Międzynarodowa Partia Komunistyczna

Il Soviet 1920/12

Scioperi ed eccidii nell’ora attuale

Gli scioperi si seguono e si susseguono con una frequenza vertiginosa, conseguenza del grave e profondo sconvolgimento e disordine economico che attraversiamo. Le masse lavoratrici cominciano a rendersi conto che gli aumenti di salario che esse conseguono a seguito delle lotte di categoria non risolvono nulla.

I modesti benefici immediati che esse ricavano sono presto frustrati dall’incalzante rincaro della vita che non dà loro tregua e non consente dopo le lotte più aspre ed i più grandi sacrifici neppure un momentaneo relativo sollievo. Premute da questo assillante tormentoso squilibrio, esse sono necessariamente spinte a volgere i loro sforzi non solamente verso uno sterile miglioramento dei salari, ma cominciano a sentire la necessità d’impadronirsi del meccanismo della produzione per potere procedere ad una più disciplinata perequazione dei consumi. Questa tendenza esse manifestano nei ripetuti diretti tentativi di impossessarsi delle fabbriche e gestirle per proprio conto, e indirettamente nella tenace azione per il riconoscimento dei consigli di fabbrica e del diritto da parte di questi ultimi ad esercitare un controllo sulla produzione.

La borghesia, e per essa lo stato borghese, che tollera le lotte dei lavoratori per l’aumento dei salari, reagisce violentemente contro questo nuovo indirizzo delle masse e oppone pertanto, in attesa che vengano in suo aiuto i suggerimenti legislativi dei socialdemocratici, il piombo omicida delle guardie regie ai lavoratori delle officine o dei campi che fanno i loro tentativi di presa di possesso. Il numero degli eccidi e il modo con cui tali delitti vengono perpetrati è impressionante. E’ manifesto il proposito della borghesia di spezzare nel sangue queste audacie sovversive.

Noi non spremiamo sulle vittime la solita lacrimuccia sentimentale né ripetiamo per l’ennesima volta la inutile protesta.

La borghesia colla sua reazione brutale, tagliando corto a tutti i vecchi sentimentalismi, ha messo il problema nei suoi veri termini come problema di forza. Essa provvede a togliere via tutte le bende della illusione ai sognatori dei placidi tramonti, a coloro che fantasticano di sgretolare la sua compagine demolendo pezzo per pezzo la sua salda impalcatura, a quei rivoluzionari riformisti che credono di avere compiuto opera rivoluzionaria limitando i diritti dei capitalisti.

Noi non diciamo al proletariato che esso deve richiamare il governo borghese al rispetto della vita umana ed obbligarlo a punire i suoi sgherri autori di simili delitti.

Noi diciamo che esso deve impegnare le sue forze affrontando la lotta in tutta la sua asprezza, così come l’affronta la borghesia.

In questa fase critica della storia la borghesia sente tutta la necessità della sua difesa e si appresta ad essa impegnando tutte le sue risorse. La lotta di classe culmina in questa ora suprema nella guerra di classe che è guerra civile.

Siamo agli scontri delle avanguardie. La borghesia non può ormai ritirarsi. Le masse lavoratrici debbono educarsi ad esercitare la violenza non come ripercussione sentimentale soltanto o per resistere a quella borghese, ma come necessità ineluttabile della loro azione liberatrice.

Cercare di inoculare in esse sentimenti di pace e di umanitarismo è pericoloso. Chi fa ora tale propaganda è un nemico del proletariato, perché non può riuscire ad altro che ad indebolire la sua energia di attacco. Questa propaganda umanitaria e pacifica non fa presa presso la borghesia.

Prima che il suo potere non sia abbattuto, e fino a che essa non sia distrutta, la violenza ha ancora una funzione precipua. Questa generazione proletaria che è destinata ad esercitare la dittatura non può rinunziare alla violenza.

Il proletariato che avrà sostenuto la lotta più aspra per la sua liberazione sarà quello che difenderà con maggiori energie le conquiste della rivoluzione.

Le vicende delle varie rivoluzioni proletarie sono al riguardo di grande insegnamento.

La situazione italiana è satura di elementi rivoluzionari: mentre la borghesia non riesce a risolvere alcuno dei suoi problemi di politica estera ed interna e vive alla giornata sotto l’incubo terrorizzato di un moto che debba travolgerla, la classe lavoratrice irrobustisce le sue energie e compie i suoi moti con maggiore elasticità e slancio; senza una coordinazione organizzata, spontaneamente, mentre gli operai piemontesi combattono la loro lotta aspra, i compagni lavoratori degli altri paesi insorgono per impedire che il governo possa condurre contro di quelli i massacratori, e fermano i treni ovunque spezzando a lui l’arma nel pugno.

Questa tensione sempre crescente bisogna guidare, incanalare, disciplinare, non esaurire in molteplici piccole lotte frammentarie, le quali debbono servire invece solo di allenamento, esercizio, preparazione.

Non bisogna preparare una azione intesa al fine ristretto di imporre al governo borghese il rispetto delle pubbliche libertà; bisogna preparare il proletariato alla coscienza della necessità dell’abbattimento del potere politico della borghesia per sopprimere definitivamente lo sfruttamento capitalistico.

Il pensiero del partito indipendente tedesco

Gli indipendenti tedeschi godono presso i dirigenti del nostro partito di speciali simpatie. Quando infatti quelli misero fuori il loro programma, che fu da noi aspramente criticato per le sue manchevolezze e le sue reticenze, i nostri lo esaltarono e lo accolsero come documento di alto valore e degno di meritare concorde plauso da parte dei massimalisti.

Si spiega tale stato d’animo per il fatto che sia dal punto di vista teorico che, conseguentemente, da quello tattico i nostri compagni sono con quelli nel più perfetto accordo, tranne nella condizione puramente occasionale che, mentre quelli sono fuori, i nostri sono nel seno della III Internazionale. Una pura formalità, questa, che consente evidentemente al compagno Serrati di alludere ad essi, quando accenna alla possibilità di riavvicinamento con elementi che sono fuori della III Internazionale ma che si sono mantenuti sul terreno della lotta di classe, e con i quali, non ancora convinti di entrare nella III Internazionale, egli non è contrario ad andare a parlare.

Per lo stesso stato d’animo si spiega come trovandosi a Berlino durante gli ultimi moti il compagno Bombacci, e volendo assumere su di essi informazioni, si sia recato di filato ad attingerle alle fonti degli indipendenti come l’unica fonte cui naturalmente dovesse egli attingerle. E l’Avanti!, che non ha trovato modo di commentare gli avvenimenti di Germania e che non ha creduto di mettere in rilievo la triste parte che ancora una volta hanno sostenuto gli indipendenti in essi col loro solito equivoco atteggiamento, ha pubblicato l’intervista di Bombacci con Fabian, membro della direzione del partito indipendente, con una semplice nota per far sapere che la lettera è giunta con ritardo e quindi quasi totalmente sorpassata dagli avvenimenti.

Se il pensiero e la tattica degli indipendenti tedeschi non fossero già abbastanza noti per indurci ad avere verso di essi la massima diffidenza, basterebbe a tanto questa intervista.

Gli indipendenti, che pure hanno ormai nel loro programma accettato il concerto della dittatura del proletariato, intervenendo, dopo il solito periodo di indecisione da essi stessi riconosciuto, al sesto giorno in uno sciopero generale politico nel quale il proletariato è sorto in piedi in modo gigantesco ed impressionante, come riconosce il Fabian, stabiliscono di chiedere un governo… costituito d’accordo coi sindacati. Sempre indecisi, gli indipendenti diventano decisi solo quando si tratta di limitare le pretese, di circoscrivere l’azione, di fissare termini assai prossimi. Proprio come certi nostri compagni… altrettanto indipendenti tipo tedesco, di cui vi è grande copia in tutti i partiti socialisti, i quali vogliono fare il finimondo e impegnare il proletariato con tutte le forze e con tutta la violenza per un determinato scopo contingente magari modestissimo, ma che scagliano i loro fulmini contro coloro che vorrebbero spingerlo a fare uso della stessa violenza per una azione diretta all’abbattimento del governo borghese!

Per gli indipendenti tedeschi, il proletariato doveva fare lo sciopero ad oltranza per essere alla fine di esso pago di avere ottenuto un governo di coalizione borghese coi maggioritari, del quale né i comunisti né gli indipendenti stessi dovevano poi fare parte. Sulla partecipazione degli indipendenti al governo, il Fabian ci dà un saggio della mentalità… da struzzo degli indipendenti e dei suoi personali concetti sulla disciplina di partito, interessanti a conoscersi tenendo conto che egli non è un modesto gregario ma un componente della direzione.

Il partito indipendente tedesco, sempre schifiltoso ed in ciò assai dissimile da certi altri indipendenti, ha deciso di non voler partecipare al governo; ma il Fabian non è di questo parere.

Egli vorrebbe invece che il leader del partito, il vecchio Kautsky, il rinnegato come lo chiama Lenin, e con lui altri partecipassero al governo, ma, beninteso, egli aggiunge: “essi dovrebbero abbandonare il partito”.

Si può immaginare proposta più balorda?

Noi abbiamo assistito non poche volte alla partecipazione al governo da parte di alcuni iscritti al partito contro il volere della maggioranza, ma costoro sono usciti dal partito per fellonia. Che un componente la direzione faccia una tale proposta, che uno dei capi del partito ne esca per fare parte del governo e ciò non per disaccordi di vedute tra l’individuo e la massa, ma per conciliare il rispetto al volere di questa e non perdere nel contempo un posto che si potrebbe sfruttare, questa sì che è abbastanza nuova.

Con gli indipendenti non vi è però molto da sorprendersi; quello che potrebbe invece sorprendere è che essi avrebbero agito, sempre almeno per quanto afferma il Fabian, in perfetto accordo col comitato centrale dei comunisti, quello che fà capo a Mosca, e non con le organizzazioni comuniste di Amburgo e Berlino.

Senza entrare nel merito delle direttive di queste singole organizzazioni, di cui non sempre si riesce ad avere precise notizie, questo episodio di una azione comune da parte degli indipendenti coi comunisti aderenti a Mosca ci riconferma nella convinzione, cui altra volta abbiamo già accennato, della possibilità di un dissidio circa l’azione da svolgere nel seno della III internazionale.

La Russia dei Soviet, dopo tante eroiche lotte sostenute, dopo tanti meravigliosi sacrifici, sente la necessità imperiosa di un periodo di riposo, sente l’urgente bisogno di rilasciare quella tensione cui è obbligata dalla possibilità di dovere ad ogni momento essere costretta a sostenere un novello attacco dei suoi nemici esterni.

Ciò essa tende a realizzare stabilendo rapporti pacifici con le varie nazioni, non essendosi ancora potuti in esse determinare dei vittoriosi moti insurrezionali; questi rapporti pacifici potranno permettere quegli scambi di prodotti, di cui sente la privazione.

Essa è pertanto indotta ad adottare la tattica di ottenere il riconoscimento ufficiale da parte delle potenze della Intesa sulla base del reciproco impegno di non ingerirsi nelle faccende interne, a mettersi quindi in rapporto a queste come uno stato non diverso se non per il suo ordinamento interno. Essa cerca quindi di spingere i vari partiti aderenti alla III Internazionale perché premano indirettamente sui governi borghesi mediante la influenza che essi possono esercitare nelle assemblee legislative. Perciò consiglia l’uso dei mezzi legali, soprattutto lo sfruttamento dell’azione parlamentare.

Questo indirizzo tattico, giustificato dalla necessità della conservazione, urta con l’indirizzo che i partiti comunisti debbono seguire là dove essi debbono prepararsi alla loro specifica funzione, all’abbattimento violento cioè del regime borghese.

Su questo dissidio per ora in embrione dovrà decidere la III Internazionale per non incorrere nel pericolo di valorizzare i metodi degli indipendenti tedeschi o tipo tedesco, che non sono atti se non a compiere azioni di arresto nei moti che le masse proletarie vanno compiendo per la loro liberazione.

On the question of parliamentarianism Pt. 1

On the question of parliamentarianism

Il Soviet, April 25, 1920

The article we publish here, translated from 'Kommunismus’, the organ of the 3rd International for south-eastern Europe, is a very valuable contribution to the question of parliamentarianism and corresponds to a great extent to our views.

We reproduce it in the certainty of pleasing our readers, who will not fail to appreciate the importance of these very important writings in the discussion of this vital subject, which – like this one – make it clear how much Italian electoral maximalism is at fault with the international communist doctrines and organs.

I.

It is now generally agreed that the question of parliamentarianism is not a question of principle, but only a question of tactics. Although this thesis is undoubtedly correct, it nevertheless has many obscure points. Quite apart from the fact that it is enunciated almost exclusively by those who are in practice for parliamentarianism – so that adherence to it almost always means adherence to parliamentarianism – little is said when it is said that a question is not a question of principle but only a question of tactics. Especially since, in the absence of a true theory (of knowledge) of socialism, the relationship of a tactical question to principles is quite obscure.

Without wishing to deal even briefly with this problem here, the following must nevertheless be considered certain. Tactics means the practical implementation of established principles. Tactics is thus the link between the final goal and the immediate reality. It is thus determined on the one hand by the firmly established principles and aims of Communism, and on the other by the constantly changing historical reality. When speaking of the great pliability of communist tactics (at least in relation to what this should be), for the exact understanding of this concept it must not be forgotten that the pliability of communist tactics is a direct consequence of the rigidity of communist principles. It is only because the immutable communist principles are destined to vitally and fruitfully transform the ever-changing reality that they can retain such pliability. Every 'realist policy’, every action that is not guided by principles, becomes rigid and schematic the more it is deemed original by unprincipled men (e.g. German imperialist policy), because the immanent in the changeable, the driving force in the complexity of facts, are things that 'realist policy’ cannot fix. If political action is not guided by a theory capable of fruitfully influencing events and becoming fruitful for them, in its place comes custom, copying, routine, unfit to adapt to the needs of the moment.

Precisely because of this cohesion with theory and principles, communist tactics differ from any bourgeois or social-democratic petty-bourgeois 'realist politics’. If, therefore, for the communist party a problem is posed as a tactical problem, the question must be asked: 1. to which principles the problem in question is linked! – 2  in accordance with this principle, in what historical situation can this tactic be employed! – 3. again in accordance with the principles, what nature should the tactic be! 4. how one must consider the connection of a single tactical question with other particular tactical questions – again in connection with questions of principle!

II.

In order to define parliamentarianism more precisely as a tactical problem of communism, one must always start on the one hand from the principle of the class struggle, and on the other hand from the concrete analysis of the present and real state of the material and ideological power relations of the classes in struggle. This gives rise to two decisive questions: 1. when, in general terms, can parliamentarianism be considered as a weapon, as a tactical means of the proletariat! – 2° how is this weapon to be used in the interest of the proletarian class struggle!

The class struggle of the proletariat denies bourgeois society by its very nature. This in no way means indifferentism towards the state, rightly mocked by Marx, but on the contrary, that a form of struggle must be adopted in which the proletariat does not get its hands tied by the forms and means that bourgeois society has moulded for its own ends, that is, a form of struggle in which the initiative is fundamentally on the side of the proletariat. It must not be forgotten, however, that this form of proletarian struggle can only rarely be developed in all its purity, mainly because the proletariat, although as a result of its historical-philosophical mission is in perpetual struggle against the very existence of bourgeois society, nevertheless in actual historical situations it often finds itself reduced to the defensive against the bourgeoisie. The idea of the proletarian class struggle is in itself a great offensive against capitalism, and history makes this offensive appear as a necessity for the proletariat. The tactical position, in which the proletariat finds itself from time to time, can therefore be defined in the simplest way according to whether it is offensive or defensive in character. From what has been said so far, the consequence flows spontaneously that in a defensive situation tactical means must be used, which by their very nature are in contradiction with the idea of the proletarian class struggle. Therefore the use of such means, which is inevitable, is always combined with the danger that they may damage the purpose for which they are used, the class struggle of the proletariat.

Parliament, the characteristic instrument of the bourgeoisie, can therefore only be a defensive weapon of the proletariat. This undoubtedly answers the question of when it should be used: at a stage in the class struggle when, due to both external relations of force and internal ideological immaturity, it is not possible for the proletariat to fight the bourgeoisie with its own specific means of attack. Acceptance of parliamentary activity therefore means for every communist party the consciousness and confession that revolution cannot be thought of in the short term. The proletariat, forced onto the defensive, can then use the parliamentary forum for agitation and propaganda; it can use the possibilities, ensured by bourgeois freedom for members of parliament, as a substitute for the other forms of manifestation that have been suppressed; parliamentary struggles with the bourgeoisie can serve to gather the forces to prepare for the real struggle against the bourgeoisie. It is easy to understand that such a phase may at present be of relatively long duration, but this does not alter the fact that for a communist party parliamentary activity can never be anything other than a preparation for the real struggle, not the struggle itself.