sostengono che il proletariato deve – ed anche soltanto che può – accedere al potere senza una lotta violenta, senza spezzare il sistema parlamentare e la macchina esecutiva statale borghese, ed esercitare il potere per la soppressione del capitalismo senza dittatura, senza il regime dei consigli operai.

Alcuni sostengono che il proletariato deve evitare tutto ciò, e che la via sostenuta dai comunisti è in contraddizione col… socialismo. Non occorrono molte parole per mostrare come quelli che vedono una contraddizione tra il loro socialismo e la violenza, la dittatura, ecc. seguono un socialismo che col marxismo non ha nulla di comune, e lo hanno ereditato in qualche setta evangelica e nei congressi per la pace. Passino dunque costoro al bailamme del pensiero borghese.

Ma anche la semplice illusione che possa, in certe date condizioni, esser possibile che la storia risolva il problema del trasferimento del potere al proletariato senza quelle condizioni rivoluzionarie, non è una innocente modificazione tendenziale del marxismo, ma presuppone la sua negazione in principio. Perché un simile processo fosse ammissibile dovrebbe esser possibile adattare la struttura legislativa ed esecutiva dello Stato come oggi è congegnato alle necessità dell’opera di espropriazione capitalistica. Ora, quest’opera implica la distruzione della costituzione legale dello Stato borghese. La rappresentanza elettiva parlamentare non ha teoricamente una tale facoltà. Questa non è una questione astratta, perché tradotta in pratica vuol dire ciò: un ministero eletto parlamentarmente può contare sulle forze esecutive per attuare il suo programma, fino a che questo non esorbita dalla legalità borghese, ossia dalla conservazione del privilegio capitalistico.

Il giorno che il Governo esca da questi limiti, l’esercito, la polizia, la burocrazia non lo seguiranno, e probabilmente lo rovesceranno se insisterà. E lo faranno non perché giuridicamente abbiano ragione di fronte alla loro posizione, al loro giuramento di funzionari dello Stato borghese di rispettarne e farne rispettare la costituzione, ma perché nella realtà materiale la loro gerarchia costituisce l’ingranaggio di una macchina costruita pel capitalismo, lubrificata e guidata dalla classe borghese, e non abbandonerà questa prima di aver gettato sulla bilancia il peso della sua forza armata organizzata Questa via socialdemocratica pura non è dunque impossibile, ma è affatto impossibile che essa conduca ad un esercizio del potere da parte del proletariato, per la soppressione del capitalismo. Ad un certo momento la necessità di spezzare violentemente la macchina statale, il che non può farsi senza violenza materiale, armata, organizzata, si presenterà implacabile. Vedremo le conseguenze di una tale situazione di impreveduta necessità di lotta violenta, e come essa si risolva nella alleanza tra socialdemocratici e borghesi. Resti per ora stabi­lito che questa concezione socialdemocratica racchiude una incomprensione della funzione dello Stato quale appare nella dottrina comunista marxista, e quindi anche quando agita la formula dell’andata al potere del proletariato, resta fuori e contro il marxismo, separata da noi dall’abisso; e deve spiegarsi come una filiazione teorica della mentalità borghese, in quanto abbandona il tracciato marxista sopraffatta dai pregiudizi borghesi democratici, la cui demolizione è nel sistema marxista materia assodata.

Stabilito che questo socialdemocratismo puro è teoricamente pura scuola borghese, il che suffraga la previsione che praticamente i suoi rappresentanti lavoreranno per la borghesia, esamineremo i tentativi di costruire, tra il metodo comunista e questa sua antitesi, altre soluzioni intermedie, ma più ancora equivoche ed insidiose.

Lo sciopero nazionale dei mugnai

Riceviamo un bollettino che la Federazione Nazionale dell’arte bianca pubblica per lo sciopero degli operai mugnai che va estendendosi in tutt’Italia.

Naturalmente tutta la nostra solidarietà va ai lavoratori in lotta, ma non possiamo passare sotto silenzio lo strano contegno del loro Segretario, l’ultra riformista Giulio Braga, il quale nel redigere il bollettino dello sciopero si sbizzarrisce ad attribuire quanto avviene in certe località alle direttive politiche che ivi prevalgono.

Riceviamo che il bollettino parla di secessionisti che guidano i Mugnai milanesi i quali lavorano ancora, senza spiegare che questi secessionisti non sono da confondere con i comunisti, ma sono degli intervenisti usciti da anni dalla Federazione.

Per quanto poi riguarda una allusione del bollettino ai mugnai di S. Giovanni a Tedduccio, il compagno Bordiga ha indirizzato alla Federazione dell’arte bianca la seguente lettera.

* * *

Milano, 14-2-21

Alla Confederazione Generale dell’Arte bianca

Via S. Egidio,12 – Firenze

Leggo in un vostro bollettino dello sciopero dei mugnai, redatto con un curiosissimo criterio politico che dimostra quanto settarismo della peggiore specie sia in coloro che gridano contro il settarismo altrui, uno sciocco accenno secondo il quale i molini di S. Giovanni a Teduccio non sciopererebbero perché sono nella zona d’influenza del comunista Bordiga.

Dovreste sapere che, sono a Milano da tempo nell’Esecutivo del partito comunista e che nessun rapporto posso avere con un movimento sindacale che si svolge nel napoletano; ma dovreste anche sapere che fin da quando sono stato laggiù ho sempre lavorato per le organizzazioni e le agitazioni anche della vostra categoria, cosicché quell’accenno è semplicemente idiota. Visto che il vostro bollettino anziché essere dedicato all’agitazione economica, è terreno di polemica politica e personale vi invito ad inserirvi la presente.

AMADEO BORDIGA