Międzynarodowa Partia Komunistyczna

Il Soviet 1920/22

La frazione astensionista e il Congresso di Mosca

I deliberati del Congresso di Mosca concordano pienamente con quanto la nostra frazione ha sempre sostenuto sulla necessità di creare un partito veramente comunista, sulle funzioni e la costituzione di questo partito e sui suoi rapporti colla III Internazionale. Così pure concordano perfettamente con quanto da noi è stato sostenuto sulla questione dei soviet, facendo implicitamente giustizia sommaria del deliberato, da noi combattuto, del PSI di costruirli fin da ora; deliberato ridotto dopo il Consiglio Nazionale di Milano alla minima espressione del soviet monocomunale sperimentale, a sua volta tacitamente messo a dormire. L’unica divergenza è sulla questione del parlamentarismo.

La tesi votata a Mosca ribadisce come premessa il concetto fondamentale che il parlamentarismo è un sistema di governo borghese, che non può costituire la forma dello stato proletario, che non può essere conquistato dal di dentro ma spezzato insieme con gli altri organi congeneri e locali per essere sostituiti dai soviet centrali e locali ecc. Questa valutazione del parlamentarismo risponde precisamente a quanto al riguardo ha costantemente sostenuto la nostra frazione, la quale ha tenacemente insistito perché essa fosse accettata anche dalla maggioranza del partito. Al Congresso di Bologna la differenza tra noi e la maggioranza vinci­trice su questo punto cardinale fu, che noi volevamo che quanti non accettassero questa concezione programmatica uscissero dal partito, e in tal senso votammo; essa si limitò a fare al riguardo una affermazione verbale e votò per la permanenza nel partito di coloro che non accettavano il programma. Noi eravamo con Mosca nella parola e nell’atto, gli altri… predicavano bene e razzolavano male.

La tesi di Mosca rileva giustamente che il metodo fondamentale della lotta contro il potere politico della borghesia è quello dell’azione di massa che si trasforma in lotta armata, come sempre abbiamo sostenuto noi, e relega l’azione parlamentare ad essere subordinata agli scopi dell’azione extraparlamentare, considerando la tribuna parlamentare come uno dei punti di appoggio, ossia una posizione legale che il partito, che dirige le azioni di massa ovvero la lotta armata, deve costituire alle spalle del proletariato in lotta. Ciò è profondamente diverso e avverso a quanto ha fatto, prima e dopo Bologna, il PSI, il cui epicentro è restato sempre e unicamente l’azione parlamentare, che domina e guida tutta la lotta politica. L’azione illegale era ed è ignota (prima di Bologna era proprio ripudiata e lo è ancora da moltissimi iscritti): eppure, essa è uno dei capisaldi della tesi di Mosca ed è non piccola parte di quell’azione extraparlamentare cui dovrebbe essere collegata in forma subordinata l’azione parlamentare per utilizzare in tal senso l’immunità parlamentare. Ridotta in questi termini ristretti, l’azione parlamentare, va da sé, perde notevolmente di importanza, e la questione dell’uso del parlamento si restringe in limiti assai modesti. É vero che i comunisti hanno guardato sempre così la questione, né potevano far diversamente, data la premessa da cui partivano che il parlamentarismo è un sistema di governo borghese; ma non così la intendeva il PSI, e non solo i socialdemocratici ma anche moltissimi dei cosiddetti massimalisti.

La nostra accanita, tenace lotta in seno ad esso, fino a sentire la necessità di costituire una frazione astensionista per agire con maggiore energia e concordia di movimenti, che era ed è ispirata dalla convinzione che la lotta politica, ossia la lotta per la conquista del potere, è fuori dell’azione parlamentare, tende alla finalità di portare l’attività del partito verso la sua vera meta. Costringere il partito a ridurre nei termini voluti da Mosca l’azione parlamentare e ad accettar di discutere la questione del parlamentarismo dal punto di vista da cui sempre l’abbiamo considerata, e cioè: quanto e fino a che punto possa essere utilizzata la funzione parlamentare ai fini dell’azione rivoluzionaria, è per noi grande vittoria. Noi non abbiamo affermato che la lotta politica potesse caratterizzarsi con una questione di attitudine verso il parlamentarismo, né abbiamo sostenuto la negazione assoluta ed ingenua della partecipazione elettorale. Nel programma presentato a Bologna abbiamo ben distinto il periodo prerivoluzionario, in cui si utilizza il parlamento per fare opera di critica e propaganda, da quello rivoluzionario, l’attuale, in cui il proletariato insorge per abbattere lo stato borghese; alla quale azione nessun efficace contributo può essere portato mediante la funzione parlamentare. L’esperienza del domani, quando in base ai deliberati di Mosca tutti i partiti aderenti alla III Internazionale, resi veramente comunisti dopo essersi sbarazzati dei vari ingombri che contengono, adopereranno la tattica parlamentare, dirà se sia errato o no il nostro punto di vista.

La tesi di Mosca non esclude che possano essere praticati l’uscita dal parlamento, il boicottaggio del parlamento, il boicottaggio delle elezioni; solo ritiene che ciò possa avvenire quando ci si trovi in una situazione che permetta l’immediato passaggio alla lotta armata.

Senza entrare in un esame dettagliato di queste varie azioni, che sono notevolmente diverse, e senza considerare la difficoltà non sempre facilmente superabile della valutazione della circostanza espressa nella tesi per la loro attuazione, rileviamo che il boicottaggio attivo delle elezioni da noi proposto (intervento in esse senza candidato a scopo di propagandare con maggiore efficacia il carattere borghese del parlamentarismo, la sua incapacità nei rapporti della dittatura proletaria, e la necessità di abbatterlo) rientra precisamente in una delle azioni che la tesi di Mosca riconosce consigliabili.

Vi è forse una diversa valutazione del momento dell’utilità di esso. Dico forse perché noi eravamo sicuri di non essere seguiti dalla maggioranza e quindi sapevamo di avere anticipata la nostra affermazione non nel senso storico ma nel senso della sua accettazione e quindi della sua attuazione. Ciò non facemmo e non facciamo per il risibile proposito di apparire più rivoluzionari.

Ogni tendenza ha avuto sempre questo inizio: comincia dall’uno o dai pochi e poi cresce e si sviluppa se risponde ad un vero bisogno ed a una necessità del domani. Non è infantile pel solo fatto di essere in un determinato periodo del suo sviluppo seguita da scarso numero. Così ragionando, tutte le nuove idee sono state infantili. Quando al Congresso di Bologna chiedevamo che il partito divenisse di nome comunista, per consacrare definitivamente un cambiamento radicale di indirizzo, anche allora eravamo pochi e sapevamo di esserlo.

Così pure quando sostenevamo la incompatibilità nel suo seno dei destri e centristi. Vedremo nel prossimo Congresso, dopo i deliberati di Mosca, quale cammino avrà fatto dopo un anno la nostra tendenza. Così per l’astensionismo. L’avere sostenuto e sostenere l’astensionismo è servito e serve ad esercitare un potente svalutamento della funzione del parlamentarismo specie tra i massimalisti, a infondere nel partito e nelle masse il convincimento sempre crescente che il centro di gravità del movimento proletario è fuori del parlamento borghese ed a prepararli per l’ora in cui questo dovrà essere definitivamente spazzato via. Che per noi l’astensionismo non costituisca il fulcro fondamentale dell’azione comunista, lo si rileva dal fatto che non abbiamo voluto affrontare su di esso il distacco dal partito e che non volemmo accogliere la alleanza con quegli anti­parlamentari i quali, pel solo fatto di essere tali, non accettassero rigidamente il programma comunista. Alla conferenza di Firenze nella mozione votata dalla frazione dicevamo fra l’altro: “La frazione delibera di consacrare tutte le proprie forze alla costituzione in Italia del Partito comunista, sezione della III Internazionale, affermando che in questo partito, come nel seno della Internazionale medesima, la frazione sosterrà la incompatibilità della partecipazione elettorale ad organismi borghesi ecc.”. Da questa deliberazione risulta chiaro il nostro proposito fondamentale che è quello di formare un partito comunista, indispensabile organo per la lotta politica del proletariato, che abbia un programma positivo di azione, e non un partito fondato sopra una differenziazione negativa quale è l’astensionismo. Questo nostro proposito, avvalorato dai deliberati di Mosca, ci impone la più energica attività ora che esso entra finalmente e definitivamente nella sua fase di attuazione. Noi continueremo a lavorare per cercare di divenire maggioranza nella Internazionale, il che, s’intende, prescinde assolutamente dal più rigoroso, disciplinato, incondizionato rispetto ai deliberati di essa, anche di quelli che non rispondono alle nostre intime convinzioni. Una ferrea disciplina è la principale forza dei partiti comunisti che di nome e di fatto siano veramente tali.

Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.1

Com’è noto, il compagno Lenin, nella sua mirabile attività, ha trovato ultimamente il tempo d’occuparsi, in uno speciale opuscolo scritto alla vigilia del congresso di Mosca, del movimento radicale in seno al comunismo internazionale, definendolo malattia infantile del comunismo. In quell’opuscolo è particolarmente rilevata l’infantilità nostra e del nostro giornale; e noi siamo rassegnati, dopo gli sculaccioni di papà a sopportare pazientemente anche gli scherzi dei cari fratelli di casa nostra, che non mancheranno.

Ma siccome ai ragazzi impertinenti e castigati non manca mai uno zio protettore, che li consola con qualche ciambella, ecco che anche a noi è giunta la ciambella, sotto forma di un lungo articolo – che sarà anch’esso estratto in opuscolo – pubblicato col titolo da noi dato sopra, dal compagno Antonio Pannekoek nel numero 28-29 di «Communismus».

Crediamo opportuno ricordare che il Pannekock fin dal 1912, prima di Lenin, affermò recisamente quello, che è diventato caposaldo del comunismo internazionale: la distruzione dello stato democratico-parlamentare come primo compito della rivoluzione proletaria. Ricorderemo anche che un testimonio competente e non sospetto Carlo Radek, ha definito Pannekoek «la più chiara mente del socialismo occidentale».

I.

Due forze, originanti l’una dall’altra, una spirituale e l’altra materiale, operano il rivolgimento dal capitalismo al comunismo. La evoluzione materiale dell’economia crea la conoscenza, e questa a sua volta la volontà della rivoluzione. Dalle generali tendenze evolutive del capitalismo è nata la scienza marxistica, che costituì la teoria del partito socialista prima, del comunista poi, e che dà al movimento rivoluzionario una intensa forza spirituale unitaria. Mentre questa teoria solo lentamente conquista una parte del proletariato, l’esperienza personale sviluppa nelle masse il riconoscimento pratico della insostenibilità del capitalismo.

Orbene, la guerra mondiale senza dubbio e il rapido sfacelo economico creano la necessità oggettiva della rivoluzione, prima ancora che le masse abbiano accolto spiritualmente il comunismo; e da questa contraddizione nascono i contrasti, le esitazioni, gl’indietreggiamenti, che fanno della rivoluzione un processo lungo e tormentato. Bensì anche la teoria assume ora un nuovo slancio e conquista le masse in tempo accelerato, ma non tanto da andare di pari passi con l’accrescersi gigantesco ed improvviso dei compiti pratici.

Per l’Europa occidentale lo sviluppo della rivoluzione è determinato principalmente da due forze motrici: lo sfacelo dell’economia capitalistica e l’esempio della Russia dei Soviety. Non occorre qui esaminare le ragioni, per cui in Russia il proletariato poté vincere con relativa rapidità e facilità: la debolezza della borghesia, la lega dei contadini, lo scoppio della rivoluzione mentre ancor durava la guerra. L’esempio di uno Stato, in cui il popolo lavoratore è al potere, ha eliminato il capitalismo, ed è inteso ad edificare il comunismo, doveva esercitar poderosa influenza sul proletariato di tutto il mondo. Naturalmente, questo esempio non sarebbe stato sufficiente da solo a risvegliare i lavoratori alla rivoluzione anche negli altri paesi. Lo spirito umano è mosso specialmente dalla influenza del proprio ambiente materiale; se pertanto il capitalismo indigeno avesse conservato l’antica forza, la novella della lontana Russia non avrebbe potuto contro di esso. «Piene di meraviglio e di venerazione, ma anche di terrore piccolo-borghese, senza coraggio di salvare se stesse, la Russia e l’umanità»: così trovò le masse Rutgers al suo ritorno nell’Europa occidentale. Quando la guerra finì, qui si sperava dappertutto in una immediata ripresa dell’economia, mentre la stampa della menzogna dipingeva la Russia sia come la sede del caos e della barbarie; quindi le masse rifuggivano da quell’esempio. Ma d’allora in poi al contrario, il caos s’è impadronito dei paesi d’antica civiltà, mentre il nuovo ordine mostra in Russia la sua forza crescente. Ormai anche da noi le masse entrano in movimento.

Lo sfacelo economico è la principal forza motrice della rivoluzione. Germania e Austria sono già del tutto annientate economicamente e pauperizzate, Italia e Francia si trovano in decadenza intrattenibile, l’Inghilterra è scossa violentemente, ed è dubbio, se i poderosi tentativi di ricostruzione del suo governo possano evitare la rovina, e in America compaiono già i primi minacciosi sintomi di crisi. E dappertutto – su per giù nello stesso ordine – le masse cominciano ad agitarsi; con grandi movimenti di sciopero, che scuotono ancor più l’economia, esse si difendono dall’immiserimento; queste lotte si sviluppano a poco a poco sino a diventare cosciente lotta rivoluzionaria, e le masse, senza esser comuniste, s’inoltrano sempre più per la via loro indicata dai Comunisti. Giacché ve le spinge la necessità pratica.

Con questa necessità e con questa tendenza degli spiriti, prodotta da esse in pari misura, cresce in questi paesi l’avanguardia comunista, che riconosce chiaramente gli scopi, e si raccoglie nella III Internazionale. Il sintomo e contrassegno di questo crescente rivoluzionamento è la profonda separazione spirituale e organizzatoria del comunismo dalle socialdemocrazie. Nei paesi dell’Europa centrale, gettati immediatamente in un’acuta crisi economica dal trattato di Versailles, e dove per salvare lo Stato borghese era necessario un governo di socialdemocratici, questa separazione è compiuta da molto tempo. Ivi la crisi è così irrimediabile profonda, che la massa dei lavoratori socialdemocratici radicali (Partito socialdemocratico indipendente), benché rimanga ancor fedele in grande misura agli antichi metodi, alle antiche tradizioni, alle antiche formule, agli antichi duci della socialdemocrazia, tende energicamente ad aderire a Mosca e si dichiara per la dittatura del proletariato. In Italia l’intero partito socialdemocratico ha aderito alla III Internazionale; ivi attraverso al miscuglio teoretico di concezioni socialiste, sindacaliste e comuniste si scorge chiara una orientazione delle masse rivoluzionaria e pronta alla lotta, che attua in una guerriglia permanente contro il Governo e la borghesia. In Francia solo poco tempo fa dei gruppi comunisti si sono staccati dal partito socialdemocratico e dal movimento sindacale, e si incamminano alla formazione di un partito comunista. In Inghilterra la profonda influenza della guerra sui rapporti tradizionali del movimento operaio ha dato luogo ad un movimento comunista, composto ancora da molteplici gruppi e partiti di diversa origine e a nuove organizzazioni. (Frattanto in Inghilterra s’è compiuta in gran parte l’unità comunista N.d.R.). In America dal partito socialdemocratico si son separati due partiti comunisti e lo stesso partito socialdemocratico si è dichiarato per Mosca.

L’inaspettata forza di resistenza spiegata dalla Russia contro gli assalti dell’Intesa, così costretta a venire a trattative – questa è sempre la efficacia del successo – ha esercitato una nuova poderosa forza di attrazione sui partiti operai dell’Europa occidentale. La II Internazionale si sfascia; e succede un movimento generale, verso Mosca, dei gruppi medi spinti dalla crescente orientazione rivoluzionaria delle masse. Ma questi, accettando il nome dei comunisti, senza però mutar molto nelle loro tradizionali concezioni fondamentali, trasportano nella nuova Internazionale i punti di vista e i metodi della antica socialdemocrazia. Orbene, come sintomo che tali paesi son diventati più maturi per la rivoluzione è da considerarsi anzitutto che il fenomeno è contrario; col loro ingresso nella III Internazionale, o col loro riconoscimento dei principi di essa (come già s’è accennato per gl’Indipendenti tedeschi), la recisa separazione tra comunisti e socialdemocratici si è nuovamente attenuata. Per quanto si possa tentare di tener tali partiti formalmente lontani dalla III Internazionale, per non rinunziare del tutto a ogni coerenza di principii, tuttavia essi in ogni paese s’infiltrano nella direzione del movimento rivoluzionario, e con l’aderire esteriormente alle nuove formule conservano la loro influenza sulle masse ch’entrano in azione. Così agisce ogni strato dominante: invece di lasciarsi tagliar fuori dalle masse, diventa esso stesso «rivoluzionario», per infiacchire quant’è possibile la rivoluzione sotto la propria influenza. E molti comunisti son disposti a vedere in ciò un aumento di forza, e non un aumento di debolezza.

Pareva che la rivoluzione proletaria, con l’apparizione del comunismo e con l’esempio russo, avesse acquistato un aspetto semplice, uno scopo chiaro. In realtà adesso, insieme con le difficoltà, spuntano fuori le forze che fanno della rivoluzione stessa un processo molto complicato e faticoso.