L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.13
Vista d’insieme dell’economia cinese
I dati precedentemente esposti, presentano una Cina in rapida ascesa come potenza industriale internazionale, ma, come abbiamo avvertito nel numero di aprile e di dicembre 1981, le dimensioni territoriali ed umane della giovane repubblica sono così immense che altri dati hanno un terribile peso.
Lo abbiamo già scritto: i ritmi di incremento si scontrano con masse enormi di uomini, con lo sconfinato ed inerte mondo contadino, che subisce negli anni 1949-57 continue e decise scosse e lacerazioni, con una conseguente ed ennesima ondata di inurbamento delle città industriali e di quelle costiere.
Per questo abbiamo oltre modo apprezzato e messo in risalto altri dati statistici: la disponibilità annua pro-capite di cereali, scarsa e soprattutto sottoposta ai voleri atmosferici (285 kg. pro-capite di cereali nel 1952, 283 kg. nel 1953, 282 kg. nel 1954, 299 kg. nel 1955, 307 kg. nel 1956 e 302 kg. nel 1957); e la differenza fra l’indice generale dei prezzi al dettaglio e quello dei prodotti industriali venduti nelle campagne, differenza spia della rarefazione dei prodotti alimentari causa la bassa produttività agricola e la crescita della popolazione urbana. Dati questi ultimi che ci presentano di botto la difficile questione sociale che i dirigenti di Pechino cercavano di ammaestrare.
Abbiamo quindi preparato una tabella che presenta, oltre ai dati delle produzioni industriali ed agricole e del commercio, anche quelli della popolazione rurale ed urbana e degli operai ed impiegati.
| Anno | Prod. agricola | Prod. industriale | Commercio (Esport. + Import.) | Pop. rurale | Pop. urbana | Operai ed imp. | ||||||
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| Miliardi di yuan | Incremento % rispetto all’anno precedente | Miliardi di yuan | Incremento % rispetto all’anno precedente | Miliardi di yuan | Incremento % rispetto all’anno precedente | milioni | Incremento % rispetto all’anno precedente | milioni | Aumento % rispetto all’anno precedente | milioni | Incremento % rispetto all’anno precedente | |
| 1949 | 32,6 | – | 14,02 | – | – | – | 484,0 | – | 57,7 | – | 8,00 | – |
| 1950 | 38,4 | 17,79 | 19,12 | 36,37 | 4,15 | – | 490,3 | 1,3 | 61,7 | 6,93 | 10,24 | 28,0 |
| 1951 | 42,0 | 9,50 | 26,35 | 37,81 | 5,95 | 43,2 | 496,7 | 1,3 | 66,3 | 7,45 | 12,81 | 25,9 |
| 1952 | 48,4 | 15,10 | 34,33 | 30,28 | 6,46 | 8,6 | 503,2 | 1,3 | 71,6 | 7,99 | 15,80 | 23,34 |
| 1953 | 49,4 | 2,06 | 44,70 | 30,20 | 8,09 | 25,2 | 510,3 | 1,4 | 77,7 | 8,51 | 18,26 | 15,57 |
| 1954 | 51,6 | 4,45 | 51,97 | 16,23 | 8,47 | 4,7 | 520,3 | 2,0 | 81,5 | 4,89 | 18,81 | 3,01 |
| 1955 | 55,5 | 7,55 | 54,87 | 5,58 | 9,85 | 29,6 | 531,8 | 2,2 | 82,8 | 1,59 | 19,08 | 1,43 |
| 1956 | 58,3 | 5,04 | 70,76 | 28,23 | 8,77 | -1,1 | 538,6 | 1,27 | 89,2 | 7,72 | 24,23 | 26,9 |
| 1957 | 60,3 | 3,43 | 78,39 | 11,36 | 11,46 | 30,6 | 554,5 | 2,95 | 92,0 | 3,13 | 24,51 | 1,15 |
Come possiamo vedere, la colonna dei valori assoluti è accompagnata da quella dell’incremento rispetto all’anno precedente, e sarà su questi incrementi che ci soffermeremo.
Già Li Fuzhun dirà all’VIII Congresso del PCC nel settembre 1956: «La nostra industria non è ancora molto sviluppata, la base della nostra industria è fragile, e un buono o cattivo raccolto ha un’immediata ripercussione sullo sviluppo della nostra economia nazionale».
Vediamo infatti di allineare gli “incrementi” fra di loro e vedremo come il fattore endogeno – la bontà o meno di un raccolto – e quello esterno – l’affluire degli aiuti russi – determineranno gli altri incrementi.
Il 14 febbraio 1950, Mosca accorda un credito a lungo termine di 300 milioni di dollari a Pechino; i raccolti degli anni 1950, 1951 e 1952 sono ottimi nonostante sia ancora in piena attuazione la Riforma Agraria: la produzione agricola balza del 17,8%, del 9,5% e del 15,1%. Queste tre annate di buoni raccolti “finanziano” l’imperiosa crescita industriale fino all’anno 1953, con incrementi annui tutti superiori al 30%. Tale crescita ha naturalmente bisogno di braccia, ed infatti gli operai e gli impiegati crescono con un ritmo superiore al 20% l’anno, escluso il 1953 che pure presenta un ottimo 15,6%. Per quanto riguarda il commercio, nel 1951 cresce di ben il 43,2% rispetto all’anno precedente, mentre la flessione agricola del 1951 lo fa rallentare l’anno seguente: solo più 8,6%, con una immediata risalita l’anno seguente, ben +25,2% determinato in buona parte dal +15,1% della produzione agricola.
Il 1953 ed il 1954 sono due annate di cattivi raccolti, determinate dalle intemperie atmosferiche e, come noterà successivamente Li Fuzhun, questo influirà immediatamente sul commercio, sull’industria e sul numero degli operai. Il 1954 vede infatti una contrazione evidente nella crescita del commercio che può vantare solo un +4,7% rallentamento che si ripercuote immediatamente sull’industria (commercio – macchinari moderni) già in difficoltà per il rifornimento di materie prime, specialmente agricole. Dal 30,2% del 1953, l’industria passa al 16,3% del 1954, proseguendo poi la frenata con il 5,6% del 1955. Uguale tendenza si manifesta nell’incremento degli operai ed impiegati, come si può leggere nell’ultima colonna.
Il 1955 è invece un anno di buon raccolto ed è quindi anno del lancio della cooperativizzazione; è anno del secondo grande aiuto russo e di definizione del primo piano quinquennale. Queste favorevoli concordanze determinano una subitanea crescita del commercio: +29,6% rispetto al 1954. Di conseguenza l’anno successivo si registra un vero e proprio piccolo “balzo in avanti» della produzione industriale (+28,2%), degli operai (+27%) e della popolazione urbana (+7,7%).
Ma il raccolto scarso del 1956 e quello cattivo del 1957 vanificano lo sforzo. Rispetto all’anno record del 1955, il commercio subisce una vera regressione sia nel 1956 che nel 1957, prima ma significativa apparizione di segni negativi. Il 1957 è anno infatti di netto rallentamento della produzione industriale, e se la spirale non si fosse interrotta, il procedere sarebbe stato ancora peggiore nell’anno seguente 1958 quando si sarebbero pienamente avvertite le conseguenze del cattivo raccolto di quell’anno decisivo.
Ora, questi dati esposti concordano perfettamente con le considerazioni via via svolte sulla drammatica partita che lo Stato cinese ha giocato nel biennio 1956-57, quando gli antagonismi sociali, suscitati ed alimentati dal procedere economico, minacciavano l’intero edificio statale che verrà scosso di lì a poco fino alle sue fondamenta. Anche se tuttora non ci è dato di fissare in maniera indiscutibile l’intensità di tali scosse, è certo che la crisi precedente e susseguente i “Cento fiori” sarà la tomba dello Stato di Nuova Democrazia con la sua pretesa di conciliare gli interessi di quattro classi, oggettivamente discordanti !
Tale scomparsa sarà accompagnata da un’altra: si rivelerà fallace la pretesa dei dirigenti di Pechino di dominare i fatti economici e le contraddizioni che da essi sorgono, finché vige l’ordinamento capitalistico.
Uscite dalla scena tali ubbie, rimane chiaramente in sella non uno Stato di 4 classi ma uno Stato dell’anonimo Capitale, deciso a sostenere e alimentare una difficile accumulazione originaria per la difesa della quale lo Stato ricorre ad ogni strumento totalitario rigettando quella maschera “democratica” che aveva accompagnato, verbalmente i suoi primi passi.
Ciò naturalmente non scandalizza la critica marxista la quale, dallo svolgersi dei fatti, trae nuove conferme sulla necessità della violenza e del terrore come i soli mezzi per schiudere l’orizzonte ad un nuovo ordinamento sociale.
La situazione nelle città
Fra il 1952 ed il 1957 la popolazione urbana crebbe da 71,6 a 92 milioni, alla media del 5,1%, questo secondo i dati ufficiali..
L’aumento non è eccezionale, anzi è relativamente modesto considerando che si riferisce ad uno Stato che nel periodo celebra saturnali per l’industrializzazione forzata dell’immenso territorio.
Era che il Governo di Pechino educato dalle intransigenti misure assunte per debellare il processo inflattivo nel triennio 1949-52, fu deciso ad impedire il ritorno di quelle condizioni di disoccupazione ed accaparramento di alimenti che sono immancabili conseguenze di un inurbamento incontrollato.
Subito però questa questione si dimostrò irrisolvibile per i pianificatori cinesi, i quali dovettero assistere non solo all’accrescimento della densità rurale con le campagne che continuavano a riempirsi di uomini da sfamare e da vestire, fenomeno che manteneva bassa la produttività del lavoro agricolo, ma anche, circostanza aggravante, alle città che si riempivano troppo.
Questo naturalmente perché il regime non era in grado di assicurare ai nuovi immigrati urbani né abitazioni né beni di consumo – dal che una tensione inflattiva – né tanto meno posti di lavoro; conseguenza sottooccupazione e persino disoccupazione.
La stesura del primo piano quinquennale registrava questa impossibilità, ed il capitolo riguardante l’occupazione precedeva solamente la creazione di 5,36 mil. di posti di lavoro di cui 2,272 mil. nell’industria, 0,371 mil. nell’agricoltura, 0,774 mil. nell’edilizia e 0,953 nel commercio, quando nel frattempo si sarebbero presentate sul mercato del lavoro da 17 a 20 mil. di persone supplementari, dedotti i deceduti ed i pensionati. Una eccedenza quindi di ben 12-15 mil. di persone non previste dal piano.
E questa eccedenza chiarì immediatamente ai dirigenti di Pechino che, nonostante il ristabilimento della normale vita produttiva, nonostante l’enorme sforzo di industrializzazione di tipo moderno, le città ed i Capitali impiegati negli stabilimenti e nei porti attiravano più mano d’opera di quanto queste ne potevano alloggiare ed occupare, formando così un esercito industriale di riserva connaturale al modo di produzione capitalistico.
Se quindi nel periodo iniziale dal 1949 al 1952 i flussi migratori dalle campagne alle città non vennero praticamente controllati, nell’illusione che rapido sviluppo industriale ed urbanizzazione siano due elementi inseparabili di uno stesso processo, fin dai primi anni del primo piano quinquennale, Pechino cominciò ad esercitare i primi controlli sugli ingressi in città e sui caotici flussi migratori.
Il primo avvertimento di questo sforzo di controllo si ha il 17 aprile 1953, quando il Consiglio di Stato impartisce disposizioni per far cessare l’immigrazione dei contadini nelle città e contemporaneamente per favorire il ritorno nelle campagne.
Era l’apertura di una cateratta, infatti di lì a poco, il 28 febbraio 1954 il Consiglio dell’Amministrazione dello Stato, nel decretare il monopolio statale nell’ammasso e nel commercio dei cereali, stabiliva la fissazione dei prezzi e la distribuzione con tessera dei principali generi alimentari, misura che naturalmente avrebbe limitato l’inurbamento illegale dei contadini.
Un mese dopo, il 15 marzo, il “Jenmin Jihpao” lanciava un chiaro avvertimento: «Bisognerebbe far capire ai contadini che, poiché si comincia appena ora a costruire le città, il numero di uomini necessari all’esecuzione di questi lavori non può essere tanto grande, e gli operai edili sono già più che sufficienti. Se i contadini si precipitano ciecamente verso le città non fanno che perdere tempo e denaro a detrimento della produzione».
Quasi a riprendere l’avvertimento lanciato dal “Jenmin Jihpao” la Conferenza nazionale indetta dal Ministero del Lavoro conclusasi a Pechino il 27 aprile successivo, e riguardante l’assistenza degli operai disoccupati, terminava prendendo misure amministrative per la “limitazione” della disoccupazione e per ridurre l’assistenza ai soli casi realmente bisognosi.
Ed una misura per “limitare” la disoccupazione non era altro che il contrastare il naturale flusso migratorio che dalle campagne si dirigeva verso le città; il 10 agosto 1954 infatti il Ministero della Pubblica Sicurezza promulgava un regolamento relativo ai permessi di soggiorno e di viaggio per i non residenti, mentre il 19 giugno 1955 una direttiva del Consiglio di Stato stabiliva un sistema di anagrafe e l’istituzione di permessi per spostarsi al di fuori delle località di residenza, rinsaldando così un coattivo legame del contadino con il proprio podere.
Sta invece ad un giornale di Shanghai, il,“Chiehfang Jihpao”, il 31 luglio 1955, invitare esplicitamente gli inurbati a ritornare nelle campagne: «Il Consiglio permanente della città ha approvato una risoluzione intesa a persuadere i contadini immigrati in città a ritornare volontariamente nei loro villaggi».
I continui appelli non caddero nel vuoto, tanto che l’Agenzia Nuova Cina il 16 novembre 1955 poteva annunciare che 558.000 persone avevano lasciato la città di Pechino, dall’aprile all’ottobre di quell’anno, per ritornare in campagna, esplicita confessione che i dirigenti di Pechino si preoccupavano ben più della disoccupazione nelle città che della sotto occupazione nel mondo rurale, dove bene o male l’individuo riusciva a vivere ed in cui gli immensi spazi impedivano il concentrarsi di pericolose tensioni sociali.
Ma sarà l’introduzione nell’anno 1956 del sistema di razionamento generale nelle città per i cereali, l’olio ed il cotone, stabilita dal Consiglio di Stato il 25 agosto 1955, la migliore mossa di Pechino per contrastare l’esodo dalle campagne, proprio quando una situazione agricola non brillante faceva prevedere un’abnorme estensione del fenomeno.
I buoni valevano infatti solo in una determinata località, e qualsiasi cambiamento di residenza verso una città o da una città all’altra poteva così essere facilmente controllato dalle autorità.
L’anno 1956 tuttavia costituì una pausa per gli appelli delle autorità al “ritorno verso la campagna», infatti un’eccellente crescita della produzione industriale (+28,2% rispetto all’anno precedente) aveva determinato assunzioni massicce nelle fabbriche e negli stabilimenti, proprio quando la collettivizzazione nelle campagne non procedeva né con il ritmo, né con l’entusiasmo previsti dai capoccioni.
Era il 1956 che, come abbiamo già detto, vide scioperi in fabbriche e scuole, tanto che il PCC preoccupato della sua leadership si era deciso a lanciare la campagna dei “Cento fiori” per rinsaldare intorno al proprio potere centrale le classi medie e l’intellighenzia.
Sarà il 1957 a far riaffiorare prepotentemente tutte le contraddizioni.
Mao stesso il 27 febbraio 1957 si vide costretto, nel suo discorso “Sulle contraddizioni in seno al popolo”, a cucire un vero e proprio panegirico in favore dell’immensa popolazione cinese, considerata da Mao la vera ricchezza dello Stato centrale, se questo naturalmente è capace di mobilitarla.
«Quando stabiliamo i piani e regoliamo e studiamo i problemi, dobbiamo sempre partire dalla considerazione che la Cina ha seicento milioni di abitanti e questo non deve essere dimenticato. Che senso ha porre questa questione ? C’è forse ancora qualcuno che non sa che il nostro paese ha seicento milioni di abitanti ? Naturalmente lo sanno tutti, ma in pratica alcuni lo dimenticano e pensano che meno si è,meglio è, e che tanto più ristretta è la loro cerchia, tanto meglio è. Quelli che sostengono la “cerchietta ristretta” si oppongono all’idea di mobilitare tutti i fattori positivi, coalizzare tutte le persone che possono essere coalizzate e, nel limite del possibile, trasformare tutti i fattori negativi in positivi perché contribuiscano alla grande causa della costruzione della società socialista. Io spero che costoro amplieranno i loro orizzonti e si renderanno conto veramente che il nostro paese ha seicento milioni di abitanti, e che questo è un fatto obbiettivo ed è la nostra ricchezza».
Ora, se la questione della “mobilitazione” di tutte le forze nazionali umane per vincere l’arretratezza economica sarà la trave portante del Grande Balzo in avanti, di cui ci interesseremo più in qua, il discorso di Mao era chiaramente l’indice che di nuovo il crescere delle forze produttive si scontrava con i destini degli uomini, carne e sangue di tali forze.
Se Mao puntava sull’immensa popolazione per far decollare la Cina industrializzata facendo di necessità virtù, più modestamente il 7 marzo successivo, la signora Li Teh-chuan Ministro della Sanità, parlando al Congresso Nazionale deve dichiarare:
«Di fronte ad un simile tasso di incremento demografico, i progressi della nostra industria e della nostra agricoltura, per rapidi che siano, non riusciranno certamente a soddisfare in maniera adeguata i bisogni della popolazione».
E conseguentemente alle certezze della signora Li, fu varata una legge per autorizzare, con certe riserve, l’aborto e la sterilizzazione, incoraggiando nel contempo le pratiche contraccettive.
Di certo nei mesi successivi gli appelli e le imposizioni delle autorità per frenare le migrazioni dalle campagne raggiunsero il parossismo, si assiste anzi con il disastro della campagna dei “Cento fiori” ad un vero e proprio movimento migratorio di segno inverso, dalle città alle campagne.
Già il 12 marzo 1957 in un discorso ad una Conferenza di propaganda, Mao aveva spezzato una lancia perché gli stessi intellettuali e studenti prendessero la strada dei campi: «Quarto, problema dell’integrazione degli intellettuali con le masse operaie e contadine. Dato che gli intellettuali devono essere al servizio delle masse operaie e contadine, bisogna anzitutto che le capiscano, si familiarizzino con la loro vita, il loro lavoro e le loro idee. Proponiamo che gli intellettuali vadano tra le masse, nelle fabbriche e nelle campagne. Se in vita loro non incontrassero mai gli operai e i contadini, sarebbe un fatto molto negativo».
Fu così che contemporaneamente all’apparizione sulla stampa cinese di notizie di arresti di “controrivoluzionari” in varie province della Cina che avevano compiuto sabotaggi o assassinato ufficiali e quadri del partito, o istigato la popolazione contro il partito e il governo, nell’agosto 1957 inizia il movimento xianfang (“verso il basso”) per cui i quadri vengono invitati nelle fabbriche e soprattutto nelle campagne; movimento esteso poi agli intellettuali, studenti e popolazione urbana non occupata in genere.
Secondo un discorso dello stesso Mao nell’aprile 1958 lo xianfang avrebbe interessato circa 300.000 intellettuali, senza specificare quanti di questi fossero “giovani istruiti” impossibilitati a trovare un lavoro nell’industria statale.
Furono quindi le classi medie a fare le spese sia della repressione seguita al movimento dei “Cento fiori”, sia dello xianfang; il che conferma la nostra tesi che il regime di Pechino non si regge su queste classi pur saccheggiando dalle ideologie piccolo borghesi, pose ed atteggiamenti.
La Repubblica Popolare Cinese riprendendo la tradizione secolare del modo di produzione asiatico si regge su una collaudata burocrazia ed amministrazione e provato esercito, tenuto insieme dalla rete dei quadri di partito, ideali continuatori della rete dei mandarini funzionari imperiali..
Ma il paragone storico finisce: qualunque sia il leader carismatico di turno, non può essere come l’Imperatore Mandato dal cielo il custode di un modo di produzione che si autoalimenta e si autoriproduce, ma invece strumento dell’anonimo modo di produzione capitalistico che spinge necessariamente la Cina nell’arena del mercato mondiale !
Sta qui la possibilità che il proletariato giallo si incontri con quello occidentale, africano e americano.