Międzynarodowa Partia Komunistyczna

Il Comunista 1921-05-29

La fronda fascista

L’attenzione converge sul vespaio sollevato da Mussolini tra le sue schiere colle sue note dichiarazioni circa la non parteci­pazione fascista alla seduta reale, colla sua insistenza sul fatto che il fascismo, pur non avendo né la pregiudiziale repubblica­na, né quella monarchica, è „tendenzialmente re­pubblicano”.

Nulla vi è per noi di impreveduto nelle interviste e negli ar­ticoli di Mus­solini di questi giorni. Anche lui, con tutte le sue pose, è salito di qualche gradino nella considerazione dei mani­polatori della pubblica opinione, e perciò anche di sé stesso, colla investitura parlamentare. Quello che dice e scrive non merita molto di più della presa in giro, se non in quanto contie­ne indizi che valgono a sempre meglio formulare le spiegazioni e le valutazioni del „fascismo”, a confermare quelle che noi ne abbiamo date, suscitando in taluno una meraviglia che i fatti si stanno incaricando di guarire.

Le tendenze repubblicane del fascismo non sono in tutti gli aderenti molto sicure, a giudicare da quello che avviene, anche se è vero che quelli che storcono il muso siano i nuovi venuti dell’organizzazione fascista, gli opportunisti del fascismo. Ma in ogni modo il solo fatto che siano così reci­samente affermate dai dirigenti e dal giornale ufficiale, dimostra che il mo­vimento fa­scista, se non è proprio repubblicano, è però certamente un mo­vimento di sinistra nel quadro della politica borghese, un movimento demo­cratico, non un movimento – lo abbiamo ripe­tuto tante volte alla asinità so­cialdemocratica – tendente alla soppressione delle garanzie costituzionali per proclamare la dit­tatura borghese; proprio perché per la dittatura borghese occorre l’ambiente del parlamentarismo e del liberalismo che con essa si conciliano, non si escludono, anche in epoche di strepitose vit­torie elettorali „socialiste”.

Nei programmi del fascismo si dovrebbe scrivere che esso è un movi­mento „tendenzialmente socialdemocratico”. Le stesse di­chiarazioni di Mus­solini, anzi la parte di esse che non hanno trovato oppositori nelle sue file, lo conferma. Vi è ventilata la collaborazione coi socialisti, naturalmente se es­si, desistendo definitivamente da ogni residuo di ostentazione rivoluzionaria, dimostreranno che il fascismo colla sua prima fase di azione ha raggiunto lo scopo di addomesticarli „pestandoli”. Si trovano, in quella intervista, di­chiarazioni non nuove affatto – ed infatti il Mussolini ha, a suffragio della sua tesi, riportato scritti vecchi di un anno del Popolo d’Italia – sulla parte sociale del pro­gramma fascista, che è nettamente riformista, e su quella po­liti­ca che comprende quei concetti, così cari ai nostri socialdemo­cratici, specie confederali (è proprio a questi che il fascismo allunga la prima passe­rella) della Costituente professionale o sindacale di cui molte volte abbiamo mostrato lo spirito antico­munista. Si dirà dai socialisti che le riforme sociali politiche che il fascismo propugna sono dei tradimenti per il proletariato; ed è qui proprio un’altra prova che fascismo e socialdemocrazia si assomiglia­no; non è forse altrettanto per le riforme propugnate dal riformismo sociali­sta tesserato?

Ma proprio il modo di vedere la questione: Monarchia o Re­pubblica? avvicina suggestivamente fascisti e socialdemocratici. Nemmeno questi sono pregiudizialmente monarchici od antimo­narchici; contro la pregiudiziale re­pubblicana il riformismo ita­liano si è sempre battuto fin da quando era alla testa del partito. Il socialismo parlamentarista si prospetta i suoi sviluppi tanto in repubblica che in monarchia. Se gli conviene potrà fare l’agita­zione repubblicana, ma quando dovrà andare al potere non sarà la regia livrea che lo tratterrà dalla decisione. La repubblica alla Modigliani può essere solo uno spauracchio nelle sue mani, ma non è una questione di principio. Non è la stessissima, quella valutazione del problema cui sono dedicati gli articoli del Po­po­lo d’Italia?

La repubblica, in Italia, sarebbe accettata perfino dai nazio­nalisti e dai popolari. Popolari e nazionalisti possono essere e sono in Italia ministri del re, e magari, anche i repubblicani. Noi, se occorre dirlo, ce ne freghiamo della monarchia e della repubblica e di qualunque forma di Governo parla­mentare; siamo per la dittatura rivoluzionaria delle masse lavoratrici.

Tratta dalle polemiche sulla „mossa” di Mussolini questa prima conclu­sione che conferma i nostri giudizi critici, si offre alle riflessioni lo scarso successo avuto dal „capo” nell’organiz­zare le prime attività politiche del „suo” gruppo parlamentare.

Se c’è una vanteria ridicola nei propositi fascisti, è quella di rinnovare i costumi parlamentari. Essi faranno la stessa fine di qualunque altro gruppo borghese. Non avranno dei contorni distinti e una continuità di azione par­lamentare. Saranno, forse forse, un poco più compatti degli altri, mentre i socialdemocra­tici andranno stracciando le ultime legacce in dipendenza dai centri extra-parlamentari del loro partito, sempre a malincuore subite (ed anche in questo seguiranno gli uni e gli altri vie con­vergenti su un punto medio).

Ma non è possibile che si realizzi una disciplina politica del gruppo parlamentare fascista alla direzione del movimento fa­scista. Per questo oc­correrebbe avere un partito organizzato. Ed il fascismo non è un partito. Qui sta il punto. Il fascismo è, forse, appena un metodo, che non ha niente di nuovo, e nessuna facoltà rinnovatrice, essendo un volgare espediente di con­serva­zione borghese. I capi del fascismo sono naturalmente portati ad illude­rsi di essere un partito, ed in questo deve averli incorag­giati la cosiddetta di­sciplina manifestatasi nelle elezioni, al nobi­le scopo di fregare i compagni di lista. Ma, tra le altre cose, nessun partito nasce bloccardo. Le peggiori pro­stitute… nacque­ro oneste.

È da ridere la facilità con cui i capi fascisti ostentavano di essersi piaz­zati ottimi primi tra i partiti politici organizzati ita­liani. I nostri aderenti, essi dicevano, si contano colla unità delle centinaia di migliaia. C’era da fare allibire noi comunisti, che stiamo tanto a limare il nostro tanto più piccolo partito. Quanto a socialisti e popolari, anch’essi, sebbene di manica larga, resta­vano sorpassati.

Ma il preteso partito dalle centinaia di migliaia di inscritti si rivela un’accozzaglia in cui gli stessi capi non sono d’accordo nemmeno sulla mossa con la quale bisogna debuttare come parti­to sul palcoscenico parla­mentare. Mussolini urla, si arrab­bia, invoca la disciplina e l’autorità del „capo”, ma è costretto a constatare che nel fascismo pochissimi sono coloro che sanno che esistono dei programmi, meno ancora quelli che si sono data la pena di leggerli. I fascisti, evidentemente, non leggono nem­meno tutti il Popolo d’Italia.

Che il fascismo fosse un partito, o fosse in via di diventarlo, lo potevano credere solo i gonzi. Non si sapeva che l’essere fa­scista non rendeva per con­seguenza diretta incompatibile la iscrizione ad un partito politico qualsiasi? Ci sono „fascisti” iscritti al partito repubblicano come a quello popolare, ce n’è di nazionalisti e di radicali, ce ne potrebbero essere anche di iscritti al partito socialista.

Quali sono le formalità per diventare fascista? Che docu­menti si chiedo­no? Nemmeno, pare, la fedina criminale.

Cosicché, ai primi esperimenti di agire come partito parla­mentare, di emanare una parola d’ordine di natura politica, le file del movimento si sono scompaginate, i militi si sono fregati della disciplina, i caporali hanno smentito gli ordini del genera­le. Finora la disciplina era perfetta. Nessuno s’arrischiava, ad esempio, di introdurre varianti al grido fatidico di eia eia alalà, o di mutare il motivo di „giovinezza, giovinezza”. Ma appena si è trat­tato di indirizzare una manifestazione politica, coloro che dovevano ese­guire si sono ribellati ed oggi la ingrata borghesia italiana ride alle spalle del fascismo. Accidenti alla disciplina e al rinnovamento dei costumi! Si ricorre ad espedienti che puzza­no di rancido a mille miglia, come quello di dire che i deputati fascisti assisteranno al discorso reale: sarà il gruppo che resterà fuori. Il gruppo? Si annunzia di già che forse il gruppo non si costituirà nemmeno!

D’altra parte il fascismo, per assolvere il suo compito, non ha bisogno di essere un partito. E non può quindi avere un pro­prio gruppo parlamentare. Esso deve realizzare l’incontro di due metodi che l’arte infrollita della bor­ghesia crede inconciliabili, logorando nelle logomachie elettorali la sua ca­pacità difensiva di classe: il metodo della avanzata democrazia liberale, ma­gari de­mocrazia sociale, e quello della reazione armata contro le avan­guar­die rivoluzionarie del proletariato. Per questo non occorre un partito, ma un reagente che influisca sui partiti, addomesti­cando, come abbiam detto, la socialdemocrazia; spiegando, d’al­tra parte, alla borghesia arretrata politica­mente che per combat­tere „l’idra bolscevica” occorre deporre certe fobie da Corriere della Sera contro il riformismo e l’estrema democrazia. Non oc­corre dunque al fascismo di essere un partito, per preparare le giornate san­guinose della reazione ma non gli è nemmeno pos­s­ibile diventare un partito. Il desiderio di esserlo non è che la manifestazione di una precoce senilità.

I partiti non si organizzano, non si trovano, un giorno, belli e fatti, col solo disturbo di aver messo in voga delle canzonette ed esaltato la diffusione della piacevole moda di distribuire ba­stonature.

Il signor Mussolini imparerà che i partiti si sfruttano facil­mente, ma è difficile improvvisarli. È la storia che li forma. È la storia che li vendica di chi li ha sfruttati.

Il congresso dei ferrovieri

In questi giorni si svolgeranno i lavoro del Congresso nazionale dei ferrovieri. La massima organizzazione ferroviaria si riunisce in un momento critico della vita sociale italiana per affrontare e discutere quistioni importantissime di categoria e sindacali e quistioni politiche.

In realtà, in questi ultimi anni, il Sindacato ferrovieri italiani ha affiancato l’opera di ascensione del proletariato italiano, mettendosi sulla via massimalista delle realizzazioni operaie e accettando il punto di vista realistico della necessità di preparare le folle agli urti rivoluzionari. Quanta importanza abbia avuto ed abbia ancora questo atteggiamento è bene rilevare nello stesso momento in cui varie forze controrivoluzionarie e pesi di varia mole tentano trascinare a destra le organizzazioni di classe. Forse è fatale che le organizzazioni impinguate dall’affluire di numerosi elementi apolitici o eterogenei «segnino il passo» in certi momenti della storia, per ragioni obiettive e soggettive che non è qui il caso di vagliare. Ma cura degli elementi rivoluzionari che dirigono le organizzazioni o ne fanno parte da semplici militi, è quello di prospettare ai sindacati la vera situazione politica e sociale entro cui essi si muovono. Potevasi, fino a ieri, pensare – e così fu realmente – che l’organizzazione sindacale potesse, per il solo fatto di essere, ottenere miglioramenti economici e morali. Da una parte il pericolo della rivoluzione proletaria; dall’altra l’indebolimento degli istituti e delle gerarchie statali superstiti di una lunga guerra, soddisfecero le richieste economiche dei lavoratori.

Oggi lo Stato non può più dare quanto poté ieri; ed esso si trova nelle medesime condizioni nelle quali trovasi il padronato. Il problema degli aumenti di salario va presentandosi nella sua forma più acuta, giacché lo stato padrone ed il privato padrone non hanno più la possibilità di accedere alle richieste delle organizzazioni proletarie, mentre queste – costrettevi dalle condizioni di vita – premono nella richiesta. Terribile situazione per la conservazione del corporativismo riformista il quale viveva e si sviluppava nelle vittorie economiche conquistate alla classe padronale ed allo Stato. Oggi il proletariato può ancora seguire quel riformismo dal quale pure ottenne vantaggi inestimabili; ma fino a quando dovrà o potrà seguirlo? La … sterilità dell’azione sindacale comunista nei paesi a regime borghese, e che i riformisti ci rimproverano sovente, è appunto nella nostra antiveggenza del processo di maturazione economica la quale ci trova pronti a sostenere il concetto della preparazione rivoluzionaria nel momento preveduto in cui la classe dominante e lo stato suo gestore non sono più in grado di affrontare la soluzione delle competizioni economiche sorte fra il padronato ed il sindacato. In questo momento i comunisti avvertono una crisi, come una pausa, come un ristagno nell’azione sindacale consuetudinaria, ed è in questo momento che la loro opera diviene particolarmente importante e difficile. In questo momento vi sono sbandamenti ed oscillazioni tra le masse che affluirono nei sindacati nelle rosee ore della cuccagna, e quelle meno decise o grigie o incoscienti sospingono i loro capi conservatori a soddisfare la illusione di un esperimento di governo che risolva la crisi stagnante o da questi sono facilmente assorbiti nella sfera d’azione politica collaborazionista. Se può affermarsi con amarezza che gli sforzi del proletariato rivoluzionario dovranno spesso sostare per colpa delle porzioni di masse più arretrate e degli uomini che queste dirigono, può altresì riconoscersi che tali soste, risolvendosi in esperimenti esemplari perché la verità del metodo rivoluzionario sia confermata, servono egregiamente alla educazione rivoluzionaria delle masse e le apprestano alle battaglie decisive.

Il sindacato dei ferrovieri italiani si trova oggi nella stessa situazione nella quale si trovano moltissime altre organizzazioni economiche. Basta aver seguito gli articoli di preparazione al Congresso pubblicati nella Tribuna dei ferrovieri per avvertire lo stato d’animo incerto e la mancanza di orientamento nei sindacati ferrovieri. Questi, con ordini del giorno probabilmente non troppo discordanti, approveranno l’opera sindacale svolta dal loro Comitato centrale fino ad oggi; ed intorno alle quistioni tecniche inerenti ai loro interessi di categoria troveranno una unanimità di consensi. Ma la battaglia scoppierà sulla quistione più soda, sui rapporti con gli organismi sindacali e politici nazionali ed internazionali. Il concetto autonomistico è assai diffuso nella massa dei ferrovieri inscritti al Sindacato. I ferrovieri pensano che le loro vittorie sono dovute per l’appunto alla loro autonomia sindacale e che essi hanno potuto spesso partecipare all’azione politica delle correnti politiche più estreme del proletariato appunto perché seppero conservare l’autonomia, cioè una libertà di movimento e di apprezzamento delle situazioni politiche. Poiché tutti gli organismi secessionisti dicono la stessa cosa bisognerebbe concludere che la secessione delle forze sindacali, l’autonomismo dei sindacati favorisca l’opera rivoluzionaria di educazione e di preparazione rivoluzionaria delle masse. Ma questo paradosso fino a qual punto lo si può sostenere? Possiamo rilevare, di sfuggita, che l’autonomismo affermato dai ferrovieri del Sindacato non è sempre motivato da preoccupazioni … rivoluzionarie. Nel Sindacato vi sono pure correnti decisamente apolitiche e schiettamente corporativiste costrettevi alla permanenza dal fatto che le categorie non possono spezzarsi per andare in parte in un sindacati a colore … rosso ed in parte in un sindacato bianco o giallo. Queste correnti, che assai spesso partoriscono un infame crumiraggio che rivaleggia con quello organizzato dallo Stato nei sindacati gialli, tengono a mantenere autonomo il Sindacato che giornalmente dileggiano nei suoi capi e nella sua maggioranza. Ma l’autonomismo è sostenuto altresì dagli anarchici e dai sindacalisti, e perfino dai socialisti. E noi che viviamo in rapporti tutt’altro che cordiali coi capi dirigenti della Confederazione generale del lavoro, coerentemente ai nostri metodi tattici noti e largamente esposti a tutti nel nostro recente Manifesto alle organizzazioni sindacali secessioniste, siamo proprio, quelli che sostengono l’unità sindacale e che ci battiamo per l’entrata nel massimo organismo proletario italiano di tutte le organizzazioni che ne sono fuori.

A dire le ragioni della nostra tattica devesi inevitabilmente iniziare una trattazione di carattere politico. Pensiamo che anche i nostri contraddittori affronteranno il problema da un punto di vista politico. Perché sono tutte politiche le ragioni che noi portiamo a suffragare l’argomento della unità sindacale, non potendo la nostra mentalità comunista prescindere – nell’esame di qualunque quistione sociale – dalla pregiudiziale politica. E nella quistione politica ci sembra che tutti i nostri contraddittori siano colti in flagrante violazione dei loro principi personali affermati e sostenuti. Gli anarchici ed i sindacalisti dovrebbero, per lo meno, sostenere l’adesione del Sindacato all’Unione Sindacale; i socialisti dovrebbero darci un esempio di disciplina sostenendo l’adesione della organizzazione dei ferrovieri alla C.G.d.L.. L’autonomismo, che mette le tre correnti politiche e quella degli apolitici contro noi, non può essere giustificato che da ragioni esclusivamente conservatrici e corporative. Ciò ammesso noi vediamo con vivo rincrescimento profilarsi l’idea di una Triplice dei trasporti autonoma, cioè indipendente dal partito di classe. È sul terreno dell’autonomia che i ferrovieri comunisti debbono battersi in modo particolare. L’autonomia ha troppe volte – ci pare che i ferrovieri possano essere esclusi da questo nostro rilievo, ma l’eccezione deve confermare la verità del nostro asserto – l’autonomia sindacale, diciamo, ha troppe volte nascosta una dipendenza insana ed illecita, un opportunismo deplorevole ed antirivoluzionario. L’autonomismo dei gialli sappiano bene cosa significa; quello dei rossi – a volte – accetta contrattazioni con partiti avversi alla rivoluzione proletaria sotto il pretesto di lasciare libertà di convincimento politico in coloro che lo affermano e lo difendono. Il monopolio della rivoluzione dei lavoratori (ci si consenta ripetere questa immagine stupida ma non nostra) è dei lavoratori stessi. Ma un solo partito ha il monopolio della dottrina e del metodo comunista, e questo partito – il partito politico della classe lavoratrice – ha le sue porte aperte a tutti i proletari coscienti, a tutte le avanguardie operaie e contadinesche- credere che si possa, parallelamente all’azione del partito di classe, giungere alla meta istessa da questo perseguita, è dividere le forze materiali della rivoluzione quando non è una scusa per silurare la preparazione rivoluzionaria ed il suo sbocco nel comunismo.

L’entrata delle organizzazioni secessioniste ed autonome nella C.G.d.L. può offrire delle critiche a coloro che ne sono contrari, la maggior parte delle quali basate su ipotesi ed eventualità; ma la permanenza di quelle organizzazioni fuori dalla C.G.d.L. offre motivi di più diffuse e profonde osservazioni a coloro che sostengono l’unità sindacale. Tanto più quando sia intesa l’entrata nel massimo organismo proletario italiano come un motivo per rafforzare le correnti rivoluzionarie ivi esistenti, allo scopo di rovesciare i capi opportunisti e riformisti dai loro posti di dirigenza.

I comunisti ferrovieri sostengono al Congresso del Sindacato i principi della Internazionale comunista e della sua sezione italiana. A tutti i ferrovieri veramente rivoluzionaria non può sfuggire l’importanza dell’argomento e della nostra tesi.