Międzynarodowa Partia Komunistyczna

Il Comunista 1921-11-08

Disfattismo

I dibattiti del Consiglio confederale dopo la esposizione del segretario confederale Giuseppe Bianchi, si sono risolutamente impostati sulla esposizione che il compagno Tasca ha fatto del programma di azione sindacale sostenuto dal Partito comunista.

La discussione sulla relazione confederale, che viene a tratti a turbare questo indirizzo preso dal dibattito, è causa di incidenti e di contrasti ogni qual volta si accenna all’atteggiamento della Confederazione, alle organizzazioni locali, alle singole vertenze in corso.

La tattica dei funzionari socialdemocratici è di deviare la discussione da tutto ciò che può servire a precisare le loro responsabilità, tentando di smontare con una serie di sofismi il contenuto di reale efficacia delle proposte comuniste. Ma i nostri compagni non danno tregua alle falsificazioni dei confederalisti e li affrontano sul terreno delle vicende dei singoli movimenti degli ultimi giorni, hanno portato d’altra parte nella discussione tutto il contributo di argomenti che sorreggono la nostra tattica e ne dimostrano non solo la possibilità di applicazione reale, ma la inevitabilità per la salvezza della stessa organizzazione.

L’argomento dei riformisti è quanto mai meschino; ad essi farebbe molto comodo rispondere ai comunisti, da cui si vedono sistematicamente ed implacabilmente attaccati sul loro terreno, come essi non facessero altro che invocare un moto rivoluzionario, e dessero quindi prova di seguire la tattica dell’agire senza pensare alle ulteriori conseguenze. Ma i riformisti hanno da fare con altra preparazione e con ben altri metodi, ed i loro sforzi per dimostrare di essere i soli difensori sereni ed illuminati degli interessi proletari, falliscono miseramente in quanto che se una cosa emerge dal dibattito, per le masse, che da esso attendono un virile parola d’ordine, è che proprio i socialdemocratici dirigenti la Confederazione mancano di ogni coscienza della situazione e di ogni programma di azione (attraverso delle serie applicazioni nelle quali il proletariato la possa fronteggiare).

I nostri argomenti, riassunti nella mozione comunista presentata dal compagno Tasca con chiarezza ed efficacia, non solo contengono un giudizio completo ed esauriente dell’attuale situazione nei punti di partenza e di arrivo dell’offensiva padronale, non solo pongono in evidenza per la parte generica l’impotenza e il disfattismo della tattica propugnata dalla Confederazione, ma si completano mirabilmente nella parte positiva in cui si tratti la via dell’azione da intraprendere.

È facile dire: volete voi dunque lo sciopero generale immediato per la solidarietà coi lanieri, visto che tutte le altre vertenze sono risolte (secondo le menzognere vanterie degli organiz (…) con lo sciopero di trovare una soluzione radicale del problema dei salari oppure credete voi che quello sciopero che dovrebbe proclamarsi potrebbe segnare lo scatenamento del modo rivoluzionario?

Questo punto interrogativo non pone menomamente in imbarazzo i comunisti, ed è già superato dall’esposizione del loro programma.

Innanzitutto deve premettersi che le vertenze finora svoltesi non sono affatto state risolte dalla tattica confederale, ma invece sono state compromesse. Gli accordi di cui i confederalisti menano vanto, non sono che abili formule a cui tanto i padroni quanto i funzionari sindacali sanno bene che debbono credere solo gli ingenui lavoratori, i quali si vedono ogni giorno fatti oggetto di soprusi e di rappresaglie nelle officine, come nelle campagne, mentre l’organizzazione ha distrutto i mezzi con cui li poteva e li doveva difendere.

Si deve pure constatare come l’aver definito alla bell’e meglio alcune vertenze isolate voglia solo dire per i funzionari confederali aver creato un fatto compiuto che tende a rendere più difficile la tattica dell’azione generale, mirando a pregiudicare e ad influenza le decisioni del Consiglio nazionale.

Ma le vertenze in corso sono ancora tali da dare appiglio non ad uno sciopero di semplice solidarietà, impostato senza una precisa visione, ma all’opera di fusione di tutte le vertenze in un’azione comune a tutto il proletariato, da cui si deve attendere non il terno al lotto della rivoluzione immediata, ma il progressivo e concreto risultato della salvaguardia della organizzazione e della formazione di lotta del proletariato, dello schieramento nazionale di tutte le forze operaie sul terreno della lotta tra l’offensiva capitalista e la difesa proletaria: in una parola il progressivo destarsi della coscienza dei lavoratori.

Una lotta così ingaggiata non otterrà lo scopo di obbligare il capitalismo a funzionare in modo da dare ai produttori un trattamento appena tollerabile, ma deve risolversi, secondo quella che è la premessa di tutte le argomentazioni concrete dei comunisti, nell’urto definitivo per il superamento del regime capitalistico.

Proclamare, che si impiegherà l’arma dello sciopero generale di tutto il proletariato per arginare l’offensiva capitalistica, vuol dire porsi coscientemente su questa via di miglioramento della preparazione materiale e spirituale del proletariato alla lotta rivoluzionaria, mentre i fatti dimostrano con copia enorme di prove che il recedere da questa via, il tergiversare per non impegnarsi nella lotta, conduce inevitabilmente non solo al sabotaggio di tutta quella preparazione che i socialdemocratici apertamente dichiarano inutile, ma altresì alla demolizione del grado di capacità sindacale e politica faticosamente raggiunto dal proletariato, significa costringere il proletariato ad una illimitata soggezione alla prepotenza delle classi dominanti.

Non sono dunque di fronte soltanto due espedienti per risolvere le semplici vertenze economiche, ma due vie opposte tra cui deve scegliere la organizzazione proletaria.

Ma la situazione ha questo di suggestivo: che rende evidente come la via proposta dai comunisti non solo sbocchi nella realizzazione suprema rivoluzionaria, ma altresì collimi con l’esplicazione della necessità dei movimenti che la situazione contingente impone per la salvaguardia degli stessi interessi materiali ed immediati di tutti i lavoratori, mentre la tattica dei riformisti non conduce né all’uno né all’altro risultato, e merita quindi, in modo indiscutibile, la definizione infamante di «disfattismo», e non più solo disfattismo della preparazione rivoluzionaria, ma disfattismo altresì dei più modesti interessi proletari e dell’organizzazione sindacale, perché l’offensiva capitalistica lega le due cose indissolubilmente tra di loro.

Questa la figura, la linea della tattica comunista, che sempre più conquista le masse, mentre i capi sindacali, messi con le spalle al muro, e non più salvati dai loro espedienti sofistici, dalle loro mille menzogne, si riducono a doversi difendere con la vile arma della volgare pastetta. Ma anche contro questa arma i comunisti sanno bene qual mezzo adoperare. La dittatura dei controrivoluzionari sui sindacati ha i giorni contati.

Vigoroso attacco comunista contro il disfattismo dei capi sindacali

I lavori del Consiglio di Verona

VERONA, 5

Il Convegno confederale si è iniziato oggi nel pomeriggio alle ore 15. i lavoro del Convegno si svolgono in una sala del Consiglio provinciale, una sala magnifica, un po’ ristretta però per ospitare il forte numero di delegati che sono intervenuti dalle varie parti d’Italia. Mentre i congressisti entrano nell’aula, un violento battibecco si svolge fra alcuni rappresentanti comunisti della Federazione edile ed i capi della Federazione stessa: Quaglino e Borghesio, i quali intendono impedire ai nostri delegati regolarmente nominati, di partecipare ai lavori con il pretesto che non sono stati scelti dalla segreteria confederale.

Si procede alla nomina delle cariche e quindi Barbarani porta al Convegno il saluto del Consiglio provinciale.

Azzimonti evoca il martirio dei compagni Scarabello e Donato, trucidati dai fascisti. Quando l’oratore accenna alla tragica giornata dell’assalto al Comune. Una voce dai panchi comunisti grida: Fatto di Roma! Quando Azzimonti cessa di parlare tutti i congressisti si alzano in piedi e acclamano lungamente le vittime della reazione fascista. Colombino assumendo la presidenza ricorda le vittime politiche e propone un ordine del giorno pro Sacco e Vanzetti.

Vota rivendica al Partito comunista il diritto di parlare in nome delle vittime politiche. Propone una Commissione di studio di provvedimenti adeguati e di una azione di solidarietà, soprattutto verso i compagni arrestati per l’occupazione delle fabbriche. Si approva l’ordine del giorno pro Sacco e Vanzetti.

Tasca propone una mozione d’ordine per la fusione di varii accapi dell’ordine del giorno, dato che appunto il problema dei salari si ricollega a tutti gli altri 4 punti posti all’ordine del giorno.

Bianchi non è contrario alla proposta Tasca che accetta purché sia dia prima facoltà ai rappresentanti di illustrare la situazione delle singole Federazioni. La proposta è accettata.

La relazione confederale

Bianchi dice che si limiterà ad una pura e semplice esposizione. Richiama alcuni voti già emessi dal C.D.C. dopo il Congresso confederale di Livorno per dimostrare che quantunque il problema salariale sia il più importante, anche gli altri problemi interessano i lavoratori e debbono essere discussi. Difende la tattica del caso per caso motivandola con le diverse situazioni delle singole industrie e delle diverse regioni. Ricorda che il C.N. riunitosi per modificare la struttura confederale ha votato a suo tempo una mozione alla unanimità su tale proposta.

Vota. Non è vero!

Bianchi. Richiama l’attenzione sulla proposta fatta a quel Consiglio dal rappresentante della C.d.L. di Torino. Nota che prima della proposta del C.S.C. un accordo fra le diverse organizzazioni è sempre esistito. Legge l’ordine del giorno approvato dal Convegno di Biella ad unanimità. Ritiene che dopo di ciò il C.D.C. si è mantenuto sulla giusta strada nella lotta contro le riduzioni salariali. Ammette che in seguito, la lotta padronale si è maggiormente sferrata contro la classe lavoratrice. Anche le Federazioni e la Confederazione possono avere eventualmente sbagliato. Accenna all’interessamento confederale per i lanieri e i metallurgici e per le altre categorie maggiori compresa quella dei chimici tuttora in agitazione. Dice che il Consiglio non tralasciò di occuparsi della sorte dei consumatori resa disastrosa dalla speculazione.

La Confederazione G.d.L. è intervenuta presso il Governo chiedendo la sospensione della gitazioni e contemporaneamente la sospensione di ogni riduzione di salario.

L’on. Bianchi parla quindi dell’atteggiamento assunto dalla Confederazione sul problema doganale ammettendo però che esso non è sempre stato reciso. Ora però la Confederazione ha in proposito una linea sicura di azione che intende svolgere per l’avvenire e dalla quale non defletterà anche se essa dovrà imporre duri sacrifici a qualche categoria operaia. L’oratore parla quindi della proposta di inchiesta sulle industrie che non è, come taluno ha affermato, una improvvisazione. L’inchiesta sarà utilissima e darà buoni frutti al proletariato. Naturalmente però occorre che i lavoratori appoggino l’iniziativa confederale contro la quale sono insorti gli estremisti comunisti e quelli padronali. L’inchiesta è, secondo l’oratore, l’unica soluzione possibile del momento attuale. L’on. Bianchi si meraviglia che siano proprio i comunisti a scagliarsi contro il postulato confederale quando proprio il gruppo torinese, del quale non disconosce certi meriti, è stato quello che ha sollevato la questione del controllo sulle industrie. Dice che in Germania e in Inghilterra l’inchiesta sulle industrie ha dato una fortissima arma in mano agli operai. Ricorda la lotta feroce che già si conduce contro la proposta confederale. Essa ha messo in subbuglio il campo avversario in quanto pone in discussione i problemi doganali che gli industriali non vogliono assolutamente siano discussi. Parla del concordato di Milano che qualifica come una magnifica vittoria in quanto spezza il fronte unico industriale. Questo accordo è stato riconosciuto come un’ottima soluzione in primo tempo anche dal Lavoratore comunista di Trieste, il quale però in seguito si è rimangiata la sua approvazione.

Voci. Non è vero! I metallurgici sono contro l’accordo di Milano e vogliono la lotta generale rivoluzionaria.

Bianchi. Anche la vertenza dei chimici che pareva pericolante si è finalmente risolta in una magnifica vittoria per la Federazione. Venendo a parlare della Federazione laniera l’on. Bianchi dice che essa deve essere seriamente considerata dal C.N.. L’oratore spiega che gli industriali hanno approfittato di esperimenti fatti all’infuori delle direttive e della disciplina confederale per spezzare la resistenza operaia. Avendo poi Bianchi la infelice idea di accennare ai comunisti, questi lo rimbeccano ricordando che da per tutto ove si è defezionato, vi sono alla testa delle Leghe tessili dei riformisti come a Biella, Torino e in altri siti. Proseguendo, Bianchi ammette che la Confederazione non sa come uscire da quella vertenza rilevando però che i dirigenti della Fiot approvano pienamente l’operato del C.D..

Continuando parla del problema della disoccupazione che ritiene anche più grave di quello salariale. Disserta quindi sul reddito e sul salario richiamandosi alla legge della domanda e dell’offerta della mano d’opera. Anche su questo problema la Confederazione ha fatto interamente il suo dovere reclamando dal Governo un aumento di sussidi per i disoccupati, aumento che non è però ancora stato accordato. Finalmente Bianchi conclude ricordando la proposta della Confederazione per la Costituente contro la quale i comunisti si sono scagliati.

Questa affermazione provoca un grave tumulto. I nostri compagni investono vivacemente l’oratore gridando i nomi di socialisti che si sono opposti alla proposta confederale. L’oratore finalmente termina il suo discorso e viene calorosamente applaudito dai funzionari sindacali socialisti.

La discussione

Vota propone che sia data facoltà ai segretari federali di esporre la situazione delle singole federazioni.

Tasca richiamandosi ad una frase detta dallo stesso relatore Bianchi appoggia la proposta Vota.

Galli ritiene inutile parlare sulla situazione dei tessili in quanto già è stata data ampia notizia attraverso i comunicati della segreteria confederale.

Parlano ancora Marchioro, Cravello, Carretto e Colombino che fa una succinta relazione sulle vertenze metallurgiche in corso.

Bruno, dei tipografi, dice che il Consiglio nazionale non ha alcuna utilità e forse neanche il diritto di conoscere nei suoi dettagli le condizioni delle singole federazioni, lo stato delle agitazioni in corso.

Dello stesso parere è pure l’on. D’Aragona.

In appoggio alla proposta Vota interloquisce anche l’on. Repossi. Egli dice che è assurdo pretendere di discutere la situazione generale se non sono ben conosciute le situazioni particolari.

Stagnetti è convinto che l’asse della discussione si stia spostando- comunica che i rappresentanti le organizzazioni dei trasporti sono contrati ad ogni riduzione dei salari. La proposta Vota è respinta.

Aperta la discussione sulla relazione Bianchi prende la parola il compagno Flecchia di Vicenza il quale prospetta in rapida vivace sintesi la dolorosa grave situazione dei tessili del vicentino da tanto tempo impegnati in una dura battaglia contro i loro sfruttatori. Dice che quei lavoratori non si possono accontentare di quanto propone la Confederazione. Essi si attendono qualche cosa di più dal Consiglio nazionale, dalla solidarietà operaia. Entrando nel merito della situazione generale dice che la colpa vera della ritirata operaia non risale alle singole Federazioni ma alla Confederazione la quale, contrariamente a quanto fa quella degli industriali, manca di ogni direttiva e di un concreto piano di azione difensiva ed offensiva. La Confederazione vive alla giornata. Rievoca le fasi dello sciopero laniero, i varii passi, i tentativi fatti per risolverlo. La Confederazione afferma di aver fatto l’impossibile per salvare i lanieri, ma di ciò non sono persuasi i comunisti.

L’oratore riconosce purtroppo che i padroni sono assai più astuti nel condurre le loro battaglie contro i lavoratori e dice che la tattica dei confederati si può riassumere in questa sola frase incisiva: si salvi chi può. Questo è il piano di lotta confederale. Così lentamente tutte le agitazioni languiscono e il padronato si imbaldanzisce. Si ciancia di solidarietà operaia, i giornali confederali, i giornali socialisti ne sono pieni di parole, ma intanto i lanieri devono piegare. Piuttosto di continuare in questa sterile e lenta agonia meglio vale una catastrofe, un tentativo risolutivo.

La critica dei comunisti

Quando prende la parola il compagno Tasca, il Congresso si fa silenzioso.

Il nostro compagno premette che seguirà sul loro terreno gli avversari. Tutti dobbiamo in questi momenti assumere chiaramente le nostre responsabilità. Il problema del salario è un problema importantissimo e se tutte le confederazioni avessero detto chiaramente il loro pensiero e riferito sulla situazione loro, sarebbe stata cosa assai utile per chiarire la situazione generale.

L’oratore non condivide l’entusiasmo ditirambico dell’on. Bianchi per l’accordo di Milano e chiede ai dirigenti della Confederazione quali siano secondo loro i vantaggi reali e pratici di tale concordato.

Espone in seguito tutta una serie di pericoli ai quali quel concordato può condurre le masse. La proroga dei concordati non elimina ma protrae l’azione generale che i comunisti propugnano, a questa si dovrà inevitabilmente arrivare.

In qual modo la Confederazione intende prepararsi a sostenere la lotta, quando questa lotta scoppierà? I concordati attualmente prorogati dovranno pure avere una scadenza e se non ce ne occupiamo ora, se non precisiamo fin da questo momento quale sarà il nostro piano di difesa e di offesa per il giorno della battaglia, come ci troveremo quando questa piomberà sulle nostre spalle?

Ma noi ci preoccupiamo – dice l’oratore – di un altro grave problema, di non giungere cioè ad una grande lotta con le nostre forze indebolite e spezzate. Uno dei problemi fondamentali che dovrebbe preoccupare grandemente i dirigenti delle Federazioni è quello dell’unità proletaria, lo strumento più potente per affrontare, per vincere l’offensiva padronale. La Confederazione ha trascurato questo lato della questione, non ha precisato, non precisa, non chiarisce il suo programma e non vorremmo che domani essa cercasse di addossare su altri la responsabilità di eventuali sconfitte, come oggi si tenta di fare per i lanieri.

L’oratore esamina l’azione svolta dalla Confederazione nel campo delle tariffe doganali, problema grave, legato al sistema produttivo, industriale e agricolo, nazionale, difficile da superarsi con la tattica che la Confederazione suggerisce. Il Consiglio direttivo confederale all’epoca della pubblicazione per decreto legge delle nuove tariffe doganali ha messo in un ordine del giorno la necessità sia pure contingente di quelle tariffe. Un Congresso dei chimici le ha invocate dal Governo. Era allora che era necessario agire, non ora dichiararsi «tendenzialmente liberisti». Del resto la Confederazione mettendosi sul terreno della collaborazione economica non potrà mai fare una seria azione contro il protezionismo che sarà costretto a difendere, per garantire, schiava delle sue illusioni, il reddito del capitale e i salari operai.

Bianchi, parlando dell’inchiesta sulle industrie, si è stupito delle opposizioni dei comunisti che sono stati e sono fautori del controllo.

Ma il controllo – dice Tasca – è unilaterale ed è espressione del potere degli operai sui luoghi di lavoro. Esso non può portare ad una compartecipazione degli operai agli utili delle aziende in regime borghese ma tende a creare gli organi della gestione diretta da parte dei produttori in regime capitalista. Qualora l’inchiesta portasse, come pensano i comunisti, ad una collaborazione tra operai e padroni si avvererebbe il programma sindacale della Confederazione bianca e dei fascisti che in questi giorni hanno approvato la mossa confederale.

I comunisti non possono accettare il terreno delle condizioni obiettive dell’industria perché una delle condizioni obbiettive da superare è appunto il reddito del capitalista. Non si tratta di discutere il modo di dividere la torta tra operaio e padrone, non si tratta di ridurre il reddito ma di colpirne la funzione del mondo economico.

L’unico modo per superare la crisi sta nell’eliminare l’elemento che perturba così profondamente l’economia: il reddito capitalistico, base della produzione anarchica borghese. La proposta confederale lega invece il proletariato al capitalista e condurrà alla rovina il movimento sindacale poiché lo rende schiavo delle oscillazioni del reddito.

Oggi gli industriali accetteranno la proroga dei concordati e il mantenimento con qualche riduzione dei salari attuali, ma non si adatteranno mai alle forme di controllo richieste dalla Confederazione se non vi sarà una piena corresponsabilità operaia. La correlazione fra reddito del capitale e salari metterà così il proletariato in una condizione di inferiorità perché mentre l’industriale sarà libero di muoversi entro le oscillazioni del reddito, il proletariato avrà le mani legate ogni volta che dovrà scendere al di sotto di quel minimo di benessere che l’industriale gli vorrà garantire e che la sua organizzazione non potrà difendere per avere impegnato il salario alle condizioni «obbiettive» dell’industria. Ne verrà un appesantimento dell’azione sindacale. L’operaio sarà legato alle sorti dell’industria come un forzato alla catena senza possibilità di liberazione.

L’on. Bianchi – dice quindi il nostro compagno – non ha parlato a caso della Costituente. Evidentemente l’oratore della Confederazione ha fatto quell’accenno perché la Costituente che presuppone la collaborazione politica non è che un corollario inevitabile della inchiesta proposta dalla Confederazione. Riconosciamo dunque che la Confederazione ha una linea di azione: andare al Governo con la borghesia. I comunisti che avversano ogni forma di collaborazione propugnano invece la integrale conquista del potere politico da parte del proletariato, come l’unico mezzo capace di risolvere la crisi e salvare la classe operaia permettendole di attuare gradualmente la sua ricostruzione economica. La Confederazione è perfettamente logica, come lo sono i riformisti: solo i cosiddetti massimalisti non hanno voce in capitolo.

L’inchiesta è stata presentata come una geniale trovata, una tavola di salvezza apparse nel naufragio di tutte le altre iniziative. Essa porterà la Confederazione sulla via della partecipazione al Governo, sarà il surrogato dell’azione di classe. Noi neghiamo che la proposta dell’inchiesta rappresenti una soluzione qualsiasi che abbia chiarito la situazione, che possa costituire un vero e proprio piano d’azione da parte del proletariato.

Il Convegno – conclude Tasca – non può sciogliersi senza aver messa da parte la trovata dell’inchiesta ed escogitati i mezzi concreti per creare il fronte unico proletario contro l’offensiva padronale che i comunisti propugnano come il solo mezzo pratico e concreto per superare le difficoltà imposte dalla crisi.

Il poderoso discorso del compagno Tasca è accolto da un’ovazione interminabile dei delegati comunisti i quali attorniano e felicitano vivamente l’oratore. I confederalisti rimangono silenziosi.

Il mandarino Reina

L’on. Reina dichiara che egli si terrà alla parte esclusivamente sindacale della discussione. Riconosce che si tratta effettivamente di due metodi di lotta diversi: quello dei riformisti e quello dei comunisti. Ammonisce che ad un certo momento il padronato ha approfittato dello spostarsi della domanda e dell’offerta della mano d’opera per sostenere l’offensiva su tutto il fronte, non solo contro i salari, ma contro tutte le conquiste operaie.

Dice che il padronato aveva la certezza di essere il più forte, e sarebbe perciò stato un errore di rispondere con la lotta su tutto il fronte, accettando la battaglia come imposta dagli industriali.

Secondo l’oratore il proletariato per vincere deve lottare separatamente contro la borghesia, la quale lotta unita.

Proseguendo, egli si chiede se oggi la situazione è mutata da quella che era alcuni mesi or sono. Afferma che nessuna conquista morale è stata perduta dai lavoratori: si sono perdute soltanto alcune migliorie economiche.

Si rifiuta di adottare lo schema del fronte unico per la lotta sindacale. È convinto che il concordato di Milano sia una notevole vittoria dei metallurgici. Non esclude che in date condizioni anche la lotta economica possa essere allargata, quando, per esempio, ci sia la possibilità di una rapida soluzione. Ma oggi questa possibilità non esiste. Oggi si cadrebbe nel piano imposto e voluto dagli industriali.

Approva incondizionatamente l’opera della Confederazione che secondo l’oratore, ha saputo passare dalla difensiva all’offensiva con la proposta di inchiesta sulle industrie.

Al compagno Tasca risponde che a suo tempo la Confederazione ha chiamato le organizzazioni a schierarsi contro la politica doganale del Governo, ma le organizzazioni non risposero.

Considera come un atto di delinquenza l’azione generale quando vi sono intiere plaghe ove i lavoratori sono impotenti a qualsiasi forma di lotta politica o sindacale.

Voci: Voi ci lasciate morire tutti! Patto di Roma!

Un tumulto

Riprendendo, Reina, in merito al problema doganale, ricorda che questo è un problema internazionale. Anche in mezzo ai borghesi non esiste accordo sulla questione del protezionismo. Continuando, dice che la piattaforma confederale ha posto la questione dei salari sul suo vero terreno.

Ad un certo punto l’oratore afferma che la vittoria dei metallurgici giuliani rappresenterebbe un nuovo salasso per il Governo.

Queste parole provocano un tumulto, i compagni giuliani protestano, minacciando di abbandonare il convegno se l’oratore non ritira le parole pronunziate.

Ristabilita la calma, Reina, dichiara di non aver voluto offendere i lavoratori, ma di aver inteso colpire i pescecani.

A questo punto succede un nuovo violento incidente, essendo le parole di Reina considerate come una indegna ritirata.

Ritornata la calma, l’oratore riprende a parlare dell’inchiesta sulle industrie. Egli trova meraviglioso il discorso di Tasca, ma soltanto dal punto di vista teorico. Praticamente la tesi di Tasca è insostenibile. Dice che gli industriali in qualche articolo di giornale hanno riconosciuto il diritto ad un tenore di vita minimo per gli operai. Ricorda che tra Confederazione generale del lavoro e Direzione del Partito socialista esiste sull’inchiesta il più perfetto accordo.

Voci ironiche: Sempre più a sinistra! Coerenza del Barnum!

L’oratore conclude dicendo che al seguito della Confederazione generale del lavoro sta tutto il proletariato.

Cavarocchi, segretario della Camera del lavoro di Trieste, per fatto personale, respinge l’offesa recata da Reina ai lavoratori della Venezia Giulia, e ne rivendica l’eroismo.

L’on. Reina, tra gli applausi dei mandarini, riconferma quanto detto prima.

La seduta viene quindi rimandata a domani.

***

La giornata di domenica

VERONA, 7

Ieri, domenica, malgrado le raccomandazioni del presidente, alla fine della seduta di ieri l’altro perché i lavori si dovessero iniziare alle 9 erano quasi le 10 quando il compagno Carretto, della Camera del lavoro di Torino, dopo aver augurato che i lavori procedano serenamente e proficuamente come il giorno innanzi, ha dato la parola all’on. Repossi.

Il compagno Repossi

Il nostro compagno inizia il suo discorso dicendo di meravigliarsi che Reina attribuisca ai comunisti una mentalità sindacalista. Ciò è smentito da tutto il contegno dei comunisti.

Il compagno Repossi si addentra quindi nell’esame della situazione sindacale, notando che i comunisti sono, in linea generale, contrari agli scioperi di solidarietà in campo economico. Il padronato ha scatenato la sua offensiva contro la classe operaia non simultaneamente, come ha affermato Reina, ma separatamente, via via di seguito, contro tutte le categorie. Furono prima i falegnami e i cotonieri, poi i lanieri, i metallurgici, ecc..

Accenna alla condizione creata ai contadini dalla tattica confederale. Oggi i lavoratori sono tutti, sia pure non simultaneamente, attaccati dal padronato. Non è fare uno sciopero generale, duello generale, ma uno sciopero di vera difesa contro l’offensiva diretta contro tutte le categorie dei lavoratori.

Affaccia dei dubbi sulle decantate vittorie dei chimici e dei metallurgici lombardi.

Prosegue rapidamente polemizzando con grande efficacia contro i dirigenti della Confederazione. Nota le continue contraddizioni del giornale confederale in merito agli scopi ed alla portata dell’inchiesta sulle industrie. Dapprima si era detto che l’inchiesta sarebbe stata risolutiva per le vertenze salariali; poi è stata ritenuta come un puro mezzo dilazionatorio; in seguito fu definita un mezzo polemico, come ha sostenuto Buozzi.

Buozzi – Non è vero. Non è vero!

Repossi – La verità è invece quella detta dal compagno Tasca: l’inchiesta sulle industrie è la collaborazione sul terreno economico, che prepara e rende necessaria quella sul terreno politico.

Il nostro compagno smentisce nel modo più assoluto che i comunisti siano contro l’unità proletaria: essi vogliono, invece, che anche le altre organizzazioni sindacali nazionali siano chiamate a fianco della Confederazione per la battaglia contro il padronato.

Parla del problema dei disoccupati, per i quali il Partito comunista rivendica l’intiero diritto di esistenza, e fa acute considerazioni intorno al problema della legislazione sociale.

Il compagno Repossi, che durante il suo breve discorso è attentamente seguito dall’assemblea, termina tra gli applausi dei comunisti.

Le difese di due mandarini

Lo segue alla tribuna Galli, dei tessili, il quale mentre ieri riteneva superfluo il suo intervento nella discussione, inizia oggi il suo discorso dicendo che è più facile discutere e criticare che non operare.

Voci: Scoperta di Colombo!

L’oratore polemizza con il compagno Flecchia, al quale attribuisce un pensiero che il nostro compagno non ha mai avuto, motivo per cui il Galli è rumoreggiato da quasi tutta l’assemblea.

Galli parla della vertenza dei cotonieri, dicendo che quando questi scesero in lotta esisteva una fortissima crisi.

Voci: Guarda a Varese, a Legnano, a Pordenone, a Vicenza!

Galli, continuando, nota che durante l’agitazione dei cotonieri la Federazione ha tenuto parecchi Consigli nazionali, durante i quali è regnato l’accordo più completo anche coi comunisti.

I comunisti della Venezia Giulia e del Vicentino protestano vivacemente.

L’oratore prosegue dicendo che in seguito alla venuta in Italia di rappresentanti della Jugoslavia e della Romania la situazione è un po’ migliorata. Afferma che la Federazione, con la lotta dei cotonieri ha spezzato l’offensiva padronale, e rivendica alla sua organizzazione il merito di aver conservato uno dei migliori concordati italiani. Ricorda che anche a Torino si sono accettate delle riduzioni salariali.

Voci: Quelle organizzazioni sono dirette dai riformisti! È la vostra opera che produce il crumiraggio!

Il pandemonio è enorme. Tutti i congressisti sono in piedi. Interviene il presidente che raccomanda la calma.

Galli, che evidentemente si trova in uno stato di animo preoccupato, continua in tono provocante dicendo, per esempio, che gli operai se hanno fatto i crumiri è stato perché i comunisti denigrano i dirigenti delle federazioni. Elogia la resistenza dei tessili vicentini, diretti, secondo lui, da socialisti.

Voci: Bugiardo! Sono i comunisti che sono alla loro testa!

Oggi – prosegue Galli – si è su un piede di guerra. Il 50 per cento soltanto degli operai lanieri si mantengono sulla buona via. Il resto ha defezionato. L’Alto Biellese, il Vicentino, la Toscana resistono ancora magnificamente. Il Biellese, invece, ha tradito, accordandosi indirettamente con gli industriali.

Voci: Effetti della propaganda riformista!

Dove si è defezionato – dice Galli – si deve ricercarne la causa negli esperimenti fatti all’infuori delle direttive confederali. (Voci di protesta dei comunisti).

L’oratore continua dicendo che oggi il padronato tenta di ridurre le paghe del 23 e del 24 per cento. Considera lo sciopero generale come un’azione disperata. Si augura che la Confederazione si tenga amica del buon senso, del senso della responsabilità. Nega che lo sciopero generale possa risolvere le vertenze sindacali. (Il moretto Bensi dà a questo momento il segnale di un applauso, che però abortisce).

Il Galli, continuando, afferma che la proposta di sciopero generale è stata fatta unicamente per combattere i dirigenti confederali ed il Partito socialista. (A queste parole i bonzi applaudiscono vivamente).

Lo sciopero generale – dice Galli – può essere solo propugnato da incoscienti e da demagoghi. (Proteste vivissime dei comunisti).

Voci: Va a dire queste cose alle masse! Bugiardo! Demagogo! Impostore! Sfacciato! Traditore!

È tutto un incrociarsi grazioso di impeto che si rovesciano sull’oratore dei tessili.

Infine Galli passa a parlare dei salari che gli operai percepiscono nel ramo lanieri, dicendo che essi ammontano al massimo a lire 21 giornaliere.

Evoca le minacce degli industriali riuniti in una società di malfattori. Gli industriali hanno dichiarato apertamente di volere abbattere l’organizzazione. Porta a conoscenza del Consiglio nazionale le pressioni che la ditta Rivetti esercita sugli industriali e parla di certi fenomeni di trustismo padronale.

Ammette che i comunisti hanno ragione quando dicono che la solidarietà delle altre Federazioni è mancata allorquando accettarono di trattare separatamente le loro questioni.

Ricorda gli scioperanti di Valdagno, e accusa i comunisti di avere sparso lacrime per la stilettata che ha colpito il Marzotto, vittima di un suo figlio naturale.

Voci dei comunisti. Bugiardo! Sono parole dette dai mandarini che tu hai mancato sul posto!

L’oratore prosegue dicendo che i mandarini tessili non faranno lo sciopero generale se prima le altre categorie non dimostreranno verso di loro una maggiore solidarietà.

Appunto sulla necessità della solidarietà Galli fa un nuovo pistolotto, freddamente applaudito dagli stessi bonzi che gli fanno corona.

Prende ora la parola Violante, per i chimici, il quale dice che il compagno Tasca ha riconosciuto che l’Ordine Nuovo, giudicando il concordato dei chimici ha preso una solenne cantonata.

Contro l’”Ordine Nuovo”

Passa quindi ad esaminare le diverse fasi dell’agitazione dei chimici. Si scaglia in modo feroce contro alcune corrispondenze apparse sull’Ordine Nuovo e definisce delinquenti coloro che vorrebbero trascinare ad una lotta certamente disastrosa i 300 mila operai chimici.

Continuando sempre più furibondo e concitato, congestionato in volto, dice che i dirigenti della F.I.O.C. sono per un’Italia ricca e grande.

Voci: Socialpatriota! Qui ti volevamo!

L’oratore dichiara che la F.I.O.C. non è un’accolta di scioperomani, e dice pure che alcuni giorni fa, nella Venezia Giulia certi individui, che chiama teppisti, imposero con le rivoltelle in pugno ai compagni organizzatori chimici di quella regione di fare quanto essi volevano.

I compagni della Venezia Giulia investono il bonzo Violante, chiamandolo mentitore, mascalzone e canaglia: Mentisci sapendo di mentire!

Il vivacissimo incidente si trasforma tosto in un trambusto generale.

Si minaccia di venire alle mani. Tutta la sala è in piedi. Ristabilita la calma, Violante riprende a parlare dichiarando di assumere intiera la responsabilità della sua dichiarazione e dice che farà espellere i chimici della Venezia Giulia dall’organizzazione se essi non cambieranno strada e se non si assoggetteranno alla dittatura della Segreteria federale dei chimici.

Rivolgendosi agli organizzatori di parte estrema, dice se parlando di solidarietà essi si riferiscono agli uomini o alle organizzazioni. Egli si dichiara completamente a fianco della Federazione dei lavoranti in legno, quantunque essa sia stata elogiata dai giornali borghesi. Non così sembrano comportarsi i comunisti verso le altre Federazioni.

Violante, che sembra un papero dinanzi ad uno straccio rosso, continua ad infuriare contro l’Ordine Nuovo, lanciando all’indirizzo di questo giornale un sacco di ingiurie volgari. Se la prende quindi col compagno Tasca, che considera come un tecnico, incapace di qualsiasi azione pratica.

Sempre in tono polemico l’oratore illustra l’attività federale dei chimici dicendo che essi sono favorevoli ad una forma di protezionismo transitorio …

Mazzoni: Nessun protezionista ha mai detto che il protezionismo doganale doveva durare per l’eternità!

Voci dei socialisti: Tu parli per i contadini! Tu non conosci le condizioni dell’industria!

Mazzoni: Parlo per coloro che soffrono di più, e conosco le cose meglio di voi!

Violante continua ad addurre argomenti in favore del suo protezionismo transitorio, citando a vanvera le condizioni di parecchie industrie, e mettendosi su di un piano perfettamente borghese e protezionista.

Finisce dicendo che per i chimici lo sciopero generale non è una necessità, e che quindi sono contro la proposta dei comunisti. Tutta la Federazione è invece per il programma confederale.

Giuriada, per fatto personale, dichiara che quanto ha affermato Violante non risponde a verità. Spiega che essendo mancati dei documenti dalla Camera del lavoro, ed entrando spesso degli spioni nei locali camerali, una sera, al comando di una squadra di azione, decise di perquisire tutti i presenti per vedere se si potevano rintracciare gli agenti di Questura. Furono perquisiti tanto i dirigenti chimici presenti quanto i comunisti, compreso il Giuriada stesso.

Solo dopo, allorquando gli operai chimici della Venezia Giulia hanno riscontrato di essere a grande maggioranza per la proposta del Comitato sindacale comunista, i dirigenti dei chimici hanno preso pretesto da quella necessaria precauzione per scandalizzarsi del contegno dei comunisti.

Con questa dichiarazione del compagno Giuriada, la speculazione tentata da Violante cade nel ridicolo.

Esso mezzogiorno il presidente toglie la seduta.

Come in tutti gli altri convegni o congressi, anche in questo le raccomandazioni ed i pistolotti fatti dal presidente sono destinati a restare lettera morta.

Un tipografo

È soltanto dopo le 15 che il presidente Ghezzi, della Federazione edile, dà la parola a Bruno, della Federazione del libro.

Egli comincia subito col constatare che la discussione finora fatta ha servito ai bonzi ed ai mandarini (è uno che definisce se stesso ed i suoi colleghi) confederali. Egli è convinto che i discorsi di Repossi e Flecchia non fanno che ripetere, ma con minore sincerità, quanto in altri tempi dicevano i sindacalisti.

Voci: Ma terminatela una buona volta con queste favole!

Repossi: Sono tanto d’accordo coi sindacalisti che non è molto che mi sono opposto ad uno sciopero di 30 mila operai diretto da loro!

Bruno polemizza quindi col compagno Tasca al quale chiede se la proposta di sciopero generale tende a fare la rivoluzione, oppure a conseguire soltanto dei risultati economici.

In questo secondo caso egli si richiama all’abbicì del manuale degli organizzatori, che spiega che le vertenze economiche debbono sempre restringersi, e mai allargarsi. Si deve poi lasciare ai dirigenti dei movimenti economici il diritto di dirigere questi movimenti da soli.

Dice che se lo sciopero deve essere di carattere politico, allora non deve scoprire anticipatamente le proprie batterie, rendendo in tal modo un servigio agli industriali. Inoltre non si deve dire agli industriali quali sono le difficoltà che alla lotta per la trasformazione del regime si oppongono.

È convinto che le aspirazioni all’unità proletaria sono solo un concetto personale di Tasca, che non è condiviso da tutti i comunisti.

Ai compagni della Venezia Giulia risponde che egli, contrariamente a quanto fece Violante, vuole individuare certe responsabilità dei comunisti giuliani. E questo egli fa perché la sua Federazione non intende lasciar passare inosservate certe cose. Narra quindi di alcuni incidenti accaduti ai tipografi di Trieste, i quali sono per la Confederazione. Dice che la Camera del lavoro di trieste pretende di imporre con metodi czaristi la propria volontà allea Sezione locale dei tipografi.

Voci dei comunisti giuliani: Come tutti gli altri anche essi debbono sottostare alla disciplina dell’organizzazione.

Marchiaro, di Torino: Alla dittatura di Mosca preferiamo quella borghese!

Voci: Bum, bum!

Nasce quindi un violento tumulto. D’Aragona vorrebbe mettere alla porta il rappresentante dell’Ordine Nuovo il quale gli risponde che ha il diritto di rimanere al convegno in quanto non solo è giornalista, ma è anche rappresentante.

Il pandemonio nella sala è generale. Il più scalmanato è Marchiaro. Ad un certo punto Dino Guarnieri rivolgendosi a Bruno gli dice: Non chiamare compagni i comunisti! Non riconosciamo i comunisti come nostri compagni!

Ristabilitasi la calma, Bruno domanda ai comunisti se questi atti di violenza sono da essi riconosciuti, o invece da essi sconfessati. Chiede anche alla Confederazione del lavoro se essa può lasciare senza una protesta e senza rilevarli questi atti di gravissima indisciplina, e se approva questi atti di violenza.

Bensi, di Milano, dice: C’è il mio ordine del giorno per l’espulsione dei comunisti. (Applausi dei mandarini).

Tornando al compagno Tasca, l’oratore dice che se i comunisti sono sinceri, devono adoperarsi perché questi sistemi non vengano più usati. In caso contrario bisogna ritenere che i comunisti non mirano ad altro che alla rovina dell’organizzazione.

Cavarocchi, segretario della Camera del lavoro di Trieste, per fatto personale, dice che non è possibile continuare la discussione in un’atmosfera come quella lasciata dalle pretese rivelazioni di Bruno. Questa espressione di Cavarocchi provoca un nuovo tumulto. I rumori sono altissimi.

A questo punto Dino Guarnieri chiede la chiusura e fa la proposta che gli oratori siano tre per ogni gruppo.

Questa proposta è approvata. Vengono presentate le liste degli oratori, che comprendono, per i comunisti: Radich, Vota e Tasca; per i confederalisti: Buozzi, Ramella e Mazzoni.

L’on. Bruno Buozzi

Dopo Bruno il presidente dà la parola all’on. Buozzi.

Egli dice che si sforzerà di non provocare fatti personali. Riferirà sulla situazione della F.I.O.M. e su quella generale.

Ricorda che nel mese di luglio le organizzazioni industriali hanno denunziato i concordati, avanzando richieste addirittura fantastiche ed inaccettabili. Così si giunse all’agitazione della Liguria, della Lombardia, della Venezia Giulia. È noto come si sia arrivati al concordato di Milano. In Piemonte le trattative non sono approdate ad alcun risultato, e si discute ancora mentre nelle altre regioni si è … inclini ad accettare l’accordo di Milano. Nell’Italia meridionale non vi è nessuna richiesta collettiva. Ha però ragione di credere, dopo l’accordo milanese, che i singoli industriali meridionali rinunzieranno alle richieste di riduzioni di paga.

In Liguria si lotta in pieno. A Oneglia, serrata e sciopero. Gli industriali liguri avevano avanzato richieste assolutamente inaccettabili da parte degli operai.

Le richieste degli industriali della Venezia Giulia sono ancora più gravi. Essi pretendono di giustificarle con l’affermazione che in quella regione si hanno i salari più elevati che in qualsiasi altra. Invece il costo della mano d’opera risulta inferiore a quello delle altre regioni. La F.I.O.M. si opporrà ad ogni riduzione di paga nella Venezia Giulia.

A Livorno si è in lotta da parecchie settimane contro la riduzione dei salari.

L’on. Buozzi dichiara di essere stato chiamato a colloquio dal ministro Beneduce per trovare il mezzo di risolvere l’agitazione della Venezia Giulia, e di avere risposto che non solo questa, ma tutte le vertenze in corso possono essere risolte applicando nazionalmente le proposte della F.I.O.M.

Ci sarebbe la possibilità di una ripresa di lavoro nella Venezia Giulia ed in Liguria, ma il C.C. della F.I.O.M. non può accettare che gli operai rientrino nelle officine senza prima avere un preciso ed impegnativo contratto di lavoro. Il ministro Beneduce farà tenere all’on. Buozzi la risposta definitiva degli industriali a mezzo del prefetto di Verona quest’oggi stesso. E l’on. Buozzi riferirà al C.C. le comunicazioni del Governo questa sera stessa nella riunione appositamente convocata.

L’oratore tratta quindi diffusamente del sistema salariale italiano e delle oscillazioni dei cottimi. Il cottimo in uso nel nostro paese è uno dei più complessi. Basti ricordare che allorquando si è trattato di applicare il cottimo collettivo si è constatato che negli stabilimenti Fiat vi erano in uso 90 mila voci per le varie lavorazioni. L’oratore proseguendo dichiara che la F.I.O.M. è risolutamente contraria ad ogni riduzione dei salari, anche perché la crisi nelle industrie metallurgiche si trova nella sua parabola discendente, ciò che secondo l’oratore non giustifica la richiesta di riduzioni salariali avanzata dagli industriali come una conseguenza della crisi stessa.

Vi sono state riduzioni nei cottimi, che in proporzione delle conseguenze della crisi sono però troppo elevate. L’accanimento padronale per la riduzione delle paghe non ha alcuna giustificazione, e non è altro che un puntiglio degli industriali stessi.

Cosa si farà di fronte a tale situazione? La F.I.O.M. resiterà! Lotterà con tutte le sue forze, e da sola. La F.I.O.M. non chiede aiuto e non domanda solidarietà. Sopporterà da sola il sacrificio che la situazione le imporrà. I metallurgici lotteranno con le loro sole forze. Perciò essi sono contrari allo sciopero generale, che per essi rappresenta soltanto un pericolo estremamente grave.

L’on. Buozzi dice che la proposta dello sciopero generale non è altro che l’alibi per la vigliaccheria degli operai che non se la sentono né vogliono lottare.

Egli ritiene che la presente discussione non è impostata in modo elevato, e che c’è un equivoco generato dal fatto di voler sostenere ad ogni costo lo sciopero generale come sola via di salvezza. Questo sentimento ne genera un altro del tutto opposto. Ma, chiede l’on. Buozzi, non c’è una soluzione intermedia?

La Confederazione non rifugge da nessun mezzo si lotta, e qualora la situazione lo imponesse, potrebbe anche giungere allo sciopero generale. La lotta che combattono i metallurgici ha centro aspetti diversi e deve essere condotta adeguatamente alle situazioni locali le più disparate.

L’oratore dichiara quindi che non ha pregiudiziali in proposito allo sciopero generale.

Il Consiglio deve guardare in faccia alla realtà ed esaminare la situazione quale è e dire chiaramente ciò che si deve fare. Oggi e non domani, e neppure in base a principi o a pregiudiziali politiche, ma alla stregua dei fatti concreti e positivi.

L’oratore si chiede se i comunisti sono sicuri dell’efficacia del loro metodo e della loro tattica. Vuole anche che essi dichiarino se sono convinti che lo sciopero generale possa riuscire vittorioso. Noi non vogliamo – esclama egli a questo punto – correre il rischio di una sconfitta irreparabile.

(Al momento di andare in macchina ancora non ci è giunta la fine del resoconto).