Międzynarodowa Partia Komunistyczna

Il Comunista 1921-06-26

La questione agraria Pt.6

Elementi marxisti del problema

b) Dinanzi alla grande proprietà tradizionale

Dopo quanto abbiamo detto circa le grandi proprietà rurali che non hanno raggiunto i caratteri di grandi aziende unificate nel loro meccanismo produttivo, non occorreranno molte parole per stabilire che non può parlarsi di socializzazione, ossia di gestione da parte dello Stato proletario, quando siamo dinanzi alle suddette grandi proprietà. Per sostituirsi all’antico proprietario, lo Stato dovrebbe, è intuitivo, annullare ogni diritto di costui ed escluderlo dall’andamento della produzione agraria nel territorio da lui già posseduto, e questo sarà senza alcun dubbio fatto, ma, sparito il proprietario latifondista, lo Stato non si troverà dinanzi un’azienda produttiva, ma tante piccole aziende, non collegate da alcun rapporto organico tecnico o amministrativo. Abbiamo detto, ricordato per meglio dire, l’elementare considerazione che non può parlarsi di socializzazione e di gestione centrale delle piccole aziende, mancando ogni convenienza di inserirle nel giro generale della produzione e della distribuzione collettivizzata, poiché l’apparato amministrativo necessario sarebbe tanto ingombrante da assorbire colla sua passività tutto il rendimento delle aziende amministrate, tanto più ove si pensi che le aziende agricole consumano sul posto notevole parte del prodotto.

La rivoluzione proletaria in questi casi non farà che un primo passo sulla via che conduce ad un’economia comunista, cioè sopprimerà lo sfruttamento del proprietario parassita, ciò che porterà a „liberare” le molteplici piccole aziende a conduzione familiare che da lui dipendevano per un vincolo giuridico. Queste continueranno il loro funzionamento tecnico come prima, poiché in esso non interveniva o interveniva in misura inapprezzabile il latifondista, saranno tra loro autonome, perché lo erano in realtà già prima, e le legava solo il comune sfruttamento.

Il rovesciamento del potere borghese, ossia dell’organizzazione di forza armata che difendeva il diritto di proprietà, avrà in questo campo come conseguenza la soppressione dello sfruttamento dei piccoli contadini, sotto forma di soppressione del pagamento dell’affitto e del tributo in natura che i coloni versano al proprietario. Questi „si spartiranno” la terra del padrone, senza alcun dubbio, ma tale espressione è imprecisa, perché in realtà essi divideranno quanto già era diviso agli effetti reali della produzione e cesseranno semplicemente il loro obbligo di pagare l’affitto o di consegnare al padrone parte del prodotto.

Questo vuole ancora dire rimettere i lavoratori nella disponibilità degli strumenti, e quindi dei prodotti, del proprio lavoro, da cui non erano stati materialmente separati, come avviene ai lavoratori delle grandi aziende industriali, ma sui quali pagavano una „taglia” al proprietario, che non è sostanzialmente che una forma, adattata all’ambiente del commercio capitalistico, degli antichi diritti feudali. Quando la grande azienda, attraverso superiori e definitive complessità del processo produttivo, ha separato i lavoratori dal prodotto del lavoro, si passa – lo abbiamo già chiarito – logicamente alla disponibilità dei prodotti da parte della collettività dei lavoratori, dello Stato proletario; ma queste condizioni non esistono nel latifondo affittato a piccoli lotti. La sua distribuzione ai contadini non viola dunque il programma socialista, che per quelli che mai hanno lontanamente inteso che cosa esso fosse, e mai lo hanno considerato come una realizzazione da ottenere con la lotta rivoluzionaria, anziché come un luogo comune per i discorsi da comizio. Se la formulazione „soppressione della proprietà privata” è inesatta, cervellotica addirittura sarebbe quella di „ingrandimento o allargamento della proprietà privata” che la spartizione del latifondo verrebbe a violare secondo le pietose considerazioni di certi controrivoluzionari.

Si potrebbe con maggiore esattezza, senza perdere di vista il significato del passaggio dall’economia privata a quella socialista nelle sue definizioni tecniche ed economiche, parlare di abolizione del „diritto” di proprietà. Il rovesciamento del potere statale borghese da parte del proletariato consente di stracciare tutte le delimitazioni giuridiche di proprietà vigenti nella suddivisione della terra, di non tenerne nessun conto nel processo che si determinerà; o meglio, lo stesso crollo del potere centrale borghese eliminerà tale fattore, mentre andrà delineandosi, come vedremo ora, quello del disciplinamento del processo in corso da parte del potere proletario sorretto dai contadini liberati.

Qui, ove ben si guardi, si può riconoscere una differenza fondamentale tra la liberazione delle piccole aziende contadine che determinava la rivoluzione borghese sopprimendo i privilegi feudali, e quella che accompagnerà la rivoluzione proletaria, demolitrice del privilegio capitalistico. Ecco perché il concetto di spartizione delle grandi proprietà tradizionali tra i contadini, che noi accettiamo, o meglio che è l’unico reale sviluppo possibile sempre considerato, date le condizioni che esaminiamo, dalla critica marxista, può essere chiamato liberazione della piccola azienda, può essere formulato con la frase „la terra ai contadini”, ma non può essere detto passaggio dalla grande alla „piccola proprietà” rurale. Infatti: soppressi i privilegi feudali, il regime borghese nascente sistemava la proprietà agraria sulla base fondamentale dell’economia ad intraprese libere ed autonome nel gioco del commercio capitalista, nel quale lo Stato sorveglia che non si abbiano passaggi della proprietà che nelle legali forme di acquisti, vendite, eredità, ecc. Il riscatto dei servi feudali consisteva nel riconoscere loro la possibilità di porsi innanzi al signore come „eguali” giuridici e commerciali, ossia come acquirenti o come liberi locatari della terra da lui posseduta. I contadini francesi che erano già prima dell’89 „proprietari” della loro terra per averla comprata, furono riconosciuti padroni nel senso del diritto romano, ossia con la disponibilità assoluta del loro pezzo di terra, togliendo al barone feudale una serie di diritti che intaccavano a fondo il diritto del contadino di essere padrone in casa propria. Il proprietario aveva avuto il suo corrispettivo commerciale; vi furono tolti diritti di casta, per così dire extracommerciali, che l’antico regime gli garantiva. Vi fu dunque l’affrancamento dei contadini, non la espropriazione del latifondista. Questi era separato „politicamente” dal contadino per i diritti di casta che aveva; divenne, con la dichiarazione dei diritti dell’uomo, un suo „eguale”, perché per il diritto classico, sulla cui base nel codice napoleonico la borghesia capitalistica vittoriosa sistemava gli ordinamenti statali, sono „eguali” due che posseggono il primo mille ettari, il secondo uno, di terra, dato che le stesse norme giuridiche e commerciali consentono „teoricamente” all’uno di comprare quello che ha l’altro, di trattare con l’altro sullo stesso piede di diritto.

Dopo la rivoluzione borghese che recò l’affrancamento dei servi, se anche in un primo tempo vi furono invasioni ed occupazioni di terre, la suddivisione della proprietà rimase strettamente regolata dalle norme del commercio capitalistico; quegli che guadagnò nell’esercitare l’azienda poté comprare altra terra o altri attrezzi e ingrandirsi, mentre altri fallivano e vendevano il loro possesso. L’eguaglianza teorica del diritto e della filosofia democratica è a posto, quando si sappia che tanto il primo landlord quando l’ultimo povero contadino „possono” moltiplicare quello che posseggono o rimanere senza nulla.

Ben altra lotta contro il grande possesso terriero accompagna la rivoluzione del proletariato. Non c’è più „nessun limite” alla divisione della terra, che sia rappresentato dalle sanzioni giuridiche del diritto di proprietà. La massa dei contadini tende all’affrancamento dai diritti del proprietario, tende alla disponibilità della terra, degli attrezzi e dei prodotti del suo lavoro. Nel gioco di forze che ne nasce, interviene ad un certo momento il criterio e la forza del nuovo potere proletario, ma con direttive libere ormai dai canoni del diritto e dell’economia borghese.

Lo Stato proletario non può dire nelle sue sanzioni „la gestione della terra alla collettività” come dice „la gestione della grande industria o delle ferrovie alla collettività” perché le sanzioni dello Stato proletario lungi dall’essere l’arbitrio di una oligarchia cieca sono la derivazione di una razionale intelligenza delle possibilità economiche, laddove queste esigono „l’intervento dispotico” divinato da Marx così come l’utero rigonfio esige la crisi del parto. Ma lo Stato proletario, dinanzi alla grande proprietà tradizionale (seguitiamo a servirci di questa dizione) al latifondo semifeudale, proclama: la terra a chi lavora, l’azienda agricola al contadino. Sorge un principio disciplinatore, a cui „si tende” nel regolare la spartizione della terra e degli attrezzi agrari: dare ad ogni contadino, ad ogni famiglia contadina, tanta terra e tale attrezzaggio da potervi utilmente investire tutta la sua potenzialità razionale di lavoro, eliminando il lavoro salariato agrario, ossia il lavoro del contadino nella terra „di un altro”.

In questo disciplinamento lo Stato proletario incontrerà mille difficoltà, cui accenneremo, ma avrà saltata quella del „diritto di proprietà” perché nelle distribuzioni della terra che le varie famiglie contadine dovranno esercire, non si terrà calcolo alcuno di preesistenti diritti di compravendita, di eredità, si casseranno le ipoteche, i debiti verso gli usurai agricoli, ecc. Ecco le catene che la rivoluzione proletaria potrà spezzare per liberare il processo di redenzione dei lavoratori della terra, e che la rivoluzione borghese lasciò intatte, limitandosi ad allentare quelle rugginose dei privilegi sanciti da una legislazione precapitalistica.

Quindi non gestione statale dell’agricoltura, dove non è possibile per arretrate condizioni tecniche, ma esercizio della terra da parte di chi la lavora. Non tendenza a realizzare il concetto, possibile nelle aziende industrializzate, della collettivizzazione dei prodotti del lavoro per la distribuzione a tutte le „bocche” della classe lavoratrice, ma diritto a ciascun lavoratore di disporre dei prodotti del suo lavoro, meno la parte da assegnare alla collettività, che con altre prestazioni compensa il lavoratore agricolo.

Gestione privata o familiare della terra, dunque, come risultato immediato della rivoluzione laddove vi era una forma di gestione feudale-capitalistica, ma non sulla base del sistema di proprietà capitalistica, bensì con l’applicazione di quel principio di assegnare al lavoratore tanta terra da poterla lavorare, che, gradualmente, garantirà lo Stato proletario. La compravendita e l’eredità della terra sono abolite; i consigli di contadini, nell’ambito di disposizioni generali dello Stato proletario, quando il sistema si sarà sviluppato, regoleranno la ripartizione della terra secondo lo sviluppo delle forze lavorative di ciascuna famiglia e i mutamenti di queste.

Il principio direttivo della rivoluzione agraria non sarà dunque di instaurare la piccola proprietà al posto della grande, ma di liberare la piccola azienda contadina da uno sfruttamento secolare, non per darle un’autonomia economica a tipo capitalistico a cui si accompagnano ulteriori prospettive di sfruttamento e di ineguaglianza ma per disciplinarla con razionale intervento del potere proletario. Ben può parlarsi dunque, non della impossibile gestione collettiva della terra, ma di una „proprietà” collettiva (statale, nazionale, sociale) di essa accompagnata dalla gestione a piccoli lotti. „La terra alla nazione per i contadini”: non è dunque inesatta la formula bolscevica.

Da tutto ciò si vede che di spartizione materiale di dovrà parlare, in quanto avverrà necessariamente, per iniziativa della massa e per intervento statale, che, eliminato il latifondista, non resterà semplicemente ogni contadino in possesso delle terre che affittava o teneva in colonìa parziaria, ma verrà tolto ai grandi affittuari per dare ai piccoli, tendendo all’equilibrio di dare ad ognuno tanta terra da potervi lavorare senza sfruttare lavoro altrui. Questo non contraddice che in apparenza al nostro argomento che con tale processo si viene a dividere quanto dal punto di vista del reale assetto produttivo tecnico già era diviso, sotto il comune sfruttamento del latifondista. In realtà se la grande azienda può essere o meno una unità produttiva organica, secondo che vi interviene la specializzazione delle funzioni tecniche, la piccola e media azienda agraria non è quasi mai, soprattutto nei paesi di agricoltura rudimentale, una razionale unità produttiva. Un contadino, o una famiglia, organizza la produzione sul suo piccolo lotto in modo rudimentale, ossia facendo tutti i „mestieri” successivamente. Il limite dell’azienda dipende dalla sua forza di lavoro. Se avrà più terra, si porranno a lavorarla in due, in cinque o in dieci, ma non raggiungeranno una specializzazione del lavoro, o un perfezionamento tecnico. In un certo senso potremo anzi dire che troveremo migliore tecnica nella piccolissima azienda del contadino „povero di terra” e naturalmente sollecitato a crescerne il rendimento. Cosicché lo stato di fatto della divisione del latifondo in lotti non è una razionale conquista dell’assetto produttivo, lo si può alterare senza fare dei passi indietro cambiando la distribuzione. Tutto ciò vige, ben si intende, in linea di massima.

Queste considerazioni ci conducono a considerare un’altra eventualità, che viene a restringere prudenzialmente il campo delle aziende „socializzabili” per il loro sviluppo di industrializzazione. Vi sono grandi tenute, dove magari esiste una traccia di amministrazione centrale „in economia”, ovverosia con lavoratori salariati, ma che sono in realtà coltivate meno bene di quelle assegnate in lotti ai coloni, o almeno non meglio. Troviamo qui il lavoro salariato, il lavoratore separato dal prodotto del lavoro, ma non ancora col processo di unificazione tecnica dell’azienda, che suscita negli addetti ad essa la tendenza a chiederne l’esercizio collettivo. Avverrà quindi che anche lavoratori salariati, in questi casi, procederanno irresistibilmente alla spartizione della terra; e ciò laddove il lavoro in comune non sarà stato reso tecnicamente indispensabile dalla „specializzazione” che fa sì che uno solo degli addetti all’azienda non possa riuscire ad attuare tutto il processo di manipolazione del prodotto ultimo, ma una fase sola.

D’altronde bisogna tener conto delle fasi che presenterà la disfatta dei grandi proprietari agrari e l’offensiva dei contadini. L’affermarsi del potere rivoluzionario e delle preziose sue capacità di disciplinamento centrale dello sforzo delle masse comincerà dalle città e raggiungerà in ritardo le campagne. Esso si troverà innanzi a fatti compiuti che si potranno fino ad un certo punto sottomettere a regole, mai a regole aprioristiche e risultanti da vuote astrazioni. Ricordiamo ancora una volta il paragone col processo dell’economia industriale. „Il compito” della dittatura proletaria è, abbiamo detto, la socializzazione „immediata” della grande industria. Ma abbiamo aggiunto che per procedervi di fatto occorrerà un certo lavoro di organizzazione preliminare dei nuovi organi del meccanismo di distribuzione comunista, di amministrazione centrale. Nell’intervallo il processo si presenterà molte volte come, se non l’espulsione dalla fabbrica, almeno la limitazione delle funzioni dell’industriale che gli operai „di quella fabbrica” attueranno senz’altro prendendone le redini. È dopo solo che lo Stato proletario interverrà con l’organizzare il „controllo” prima, la gestione poi della grande industria da parte di organi propri, ossia del proletario vincitore.

Gli operai in possesso dell’azienda potranno commettere degli errori, la lotta e il primo esperimento di nuova gestione potranno abbassare il rendimento dell’azienda, ma questa non perderà il carattere di unicità produttrice. L’impossibilità materiale farà sì che non possa nemmeno saltare in mente ai lavoratori di „dividersi” la fabbrica che apparteneva al capitalista, e che forma un tutto inscindibile.

Passiamo al caso della terra. La rivoluzione sociale che determina le forme socialiste gravita tutta su questa condizione di necessità. La specializzazione del lavoro incanala la lotta contro il parassitismo del proletariato nella gestione collettiva della produzione. Dove la prima ci sarà, la direzione del processo rivoluzionario sarà tale: nelle grandi aziende industrializzate i contadini si formeranno in comunità esercente la terra, a cui subentrerà opportunamente la più vasta comunità che è lo Stato proletario; perché avranno interesse a non spezzettare la tenuta, le sue macchine, i suoi impianti (case, industrie agrarie, grandi stalle, derivazioni d’acqua, energia elettrica ecc. ecc.) e il processo che conduce alla grande gestione statale sarà garantito.

Ma dove i contadini, pur essendo dei salariati che lavorano materialmente insieme, ossia l’uno vicino all’altro, ma non cementati dal vincolo derivante dall’essere ognuno di loro    specializzato e quindi indispensabile a tutti, non troveranno queste eloquenti indicazioni della necessità tecnico-economica, è evidente che essi occuperanno la terra dividendola in lotti assegnati alle varie famiglie, così come i coloni che tenevano già in esercizio parti limitate di grandi fondi.

Tutti costoro concorreranno alla ripartizione dei grandi possessi, tutti lotteranno uniti contro la classe dei proprietari che non lavorano.

Il compito dello Stato proletario nel periodo immediatamente successivo alla sua instaurazione sarà dunque di sostenere questa lotta.

Il grande problema che immediatamente sorge è quello di prelevare dalle piccole aziende liberate il contingente di derrate necessario alla popolazione non agricola. Considereranno i contadini questo prelevamento come quello che prima effettuava il latifondista? No certo, anzitutto perché esso sarà molto inferiore. Nei paesi di agricoltura arretrata sarà inferiore,    in quanto il boiardo, come in Russia, prendeva per sé quasi tutto; in quelli di agricoltura più progredita tale contributo non intaccherà che quello che il contadino sarà in grado di produrre al di là del suo fabbisogno in derrate alimentari.

In corrispettivo di tale prelevamento lo Stato proletario dà ai contadini una serie di prestazioni e di garanzie. Ma di tale meccanismo, in linea generale, nel suo applicarsi nel divenire rivoluzionario, ed in specie in Russia, accenneremo ora dopo brevi parole sul compito del potere proletario innanzi alla piccola proprietà rurale preesistente alla rivoluzione.

Il pioniere di Bergson

Bisogna occuparsi di un tale che per lungo tempo ritenemmo „l’innominabile”. E che perciò? La storia politica corre vertigi­nosamente, e, soprattutto sull’altra riva, un uomo fisico può vi­vere più vite politiche e ri­fiorire anche dopo una morte civile.

Benito Mussolini non è oggi per noi quello che era nel 1914-15, non è più un ex-compagno, un rinnegato, è, se tanto gli ac­comoda, un ex-rinne­gato che vive nuove incarnazioni. Soggetti­vamente sarà una resurrezione, e gli converrà vantarla come ta­le, ma a noi poco preme che la borghesia abbia opera da lui o da altri nei primi piani della miserabile sua politica, e, sic­come di quella dobbiamo occuparci, non guardiamo se i suoi campioni siano usciti dalle sue riserve, o dalle cure ricostituenti praticate su quelli che diser­tarono il campo nemico.

E siccome il „capo” di oggi mette al servizio della sua pole­mica le cose dell’altra sua vita di militante politico, e dal falsar­le in enunciazioni risibil­mente deformi trae armi contro di noi, bisognerà rispondere, anche se il guerriero non è temibile av­ver­sario, quando per sua sciagura l’esercito nemi­co lo crede il migliore che possa mettere in campo, e contempla umoristica­mente attonito il suo giostrare.

In verità lo stesso campo di Agramante non è entusiasta del saggio che il campione ha dato col primo attacco in grande stile. Le mirabolanti risorse della réclame che si può fare colla stam­pissima gialla, possono mandar su, nonché un pallone gonfiato, problema fisicamente elementare, qualunque palla plumbea de­stinata a rotolare di fosso in fosso. Ma al coro sono un poco ca­dute le voci dopo qualche stecca dell’assolo.

Che esponesse un programma di panacee universali politiche, evvia, nessuno se lo poteva attendere. Ma si sperava che avreb­be esposto cose nuove e idee originali, si attendeva questo soffio di una vita nuova nel barac­cone parlamentare deserto ormai dell’interesse dei più dozzinali spettatori. Fin dalle prime battute il „luogo comune” – che tanto più è segno di deca­denza insa­nabile in chi rifiuta e disprezza i valori della coerenza della con­tinuità e della disciplinata opera di propaganda indefessa di una dottrina collettiva di partito, per sostituirvi il prodotto della propria cerebrazione e della propria ostentata insofferenza di stasi nei postulati del pensiero – ha spietatamente parlato per la bocca dell’ennesimo portavoce.

Udite, udite – era l’esordio, e v’era di peregrino che l’ap­pello era trasferi­to sulle labbra dell’oratore – farò un discorso antidemocratico e antisociali­sta: reazionario.

L’innovatore è dunque ancora nelle strette di una distinzione atrocemen­te stantia! Ce n’è abbastanza per giudicarlo.

Egli pensa che si possa essere o reazionari o democratici o socialisti. Non sa che in quella vecchia classificazione della po­litica da farmacia e da Camera dei deputati v’è una falsa anti­tesi – tra reazione e democrazia – una falsa affinità – tra demo­crazia e socialismo, finché non è socialismo adulte­rato appunto nella corruzione di quel contatto inconciliabile – ed in questo contatto avvelenatore sta l’opera della reazione.

Il discorso non è stato, malgrado l’impegno grossolano, che il solito ten­tativo di avvicinare il fuoco socialista e spegnerlo nell’acqua democratica. Basta vedere il vieni meco alla Confede­razione Generale del Lavoro. Il mo­vimento operaio politica­mente incolore, indipendente, ecco il sogno della democrazia borghese e con essa del riformismo traditore. Faccia il piacere, signor rinnegato! Si tenga l’epiteto di reazionario, ma deponga la maschera di antisocialdemocratico, e la sua figura si colorerà al punto giusto. È una nuance conosciuta, sfruttata all’estero dai Noske dei vari paesi. Che fare? Nihil sub sole… almeno in fatto di inversioni politiche. Tutte le originalità dell’estetismo deca­dente sono atavismo di qualche sgorbio dei nonni…

Il puledro – ripetiamo, si fa in politica un puledro focoso di una rozza sfiancata – ha saggiato le sue forze anche contro i comunisti. È stato umori­stico. Ha detto, pare, di aver dato i natali al nostro movimento introducendo Bergson con molto Blanqui. La battuta destinata a noi nella traccheggiante orazione era dunque questa? Per avventura è anche qui un cavallino so­cial­democratico di ritorno, e se ce ne occupiamo, non è tanto per rispondere ad una botta che passiamo ottima ultima tra tutte le spedizioni fasciste effet­tuate contro di noi, e che ci scalfisce assai meno di una rivoltella scarica o di una Sipe inesplodi­bile,1 quanto perché abbiamo agio di ritorcere una fre­gnaccia che è stata messa in giro da altra gente che se molto più dell’attuale spacciatore non vale, ha sventuratamente credito presso le masse.

Bergson? Chi era costui? si domanda il buon tesserato del P.S.I. imboni­to dai Serrati e C. Ma ora la spiegazione diviene di portata comune. Berg­son? È il diavolo, poiché Mussolini ne fu in Italia il rappresentante autoriz­zato. E il comunismo italiano è nato da questi impuri germi che hanno cor­rotto la bontà nativa dell’indigeno socialismo marxista, facendo dar di volta il cervel­lo perfino a… Graziadei; il quale, da quell’ignorante che è, tardò ad intendere le nuove verità di cui Benito era importatore, e appena cominciò a digerirle quando costui era passato a fucinare ben altro nelle incandescenze del suo cervello, seguitando a la­sciare indietro la scia sfolgorante degli il­luminatori.

Ci pare che sia ora di finirla con questa storia di Bergson. Le ideologie del Partito Comunista d’Italia e della Internazionale Comunista (occorre forse ripeterlo, quando il filosofo Baratono è forse il solo che non ancora l’ha inteso?) si alimentano nel campo della dottrina, e, se si vuole, della filosofia alla ortodos­sia marxista. Noi siamo su di una base teoretica che prima della rivoluzione russa, molto prima, Lenin stabiliva con la dimostra­zione schiacciante che non può esistere una dottrina del sociali­smo e della rivolu­zione proletaria su basi teoriche idealiste, spiritualiste o semi-idealiste, come nelle riverniciature moderne date dai Bergson all’antico idealismo, riverni­ciature che, almeno da chi le intraprese per effetto di acuta disoccupazione mentale, sono legittimamente presentate come antisocialiste.

L’aver liberato il marxismo dalla usurpazione dottrinale e dalla sviriliz­zazione pratica dei riformisti di Germania e d’altri paesi, compresa l’Italia, non si è fatto, da quel movimento che ha dato luogo alle correnti di pensiero e di prassi oggi inqua­drate nella Internazionale Comunista, rivedendo Marx sui testi di Bergson. La lotta contro il riformismo non appare come una lotta di un socialismo idealisticamente sentito contro il „piatto materialismo” dei destri del movimento operaio.

Jaurès era un idealista ed un precursore del riformismo. I materialisti, marxisti, come Turati e Kautsky, nelle tesi che so­stengono contro quelle della Terza Internazionale e contro il bol­scevismo, fanno, ove si giudichino le filiazioni teoriche al lume della critica e non dell’impressionismo del ge­sto, del vol­gare idealismo filosofico contro il ferreo e spietato realismo delle conclusioni comuniste.

Vi è stata, è vero, una reazione idealistica che voleva contrapporsi alla revisione riformistica del marxismo. Abbando­nava troppo facilmente all’av­versario nel campo della realtà le formidabili posizioni rivoluzionarie del Maestro e cercava ner­vosamente il divenire della catastrofe del regime nelle impa­zienze del sindacalismo soreliano, riverniciatura in fondo, tra molti scintillii, di Proudhon e di Bakunin, anzi dell’Utopismo. Sono, e ne sia dato merito (senza pregiudizio di altre „concessioni” alla dottrina economica a costoro amica) al compa­gno Graziadei in quanto lo presentiva, gli estremisti dell’appa­renza che la borghesia attende per reclutarli nelle file dei suoi fedeli dopo che l’adorazione dei miti avrà chiuso il suo ciclo sempre epiletticamen­te sintetico.

Mussolini, se fu in un certo senso maestro di costoro, non dovette a que­sto la sua parentesi di leader del movimento socia­lista di sinistra in Italia. Questo era ben distinto, ed altrettanto lo è oggi che è partito comunista, dall’estremismo epilettoide che ignora le necessità dello svolgersi storico, perché sa bene che si stancherà di attendere e di lavorare per una conquista ri­voluzionaria che non diviene così rapida come lo spasimo della voluttà ambìto dall’amatore frenetico. Quel movimento era ed è più che mai marxi­sta; Mussolini ne difese le posizioni contro il riformismo e contro il sinda­calismo, se anche la sua rivista si chiamava Utopia, se anche la stessa misu­ra mentale lo spingeva ad esaltare la „settimana rossa”, scatto autenticamen­te proletario quanto i fatti di Napoli contro il decreto catenaccio per l’ina­sprimento dei dazi, efflorescenza violenta di una manovra mas­sonica di collaborazione elettorale. Ma la sinistra del partito so­cialista aveva le sue idee e le sue direttive e la sua disciplina al di fuori e al di sopra del contri­buto soggettivo delle opinioni mussoliniane; questi non può ignorare che se ne andò senza l’onore del seguito di una sola sezione del partito; e i suoi al­leati nell’eresia interventista li raccattò tutti tra i riformisti di destra e i rin­negati del sindacalismo anarchico contro i quali la frazio­ne del partito di cui non era stato il capo „che precede” aveva lottato.

In tutto ciò il fatto Mussolini importa poco. Indaghi chi vuole se fu l’oro straniero o una fermentazione del suo bergso­nismo, per cui la guerra che rompeva la immobilità del „positivismo” riformista e gradualista fu interpre­tata al di fuori di un elementare impiego della dialettica di Marx, a buttarlo dall’altra parte. L’essenziale è che né da lui né da altri, con larga ripercus­sione di pubblico clamore, si lasci oggi adulterare il contenuto ideologico del nostro movimento e delle sue tradi­zioni, nessuna delle quali è da porre nell’ombra.

Sappiamo l’empirismo dei politicanti che alla borghesia oc­corrono. Sappiamo che la scorribanda nel campo delle dottrine e delle posizioni della filosofia politica che si attribuiscono altrui è pigro diversivo retorico in quell’accademia parlamentare che deve celare il vuoto pneumatico di diret­tive costruttrici, o la turpitudine della reale pratica governamentale della classe al potere. Sappiamo che giustamente l’ultimo campione in panto­fole della organicità di una filosofia politica borghese, il Corrie­re della Sera a ragione può scrivere: „Mussolini si è schierato coi democratici nella politica sindacale e coi liberali nell’avver­sare il socialismo di Stato, costretto dalle esigenze parlamentari a dare al suo discorso una linea programmatica di partito„.

Ma l’Internazionale Comunista possiede, al contrario di questi necrofori di un’epoca e di un regime, insieme ad una somma formidabile di esperienze e di forze ricostruttive, la precisa linea direttiva di una concezione della so­cietà e della storia, che, se è una filosofia, lo è nel senso della frase giova­nile di Marx che „una filosofia diviene una forza quando penetra nelle masse„. L’Internazionale Comunista tra le crollanti rovine della società capitalistica leva una bandiera su cui non sta solo il segnacolo di una travolgente offen­siva armata, ma anche, e per la prima volta nella vita dell’umanità, la pro­clamazione di una coscienza della storia che il proletariato universale si è forgiata, muovendo nella sua vittoria a far saltare, con tutte le istituzioni de­crepite, le cattedre pallide degli ideologi e le oscene bigonce dei demagoghi.

1Si tratta di una bomba a mano usata dall’Esercito Italiano nella Prima guerra mondiale, acronimo di „Società Italiana Produzione Esplosivi”.