Międzynarodowa Partia Komunistyczna

Il Programma Comunista 1957/5

Microfonie diarroiche (il Quadrifoglio intervistato alla radio)

L’esperienza insegna che per evitare un’intervista con le relative fregnacce non si possiede solo il classico metodo del calcio applicato a chi fa di se stesso scudo al microfono o alla Leika, nella più nobile regione del suo essere. Vi è un altro metodo e lo illustriamo con un esempio a base di domande e risposte:

D. – Non le sembra che il senso della differenza tra il partito comunista fondato a Livorno nel 1921 e l’attuale partito di Togliatti consista in questo: che allora si intendeva lottare per il comunismo con forze italiane ed escludere l’intervento in tali lotte di partiti e governi di paesi esteri, e, in ispecie dello Stato sovietico?

R. – La differenza è tutt’altra, e sta nel fatto che lo Stato russo attuale e il partito che lo dirige hanno di comunista e sovietico soltanto il nome, e non hanno alcun carattere rivoluzionario; per questa sola ragione un partito che fosse sulle direttive di Livorno, rifiuterebbe di  collaborare con essi ed escluderebbe di avere il loro appoggio nella lotta del proletariato italiano per rovesciare la borghesia nazionale. Ove si trattasse  di un partito e di uno Stato proletario rivoluzionario, russo o di un qualunque altro paese straniero, secondo la dottrina e la politica di Livorno sarebbe graditissimo ogni suo appoggio anche armato nel venire a buttare giù lo Stato borghese e democratico italiano. A sua volta il partito comunista d’Italia, ove la cosa fosse conciliabile con i rapporti di forze, sarebbe pronto a partecipare alla lotta antiborghese in ogni paese straniero.

Le decisioni nell’uno o nell’altro caso dipenderebbero da quell’unico partito, che nella dottrina seguita a Livorno è la Internazionale Comunista, alla quale ogni sezione dà i suoi apporti, e dalla quale, sempre secondo quella dottrina politica, avrebbe dovuto attingere le direttive il partito russo, per imprimerle allo Stato sovietico. Tutto il movimento internazionale è stato sconvolto, appunto per aver invertito tale rapporto e introdotto, tanto in Russia che negli altri paesi, direttive chiuse e stagne nazionali, e diritti ad iniziative nazionali per la politica nazionale.

D. – La sua opposizione alla politica del partito comunista attuale non si esprime bene col fatto che, in Russia come in Italia, una burocrazia dispotica detta le sue norme di azione alla base operaia, mentre se così non fosse sarebbe stata conservata la buona direttiva dei primi anni del partito?

R. – Non è affatto sicuro che se la base fosse liberamente e democraticamente consultata (per usare terminologia non nostra né «livornese», ma propria dell’interrogante, ed omaggiata in partenza,  in Russia e in Italia, da ogni staliniano o togliattiano, nella divergenza abissale con noi, cui sempre si rimproverò di non voler far dipendere la politica del partito dal gradimento delle masse, e delle masse non proletarie ma «popolari»), non è affatto sicuro che la base si pronunzierebbe, oggi, contro la politica del «centro». La degenerazione del movimento è tanto alla testa quanto alla periferia; le sue cause profonde, sono storiche e sociali. Non abbiamo quindi nulla a che fare con la richiesta di libere consultazioni di popoli quali sono, e di partiti quali sono. La posizione che importa è che se anche, come è certo, la maggioranza votasse Stalin-Krusciov-Togliatti, noi seguiteremmo a combattere con ogni nostro mezzo l’indirizzo così suffragato, perché la dottrina internazionale ed antica del partito marxista insegna che è direttiva controrivoluzionaria, a chicchessia venga a piacere. E lo è specialmente per le sue inveterate dichiarazioni democratiche, progressive, nazional-indipendentiste, legalitarie e pacifiste.

D. – Adunque lei non condanna nel partito togliattiano la capacità di tornare ai metodi dittatoriali, terroristici, monopartitistici e repressivi di ogni movimento ideale od armato contro il dispotismo sovietico?

R. – Noi condanniamo in quel partito la irrevocabile rinunzia ad ogni capacità di condurre la dittatura rivoluzionaria di classe, terrorista e monopartitista, fino a che la resistenza della classe e degli ordinamenti capitalistici non sia piegata. Riteniamo che ogni Stato ed ogni potere costituito, non meno di quello oggi di Mosca o ieri di Berlino -non parliamo di Roma –  sta al di fuori di ogni rinunzia all’impiego di mezzi spietati, nel caso che ne disponga e non abbia vie meno costose per salvare la sua sopravvivenza. La questione non sta dunque nei metodi, a cui i partiti stalinisti sono divenuti impotenti, al di fuori della Russia, ma nella natura sociale e storica delle forme di potenza di cui si tratta.

In dottrina noi siamo sul terreno su cui Livorno era, anche nella politica militante con forze apprezzabili prima che se ne praticasse la castrazione; e la nostra avversione all’impiego della potenza statale russa sta solo nel fatto che storicamente e socialmente non agisce più nel senso dell’abbattimento del potere capitalistico e della struttura sociale capitalistica, in Russia e negli altri paesi.

* * *

Le domande e le risposte possono continuare, ma abbiamo raggiunta la prova socratica che volevamo fornire: una simile intervista non verrà pubblicata, anche se pronunziata, dettata o scritta, da nessun quotidiano che esista in Italia,  né governativo, né di opposizione, né anarchico (se vi fosse), e lo scopo è raggiunto. Il risultato risponde ad un metodo antico, semplice e livornese: per mettere un investigatore fuori di combattimento basta rispondergli raccontandogli serenamente proprio tutto quello in cui consiste la nostra opinione. Infessisce d’urgenza, occupato a scoprire quello che gli si nasconde, come è suo mestiere.

* * *

Se invece non si ha orrore delle pubblicate interviste ma se ne gode, e si gode di sentirsi cantare dagli altoparlanti, allora tutto cambia. Il nostro metodo sarà rifiutato. Si dirà invece che, per arrivare alle masse, bisogna trovare ogni tribuna che abbia risonanza: la grande stampa. la radio, la televisione. E saper cogliere le occasioni per arrivarci, e anche quella stupidissima che in questo momento, più o meno preelettorale, a stampa, radio o televisione fa comodo tutto quello che porta via aderenze e seguito al partitone togliattifero; e quindi ci danno (a chi?) la parola. Lenin disse che si doveva profittare del parlamento, eccetera. Questa posizione che la borghesia goda di vedere un’opposizione rivoluzionaria scagliare sassi nella piccionaia delle Botteghe Oscure, è per lo meno tanto idiota quanto quella dei togliattiani che per ripigliare i punti perduti contano su una condanna nel processo Montesi. L’una e l’altra cosa si basano sull’ effetto tra le masse, e provano quali vie storte si andrebbero a trovare seguendo la norma di solleticare le masse medesime, quali sono uscite dal funesto decoro attuale.

Proprio le dichiarazioni ai microfoni di quel movimento a quattro lobi, che si compiace di richiamarsi alla tradizione di Livorno in modo più o meno tanto banale quanto quello dei giornalisti governativi, sono una prova – nel loro contesto – come con la mania che tutto sta nello sciogliere le masse da una oligarchia burocratica si ottiene l’effetto di peggiorare ancora l’impegolamento dei lavoratori italiani, come di altri paesi, nella paurosa assenza di principi cui si lavora da trent’anni. (Si veda, per chi ne abbia lo stomaco, l’intervista integrale Raimondi in «Azione Comunista»).

Non vale proprio la pena di commentare tutte le battute per dimostrare come l’ideologia comune al quadrifoglio (che non esiste, se vi si vede enunciare questa formula: accettazione di correnti diverse diramantesi da una piattaforma comune) sia enunciabile solo in quanto è una ideologia su cui hanno camminato, volte le terga al marxismo, gli staliniani, ultima edizione dell’eterno opportunismo che, riformista o libertario, insidia a decennali ondate, l’Internazionale proletaria. L’enunciazione è questa: il principio di libertà e democrazia popolare è generale e supremo: esiste una sua sottospecie particolare e cadetta, ed essa è il socialismo economico!

* * *

Qualcosa tuttavia si deve pure notare al solo fine di svergognare un falso indecente, come quello di collegare tale ciarpame con la  tradizione del Partito comunista d’Italia del 1921, con quella della Sinistra comunista italiana che dal 1920 lotta contro la degenerazione della Terza Internazionale, giunta fino a farne un cadavere, e del Partito comunista internazionalista che si formò in Italia durante la Resistenza scavando un abisso tra sé e il fronte sconcio della Liberazione Nazionale, che ha fabbricato tutta la attuale grandezza di quel povero e tartassato Togliatti.

Ad ogni passo il Quadrifoglio esalta gli ideali della Resistenza (da Imola per tutta la Resistenza!…) e non sa  che la linea Imola – sinistra comunista si impianta così (fa pena che coi giovani ignari siano anche dei vecchi militanti imolesi e livornesi): quando nel 1922 Zinoviev a Mosca e Graziadei in Italia (uomini morti senza vergogna) ci dissero: avete generosamente lottato per un’offensiva rivoluzionaria del proletariato in Italia, ma avete perduto; oggi il fascismo ha vinto: il compito che la storia vi assegna è di essere la valorosa ala sinistra di un fronte antifascista (Tonino) e di lanciare in Italia la parola: viva la Libertà! (Gregori) – la nostra risposta a quei valentuomini fu dura: non è un linguaggio che marxisti possano tenere a marxisti; da oggi siamo da due parti, non di un cortese dialogo di corrente (come quello che Palmiro soffoca!) ma di una storica barricata.

Quando fu elaborato il tracciato di impostazione del partito comunista internazionalista, nel 1945,  che pure era tutto costruito sullo svergognare il frontismo antifascista italiano e internazionale, la valutazione di una speculazione sulla energia rivoluzionaria proletaria, da parte dei balordi comandi partigiani, fu trovata concessiva da elementi milanesi.

Questi ed altri concetti storici mostrano che ben si può sputare da rinnegati su Imola, su Livorno e sulla connessa più recente tradizione del piccolo partito internazionalista, ma non è permesso portarle in un calderone ove da tutte le parti il bandierone stolido, ed americano, della resistenza  viene levato. E levato come base per rivendicare «il diritto che ai lavoratori compete nella politica e nella produzione»! Questo poi ai microfoni vorrebbe dire indignarsi per «il camuffamento socialdemocratico del marxismo»? Noi conosciamo qualcosa di più disgustoso: il camuffamento marxista, e peggio se di sinistra della socialdemocrazia, della democrazia e del libertarismo!

Ma anche intrinsecamente  questo tentativo di figliare piattaforme comuni, che non si reggeranno nemmeno come comuni palcoscenici, è insostenibile. Come esaltare la Resistenza, e poi dire che non bisogna essere strumenti di uno Stato, organi di una politica di potenza? Che cosa era la Resistenza partigiana se non lo strumento di Stati in guerra, tra cui la Russia, e della loro politica di potenza, che paracadutava dollari, munizioni ed armi senza i quali le brigate non sarebbero esistite? Allora la nuova dottrina è che, se si tratta di uno Stato comunista, servirsi del gioco della sua potenza è una porcheria, ma se sono Stati capitalisti, allora è pulita e nobile cosa! Abbiamo insegnato come si pone in  dottrina questa questione. L’orrore della potenza è fesso, quando non si tratti di potenza del nemico giurato. Se di Stati comunisti ne avessimo – oggi non è – rinunzieremmo alla potenza statale che ci cala mitra, per batterci «con la coscienza diffusa tra i lavoratori, grande maggioranza dell’umanità, che può fermare pur disarmata i più grandi spaventosi apparati di repressione e di guerra»? Più anarchici, più fabiani, più gandhisti di così, si cade esanimi. Chiederemo agli apparati irti di armi il permesso; prima di tutto contateci, poi confessateci, e poi sparate i vostri cannoni e noi spareremo le nostre coscienze?! E bestemmieremo esser marxisti!?

* * *

Ci si dirà: ma questi sono liberi apporti di una sola foglia del quadrifoglio, come un’altra, nella incalpestabilità delle coscienze, ci viene a servire un articolo sul tema che non operano nell’URSS le leggi fondamentali del capitalismo. L’economia russa è socialista, o un quid simile; ma allora la sua potenza di Stato fa schifo, o meno? Piccolezze, utili ad opinioni non «acritiche».

Il quadrifoglio è fatto così: ogni foglia volge ad uno dei quattro venti.

Vedremo allora se nella «mozione comune» non vi è la stessa improntitudine falsaria. Questo testo parte col programma del Partito comunista d’Italia votato a Livorno e stampato sulle tessere, ma poi si ferma se si torce la foglia anarchica, o quella trotzkista, o quella speruta per non aver dialogato con Togliatti.

Al punto 1 è stata ficcata la bestiale parola «formale», ed è diventato: Gli attuali rapporti di produzione sono protetti e difesi dal potere dello Stato che, fondato sul sistema della democrazia formale,  costituisce l’organo di difesa degli interessi della classe capitalistica. Naturalmente la dizione non fu inventata a Livorno ma è un’espressione notissima di Marx e di Engels in cui la distinzione (tra legalitaria e libertaria, o tutte e due le cose assieme), tra democrazia formale e sostanziale, qui insinuata, non ha mai figurato. Che altro è dunque, pseudo e non nominabili internazionalisti, il far commercio dei principi?

In che diversa da questa la speculazione Stalin-Krusciov sul rispetto al marxismo-leninismo?

Al punto 2 l’abbattimento violento del potere borghese diventa l’abbattimento rivoluzionario. Quale foglia di fico! Anche la marcia su Roma vantò di essere rivoluzionaria, in cappello a cilindro.

Poi vi è una interpolazione gesuitica. Il proletariato non arriverà mai al potere né alleandosi con partiti borghesi – questo lo avevamo cancellato fin da Modena 1908, e anzi da Genova 1892, e non ce lo sognammo proprio a Livorno 1921! – ed ancora: né servendosi unicamente del suffragio elettorale per la conquista dei mandati elettivi nei parlamenti. In questo ineffabile avverbio unicamente vi è tanto che l’Unità ha avuto ragione di parlare di saragattismo. Anche Turati diceva che ad un governo che va contro il volere del parlamento si risponde con le carabine!

Tutto il rivoluzionarismo che è in questa gente è fame di medaglina. Compromesso per compromesso, lo potevate fare con la foglia anarchica! Ma hanno pescato dei tipi di anarchici parlamentari! e galoppini elettorali.

Al punto 3 si copia che: l’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il partito politico di classe, ma si tace tutto il resto (per non parlare più del partito), ossia: il partito unifica gli sforzi della classe lavoratrice volgendoli dalle lotte per interessi di gruppi e per risultati contingenti alla lotta per l’emancipazione rivoluzionaria del proletariato. Si tace che: il partito ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza (leggi la dottrina) rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali di azione e di dirigere nello svolgimento della lotta il proletariato (nella dittatura la lotta continua).

Si salva al punto 4 il 6 del diagramma, per cui:  il proletariato non può organizzarsi in classe dominante che con la distruzione dell’apparato di Stato borghese e con la instaurazione della propria dittatura…  e si aggiunge: di classe (per sottolineare non di partito), togliendo le parole: escludendo da ogni diritto politico la classe borghese. Questo è un beguin, al pari anarchico e stalinista puro. Una fregnaccia degna della «democrazia formale».

Al punto 5, dopo aver detto col testo che: la forma della rappresentanza politica nello Stato proletario è il sistema dei consigli dei lavoratori già in atto nella rivoluzione d’Ottobre, si toglie: inizio della rivoluzione mondiale (perfino i trotzkisti entrati in fronte, loro mania, si declassano a stalinisti) e prima stabile realizzazione della dittatura proletaria; e si fa un banale «aggiramento ai nuovi tempi» con la più sconcia delle frasi; e avevamo sbagliato a dire che del partito  non si sarebbe più parlato; se ne riparla per farselo perdonare: eh che sinistri di Livorno, che internazionalisti da gamba de legn!

Ecco la perla. «Dittatura (parola che non era nel periodo, ma la lingua batte dove il dente duole) non personale, non di comitato centrale, non di partito (di che allora? del canchero che vi frega?) … ma esercizio totale autonomo, sul piano della più vasta democrazia, della volontà e del potere proletario negli organi della stessa dittatura».

Siamo arrivati agli esercizi sul piano e negli organi, come nella fraseologia classica di ogni intervistato al microfono quando glielo mettono sotto il pacchiano grugno. Dalle formule gloriose della dottrina di Marx, a frasario da processo di Venezia; ecco l’impresa dei truffatori del nome del Partito Comunista Internazionalista, truffatori che hanno voglia di perdere il diritto alla generosa designazione di innominabili, che usiamo nei rari accenni ad essi.

* * *

Sulla trama di queste palpate di tasti e di organi si svolgerà il lavoro di «elaborazione di una piattaforma  ideologica unitaria»!

I pochi compagni che vengono o dalle lotte degli anziani di Livorno o da quelle dei pochi giovani lavoratori che non si imbrancarono tra le ibride bande dei partigiani stalin-american-vaticani, non sentono il ribrezzo di queste elaborazioni puttaneggianti? Non sentono la grandezza della nostra antica luminosa linea senza storture e senza mercati, nemmeno su di una parola? Non vedono che questa del quadrifoglio è ancora una via perché la masse consumino, nella vellicata lubricamente loro impossibile  volontà e autonomia, il tradimento di se stesse e della strada che  la storia segnò loro con la luce del Manifesto del Partito Comunista, scritto da non vivi e quindi non ispiranti terrori di dispotiche guide?

Anche senza le masse e senza il successo del Quadrifoglio di fico, e senza il poco rumore che concedono gli altoparlanti alla sua pochezza, restino quei compagni nei limiti stretti ma netti e lucenti di un movimento anche di minimo numero, ma che non si sconfigge da se stesso nel rispetto di maggioranze sciagurate, perché schiacciate  da una società sciagurata e maledetta così nella forma che nella sostanza dei suoi istituti infami: più infame di tutti quello della democrazia, sola moderna droga ai malati di libidine di potere.

Struttura economica e sociale della Russia d’oggi Pt.30

Collegamento

Queste ultime puntate del resoconto diffuso sulla struttura sociale russa hanno dovuto essere interrotte per due numeri al fine di dare posto al resoconto preliminare e riassuntivo sul tema della riunione di Ravenna, che ha invece trattato della società di Occidente. Occorre un ricollegamento, sotto forma di inevitabile e breve ricapitolazione di quanto già esposto.

Il presente lavoro è diviso in due parti. La prima, a sua volta preceduta da una premessa che la riuniva a precedenti trattazioni sulla questione russa e sulla teoria marxista di quella rivoluzione (riunione di Bologna), ebbe il titolo: Lotta per il potere nelle due rivoluzioni, ed occupò quattordici numeri del giornale, pur avendo dovuto essere interrotta per ragioni di lavoro di partito (resoconto della riunione a Torino, riespositiva di tutte le questioni russe, che occupò tre numeri, ed «Intermezzo» che precedette questa, dopo lunga interruzione al principio del 1956 occupata dal «Dialogato coi Morti», sempre in tema russo, e determinato dal XX Congresso).

La detta prima parte, che si può ritenere prevalentemente storica, tratta della lotta in Russia dalla prima guerra mondiale, e del problema del rovesciamento del feudalismo zarista nei suoi rapporti col compito rivoluzionario del partito proletario, con le successive due rivoluzioni di febbraio e di ottobre. Innestato al racconto di quei grandi fatti fu il richiamo di come il loro sviluppo futuro era sentito e teorizzato dal grande partito di Lenin, in contrasto prima dottrinale e poi di battaglia con tutti i partiti diversi ed avversi a quel solo, di cui sposammo la causa or sono più di quarant’anni. Storicamente questa prima parte non si arrestò alla vittoria di Ottobre 1917 ma comprese tutta l’ulteriore lotta di difesa del conquistato potere nella tremenda guerra statale e civile che occupò i drammatici anni seguenti.

La seconda parte riguarda i rapporti di produzione nella Russia odierna ed il loro storico svolgersi a partire dal 1917. anche questa parte ha subito interruzioni per le riunioni di Cosenza, ed ora come dicevamo di Ravenna; essa ha finora occupato quattordici numeri di Programma Comunista.

Non per un sunto ma per un richiamo di questa parte in corso, ricordiamo che prima di addentrarsi nelle questioni di economia essa ha dovuto sviluppare a fondo ancora argomenti politici estorici, da quelli inseparabili. Si è discussa a fondo quale era la prospettiva degli sviluppi economici che il partito bolscevico presentava come prevedibile dopo la conquista del potere da parte sua, e tutto ciò era indispensabile al fine di polemiche ancora ardentissime, per stabilire che mai si era presentata possibile la formazione di una struttura sociale comunista o anche di primo socialismo. La rivoluzione, nell’opera di Lenin, che molto minutamente esponemmo dimostrando come la prospettiva di base non fu mai mutata per svolti storici, aveva un contenuto politico totalitario, ma quanto a contenuto sociale si prefiggeva trapassi di forme produttive molto anteriori a quello dal capitalismo al socialismo: la sua leva di base era il legame alla rivoluzione politica operaia europea, dalla quale soltanto poteva derivare l’avvento della società socialista in Russia. Né si poteva non ricollegare questa polemica sui fatti storici e sui testi dottrinali con l’ardente dibattito attuale contro la menzogna del costruito socialismo nella sola Russia.

Sono state quindi ad ogni tratto riferite le opinioni di Lenin, Trotzky ed altri marxisti russi, e la grande lotta che nel partito si svolse alla morte di Lenin, come si erano ampiamente trattate quelle durante la sua vita.

Base essenziale della successiva storia delle mutazioni economiche fu la teoria contenuta nell’opuscolo sulla Imposta in natura, che consente di classificare le forme sociali presenti in Russia allo scoppio della rivoluzione e di esporre la nota successione delle fasi, la cui interpretazione non si è potuta non collegare in tutta ampiezza alle polemiche di allora, di dopo e di oggi: comunismo di guerra, nuova politica economica, „collettivizzazione” e guerra ai kulak, grande sviluppo da un lato dell’industrialismo di Stato, nella nostra tesi forma capitalista – mercantile – monetaria e dunque non socialista, e dell’agricoltura colcosiana, con la sua faccia cooperativa, che è di capitalismo privato, e l’altra familiare-aziendale che nella nostra tesi è la più retriva, e rispondente a forme sociali del tutto precapitalistiche.

Trattando dei rapporti produttivi di queste due sezioni della struttura russa, esse sono state ovviamente riferite all’ordine giuridico nello Stato, con la critica alle due Costituzioni del 1918 e del 1936, radicalmente diverse, e ai conflitti politici nel partito, in cui vinse sanguinosamente la fazione fautrice dell’autarchia nazionale e dell’abbandono dell’internazionalismo comunista.

Ad ogni tratto abbiamo confutato le tesi, dei trotzkisti e di altri gruppetti di falsa sinistra antistalinisti, sull’apparizione di una forma sociale intermedia tra capitalismo e socialismo, in cui classe privilegiata sarebbe la burocrazia delle gerarchie statali e di partito, opponendo a questa tesi amarxista quella del legame tra capitalismo russo e mondiale come forza di classe, malgrado gli insanabili conflitti imperialisti, negati dalle teorie pacifiste del Cremlino; e abbiamo sviluppata alla luce della teoria marxista la relazione tra il settore agrario e quello industriale, mostrando come nell’industrialismo di Stato si alloga una protezione alle classi medie e contadine a danno del proletariato, a questo più sfavorevole che in alcuni regimi di capitalismo classico e privatistico.

Indubbio legame determinista collega quest’economia interna di privilegio verso le classi medie alla politica medioclassista dell’opportunismo mondiale filorusso.

Dopo l’ampia dimostrazione della struttura del colcos, e la dimostrazione del peso economico delle sue due facce capitalista ed ultraprivatista minimale familiare, siamo giunti al rapporto quantitativo tra popolazione e produzione delle campagne e delle città. Le gravissime contraddizioni nella materia delle cifre russe ci indussero nell’ultima puntata (n. 2 del 1957) a riesporre tutta la statistica storica demografica dal 1914 ad oggi della Russia, mettendo in rilievo i tragici contributi alle due immani guerre del capitalismo imperiale, e la morbosità dell’inurbamento in corso, che mentre piomba il proletariato delle fabbriche nella peggiore oppressione, è vantato come aspetto della vittoria del socialismo, esagerando perfino la portata già paurosa di questo fenomeno sconvolgente.

Chiave del problema sociale russo non è il passaggio dei mezzi industriali di produzione nelle mani dello Stato, che non li ha tolti ad una classe borghese ma accumulati col sangue operaio (e, nelle guerre, anche contadino) bensì il quadro della società rurale, che si legge luminosamente se vi si proietta la luce grandiosa della teoria marxista sulla questione agraria, di cui fu Lenin il più formidabile ed ortodosso dei propugnatori, contro il bestiale populismo individualista, che seppe prosperare sotto i colpi spietati del partito dei nullatenenti.

PARTE II – Sviluppo dei rapporti di produzione dopo la rivoluzione bolscevica

149. Il corso dell’industrializzazione

Innumeri volte abbiamo mostrato come l’effetto della guerra, dei rovesci dello zarismo, delle guerre civili che avevano accompagnato la sua caduta, dell’invasione tedesca che con due ondate formidabili costrinse alla pace di Brest Litovsk, delle successive non meno feroci invasioni ordite dai paesi borghesi dell’Intesa da tutti i lati dell’orizzonte geografico e politico, fu in realtà di distruggere la macchina economica. Resistette di più l’agricoltura appunto per le sue forme primitive, naturali ed immediate, pur subendo tremende falcidie; ma la produzione industriale furidotta praticamente a zero, e altrettanto dovette dirsi dei trasporti, dei commerci e di tutti i servizi pubblici generali. Ad un certo momento, verso il 1919, il solo problema militare conservava una trama di amministrazione, organizzata in forme materiali e coattive.

Anche nella recente riunione di Ravenna abbiamo ricordato gli indici russi che legano i due capitalismi, quello di anteguerra e quello post-rivoluzionario.

Rettifichiamo qui il materiale errore di riferire quegli indici al 1913 mentre sono quelli riferiti al 1929 (Stalin, Kruscev ed altri). Il significato è tuttavia lo stesso: 1913: 52; 1920: 7; 1926: 56; 1955: 2049.

La rivoluzione non conquistò né ereditò nessun capitale accumulato: la guerra e la rivoluzione stessa lo avevano distrutto. Non si trattava di solo dissesto sociale ed umano, ma di dissesto delle cose fisiche: restavano le aree degli stabilimenti distrutti e abbandonati, ma non vi erano più macchine ed installazioni o almeno il loro rottame, usato a fini di emergenza da amici e nemici; non vi erano materie prime nei magazzini: il capitale costante era a zero. Il capitale lavoro era anche disperso essendo gli operai caduti, ovvero al fronte nelle formazioni rosse, mancando paurosamente la mano d’opera qualificata e avendo gli specialisti e dirigenti tecnici ed amministrativi seguita in gran parte la controrivoluzione, per cui a loro volta o erano stati uccisi o combattevano da vari fronti esterni.

Se restava un capitale finanziario e monetario, questo era fuori dalle disposizioni del potere rivoluzionario perché in parte lo aveva distrutto l’inflazione astronomica, dall’altra i crediti sull’estero erano fuggiti coi bianchi, e non restava che annullare i debiti esteri, con che non risultava nessun attivo disponibile in Russia.

Abbiamo anche più volte date le cifre della produzione, ad esempio, dell’acciaio, che negli anni 1918 e 1919 si ridusse a poche migliaia di tonnellate, in così immenso paese, e sebbene si trattasse della produzione base quando il primo problema è la guerra guerreggiata.

Questa situazione tante volte illustrata dal partito e negli scritti di Lenin sta a spiegare come tutto si falsi quando si mette in prima linea, quasi che nei suoi limiti fosse compreso tutto il socialismo, la presa di possesso degli impianti di produzione, che tolti ai capitalisti imprenditori privati passano allo Stato della rivoluzione. Praticamente questo trapasso mancava del suo oggetto, e non vi era nulla da prendere ai borghesi e da gestire, in forme più o meno collettive. Evidentemente la socializzazione dei mezzi di produzione è una formula del marxismo, ma rettamente intesa comporta una serie di altre condizioni, che si riassumono nella disponibilità dei prodotti di un ciclo attivo, che cessano di essere appropriabili dagli imprenditori e divengono appropriabili, tramite una nuova e ben diversa distribuzione, come una ben diversa remunerazione del lavoro, dalla classe proletaria divenuta dominante nella società.

Il fatto giuridico di passare allo Stato le proprietà legali dei cantieri e degli stabilimenti vuoti e fermi, annullando il diritto dei borghesi fuggiti od uccisi, è un necessario atto rivoluzionario, ma manca del suo contenuto economico quando si tratta di una produzione a ciclo e gettito spezzato.

Lo Stato sovietico si dovette porre il problema di riaccumulare il capitale distrutto e svanito, anzitutto nella modesta misura del tempo zarista,con inadeguata partizione tra le varie industrie e le varie regioni del paese, e si trattò di creare una nuova dotazione industriale pressoché dal nulla e forse peggio che dal nulla. Partendo da mezzi di produzione efficienti e da alte scorte di prodotti di partenza e di arrivo dei cicli, con un’industria estrattiva non ferma e una rete di trasporti non bloccata, si può porre la questione di dar vita ad una nuova originale gestione dell’industria, non mercantile, aziendale e salariale; ma quando non vi è da porre la mano che su pezzi di carta, su titoli di diritto, e sulla fisica carcassa di qualche avente titolo recalcitrante e protestatario, il problema di aprire una produzione socialista non si pone nemmeno: la classe borghese vinta, dispersa ed annientata non resiste più (salvo che nei suoi velenosi legami con gli Stati capitalisti esteri) ma in ciò non è nessun pezzetto di economia socialista.

150. Investimento e finanziamento

Riattivare l’industria era l’esigenza centrale, e prima ancora che sociale e politica fu esigenza militare, dato che gli eserciti nemici erano attrezzati e munizionati dal capitale ben vivo dell’estero, e non da quello della classe borghese russa, che lo aveva a sua volta perduto (prima che ne fosse espropriata) per fisica distruzione e disorganizzazione.

Questo problema restava difficile pur essendo la Russia un paese più che ricco di naturali risorse, nel sottosuolo e nell’energia idrica, punti che per primi attirarono l’attenzione e la fervida propaganda di Lenin; la cui frase che il socialismo significava il potere bolscevico più l’elettrificazione di tutta la Russia ancora si sfrutta; frase che quando fu detta stava a provare che per il momento la sola condizione del potere bolscevico era incompleta.

Abbiamo messo abbastanza in evidenza che Lenin riteneva indispensabile per una pronta riaccumulazione di capitale industriale andarlo a prendere dove ce n’era. Vedeva questa possibilità in due modi: il grande e classico, che mai fino alla sua morte uscì dalla sua prospettiva, era la conquista del potere da parte dei proletariati d’Europa, e in primo luogo di quello tedesco, il cui governo comunista avrebbe subito rovesciato in Russia macchine, materie prime, lavoratori qualificati e tecnici, di cui la dotazione era di molto superiore alla minima che permette, distrutta l’impresa mercantile, di far scattare una produzione sociale: come le riprese dell’industrialismodopo le due guerre rovinose hanno dimostrato.

Il secondo mezzo era di farsi prestare questo capitale dai borghesi esteri, le concessioni su cui Lenin batté senza posa e senza timore. E siccome nelle campagne viveva un ciclo produttivo sia pure primordiale, di far passare le forme di esso oltre il livello della produzione mercantile contadina e verso quello del capitalismo privato, scalino che precede il capitalismo di Stato. Dal che mostrammo non insensata la formula di Bucharin che preferiva nelle campagne un germogliare di capitalismo (indubbiamente pericoloso anche come nemico politico) al consolidarsi dell’ibrida forma di economia frastagliata, che si chiamò colcosiana e si spacciò per collettivizzazione rurale.

All’inizio della lotta tra stalinismo ed opposizioni e fin dal 1924, l’opposizione di sinistra che aveva a capo Trotzky e a cui tardi si riunirono Zinoviev e Kamenev, fu la prima a porre in evidenza la necessità vitale di far risorgere e di potenziare la caduta industria russa, e Stalin e i suoi vi si opponevano.

Si fecero allora calcoli su una velocità fantastica di industrializzazione, e la corrente Stalin derise i „superindustrializzatori”. Eppure la corrente Trotzky era quella che non vedeva in quella corsa intensa all’industria la corsa all’economia socialista, ma stava ferma sul terreno che il socialismo russo, come nel concetto di Lenin, non poteva che seguire alla rivoluzione proletaria di Occidente.

Trotzky, nei primi capitoli della „Rivoluzione Tradita”, cita queste parole di Stalin contro l’opposizione del 1927. Egli ne deplorava «i fantastici piani industriali», e sosteneva che l’industria non doveva «anticipare troppo, staccandosi dall’agricoltura e trascurando il ritmo dell’accumulazione nel nostro paese». Al XV congresso del dicembre di quell’anno fu dato un avvertimento ai superindustrialisti contro «il pericolo di investire troppi capitali nella grande edificazione industriale».

Secondo Trotzky fu proprio la sua opposizione a sostenere che si sarebbero dovuti raggiungere ritmi di incremento del 15 e 18 per cento annui «per avere, grazie all’accumulazione socialista, uno sviluppo ad un ritmo del tutto irraggiungibile per il capitalismo». Possiamo ammettere che inquesto passo le parole di accumulazione socialista si riferiscono al colore politico socialista del partito che era a capo dello Stato, altrimenti sarebbe stato Trotzky a fare una concessione alla costruzione del socialismo in Russia. Comunque la sua testimonianza è indubbia quando dice che quelle proposte furono derise dalla parte dirigente, tanto che il primo piano quinquennale del 1927, che l’opposizione bollò come meschino, si basò su un tasso di incremento produttivo che «doveva variare, seguendo una curva discendente, dal 9 al 4 per cento». I preparatori di questo piano furono poi processati per sabotaggio, ma l’idea della curva discendente non era in teoria economica sbagliata. Tuttavia l’Ufficio Politico stabilì poi il 9 per cento per ogni anno del quinquennio. A questopunto le posizioni, come tante altre volte, improvvisamente si invertono.

Ai primi successi del piano industriale si passa di colpo a sostenere che i ritmi devono salire dal 20 al 30 per cento; dopo sconfitta l’opposizione di Bucharin di cui abbiamo a lungo parlato, e la sua formula del passo di tartaruga, si prese la famosa decisione del «piano quinquennale realizzato in quattro anni».

Alla questione dell’accumulazione di Stato si collegò quella monetaria.

151. Accumulazione e denaro

La dottrina di Marx sull’accumulazione del capitale ossia sulla sua riproduzione allargata, come quella sulla riproduzione semplice, tratta unicamente di un capitale che appare a cicli alterni come merce e come denaro. Questo è indiscutibile alla partenza ed all’arrivo di tutto il sistema marxista sulla produzione capitalistica: il sistema socialista ne resta dialetticamente definito e descritto, ma sono pochi i socialisti che hanno saputo fare il passo audace che dalla negazione dei caratteri del capitalismo fa emergere, al di fuori di ogni piano utopista, la definizione positiva dei caratteri del socialismo.

Se nel socialismo vi sarà un’accumulazione, essa si presenterà come accumulazione di oggetti materiali utili ai bisogni umani, che non avranno bisogno di apparire alternativamente come moneta e nemmeno di subire l’applicazione di un „monetometro” che consenta di misurarli e paragonarli secondo un „equivalente generale”. Quindi tali oggetti non saranno più nemmeno merci e non saranno definiti dal loro valore (di scambio) ma solo dalla loro misura quantitativa fisica e dalla loro natura qualitativa, ciò che si esprime dagli economisti, e anche da Marx a fini espositivi, come valore d’uso.

Si può stabilire fondatamente che i ritmi dell’accumulazione nel socialismo, misurati in quantità materiali come le tonnellate di acciaio o kilowatt di energia, saranno di aumento lento e di poco superiore a quello dell’aumento di popolazione: rispetto alle società capitaliste mature, probabilmente la pianificazione razionale dei consumi in qualità e quantità e l’abolizione dell’enorme massa dei consumi antisociali (dalla sigaretta alla portaerei) determinerà un lungo periodo di discesa degli indici produttivi, e quindi, nei termini analoghi agli antichi, di disinvestimento e di disaccumulazione.

Qui si tratta solo di esaminare l’accumulazione accelerata che fu necessaria per industrializzare la Russia. Ben presto il „centro” rubò alla sinistra – mentre si disponeva a jugularla, come sempre accade – l’idea degli alti ritmi di incremento. Sarebbe far torto grave all’opposizione russa, così bene impostata sulla questione della rivoluzione mondiale, dire che è stata rubata a lei la „originalità” del ritmo acceleratissimo come carattere di una economia ultracapitalista, o socialista addirittura,che èidea disgraziata e responsabile di immensi mali.

Quello che ci interessa in linea di fatto è che l’avvio all’accumulazione in Russia fu trovato da tutti possibile solo in una forma che si servisse di un mezzo monetario stabile nel valore.

Questa necessità fu enunciata da Lenin in molti scritti da noi studiati, ed in quello suggestivo sulla necessità dell’oro e quindi della moneta legata alla base aurea. Ma in Lenin quello che non si trova è che si tratti di introdurre una forma socialista: egli dice in cento passi che è una forma capitalista, di cui è tuttavia indispensabile provocare l’apparizione in attesa di quel momento famoso in cui si adoprerà l’oro per farne i pubblici orinatoi, dato che resiste bene ai liquidi acidi.

Trotzky accetta questa tesi, che deriva dalla dottrina della nuova politica economica. Dovendo incoraggiare il formarsi del mercato per i prodotti agricoli, e un sistema equilibrato di scambio (naturalmente nascerà poi lo „scambio socialista” con tutto il resto del frasario di tal genere!) fra prodotti della campagna e dell’industria, si impone la riforma del mezzo monetario. Come sappiamo Trotzky chiama questo: impiego di una forma di contabilità capitalista. Egli non intende dire che si usa questa forma di registrazione e di controllo in un’economia già socialista; ma la sua tesi è che si tratti di uno stadio di transizione tra capitalismo e socialismo, nel quale si è costretti ad usare la moneta, legata all’oro, in quanto si tratta di lasciar sviluppare il mercato e la circolazione su scala grande dove questa, per la primitività delle forme agrarie, mancava ancora.

Tutto questo è giusto, in quanto per Trotzky non si tratta di un socialismo di primo stadio, o inferiore, ma di un periodo di trapasso ancora anteriore. Non sono caratteri economici che gli vietano di rinunziare a parlare, fin che vive (1940), di una Russia socialista, ma il fatto politico che il potere fu conquistato dal partito comunista della classe operaia. Ma la situazione del partito e dello Stato sotto anche il profilo politico fu progressivamente invertita e capovolta, e lotte sanguinose, anche se note nell’aspetto unilaterale, dimostrarono un tal fatto.

La formula di Trotzky è questa: «L’esperienza dimostrò presto che l’industria stessa, benché socializzata, aveva bisogno dei metodi di calcolo monetario elaborati dal capitalismo».

Trotzky fa salva la giusta sua valutazione marxista dei traguardi del piano russo di accumulazione industriale, quando dice: «Lo stadio inferiore del comunismo – per usare il termine di Marx – comincia al livello, a cui il capitalismo più avanzato si è avvicinato. Ora, il programma reale dei prossimi piani quinquennali delle repubbliche sovietiche consiste nel raggiungere l’Europa e l’America». Dunque nel costruire un capitalismo sviluppato. Ma per superarle il socialismo le dovrà conquistare con la forza, non con l’emulazione!