Dopo la garibaldata
Nuovi avvenimenti finiscono di spegnere gli echi della grande battaglia elettorale italiana di aprile, e dimostrano che la forza economica del dollaro può parimenti attuare le sue conquiste con e senza le bombe di aereo di Grecia, con e senza le schede d’Italia. Passata la pietosa scalmana, è più facile far capire quanto già allora era di solare chiarezza, che da quello spareggio numerico nulla poteva derivare e che dopo il 18 famoso tutto sarebbe continuato ad andare come prima in Italia. Eppure, in quei giorni vari milioni di poveri succubi credettero di avere in mano nella scheda dai tanti simboli la chiave per fare la storia.
Alta tra le tante reciproche rampogne dei contendenti fu quella che rinfacciava al Fronte la sua malafede nel paludarsi del segno garibaldino, e gridò all’offesa recata al nome dell’Eroe nazionale da quello che la propaganda antifrontista dipingeva come pericolosi rivoluzionari pronti a far saltare le strutture della società, della patria e dello Stato.
Se scandalo vi fu, non era quello di aver disonorato Garibaldi facendone il segnacolo di forze antinazionali, ma quello invece di aver preteso di rappresentare sotto quel simbolo le forze, le tradizioni e gli ideali della classe operaia rivoluzionaria, e l’offesa era recata non al ricordo del Generale, idolo a giusta ragione delle generazioni borghesi ottocentesche, bensì alle migliori e più degne tradizioni del movimento proletario italiano, che le inesauribili risorse del super-opportunismo nostrano non perverranno a obliterare e cancellare dalla storia.
Nel 1905, ricorrendo il centenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, l’Italia ufficiale organizzò festeggiamenti e commemorazioni. La tendenza a gettarsi in questo movimento per dargli „un carattere di sinistra” era tanto banale quanto ovvia. Garibaldi era stato sempre presentato letterariamente non solo come avversario della monarchia e del Vaticano, ma come campione dell’indistinto democratismo internazionale avanzato; ed era citato come autore della frase divenuta ritornello dell’Inno dei Lavoratori: „Il socialismo è il sole dell’avvenire„. La borghesia di destra onorava in lui il generale vittorioso e il fondatore dell’unità nazionale in alleanza ai Savoia; poteva sembrare un vero trionfo avanti lettera della tattica „bolscevico-leninista” (presentata oggi come l’ultimo trovato „900” dell’abilità rivoluzionaria) quello di gettarsi dentro, costellare i cortei di bandiere rosse e sopraffare le note ufficiali della marcia reale con le grida di: Viva Garibaldi! Abbasso il Papa e il Re!
Il movimento operaio italiano di allora era aderente ad uno scarso tessuto sociale industriale, era di recente tradizione marxista, sia teorica che organizzativa, in quanto i suoi primi decenni si erano ispirati prevalentemente ad indirizzi di facile sovversivismo romantico e all’epoca della Prima Internazionale vi dominavano i bakuniniani, mentre solo nel 1892 i socialisti marxisti si erano separati dagli anarchici come partito. D’altra parte soggiaceva largamente alle influenze dell’azione affiancata con i partiti borghesi di sinistra, radicali e repubblicani, ribadita nei moti del ’98 e nelle battaglie elettorali dell’epoca.
Eppure quel movimento che poteva dirsi primordiale ebbe, quasi mezzo secolo addietro, tanta maturità e sensibilità di classe da disertare le manifestazioni garibaldine borghesi e tricolori.
Pochi anni dopo, nel 1911, l’Italia solennizzò un’altra ricorrenza, il cinquantenario della sua unità, attuata nel 1861 dopo le conquiste della seconda guerra contro l’Austria e della spedizione dei Mille. Appunto perché la classe dominante era coerente nel festeggiare coi simboli e le parole d’ordine patriottiche la vittoria storica conseguita a carico dei vecchi regimi austriacanti assolutisti e papisti, il proletariato, che pure dal 1821, anzi dal 1799, al 1861 aveva dato la sua collaborazione e il suo sangue alle vittorie borghesi, mostrò di possedere nel suo inquadramento sindacale e politico una sufficiente coscienza di classe, boicottò le dimostrazioni statali e regie, si schierò contro di esse e contrappose vigorosamente ai simboli e alle parole del democratismo patriottico le sue posizioni socialiste ed internazionaliste.
Nel 1912 l’Italia giolittiana fece le sue prove nel campo dell’imperialismo con quella guerra di Libia che rappresentò un momento di peso non secondario nel divenire del moderno capitalismo europeo.
La borghesia, in una nuova sbornia tricolore, inneggiò ai marinai e ai soldati partenti con la canzone „Torna torna Garibaldi”, ma ancora una volta gli operai ed i socialisti furono fieramente dall’altra parte contro le consegne e le influenze borghesi, contro Garibaldi.
Nel 1914-15, nell’altra più grande battaglia di classe contro l’interventismo che affasciava tutte le sfumature borghesi dai nazionalisti ai repubblicani quando fu mobilitata in pieno tutta la tradizione e la retorica garibaldesca per l’irredentismo patriottico, per la guerra antiteutonica e democratica, quando gli stessi garibaldetti della terza generazione risalirono sul palcoscenico della grande commedia con le camicie rosse e le insegne delle legioni delle Ardenne, anche e soprattutto allora la classe lavoratrice italiana rifiutò quelle suggestioni del nemico interno e rimase solidamente sul terreno socialista.
In tutti questi storici episodi vi furono confusionari arrivisti e rinnegati che passarono dalla parte opposta e cercarono di intorbidare le acque con la propaganda ruffiana di un connubio tra le finalità operaie socialiste e le direttive del sinistrismo borghese massoneggiante, ma il grosso del movimento non si lasciò ingannare e i socialgaribaldanti furono messi fuori a pedate.
D’altra parte queste posizioni di elementare chiarezza non erano proprie dell’ala estremista del partito, ma erano base comune ai socialisti tutti, anche a quelli di tendenze via via più moderate alla Serrati, alla Lazzari, alla Treves, alla Turati, alla Modigliani.
Mentre il proletariato italiano, attraverso la opposizione alla guerra 1914-18 e le grandi battaglie di classe del dopoguerra, si portava sulle direttive più solidamente rivoluzionarie della Internazionale di Mosca, il suo avversario di classe svolse con assoluta continuità la sua contro-azione che culminò nel fascismo, generandola dal troncone dell’interventismo e del maggio radioso, in cui non a caso il segnale della guerra D’Annunzio l’aveva lanciato dal garibaldino scoglio di Quarto, e le forze antisocialiste si ordinarono nei fasci patriottici, di azione garibaldina e di combattimento dei Mussolini e dei Nenni.
Se dunque i socialcomunisti nostrani di oggi sono partiti in battaglia avendo sulla bandiera la faccia di Garibaldi, valgano i simboli quel che valgano, ciò conferma che essi continuano la linea storica dei disertori della classe operaia e che, degni successori dei rifiuti che il movimento socialista seppe liquidare con vergogna nel ’12, nel ’14, nel ’15, nel ’21, sempre più vanno volgendo le terga al marxismo rivoluzionario e alla lotta di classe.
Se è vero che il vecchio di Caprera, forte nell’azione ma assai poco ferrato nella dottrina politica, tanto da meritare malgrado la simpatia dichiarata ai comunardi i non pochi e piuttosto atroci strali di Carlo Marx, riprodotti a buon proposito dalla stampa antifrontista, fu tuttavia da tanto da antivedere nel socialismo la forza viva dell’avvenire, questi marxisti nostrani sono scesi all’opposto tanto in basso da non sapere più che cosa raccattare dal passato per farne la loro consegna. Nei loro giornali, insieme alla riesumazione di tutta una ridicola paccottiglia quarantottesca e patriottarda, molto più risibile ancora di quella dei fasti romani del littorio, si sono viste stampate a carattere cubitali frasi come queste: lottiamo per gli ideali dei nostri padri. I quali nostri padri, logicamente, appunto perché liberali garibaldini mazziniani e sinistri alla carducciana maniera, andavano su tutte le furie quando sentivano le enunciazioni marxiste e classiste della generazione oggi anziana dei seguaci del socialismo.
Al fine di fare gioco politico, d’acchiappar voti, di disturbare l’avversario e che so altro, a che ricorreranno ancora i nostri „progressivi” in questo accelerato indietreggiamento attraverso la storia? Su quale consegna si farà una nuova campagna? Avendo sottratto Garibaldi ai borghesi, il prossimo capolavoro strategico sarà forse di portar via a De Gasperi Tommaso d’Aquino o Ignazio di Loyola?
La chiave della fiera contesa era evidente. Mentre i socialfrontisti si sforzavano di guadagnare voti negli strati dei ceti medi continuando nella loro opera annosa di immergere il socialismo operaio in laghi di scolorina, e si presentavano come nazionali patriottici legalitari pacifisti credenti e conformisti in tutti i sensi, gli avversari, non meno ciarlatani e falsi, rendevano loro il segnalato servigio di restituire ad essi con tonnellate di carta e miliardi di kilocicli – tutte le plastiche sono possibili al dollaro – la remota verginità di rivoluzionari.
I frontisti avevano tutto l’interesse ad accreditare tra le masse proletarie la frottola che la loro vittoria avrebbe significato l’inizio della rivoluzione antiborghese in Italia, e sfruttavano a questo scopo, oltre la diffusione di interne „capillari” menzogne, il pubblico clamore avversario, mentre dal canto loro cercavano, con le contrapposte – e queste veritiere – affermazioni di aver tutto barattato del programma bolscevico e dittatoriale, di aggiungere ai voti operai quelli di un largo strato di incerti e di anfibi, e ne assumevano nelle loro liste alcuni ineffabili rappresentanti „indipendenti”, reclutando i tipi più dimessi e spregevoli del pur orripilante campo del personale politico italiano (e sarà interessante seguire in quale spazzaturaio finiranno costoro). I socialcomunisti hanno gridato alla sopraffazione, perché la campagna della paura che tingeva di rosso vivo il loro rosa ultrasudicio avrebbe portato loro via i milioni di voti necessari a vincere, spaventando masse di elettori troppo timorati di Dio, dell’ordine e della proprietà. Ma le elezioni della paura hanno invece aiutato proprio i „popolari” a barare, perché hanno mascherato agli occhi degli elettori proletari la loro diserzione dalle tradizioni della lotta socialista e operaia in Italia, ed hanno fatto sì che i lavoratori, oltre a credere ancora una volta disgraziatamente all’inganno della conquista democratica e schedaiola del potere, abbiano ritenuto in larghe masse di agire contro la borghesia votando il fronte, visto che borghesi e preti tanto gridavano ai pericoli di esso, alla certezza, se avesse vinto, della repubblica italiana dei Soviet!
Questa sciocca denunzia del mezzo della paura, che è per sé stessa una abiura del testo fondamentale del comunismo: „le classi dominanti ben possono tremare dinanzi ad una rivoluzione comunista” corona il dispregio e di più l’ignoranza della storia della lotta di classe in Italia. Lo stesso „migliore”, che passa per polemista temuto nel pollaio italiota dei politici, lamentò in uno o più dei suoi discorsi che la borghesia italiana avesse sempre usato questo mezzo di descrivere come spaventoso il movimento proletario, e citò le elezioni amministrative del 1914 a Milano, in cui la lista capeggiata da socialisti moderatissimi alla Caldara o Filippetti era presentata come Barbarossa alle porte di Milano. Ma la citazione era data al rovescio. Fu l’Avanti! a salutare la vittoria in quella campagna, condotta sulla linea di una intransigenza antiborghese di principio, coll’articolo: Barbarossa padrone di Milano. Mussolini, per imaginifico a vuoto che sia stato in molte fasi, potrebbe insegnare a questi signori che, volendo dare all’azione operaia un mito, si cerca non un mito nazionale, ma uno antinazionale. Del resto molti di questi marxisti da Canzone di Legnano erano interventisti prima che lo divenisse il futuro duce.
Se d’altra parte essi avessero vinto, né Barbarossa né baffogrigio sarebbero calati in Italia. Non le conte schedaiole determinano le situazioni, ma i fattori economici che si concretano in posizioni di forza, in controlli inesorabili sulla produzione e il consumo, in polizie organizzate e stipendiate, in flotte incrocianti nel mare di lor signori.
Eletto chicchessia al governo della repubblica, non avrebbe altra scelta che rinunziare, o offrirsi in servigio all’ingranamento di forze capitalistiche mondiali che maneggia lo Stato vassallo italiano. Quanto al fare del „sabotaggio”, è altra illusione su quello che è il compito dei portabandiera parlamentari. Sono le sfere dell’affarismo borghese e delle alte magistrature militari e civili che possono a loro mercé sabotare i politicanti portafogliati, e non viceversa.
Il meccanismo elettorale è oggi caduto nel campo inesorabile del conformismo e della soggezione delle masse alle influenze dei centri ad altissimo potenziale, così come i granelli di limatura di ferro si adagiano docili secondo le linee di forza del campo magnetico. L’elettore non è legato ad una confessione ideologica né ad una organizzazione di partito, ma alla suggestione del potere, e nella cabina non risolve certo i grandi problemi della storia e della scienza sociale, ma novantanove volte su cento il solo che è alla sua portata: chi vincerà? Così come fa il giocatore alla Sisal; e, di più, imbrocca meglio chi non ha nessuna competenza sulla materia del gioco e mentisce alle sue stesse intime simpatie.
Questo arduo problema di indovinare chi è il più forte lo affronta il candidato rispetto al governo, il governante rispetto al campo internazionale. Lo affronta l’elettore rispetto al candidato che vota; cerca, non reca, un appoggio personale nella difficile lotta di ogni giorno.
Se si fosse saputo il 17 aprile che vinceva De Gasperi, invece del 50 per cento gli davano il 90 per cento dei suffragi. A questo ci arrivava la dialettica dei frontisti, ed ogni argomento serio era superato e prostituito dinanzi a quello massimo: Vinceremo! (E potremo pagare, coi soldi di Pantalone, galoppini, cagnotti e graziosi sodali „indipendenti”). Mussolini non diceva altro, De Gasperi lo diceva e lo sta facendo senza ritegno.
Tutta la politica e la tattica degli avversari dei democristiani sono state disfattiste. La lunga pratica dell’opportunismo dei capi delle organizzazioni dette di massa ha condotto ad una situazione in cui non è più inseribile una avanzata progressiva, nella lotta sul terreno delle elezioni, di un partito che abbia un programma ed un atteggiamento di opposizione di principio e che proclami agli elettori il rifiuto della illusione che comunque per via democratica possano le classi sfruttate arrivare al potere.
Oggi l’elezionismo è pensabile solo in funzione della promessa del potere, di lembi di potere.
Questo è il risultato della malfamata tattica delle alleanze, dei blocchi, dei fronti unici. Esso è dimostrato nel disfattismo non solo di ogni preparazione rivoluzionaria e di ogni forza classista, ma degli stessi scopi contingenti che i frontisti italiani si pongono, chiamateli pure come volete, stalinisti moscoviti antiamericani o altro.
Questo metodo disgraziato ha portato più facilmente avanti De Gasperi e il suo partito, come avrebbe portato quel qualunque attruppamento cui al capitale mondiale piacesse confidare il controllo in Italia. è stupido piangerci.
Si iniziò coll’indegno baratto di tutta la posizione classista della lotta proletaria nella consegna del „viva la libertà” e della unità antifascista. Si passò per le tappe dei Comitati di Liberazione, dell’Esarchia, del governo Tripartito, sempre lasciando credere ai lavoratori che, prese ipoteche su fette della cittadella del potere, piano piano la borghesia capitalistica sarebbe stata spinta fuori dagli altri settori. Il processo invece procedeva inesorabile in senso inverso.
Rotto il tripartito e ridotto il fronte alla unità di azione tra i due partiti opportunisti, eredi abusivi dei nomi di comunista e socialista, lo sfaldamento non fece che continuare. La parte di questo fronte informe che poggia su ceti medi e su influenze borghesi, mano mano che decifra che la forza e il successo sono dalla parte americana, si cala a gruppi successivi fuori bordo. Ne abbiamo viste nel passato di queste diserzioni in serie… Il partito socialista che sembrava saldamente agganciato all’organismo filorusso cominciò collo scindersi una prima volta. Fu vano gridare che si trattava di pochi capi, perché un paio di milioni di quei voti che facevano venire l’acquolina in bocca ai maneggioni, e purtroppo a tanti e tanti ingenui, se ne andò con loro. Oggi si annunzia un nuovo sfaldamento, e sul piano nazionale come su quello internazionale gli sfaldamenti seguono inevitabili all’impiego vellutato di quei mezzi di feroce beneficenza che sono il piano Marshall, l’ERP e così via: piegate le schiene e avrete qualcosa nello stomaco. Lo stomaco della grande massa lavoratrice ed elettrice resterà allo stesso punto, ma non sarà così dei „quadri” passati a tempo dall’altra parte. Sembra che anche le grinte più feroci con questo sistema si vadano spianando. E chi sa che non si finisca col vedere a questi passi Barbarossa in persona!
In questo quadro di disfatta, che non è in fondo che la disfatta dei traditori del proletariato, l’aspetto più ripugnante è il ripiego su posizioni e dichiarazioni di sinistra e l’invocazione al marxismo, che si sentono oltre frontiera e dentro frontiera e nel bailamme dello sbandarsi del partito socialista. Semiammutolito Nenni, i tipi come Basso sono caratteristici esempi di questi marxisti a ritorni mestruali.
Il nome di Marx e di Lenin e le loro tesi possenti, sulle labbra di quelli che ne hanno fatto inaudito scempio, sono avviliti alla stessa funzione di imbonitura di tutte le altre mistiche ingannatrici. Il marxismo e il leninismo non hanno codici o vangeli, la loro affermazione risiede nella continua, ininterrotta conferma del metodo nel piano della interpretazione e in quello dell’azione. Invocati al momento dello sbaraglio nello stile da sacrestani dell’ipse dixit, si abbassano allo stesso compito truffaldino che hanno i nomi dei santi sulle bocche dei preti o quelli degli eroi nazionali sulle bocche dei patriottardi.
Con uno schieramento delle forze della classe operaia al di fuori della tattica del fronte unico e popolare, che rifuggisse da rivendicazioni antitetiche al programma proletario e da promesse di vittorie legali, che avesse saputo disprezzare la illusoria conquista rappresentata dal riottenimento della facoltà democratica, ben altra posizione di resistenza avrebbero ora dinanzi a sé i piani di assoggettamento del capitalismo di oltreoceano e le cricche di venduti arruolate dalla fosca libidine di amministrare i soccorsi.
Invece l’imperialismo capitalistico, le classi privilegiate, gli stati maggiori dell’affarismo, la Chiesa, l’alta burocrazia hanno campo libero in Italia.
Poco li disturba il chiasso che riesce ancora a fare una opposizione battuta che non ha avuto una parola contro il rastrellamento delle armi conservate dagli operai, che affigge manifesti con „Viva la Polizia!”, che sa solo invocare il rispetto della costituzione, che pone come obiettivo agli scioperi ammaestrati rivendicazioni così audaci come la concessione di qualche posto nel gabinetto agli onorevoli del fronte popolare, e, se offerto, avrebbe la suprema viltà di accettarlo rimettendo la sordina a Marx non solo, ma anche all’ombra pallida che si va farisaicamente rievocando di Giordano Bruno.
La democrazia sorta dall’abbattimento del fascismo impegnò a quell’obiettivo le forze operaie promettendo che, vinta la reazione, avrebbe avanzato a ritmo progressivo. Ma noi le contestiamo di essere un progresso rispetto al fascismo, e anche se incedesse travolgente, neghiamo che con essa avanzerebbe la causa della rivoluzione proletaria e del comunismo. Comunque essa tradisce la sua stessa promessa: ognuno può senza ardui sforzi teoretici constatare il senso trionfalmente progressivo della situazione in Italia; bilancio di cinquant’anni di peste bloccarda: la chierica avanza, il fronte rincula.
Dopo l'attentato e lo sciopero
La fase seguita in Italia all’attentato contro Togliatti non fa, con i suoi svolgimenti, che confermare la valutazione dei rapporti delle forze politiche suggerita dall’andamento della campagna elettorale.
Che nessuna possibilità rivoluzionaria presenti un movimento che ammette non solo ogni manovra sul terreno legalitario ma la stessa collaborazione governativa con partiti fautori dell’ordine borghese, era cosa da tempo assodata. Di più è dimostrato che una tale duplicità di metodo è disfattista anche ai fini di una azione non rivoluzionaria e classista, ma di semplice disturbo e sabotaggio dello Stato per favorire date forze oltramontane, o impedire l’influenza di altre di tali forze.
L’attrezzatura e la funzione dello Stato borghese italiano si volgono nello stesso modo, oggi come nel 1922, allo spezzamento dell’azione e della organizzazione di classe del proletariato, e passano dalla dichiarazione di difesa delle istituzioni da attacchi insurrezionali alla pratica di smantellare sindacati operai e partiti di opposizione. Neanche oggi si vorrà capire che i nove decimi dei colpi sono portati dall’apparato legalissimo dello Stato, un decimo, se pure, colla „provocazione” illegale?
Ma quale diritto ha di protestare contro questi fatti evidenti e ben sicuramente prevedibili chi ha per anni fatta tutta la sua politica sulla distinzione, in campo internazionale e nazionale, tra due „tipi” di politica dei partiti borghesi, stringendo alleanze con un gruppo che si garantiva alle masse costituzionalmente „incapace” di usare i mezzi di sopraffazione e di repressione? Chi ha difeso l’America capitalistica contro la Germania capitalistica, si è associato con i democristiani contro i fascisti fino a consegnare ai primi l’organizzazione operaia, con qual coerenza – e vorrebbe dire poco o nulla in tempi di ultrasfrontatezza – ma soprattutto con quale successo può pretendere di essere difeso dalle masse contro un’America schiavizzatrice di nazioni e una democrazia cristiana gerente di dittature antiproletarie?
La difesa dell’ordine borghese segue le inesorabili leggi – consegnate nella concezione marxistica del crescente antagonismo – della sua concentrazione in forme totalitarie, e se una distinzione era possibile, essa consisteva, sin da quando si affacciò il primo fascismo sollevando le strida dei ciarlatani della „sinistra” borghese, nel compiacimento che finalmente la classe dominante ammettesse e proclamasse che la democrazia delle sue istituzioni era un gigantesco inganno. I Truman e i De Gasperi sono appunto peggiori in quanto vibreranno i loro colpi contro lo schieramento proletario cercando, con ipocrisia luterana o gesuitica che gli Hitler e i Mussolini avevano osato buttar via, di non ripiegare il bandierone liberaldemocratico.
Il concentramento delle forze antiproletarie segue il suo passo, la polizia internazionale fa le sue prime prove in Palestina, quella nazionale serra i suoi inquadramenti come era visibile da tre anni giorno per giorno. Lo Stato cattolico-americano non ha avuto bisogno di adoperare nemmeno un decimo del suo potenziale di repressione, e se ne vanta chiaramente. Il manganello di Mussolini andava a piedi, e qualche scassato 18 B.L. riuscì a finire in fondo alle valli liguri o toscane, mentre al solito scendevano alla riscossa i carabinieri a cavallo. La politica del difendere la „libertà”, invece di spezzare quella dei borghesi e del loro governo, ci ha regalato il manganello (e il mitra) motorizzato di Scelba, col lussuoso parco di automezzi lasciatogli dalla guerra di liberazione.
Di fronte a questi insegnamenti della storia, il movimento di luglio, che anziché denunciare ed attaccare le istituzioni ripeteva la consegna imbecille della difesa della legalità e della costituzione, non poteva sfociare che nel reciproco ricatto e compromesso di capi locali colle prefetture e capi centrali con il governo denunziato assassino – mentre, probabilmente, di assassini extralegali non avrà bisogno alcuno – compromesso in tutta perdita perché non ha nemmeno condotto a convertire i proiettili incassati dal torace di Palmiro Togliatti in qualche portafoglio per i suoi migliori amici. Lo sciopero generale di tre mezzi di giorno rimane sulla linea di una tattica che è coefficiente controrivoluzionario più decisivo delle armi della aperta repressione.
Questo sciopero con i suoi episodi, come tanti altri degli ultimi anni dalla Spagna alla Grecia e da un capo all’altro d’Italia, ha il solo carattere di una emorragia infeconda, di una insensata polluzione della lotta di classe.
Proprietà e capitale Pt.1
Tecnica produttiva e forme giuridiche della produzione
Con una formula semplice e giustificata dalle esigenze della propaganda si è sempre definito il socialismo come abolizione della proprietà privata, aggiungendo la precisazione: dei mezzi di produzione, e poi l’altra: e dei mezzi di scambio.
Anche se tale formula non è completa e del tutto adeguata, essa non va ripudiata. Ma le vecchie e recenti sostanziali questioni sulla proprietà personale, collettiva, nazionale e sociale rendono necessario delucidare il problema della proprietà di fronte all’antitesi teorica storica e di lotta tra capitalismo e socialismo.
Ogni rapporto economico e sociale si proietta in formulazioni giuridiche, e partendo da tale posizione il Manifesto dice che i comunisti pongono avanti in ogni stadio del movimento la „quistione della proprietà”, poiché essi pongono avanti la quistione della produzione, più generalmente quella della produzione distribuzione e consumo, quella dell’economia.
In un’epoca in cui la grande antitesi storica tra feudalesimo e regime borghese era apparsa prima come un conflitto ideologico e di diritti che come rapporto economico e mutamento delle forme della produzione, non si poteva non porre nel massimo rilievo, anche nelle enunciazioni elementari, la forma giuridica delle rivendicazioni economiche e sociali proletarie. Nel passo fondamentale della prefazione alla Critica dell’economia politica Marx enuncia la dottrina del contrasto delle forze produttive con le forme della produzione e subito aggiunge: „oppure — il che è soltanto un’espressione giuridica — con i rapporti di proprietà”.
La giusta accezione della formulazione giuridica non può dunque fondarsi che sulla giusta presentazione del rapporto produttivo ed economico, che il socialismo postula di infrangere.
Adoperando quindi in quanto utile il linguaggio della scienza corrente del diritto si tratta di ricordare i caratteri discriminanti del tipo capitalistico di produzione — che vanno definiti in rapporto ai tipi di produzione che lo precedettero — e ulteriormente discriminare tra tali caratteri quelli che il socialismo conserva e quelli che invece dovrà superare e sopprimere nel processo rivoluzionario. Tale distinzione va ovviamente istituita sul terreno dell’analisi economica.
Capitalismo e proprietà non coincidono. Varie forme economico-sociali che hanno preceduto il capitalismo avevano determinati istituti della proprietà. Vedremo subito che è convenuto al nuovo sistema di produzione adagiare la sua impalcatura giuridica su formule e canoni derivati direttamente da precedenti regimi, malgrado che in essi i rapporti di appropriazione fossero diversissimi. Ed è non meno elementare la tesi che nella visione socialista il capitalismo figura come l’ultima delle economie fondate sulla forma giuridica della proprietà, sicché il socialismo nell’abolire il capitalismo abolirà anche la proprietà. Ma quella prima abolizione, e, meglio detto, successione violenta e rivoluzionaria, è un rapporto chiaramente dialettico e la si enuncia con più fedeltà al linguaggio marxista nostro proprio, che non la abolizione della proprietà di sapore un poco metafisico e apocalittico.
Rifacciamoci tuttavia all’inizio dei nostri noti concetti. Proprietà è un rapporto tra l’uomo, la persona umana, e le cose. I giuristi la chiamano la facoltà di disporre della cosa nel modo più esteso ed assoluto, e classicamente di usare e di abusare. Si sa che a noi marxisti queste definizioni eterne non piacciono, e potremmo meglio dare una definizione dialettica e scientifica del diritto della proprietà dicendo che è la facoltà di „impedire” ad una persona umana di usare di una cosa, da parte di un’altra persona o di un gruppo.
La variabilità storica del rapporto emerge ad esempio dal fatto che per secoli e millenni tra le cose suscettibili di formare oggetto di proprietà era la stessa persona umana (schiavismo). Che d’altra parte l’istituto della proprietà non possa pretendere alla prerogativa apologetica di essere naturale ed eterno lo abbiamo provato mille volte col riferimento alla primitiva società comunista in cui la proprietà non esisteva, in quanto tutto era acquisito e usato in comune dai primi gruppi di uomini.
Nella relativa primordiale economia o se si vuole pre-economia il rapporto tra uomo e cosa era il più semplice possibile. Per il limitato numero di uomini e la limitata gamma di bisogni, appena superiori a quelli animali della alimentazione, le cose atte al soddisfacimento dei bisogni stessi, che poi il diritto chiamò beni, sono dalla natura poste a disposizione illimitata e il solo atto produttivo consiste nel prenderle quando occorrono. Esse si riducono ai frutti della vegetazione spontanea e in seguito della caccia e della pesca e così via. Vi erano oggetti di uso in quantità esuberante, non vi erano ancora „prodotti” usciti da un sia pure embrionale intervento fisico, tecnico, lavorativo, dell’uomo sulla materia quale la offre la natura ambiente.
Con il lavoro, la tecnica produttiva, l’aumento delle popolazioni, la limitazione di terre vergini libere su cui espandersi, sorgono i problemi di distribuzione e diviene difficile fronteggiare tutte le necessità, le richieste di uso e di consumo di prodotti. Nasce il contrasto tra individuo e individuo, tribù e tribù, popolo e popolo. Non occorre ricordare queste tappe dell’origine della proprietà, ossia della appropriazione, per il consumo, per la formazione di riserve, per l’iniziato scambio a soddisfazione di altre sempre più vaste esigenze, di quanto ha prodotto il lavoro di uomini e di comunità.
Appare in processi svariati il commercio, le cose che erano solo oggetti di uso divengono mercanzie, appare la moneta e al valore di uso si sovrappone il valore di scambio.
Nei varii popoli e nelle varie epoche dobbiamo intendere quale fosse l’avanzamento della tecnica produttiva quanto a capacità di intervento dell’opera dell’uomo sulle cose o materie prime, quale il meccanismo della produzione e della distribuzione degli atti e sforzi produttivi tra i membri della società, quale il gioco della circolazione dei prodotti da mano a mano da casa a casa da paese a paese verso il consumo. Da tali dati possiamo passare ad intendere le forme giuridiche corrispondenti, e che tendevano a coordinare le regole di tali processi, attribuendo a date organizzazioni la disciplina di esse e la possibilità di costrizioni e di sanzioni verso i trasgressori.
Come non risale alla primitiva umanità la proprietà delle cose o beni di consumo e la proprietà dello schiavo, tanto meno vi risale la proprietà del SUOLO ossia della terra e di quanto di stabile l’uomo vi aggiunge e costruisce, i beni immobili del diritto. Tale proprietà nella sua forma personale viene in ritardo rispetto a quella delle cose mobili e degli stessi schiavi, in quanto all’inizio tutto se non è comune è per lo meno attribuito al capo dell’aggruppamento familiare di tribù o di città e regione.
Ma anche volendosi contestare che tutti i popoli siano partiti da questa prima forma comunistica e volendo ironizzare su una tale età dell’oro, l’analisi che ci interessa sulla derivazione dell’istituto giuridico dagli stadii della tecnica non ne resta inficiata, e basta rimandare alla grande importanza che Engels e Marx dettero all’avvio di questi studi sulla preistoria, premendoci di venire molto più oltre.
Riducendoci alle linee scheletriche e alle cose a tutti note, bastano i rapporti sulla proprietà dell’oggetto mobile consumabile e comunque adoperabile, dell’uomo schiavo o servo, e della terra, a definire le linee fondamentali dei successivi tipi storici di società di classe.
La proprietà, dice il giurista, nasce dall’occupazione. Lo dice pensando al bene immobile, ma la formula va bene anche per la proprietà sullo schiavo e sull’oggetto merce. Infatti „le cose mobili si appartengono al possessore”. Non meno ovvio è il trapasso da possesso a proprietà. Se io ho una cosa qualunque tra le mani, in generale anche un altro uomo o un pezzo di terra (nel qual caso non lo tengo colle mani — e nemmeno l’uomo e la merce tengo costantemente colle mani) senza che un altro riesca a sostituirmi, io sono il possessore. Possesso materiale, fin qui. Ma il possesso diviene legittimo e giuridico, e si eleva a diritto di proprietà, quando ho la possibilità contro un eventuale pretendente o disturbatore di conseguire l’appoggio della legge e della autorità, ossia della forza materiale sistemata nello stato, che verrà a tutelarmi. Per la cosa mobile o merce il semplice possesso dimostra la proprietà giuridica finché qualcuno non prova che io gli abbia sottratta la cosa con forza o frode. Per lo schiavo negli stati bene ordinati vi era una anagrafe familiare che li registrava al padrone. Per gli immobili anche modernamente la macchina legale è assai più complessa, dipende da titoli in date forme e da pubbliche registrazioni, e così più complesso è il controllo legale dei trapassi di proprietà. Comunque il possesso materiale è sempre una grande risorsa per il suo effetto sbrigativo, e la legge lo difende in un primo stadio salvo in secondo tempo la difficile indagine piena sul diritto di proprietà. Si dice come paradosso giuridico che anche il ladro può chiedere alla legge la tutela possessoria, se estromesso (magari dallo stesso proprietario, per teorico assurdo) e i più avveduti patrocinatori legali dicono che tutti i codici si possono ridurre al solo „articolo quinto, chi tiene in mano ha vinto”.
Alla base quindi di ogni regime della proprietà vi è un fatto di appropriazione dei beni in generale. I figli dello schiavo restavano al padrone, se fuggivano poteva farli inseguire dalla legge che glieli riconduceva.
Nel regime medioevale del feudalesimo appare in generale abolita la tecnica della produzione con manodopera di schiavi e la relativa impalcatura legale che disciplina la proprietà sulle persone umane. La disposizione della terra agraria assume una forma più complessa di quella classica del diritto romano in quanto su di essa si adagia una gerarchia di signori che culmina nel sovrano politico, che distribuisce ai dipendenti vassalli le terre con un regime giuridico assai complesso. La base economica è il lavoro agricolo a mezzo non più di schiavi, ma di servi della gleba, che non sono oggetto di vera proprietà ed alienazione da padrone a padrone, ma non possono in generale lasciare il feudo su cui lavorano con la loro famiglia. I prodotti del lavoro da chi sono appropriati? In una certa parte dal lavoratore servo, e in generale dandogli un piccolo appezzamento i cui frutti gli devono bastare per alimentarsi coi suoi, mentre egli è tenuto a lavorare solo o con gli altri nelle più vaste terre del signore, e tali maggiori prodotti sono a questi consegnati. Tale lavoro è la cosiddetta comandata. Nelle forme più recenti il servo si avvicina al colono in quanto tutta la terra del feudatario è smistata in piccole aziende familiari, ma dal prodotto di ognuna una forte quota viene consegnata al padrone.
In questo regime il lavoratore ha un parziale diritto ad appropriarsi dei prodotti del suo lavoro per consumarli a suo beneplacito. Parziale in quanto vi incidono i tributi in tempo di lavoro o in derrate che siano, al padrone feudale, al clero e così via.
La produzione, non agricola ha scarso sviluppo, per la tecnica ancora arretrata, la scarsa urbanizzazione e la primitività generale della vita e dei bisogni delle popolazioni. Ma i lavoratori di oggetti manufatti sono uomini liberi, ossia non legati al luogo di nascita e di lavoro. Sono gli artigiani, chiusi nelle pastoie di organismi e regole corporative, ma tuttavia economicamente del tutto autonomi. Nella produzione artigiana, della piccola e minima azienda e bottega, abbiamo la proprietà del lavoratore su varii ordini di beni: gli strumenti non complicati del suo lavoro, le materie prime che acquista per trasformarle, i prodotti manufatti che vende. A parte gli oneri delle corporazioni e dei comuni e dati diritti feudali sui borghi, l’artigiano lavora solo per sé e gode il frutto di tutto il tempo e di tutto il risultato del suo lavoro.
La rete di circolazione di questo sistema sociale è poco intricata. La grande massa dei lavoratori agricoli consuma sul luogo quanto produce e poco vende per acquistare i limitati oggetti di vestiario o altro che usa. Gli artigiani e mercanti scambiano coi contadini e tra loro per lo più in cerchi ristretti di città, villaggi e campagne, una piccola minoranza di signori privilegiati attinge da larghi raggi gli oggetti del suo godimento e fino a pochi secoli fa ignorava essa stessa le forchette, il sapone o quasi, per non dire di cento altre cose oggi usate da tutti.
Man mano però si pongono le premesse della nuova era capitalistica, con i ritrovati tecnici e scientifici che arricchiscono in mille guise i processi di manipolazione dei prodotti, con le scoperte geografiche e le invenzioni di nuovi mezzi di trasporto di persone e di merci che allargano continuamente l’ambito delle zone di circolazione e le distanze tra il luogo di fabbricazione e quello di uso dei prodotti.
Il procedere di queste trasformazioni è svariatissimo e conosce strane lentezze e travolgenti espansioni. Mentre dall’inizio dell’evo moderno già milioni di consumatori imparavano a conoscere e adoperare spezie e merci ignorate ed esotiche sorgendo nuovi bisogni (caffè, tabacco, ecc. ecc.) era ancora possibile al tempo della prima guerra mondiale sentire che una signora calabrese, grande proprietaria, aveva in un anno speso „un soldo” in tutto per gli aghi, essendole tutto il resto fornito dalla sua proprietà.
Arrivati a questo solito punto colla rammemorazione di questi pochi cenni, semplificata volutamente ma tentando di mettere le parole giuste al loro posto, domandiamoci quali sono le reali caratteristiche differenziali della nuova produzione ed economia capitalistica e del regime borghese a cui questa fornisce la base. E vediamo subito in che veramente consiste il mutamento che i nuovi sistemi tecnici, le nuove forze di produzione poste a disposizione dell’uomo, inducono dopo una lunga e dura lotta nei rapporti di produzione, ossia nelle possibilità e facoltà di appropriazione dei varii beni, in contrapposto a quanto avveniva nella società precedente, feudale ed artigiana.
Incominceremo così a stabilire in modo chiaro le basi della nostra ulteriore indagine sulle effettive relazioni tra il sistema capitalistico e la forma della appropriazione dei varii beni: merci pronte al consumo, strumenti di lavoro, terra, case e impianti varii fissati al suolo, per estenderla al processo di sviluppo dell’era capitalistica ed a quello della sua fine.
La questione sindacale
Parte prima
I molteplici problemi che solleva la questione sindacale non si prestano ad una classificazione semplicistica del tipo di quella che è stata sovente impiegata nel movimento operaio – spiccatamente in quello italiano – e che partiva da considerazioni di topografia sociale. L’analisi di un’agitazione era fatta in base alla determinazione della sua natura e se la bussola indicava che l’ago si orientava verso lo zenit politico, il partito socialista era automaticamente chiamato ad assumerne la direzione, mentre la Confederazione si limitava ad appoggiarlo; nel caso contrario il ruolo si invertiva. Questa discussione sul sesso dell’“angelo sociale”, se politico od economico, ha avuto un’illustrazione tragica e comica nello stesso tempo quando, nel Settembre 1920, al momento in cui i proletari italiani avevano occupato le fabbriche, il consesso comune del Partito Socialista e della Confederazione del Lavoro mostrava che alla testa di quel movimento rivoluzionario si trovavano non i militanti che deliberano sull’idoneità dei mezzi da impiegare per rompere il nodo gordiano che lega il proletariato alla borghesia, ma i mozzorecchi che cianciano sui diritti rispettivi dei due organismi a rivendicare la “proprietà” della agitazione.
Nella lettera del 23 Febbraio 1871 diretta a F. Bolte, Marx diceva: “Naturalmente il movimento politico della classe operaia ha per scopo finale la conquista del potere politico e per questo è evidentemente necessaria una organizzazione della classe operaia che abbia un certo grado di sviluppo, che marci alla testa e si formi e rafforzi nelle stesse lotte economiche.
Ma d’altra parte ogni movimento nel quale la classe operaia si opponga in quanto classe alle classi dominanti e cerchi di piegarle con una pressione dall’esterno, è un movimento politico. Per esempio, il tentativo di strappare in una sola fabbrica od in un solo ramo d’industria, con lo sciopero ecc., una riduzione del tempo di lavoro a certi capitalisti è un movimento puramente economico; per contro un movimento per strappare la legge di otto ore ecc. è un movimento politico. Ed è così che da tutti i movimenti economici isolati degli operai sorge dovunque un movimento politico, cioè un movimento della classe per fare trionfare i suoi interessi sotto una forma generale, sotto una forma avente la forza sociale di costrizione generale. Se questi movimenti suppongono una certa organizzazione che marci in testa, essi sono, da parte loro, allo stesso titolo, dei mezzi di sviluppo di questa organizzazione. Dove la classe operaia non ha ancora raggiunto un grado sufficiente per intraprendere contro la violenza collettiva, cioè contro la violenza politica delle classi dominanti, una campagna decisiva, bisogna in ogni caso trascinarvela con un’agitazione permanente contro l’atteggiamento ostile delle classi dominanti. Nel caso contrario, essa resta un giocattolo nelle mani di queste ultime”.
Abbiamo voluto riportare questa lunga citazione perché il suo insieme solamente permette di comprendere in quale senso è possibile fare una distinzione fra lotte economiche e lotte politiche. È chiaro che per Marx non può affatto trattarsi di due compartimenti separati, ma di due aspetti differenti di un processo che resta indissolubilmente unitario. Lo sciopero di una fabbrica o di una categoria (il movimento economico), se resta dissociato dalla lotta generale per imporre la legge delle otto ore, condanna la classe operaia a restare “un giocattolo nelle mani delle classi dominanti”. D’altra parte questi movimenti economici che presuppongono un’organizzazione “avente la forza politica costrittiva” (il movimento politico) sono “i mezzi di sviluppo di quest’organizzazione”.
È chiaro quindi che se Marx impiega i due termini di “lotta economica” e “lotta politica” lo fa proprio per provare che è impossibile sia di dissociare l’elemento politico da quello economico nelle lotte degli operai per obiettivi limitati, sia di concepire la lotta generale del proletariato altrimenti che in funzione dei suoi specifici obiettivi di carattere economico. Ne risulta che anche la classificazione corrente di “lotte parziali” e “lotta rivoluzionaria finale”, se dovesse condurre ad una distinzione organica fra l’una e le altre, ripeterebbe lo stesso errore della classificazione in movimento economico e movimentò politico.
Nei due casi si tratta dunque non di una differenza scolastica che stabilirebbe delle “categorie sociali” indipendenti l’una dall’altra, ma di una dialettica di sviluppo reciproco dell’una nell’altra; e sarà l’analisi della contingenza ad imporre al proletariato di non potere oltrepassare in un dato momento quello che, per semplice comodità di espressione, è qualificato “movimento economico” o “lotta parziale”.
La stessa storia del movimento sindacale conferma le considerazioni che precedono. Il suo obiettivo specifico – il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori – non può servirci di guida per la sua comprensione. In effetti il paragone fra la situazione attuale e quella degli inizi del movimento sindacale rivela da un lato un mastodontico sviluppo dell’organizzazione sindacale, dall’altro la conferma della predizione di Marx sull’ineluttabile progredire della miseria dei lavoratori nei quadri del regime capitalista. Il secolo di espansione della classe borghese nel mondo intero va di pari passo da una parte con la diminuzione della quota destinata al pagamento dei salari, dall’altra con l’aumento della quota destinata all’incedere dell’accumulazione del capitale. La correlazione esistente fra il gigantesco ingrossamento numerico delle organizzazioni sindacali e il progressivo immiserimento delle masse conferma luminosamente la considerazione che la sorte di un organismo non è funzione della quantità di massa che esso inquadra, ma della impostazione che esso dà alle lotte sociali.
Ma è su un altro piano che deve essere interpretata la storia del movimento sindacale. Su quello che rivela l’esistenza o l’inesistenza per determinati Stati capitalisti di un certo orizzonte di sviluppo. Prima del 1914, gli effettivi di circa 10 milioni di organizzati in sindacati, che ad un titolo diverso si richiamavano ai principi della lotta di classe, si ripartivano approssimativamente così: Inghilterra 4 milioni, Germania 2 milioni e mezzo, Francia 500 mila, Italia 800 mila, Belgio 200 mila, Olanda 260 mila, Stati Uniti 1.300 mila. In Russia e nelle colonie il movimento sindacale era quasi inesistente. Appare immediatamente che lo sviluppo dell’organizzazione sindacale è correlativo alle possibilità di vita e di sviluppo dello Stato capitalista, cui esso corrisponde. In altri termini la dissociazione fra l’elemento economico e politico, fra lotta parziale e lotta finale si presenta unicamente in quei paesi in cui le condizioni storiche permettono un intensificarsi dell’accumulazione capitalista senza escludere un certo miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Rothstein, nel suo libro “Un’epoca del movimento operaio inglese” (Editions Sociales Internationales, Paris, 1929) nota che nel 1907 il salario nominale dell’operaio inglese aveva raggiunto il suo massimo ed era superiore del 18% aquello del 1879; quello reale del 49%. Si deve tenere conto che quest’evoluzione dei salari reali è stata resa possibile malgrado l’evoluzione sfavorevole delle esportazioni inglesi che soccombono progressivamente di fronte all’incedere dell’industria americana e tedesca. Scrive Rothstein (pag. 275) “Il capitalismo inglese passa all’offensiva, attacca le organizzazioni della classe operaia, stronca gli scioperi e, dove lo può, diminuisce i salari. Si sarebbe potuto credere che, in simili circostanze, la classe operaia avrebbe perso presto le sue illusioni sugli antichi mezzi dì lotta: il sistema della scala mobile le era svantaggioso, i profitti ed i prezzi ribassavano e tutto l’apparato di conciliazione e d’arbitrato cessava di darle soddisfazione. Ma la classe operaia conserva tutta la sua calma, ed anche la sua lotta per il diritto di coalizione non la spinge a nessun atto rivoluzionario. Perché questo? Perché precisamente a partire da questo momento i prezzi degli oggetti di consumo cominciano a ribassare e ciò che la classe operaia avrebbe dovuto cercare di ottenere con altri mezzi le riviene ora in modo quasi automatico”. Rothstein, dopo aver indicato, come fattore supplementare del ribasso dei prezzi, la produzione dei succedanei, osserva (pag. 279): “finora si spiegava la mentalità opportunista, la disposizione d’animo del proletariato inglese grazie al dominio industriale mondiale dell’Inghilterra dal quale risultava la possibilità per i capitalisti inglesi di gettare alla classe operaia i resti della loro opulenza. Ma questa spiegazione è evidentemente insufficiente perché la psicologia collaborazionista dell’operaio inglese ha preso una forma particolarmente stabile e si è accentuata proprio nel periodo in cui il monopolio commerciale-industriale inglese sul mercato mondiale volgeva al suo termine, e nel quale il capitalismo inglese diventava avarissimo. La nostra spiegazione è la sola che fornisca le ragioni capaci di dissipare quest’enigma storico estremamente interessante e che d’altronde esisteva non solamente in Inghilterra, ma, sotto forme più velate, negli altri paesi capitalisti, e prima di tutto in Germana. Il ribasso progressivo dei prezzi era il fattore che diminuiva la miseria della classe operaia, indebolendo la sua lotta contro i padroni e creando e rafforzando la politica di collaborazione e d’opportunismo con tutte le sue logiche conseguenze”.
In una parola la “questione sindacale” trova nei paesi capitalisti aventi prospettive storiche di sviluppo, la possibilità di esprimersi in termini di pura tecnica economica; essa è “vertenza salariale” ed il sindacato interviene perché la “legge del salario” (ne parleremo oltre) dell’economia capitalista funzioni nel modo meno svantaggioso per i lavoratori.
Di contro all’esempio inglese sta quello russo. Qui non esistono prospettive di sviluppo per il regime, e l’arrivo della borghesia al potere non è suscettibile di modificare le condizioni della classe operaia perché il periodo di decadenza storica della borghesia è altresì il periodo della più feroce oppressione dei lavoratori, sovrattutto per quelle borghesie che arrivano ultime al traguardo della evoluzione storica. L’espressione formale, dal punto di vista organizzativo, delle lotte degli operai russi può essere la più primitiva come nel 1905, quando alla sua testa vi si trova in un primo momento un prete, le organizzazioni sindacali di classe possono esservi sconosciute, ma la lotta degli operai russi prende immediatamente un aspetto rivoluzionario, come nel 1905 e nel 1917. Una volta passata la tempesta rivoluzionaria, come nel 1906 e nel 1927, le condizioni storiche interdicono di porre la questione sindacale sotto l’aspetto di una “vertenza salariale” e impongono la simultaneità della lotta parziale e della lotta finale, del movimento economico e del movimento politico.
La situazione è analoga nelle colonie e nei paesi semi-coloniali. Se si eccettuano le colonie inglesi, dove il movimento sindacale dipende dalle stesse condizioni che assicurano la “pace sociale” nella madre patria, in tutti gli altri settori di Asia e d’Africa – come hanno luminosamente provato gli avvenimenti cinesi del 1926 – lo sviluppo del movimento sindacale è condizionato dagli stessi elementi tempestosi che abbiamo ricordato per la Russia.
Su questo punto la conclusione appare inequivocabile e ricca di insegnamenti per la situazione attuale. Come “categorie a sé” non esistono né la questione sindacale, né la questione politica. La prima perché l’accrescersi della quota salario è condizionata unicamente dalla possibilità di un accrescimento proporzionale molto più elevato della quota destinata all’accumulazione del capitale, e, quando queste circostanze si presentano, il sindacato, poiché diventa un fattore del progredire delle forze economiche nell’ambito della società capitalista, si abilita a diventare nel contempo il bastione più valido della contro-rivoluzione quando scoppia la crisi sociale (sciopero inglese del 1926) o la crisi rivoluzionaria (sindacati tedeschi nel 1918-1923; italiani 1919-1920). La seconda perché la lotta per la distruzione del regime capitalista è inconcepibile se non prende come base le fondamenta economiche dell’antagonismo di classe.
Il processo unitario che ricollega movimento economico e politico, lotta parziale e lotta finale non può tuttavia essere inteso nel senso formale per cui si determinerebbe un collegamento fra la base iniziale e quella decisiva rivoluzionaria.
Il carattere unitario del processo risulta dalla sostanza stessa delle lotte rivendicative, esso è un tutto dove l’elemento di collegamento nel tempo (fra l’oggi reazionario ed il domani rivoluzionario) è condizionato dalla presenza del fermento rivoluzionario di classe nelle lotte rivendicative dei lavoratori.
Se è vero che questo fermento non è il prodotto della volontà degli individui ma il portato ineluttabile dell’evoluzione contraddittoria del regime capitalista, se è anche vero che possono presentarsi circostanze, come l’attuale, dove agitazioni sociali pur colossali per l’importanza numerica delle masse non sono caratterizzate dal fattore “classe” e gli scioperanti malmenano o addirittura annientano gli elementi rivoluzionari che chiamano gli operai a spezzare il cerchio di ferro che li lega a forze spiccatamente imperialiste, è altrettanto vero che lo stabilimento delle posizioni di classe dipende dalla volontà degli individui che pretendono lottare per il trionfo della rivoluzione comunista. Queste posizioni di classe risultano dalla ferrea coordinazione fra il movimento degli operai e la rottura delle catene di ferro che lo lega al nemico. Queste posizioni non possono quindi affermarsi su un fronte distruttivo di quel tutto che è dominato non dal carattere sociale e proletario delle masse in movimento, ma dal carattere capitalista delle forze sociali che lo dirigono. E l’affermazione di tali posizioni è strettamente legata alla condizione di non affacciare, sia pure di sbieco, la minima realizzazione positiva.
Sì, Marx ha detto nel Manifesto: “In tutte queste lotte (contro l’aristocrazia, frazioni della borghesia, borghesie dei paesi esteri) la borghesia si vede costrette e fare appello al proletariato, a rivendicare il suo aiuto e trascinarlo così nel movimento politico. Sicché la borghesia fornisce ai proletari i rudimenti della sua propria educazione politica, cioè le armi contro sé stessa”. Il riformismo ne ha dedotto che Marx attendeva dalla borghesia che essa offrisse il regalo della rivoluzione comunista.
I rivoluzionari comunisti hanno compreso anche il citato insegnamento di Marx perché sono convinti che tutti i tumulti sociali attuali evolvono non verso la sussistenza del regime attuale, ma verso un corso dal quale si genera contemporaneamente e l’insurrezione del proletariato e la costruzione del partito di classe del proletariato, insurrezione e partito di classe che si preparano nel faticoso lavoro di collegamento delle energie che mantengono fermamente questa divisa: per giungere al momento in cui non vi sarà più posto per nessuna forza nemica occorre distruggere l’opinione che il capitalismo possa tollerare forze nemiche nel suo seno: chi ci entra è stritolato, qualunque sia il grado, l’importanza ed il titolo dell’attuale meccanismo che salvaguarda e perpetua lo sfruttamento dei lavoratori.
* * *
A conclusione dell’esposto fatto nel 1865 al Consiglio dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, Marx propone la risoluzione seguente: I° – Un aumento generale del tasso dei salari determinerebbe un ribasso generale dei profitti, ma non influenzerebbe in definitiva il prezzo delle merci. II° – La tendenza generale della produzione capitalista non è di elevare il salario normale medio, ma di abbassarlo. III° – I sindacati agiscono utilmente in quanto centri di resistenza alle usurpazioni del Capitale, si rivelano in parte inefficaci in seguito all’impiego poco giudizioso che essi fanno della loro forza. Falliscono generalmente allo scopo perché si limitano ad una guerra di scaramuccia contro gli effetti del regime esistente, invece di lavorare nello stesso tempo alla sua trasformazione e di servirsi della loro forza organizzata come di una leva per l’emancipazione definitiva della classe lavoratrice, cioè l’abolizione del salariato.
Rileviamo subito che, per Marx, la parola “giudizio” aveva un senso ben differente da quello impiegato dagli impostori che, in ogni occasione, hanno insegnato ai lavoratori a spaventarsi della sorte della patria, della minaccia della occupazione, del pericolo corso dalla repubblica ecc. Per Marx il “giudizio” consiste nell’impiegare sensatamente la forza dei sindacati allo scopo bene determinato di preparare la rivoluzione comunista.
Potrebbe sembrare che esistesse una contraddizione fra il primo punto, dove è categoricamente affermato che la conseguenza dell’aumento del tasso dei salari non è l’aumento dei prezzi ma la diminuzione del tasso dei profitti, ed il secondo punto dove è affermato altrettanto categoricamente che la tendenza della produzione capitalista va verso la diminuzione dei salari.
La contraddizione sarebbe però soltanto apparente. Nel corso della polemica contro Weston (dalla quale risulta la proposta di risoluzione che abbiamo riportato) Marx combatte l’idea che l’aumento del salario si traduca in un aumento dei prezzi, attenendosi alla concezione, ribadita in tutte le sue opere, secondo la quale le leggi dell’economia capitalista provengono dalla struttura di quest’economia e non vi sono sovrapposte da ragioni extra-economiche, come sarebbe quella della fissazione di un ammontare fisso dei salari che, per la sua invariabilità, si tradurrebbe in una semplice modificazione dell’espressione monetaria del valore, nel senso cioè che una maggiore quantità di moneta ricevuta come salario corrisponderebbe ad una quantità proporzionalmente maggiore di denaro per acquistare la stessa quantità di prodotti. E Marx insiste sul fatto che l’aumento dei salari ottenuto nel settore della produzione degli oggetti di prima necessità, ripercuotendosi nell’aumento dei prezzi delle stesse merci, determinerebbe la diminuzione della loro domanda sul mercato da parte dei consumatori non operai, e creerebbe così una condizione difficile per la loro produzione. D’altra parte i capitalisti che non producono oggetti di prima necessità non potrebbero trovare un qualsiasi compenso alla diminuzione della domanda dei loro prodotti risultante dall’aumento dei prezzi, determinato a sua volta dall’elevazione dei salari.
L’aumento dei prezzi risultante dall’aumento dei salari si rivelava quindi inoperante per gli stessi capitalisti; Marx attribuiva invece la variazione dei prezzi all’evoluzione economica nel suo insieme. Di più (abbiamo mostrato che Rothstein ne dà conferma per quanto concerne i prezzi in Inghilterra.) egli forniva una documentazione suggestiva del parallelismo che si era verificato in circostanze determinate fra l’aumento dei salari e la diminuzione dei prezzi, sempre però mettendo in evidenza che non vi era rapporto fra i due fenomeni.
L’ammissione della teoria del riflesso degli aumenti salariali nell’aumento dei prezzi condurrebbe difilato a negare l’ineluttabilità dello scoppio degli antagonismi della classe capitalista e ad ammetterne anche la natura non antagonica. Infatti se esistesse un limite insormontabile dei salari, esisterebbe altresì la conferma del carattere naturale dell’economia capitalista.
È noto che deviazioni di questo tipo non si sono limitate a Weston nel seno della Prima Internazionale, ma si presentarono anche in Lassalle, il quale, non trovando la possibilità di sfuggire alla legge di ferro che condiziona il salario, negava la lotta sindacale, e si orientava verso le cooperative di produzione civettando con Bismark il quale voleva servirsene per la sua lotta contro la frazione dei progressisti tedeschi, che sognavano un riflesso dello schema della rivoluzione francese nel loro paese. Anche Proudhon, partendo da considerazioni differenti, deviava su questo terreno fondamentale ed invece di presentare l’antagonismo fondamentale sul fronte dell’opposizione capitale-salario, si dirigeva verso antagonismi a tipo moralistico che dovevano condurre alla costruzione di un’altra società nel seno di quella borghese.
Per Marx, il prezzo delle merci risulta dalla legge della domanda e dell’offerta del mercato mentre il salario risulta dalla resistenza che possono opporre i sindacati alla tendenza specifica dell’economia capitalista ad “abbassare il salario normale medio”. Si tratta quindi di due fenomeni distinti e organicamente non associabili.
La situazione attuale può offuscare la visione del problema quale lo vide Marx. In effetti il crescente intervento dello Stato nel campo della fissazione dei salari, nello stesso tempo in cui si assiste al vertiginoso aumento dei prezzi, potrebbe fare giungere alla conclusione che o le agitazioni sociali sono private in principio di ogni significato, o il capitalismo si troverebbe in condizione di poterle tranquillamente sopportare poiché il salario reale sarebbe una quantità costante quale che sia la quantità di moneta in cui esso si esprime.
La realtà è ben diversa, ed occorre non lasciarsi afferrare dall’aspetto esteriore delle cose. Per vedere pienamente confermati i punti di vista di Marx basterebbe considerare che il capitalismo avrebbe trovato la panacea contro le agitazioni sociali: gli basterebbe, di fronte ad ogni domanda di aumento di salario, accettarla e disporre una corrispondente elevazione dei prezzi. Ora, non solamente questo non si verifica, ma il capitalismo va incontro al rischio di vedere interrompersi la sorgente del suo profitto attraverso l’arresto del lavoro piuttosto che concedere gli aumenti salariali.
Indubbiamente l’intervenzionismo statale trionfante in tutti i paesi pone problemi che devono essere analizzati alla luce de nostri principi, ma essi non faranno che confermare le considerazioni che abbiamo riportato sul carattere fondamentalmente antagonico della società borghese. Quale dei due fattori indicati nella citata risoluzione di Marx è chiamato a trionfare nel seno della società capitalista? Quello dell’aumento dei salari o l’altro dell’abbassamento costante del salario medio?
Troviamo la risposta nel III° punto della risoluzione e considerando anche che, se il primo punto solleva una eventualità (l’aumento dei salari), il secondo indica invece una tendenza (abbassamento dei salari).
Ora per spezzare la tendenza dell’economia capitalista non può essere sollevata nessuna eventualità, ma una condizione ed una sola, quella contenuta nel III° punto, dove Marx parla della “abolizione definitiva del salariato”.
Per concludere su questa parte del nostro esposto, ricorderemo alcuni passaggi di due articoli di Engels: l’uno intitolato “Un salario equo per un lavoro equo” (pubblicato nel 1884 in The Labour Standard di Londra); l’altro “La legge del salario” pubblicato nello stesso giornale nel 1880. Dice Engels: “Un salario equo, nelle circostanze normali, è la somma di cui l’operaio ha bisogno per procurarsi, conformemente alle condizioni del suo ambiente e del suo paese, i mezzi che gli permettono di continuare a lavorare ed a riprodursi. Il salario reale può, a causa delle fluttuazioni dell’industria, essere talvolta al disopra, talvolta al disotto di questa media.
Una giornata di lavoro equa è la durata e lo sforzo di lavoro realmente forniti ogni giorno dalla forza di lavoro dell’operaio nel suo insieme, senza ch’egli divenga incapace di fornire l’indomani la stessa quantità di lavoro”. In questa sua caratteristica la società borghese è rimasta di una coerenza inflessibile. Dopo avere indicato che la legge del salario sovradescritta non è invariabile, e che i sindacati possono intervenire per profittare “al di fuori delle grandi crisi” del “margine nei limiti del quale i salari possono essere modificati”, Engels scrive: “Ma la legge del salario non è abolita dalla lotta dei sindacati. Al contrario non si fa allora che applicarla”. E più oltre: “Dunque i sindacati non lottano contro la legge del salario”.
Le posizioni di Marx ed Engels che abbiamo indicato ci pare possano essere condensate in questa formula centrale: l’antagonismo capitale-salario pone la base per la lotta diretta alla distruzione del regime capitalista, ma questa lotta è concepibile unicamente come incastramento di ognuna delle sue fasi verso lo sbocco rivoluzionario.
Nella seconda parte di quest’articolo tratteremo degli aspetti assunti dall’organizzazione sindacale, dei rapporti fra questa ed il partito e del problema dei consigli di fabbrica, così come essi si sono manifestati nelle fasi più importanti del movimento operaio.
[La seconda parte non fu mai pubblicata. N.d.R.]
Sulle "cinque tesi" di Pannekoek
Se l’elaborazione d’un pensiero critico e l’atteggiamento fermo e a volte scanzonato avevano attirato la nostra attenzione e simpatia sul gruppo dei “Tribunisti” olandesi, oggi “comunisti dei consigli”, la lettura delle recenti “cinque tesi” del compagno A. Pannekoek ci fa sentire più forte ed amara la distanza che li separa dalle posizioni originarie di questo gruppo che, se non altro, avevano la suggestione d’una arditezza polemica, pur adombrata da quel leggero afflato d’idealismo proprio, del resto, d’ogni formulazione d’estremismo politico.
Ci pare di scorgere in queste “cinque tesi” la fase conclusiva di tutto un processo involutivo del raggruppamento operaistico olandese, dovuto alla scarsa aderenza alla linea classica del marxismo rivoluzionario e all’insufficiente legame alle lotte e alle esperienze del proletariato. Si aggiunga la constatazione che i movimenti, come quello dei Tribunisti o Comunisti dei Consigli, diminuiscono di potenza d’urto e di prestigio quanto più gli avvenimenti li costringono a fare assegnamento sulla sola loro luce interiore. Si vuol dire con ciò che le possibilità che avevano dimostrato di possedere allorché erano inquadrati nel poderoso complesso dei partiti dell’Internazionale Comunista, si sono ridotte ad entità di scarso rilievo quando, cessato il giostrare tra le idee, le teorie e i programmi, questi movimenti sono stati piegati alla dura bisogna di confrontare col corso degli avvenimenti il loro bagaglio ideologico e critico, e certe loro impostazioni tattiche della lotta del proletariato.
C’è insomma nelle posizioni teoriche, negli stati d’animo e negli atteggiamenti di scuole e di gruppi e di isolati rivoluzionari, in tutti questi frammenti sopravvissuti all’enorme sconquasso abbattutosi sul movimento politico del proletariato internazionale con la vittoria della controrivoluzione in Russia e la seconda guerra imperialista, c’è, dicevamo, una tendenza non più coincidente con la linea tradizionale del marxismo, dacché si tenta di sottrarsi con ripieghi e accorgimenti, di valore puramente subiettivo, alla durezza della sconfitta patita, piuttosto che sottomettere questa stessa sconfitta ad un esame critico al lume delle possibilità obiettive della lotta del proletariato; si preferisce, in una parola, al duro e inesorabile metodo di trarre i motivi e i limiti della lotta proletaria dal di dentro, dalla sua stessa esperienza di classe, un più facile operare all’esterno di questa esperienza per schemi ideali a cui innalzare volta a volta i bisogni e l’azione delle masse, attribuendo loro possibilità e virtù che le masse non hanno mai storicamente dimostrato di possedere in proprio.
Deragliano così dal marxismo tanto i teorici e i politici della spontaneità meccanicistica e del pessimismo attesista, quanto i credenti nella mistica d’un operaismo autosufficiente sul piano della volontà e della concretezza rivoluzionaria. In questa ventata d’iconoclastia contro ogni posizione raggiunta dal moto proletario, contro certi punti fermi acquisiti, e contro le idee divenute cardini della rivoluzione, che pure una recente e spietata verificazione con gli avvenimenti ha reso validi in sede dottrinaria come in sede politica, il gruppo olandese dei Comunisti dei Consigli è forse il solo che appaia tuttora legato agli ormeggi d’una continuità di pensiero, ed è questa considerazione che ci ha spinti ad esaminare da vicino le tesi di Pannekoek. Esse hanno questo di caratteristico; che riuniscono in strana sintesi le due maggiori deviazioni dal marxismo: quella propria dei teorici e politici della spontaneità e l’altra dell’empirico volontarismo di coloro che attribuiscono al fatto organizzativo la virtù taumaturgica di vincere l’opportunismo.
Da un trentennio a questa parte la teoria del boicottaggio del parlamento e dei sindacati reazionari è un po’ il motivo conduttore della polemica che già mise di fronte Lenin ad alcuni gruppi di sinistra dell’Internazionale, non tenendo qui conto di un identico atteggiamento che prima di Lenin e contemporaneamente a lui ha dato e dà tuttora un tratto caratteristico ai seguaci del sindacalismo soreliano e agli anarco-sindacalisti. Si può forse affermare che i termini della polemica accesasi allora tra i bolscevichi da una parte e i tribunisti olandesi e gli operaisti tedeschi dall’altra, e più precisamente tra Lenin e Gorter-Pannekoek, siano gli stessi che ricorrono oggi nella polemica tra noi e i comunisti dei consigli? Non sembra.
Se i compagni olandesi sono rimasti generalmente sulle loro posizioni teoriche e tattiche senza chiedersi se un solo episodio nella grande e dura esperienza fatta in questi anni dal proletariato internazionale abbia dato o no alla loro posizione validità storica, nel senso cioè di sapere se la strada da essi tracciata e perseguita sia veramente la buona, la sola rimasta ai rivoluzionari per andare oltre il capitalismo; noi, ai motivi polemici di Lenin, che è assurdo riprendere oggi quali sono stati formulati nel suo “Estremismo” preferiamo porre innanzi i risultati d’una esperienza che tiene conto criticamente di tutte quelle assommate in questi ultimi decenni dal moto proletario.
E questa esperienza, mentre ammonisce contro i facili estremismi individuali e di scuole che operano ribaltamenti di novanta gradi quando sono posti dagli avvenimenti di fronte alla responsabilità della direzione del partito rivoluzionario, e contro il dilettantismo delle parole d’ordine del boicottaggio quando le masse sono obiettivamente lontanissime dal “sentire” la necessità storica d’una simile azione e viene a mancare con ciò l’organo specifico del boicottaggio, nega altresì consistenza di classe, possibilità di sviluppo tattico e di fermento alla teoria cara a Lenin del parlamentarismo rivoluzionario. Oggi si sottopone ad esame con un senso più realistico ed avvertito anche l’altra affermazione di Lenin di considerare l’attività dei comunisti nei parlamenti. borghesi alla stregua di una sezione di lavoro, e si è portati piuttosto a mettere decisamente l’accento sulla politica della partecipazione a determinate battaglie elettorali. La sezione di lavoro nel parlamento o è sinonimo di disfattismo rivoluzionario o non ha senso, dato che non è concepibile oggi per il partito proletario una normale prassi parlamentare; d’altro canto non sarebbe nell’interesse della lotta rivoluzionaria precludere al partito la possibilità tattica di operare in concreto come forza di disfattismo rivoluzionario alla Liebknecht nei momenti di alta tensione storica e di svolta verso la guerra.
La tattica del duplice schieramento, nel paese e nel parlamento, quale è stata realizzata in Germania all’epoca dei governi di Turingia e di Sassonia, non può condurre in definitiva che ad Hitler, in nessun caso alla conquista rivoluzionaria del potere; essa si è dimostrata così l’arma più valida dell’opportunismo, per cui non si può né si deve consentire di manovrare entro un fortilizio borghese, che tale è il parlamento, nel momento stesso che le masse proletarie premono da ogni parte e lo attaccano frontalmente.
La tattica del duplice schieramento si è dimostrata fin qui la premessa al compromesso e mai è servita d’abbrivo all’azione rivoluzionaria. E perché l’accento va posto sulla partecipazione del partito rivoluzionario a questa o a quella battaglia, in ogni caso tutt’altro che rivoluzionaria, delle elezioni? L’importanza tattica di questa partecipazione va sentita leninisticamente: perché vi partecipano attivamente le masse e vi partecipano sotto la guida dei partiti del tradimento che le controllano e le imprigionano con la suggestione della conquista democratica del potere. E fino a tanto che il capitalismo non sarà sul punto di tirare le cuoia, tale suggestione manterrà un suo intimo motivo di originalità e di forza.
Le masse, da sole, non sono atte a formarsi una coscienza anti-parlamentare, anti-elezionista e anti-maggioritaria, in una parola antidemocratica. E anche quando andranno a battere la testa contro una realtà che sarà la smentita più aperta e sfacciata a tutte le promesse del parlamentarismo e sentiranno il bruciore della beffa elettorale, si potranno avere per reazione stati d’animo di diffidenza e di disgusto e casi individuali di avversione attiva, ma se non vi sarà un azione critica di classe, accorta, costante e persuasiva, del partito proletario, il passato insegna che tutto si ridurrà ancora ad un momento di smarrimento e di inerte disinteresse, più o meno generalizzato, che sarà inevitabilmente risucchiato da un nuova ondata d’euforia parlamentare ed elettoralistica, e così via.
Ai fini della lotta rivoluzionaria si pone il problema di creare la coscienza della frattura di classe nelle masse corrotte dall’ideologia del parlamentarismo democratico per evitare che nella fase dell’attacco rivoluzionario esse siano ancora una volta attratte, attraverso la suggestione d’un ipotetico parlamentarismo rivoluzionario, verso le secche del compromesso.
Ma non si crea la coscienza della frattura se non si è prima operato perché questa sia viva e operante tra le forze fisiche del proletariato, nel quotidiano conflitto dei suoi interessi. E questo non per effetto di una improvvisa illuminazione che gli verrà dall’esterno, dalla potenza esplosiva dell’idea, ma solo in virtù dell’azione che l’avanguardia rivoluzionaria sarà capace di realizzare sul piano dell’aggruppamento delle energie più sensibili e fattive del proletariato e della lotta politica ispirata alle finalità rivoluzionarie della classe.
Si arriverà al boicottaggio del parlamento e dello stesso elezionismo soltanto quando il corso degli avvenimenti avrà storicamente creato il presupposto ad una coscienza traducibile in volontà d’azione boicottatrice. Il boicottaggio, ad esempio, dell’apparato industriale del capitalismo non sarebbe passato alla storia come metodo di lotta se non avesse avuto la pratica possibilità di tradursi in modo più o meno efficace in un azione effettiva contro la macchina. Altrettanto si dica per il boicottaggio contro la guerra come contro le elezioni e il parlamento. È ridursi al dilettantismo e alla tattica dell’impotenza agitare a vuoto parole d’ordine che nessuno o quasi è disposto ad eseguire quando la situazione obiettiva spinge il proletariato nelle braccia dei partiti del compromesso parlamentare.
Non sarebbe stato difficile nel ’19 o ’20 realizzare la politica del boicottaggio quando le masse erano lanciate oltre le istituzioni borghesi per realizzazioni rivoluzionarie, mentre assai difficile è la tattica che consente al partito di risalire lentamente l’ondata di deflusso del moto di classe e arrivare con le masse alla situazione dell’attacco rivoluzionario, a meno che non si voglia far propria la teoria di chi rimane su posizioni di principio in un’attesa inerte, senza cioè operare sulla base delle possibilità obiettive e tornare a operare al fine di preparare i quadri del partito di classe al fuoco della lotta quotidiana.
Chi operasse diversamente dietro gli schemi d’un astensionismo di principio lasciando che le masse, anche le più vive e sensibili, maturino per legge spontanea una loro coscienza astensionista e boicottatrice all’infuori della lotta e della partecipazione attiva anche a certe carnevalate elettorali più dense di dinamismo politico, che sono il prodotto storico della prassi borghese e la cui efficacia è sempre da misurare sul metro della sua rinnovantesi capacità di attrarre a se il proletariato e di piegarlo ai propri fini; chi respingesse questa forma di lotta non per una valutazione politica dell’interesse di classe, ma per un senso di schifo morale e di malinteso estetismo rivoluzionario, si mostrerebbe estraneo al realismo rivoluzionario che deve caratterizzare oggi l’attività d’un partito proletario, costretto a battersi con un avversario che non esita ad alzare la bandiera del socialismo e del comunismo per meglio nascondere dietro di essa l’estrema necessità di difendere il proprio privilegio di classe. E porterebbe inevitabilmente acqua all’“Estremismo” di Lenin.
Soltanto così il partito di classe diverrà l’effettivo organo di guida delle masse nel passaggio dalla fase del parlamentarismo borghese alla dittatura del proletariato, manovrando con le forze della rivoluzione e non col “bavardage” d’un astensionismo degno d’affiancarsi all’altro passato ormai alla storia col nome di cretinismo parlamentare. D’altronde l’astensionismo di principio non si giustifica né si sostanzia col prendere a base della sua analisi critica la constatazione che nella fase del capitalismo monopolistico tutto, dall’economia alle sovrastrutture sociali e politiche, tende alla concentrazione, alla ferrea autorità dall’alto e alla violenza per concluderne che è da considerarsi definitivamente chiusa l’epoca del parlamentarismo e delle lotte elettorali. Viviamo, è vero, l’epoca classica della dittatura, della dittatura borghese nella fase della estrema decadenza del capitalismo e della dittatura del proletariato che è già nelle cose, e va traducendosi lentamente nella coscienza del proletariato come momento essenziale e indispensabile per la costruzione del socialismo. Ma ciò non toglie che il parlamentarismo continui a giocare il suo ruolo nefasto e corruttore intrecciandosi alla dittatura, oppure operando in funzione di questa; e si potrebbe trovare in certi dati obiettivi dello sviluppo ineguale dei vari settori dell’economia capitalistici la ragione della coesistenza dei due metodi di reggimento politico e del loro vicendevole integrarsi.
Se è segno di maturità rivoluzionaria saper sottoporre al vaglio della critica le idee e la condotta pratica di tutto un periodo storico, è dovere della sinistra italiana riesaminare al lume dei più recenti avvenimenti la più appariscente, anche e non la più consistente, delle sue posizioni teoriche e tattiche, quella dell’astensionismo che l’azione poderosa, totalitaria e fortemente concentrata della III Internazionale non ha consentito che si traducesse in una concreta esperienza politica.
C’è infatti un lato forte, ma anche uno debole, nelle tesi sull’astensionismo che la sinistra italiana presentò al II Congresso della Internazionale Comunista. Il lato forte consiste nella posizione assunta di boicottaggio del parlamento e delle elezioni dato che questa tattica era la sola marxisticamente possibile nell’epoca storica della dittatura del proletariato e più particolarmente quando esso è lanciato dagli avvenimenti in una azione che ha come fine immediato la conquista del potere; il lato debole consiste invece nel non aver considerata la tattica del partito della rivoluzione legata alle prospettive di un arretramento delle masse proletarie, di una loro diminuita coscienza unitaria di classe e di una minorata capacità di lotta.
Quando si considera inattuale la tattica dell’attacco frontale, il partito del proletariato deve saper adottare quella della difesa attiva che gli consente di riannodare e sviluppare giorno per giorno, faticosamente, i motivi concreti della sua ripresa. Obiettività vuole però che si debba riconoscere ai comunisti dei consigli, in confronto agli astensionisti in genere, un più spiccato senso di concretezza rivoluzionaria allorché pongono l’organizzazione dei Consigli, o meglio la loro esistenza operante, alla base della politica di boicottaggio del parlamentarismo borghese. Hanno capito, questi compagni, che non si può spostare nel vuoto l’asse dell’azione politica basata sul boicottaggio del parlamento.
Solo che l’organizzazione dei Consigli può concepirsi e realizzarsi non secondo gli schemi ideali e le esigenze tattiche e politiche dei comunisti olandesi, ma sulla linea di sviluppo d’un moto ascendente in vista del potere, imposto alla lotta proletaria dalla svolta rivoluzionaria della presente crisi del capitalismo. Pensare ai Consigli come all’organismo permanente di massa da contrapporre a sindacato reazionario, verso cui confluiscano oggi tutte le agitazioni spontanee degli operai, è pensare idealisticamente, è operare fuori tempo. Eppure è recente l’esperienza dei Consigli, e ben caratterizzati sono i motivi che ne hanno reso possibile l’affermazione è lo sviluppo.
“La rivoluzione di Febbraio e quella di Ottobre dell’anno 1917 portano i Consigli a svilupparsi compiutamente in misura nazionale, quindi alla loro vittoria nel rivolgimento proletario, socialista. E in men di due anni si palesò il carattere internazionale dei Consigli, l’estensione di questa forma di lotta e di organizzazione al movimento operaio di tutto il mondo, la funzione storica dei Consigli, che è quella di essere i becchini, gli eredi, i successori del parlamentarismo borghese, della democrazia borghese in generale” (Lenin).
Se in Germania l’organizzazione dei Consigli non pervenne allora al compimento della sua funzione storica, ha provato però luminosamente che essa è stata possibile perché germogliata sul terreno incandescente della svolta rivoluzionaria e del moto offensivo delle grandi masse operaie. Al contrario, ed ha valore di riprova storica ottenuta per via indiretta, il secondo dopoguerra non ha visto l’apparizione dei Consigli ad onta dell’azione reazionaria condotta apertamente dai sindacati divenuti strumento della politica imperialista. Il nostro partito, è vero, pose all’ordine del giorno il problema dei Consigli nel momento di maggiore fermento tra gli operai di fabbrica, allorché questi, con le armi in pugno, s’illudevano di risolvere i loro interessi di classe e di prendere in mano il loro destino obbedendo alla suggestione nazional-comunista della guerra democratica di liberazione e della distruzione del fascismo da compiersi nel quadrò dello Stato capitalista e senza intaccare il regime della proprietà privata. La montata offensiva delle masse trovò i suoi limiti più che nelle esigenze strategiche della guerra non ancora conclusa, nella condotta apertamente controrivoluzionaria del P.C.I.; e le condizioni obiettive che avevano favorito il ritorno offensivo degli operai, se diedero motivo ad affermazioni di principio come quella dei Consigli, in nessun caso si mostrarono determinanti nel senso della creazione di nuovi organismi della lotta operaia.
Precisata così la fase storica nella quale i consigli possono sorgere e affermarsi, è ovvio che solo quando essi sono una realtà consistente e operante, e generalizzata appare la coscienza del potere proletario, il partito rivoluzionario sentirà di aver l’arma per l’azione concreta di boicottaggio del parlamento borghese. Ma il nostro dissenso con i comunisti dei Consigli si approfondisce allorché l’esame investe il modo del come e del quando dar vita agli organismi di massa, i loro rapporti con i sindacati tradizionali, e la loro costituzionale incapacità ad assumere il ruolo di guida rivoluzionaria che storicamente è proprio del partito di classe.
Sembra strano che proprio nella parte costruttiva delle sue tesi Pannekoek svaghi in una visione avveniristica in cui la lirica sostituisce la dialettica e l’amore della tesi fa dimenticare che la storia delle rivoluzioni è innanzitutto la storia della conoscenza delle possibilità obiettive e dei materiale umano tra loro interdipendenti sul piano dell’azione rivoluzionaria.
Il panorama di questo secondo dopoguerra non dà adito davvero a svolazzi lirici quando si tratta di considerare le condizioni del proletariato internazionale e le stesse possibilità di ripresa della sua lotta. Il capitalismo appare oggi strapotente nel suo tentativo di organizzazione unitaria e mondiale della sua economia, non per aver trovato in sé la capacità di risolvere la sua crisi, ma per aver saputo piegare ancora una volta alla sua politica imperialistica e alla sua guerra le forze del lavoro, manovrando lo stato maggiore dei partiti operai a vasto raggio d’influenza tra le masse. Si è determinata così la paradossale situazione nella quale troviamo le forze attive della politica operaia alla base della guerra e della ricostruzione; i partiti a tradizione operaia sono ormai saldati allo Stato imperialista e i sindacati più ancora degli stessi partiti. E la nota saliente di questo dopoguerra è il dato di fatto da cui bisogna partire per capire e attuare una politica di classe.
Gli operai nella loro stragrande maggioranza credono ancora nel sindacato come tradizionale organismo di difesa dei loro interessi; e una scaltra politica corporativa e una ben mascherata utilizzazione sul piano parlamentare e governativo delle agitazioni sindacali per un salario migliore o contro la disoccupazione, hanno rafforzato in essi questa illusione. E anche quando condizioni particolari li spingono ad agitazioni spontanee ponendoli apertamente contro la direzione dei sindacati, contro la tregua salariale e contro la politica della pace sociale, sono in ultima analisi ancora i Sindacati a entrare nel vivo dell’agitazione e prenderne la guida, col risultato certo e immediato di rimorchiare gli indisciplinati e ricondurli docili e scornati sulla strada del dovere quale è imposto dalla superiore e patriottica necessità della ricostruzione della economia nazionale.
Fino a tanto che gli operai credono in questo sindacato e nei partiti di massa che ne sono i monopolizzatori, dato obiettivo questo che è espresso dalla situazione generale di deflusso del moto operaio, pensare alla creazione del sindacato rivoluzionario è lo stesso che acchiappar nuvole; e in questa condizione la stessa parola d’ordine di distruzione del sindacato è semplice presa di posizione polemica che non va oltre i consueti motivi di propaganda.
Spetta innanzitutto alla crisi insanabile che va spezzando le reni al capitalismo decadente il compito di maturare i motivi che sono alla base della lenta trasformazione della coscienza collettiva delle masse in senso antimperialista; ed è questa la condizione fondamentale, dialettica da cui scaturirà la spinta verso la costruzione di nuovi organismi di massa atti ad assolvere il compito storico di portare sul piano d’azione del partito di classe e dell’attacco rivoluzionario tutte le forze del lavoro.
Non sappiamo quando ciò potrà avvenire, ma sappiamo che avverrà e che questa è la direzione del nostro lavoro quotidiano. Intanto non dobbiamo volgere le spalle alla realtà per quanto dura ed amara essa sia, ma lavorarci dentro, far leva sulla parte migliore per creare fin d’ora, accanto alle premesse ideologiche e politiche, quelle fisiche e là ove è possibile anche organizzative in vista della ripresa del conflitto di classe. Camminare con le forze, seppure scarse, che attualmente esprimono la frattura di classe; ampliare il raggio della loro influenza; balzare con esse alla testa delle agitazioni spontanee; orientarle sul piano della lotta generale e politica del proletariato, significa lavorare col materiale amano e con le modeste possibilità che sono offerte dall’attuale corso storico del capitalismo, significa lavorare sulla linea del marxismo rivoluzionario.
I comunisti dei Consigli sono su questa linea e si sono lasciati trasportare dalla facile euforia costruttiva, architettando una specie di “èlan vital” rivoluzionario che si originerebbe dai moti spontanei delle masse, passerebbe attraverso l’esperienza dei Comitati di sciopero e il loro generalizzarsi in moto unitario, per concludersi nell’epoca dei Consigli. Riteniamo virtù del rivoluzionario saper ciò che in situazioni date è necessario fare; ma guai al rivoluzionario che ignora o finge ignorare ciò che nella stessa situazione non si deve fare. E ciò che non si deve fare oggi è architettare in teoria, a vuoto, per l’evidente impossibilità di poter costruire in concreto.
Certo le agitazioni spontanee delle masse che sono avvenute e avverranno all’infuori e contro la loro stessa direzione sindacale costituiscono un’esperienza nuova e interessante seppure ancora in una fase iniziale e di carattere estremamente episodico. Ma solo se alla loro direzione si porrà un organismo saldamente e fermamente ancorato all’azienda e al sindacato, con forze operaie che siano o no sindacalmente tesserate, e sotto l’azione stimolatrice dei gruppi internazionalisti di fabbrica diretti dal partito di classe, le agitazioni spontanee potranno essere convogliate e potenziate sul piano della lotta rivoluzionaria.
Tuttavia, se i comitati di sciopero si presentano come la resultante di un’intesa temporanea tra i rappresentanti delle varie, e quasi sempre troppo varie e generiche opposizioni sindacali e di raggruppamenti politici inefficienti e inoperanti, quando non legati addirittura alla politica imperialista, come nel caso dei trotzkisti, essi non sono, in definitiva, che espedienti organizzativi a base opportunistica; vivono senza una forte idea direttiva e senza metodo, quasi per forza d’inerzia, la fase ascensionale dell’agitazione e vengono spazzati via dal ritorno brusco della direzione del sindacato reazionario. E ogni esperienza fatta su questa direttiva si chiude generalmente in passivo. Bisogna quindi convenire che i Consigli non saranno in nessun caso la risultante di una somma di esperienze negative.
Noi pensiamo che sarebbe snaturare il compito che la storia delle lotte rivoluzionarie ha affidato ai Consigli il considerarli alla stregua del Sindacato, idonei cioè a riprenderne la normale funzione magari sotto il segno d’una postulazione rivoluzionaria. Nell’ipotesi che l’organizzazione dei Consigli possa nella fase attuale del moto operaio prendere il posto dei sindacati tradizionali, essa non realizzerebbe molto di più e di meglio per la ragione che non è la particolare organizzazione che crea la condizione della lotta rivoluzionaria, ma sarà il modificarsi della situazione obiettiva in senso rivoluzionario che darà all’organizzazione la possibilità di operare e di realizzare sul piano della conquista di classe. Si muoverebbe praticamente tra un astrattismo teorico e una realtà di vita sindacale a breve orizzonte, contingente, rivendicativa, sostanzialmente riformista col solo risultato di screditare nella coscienza del proletariato le possibilità avvenire di un organismo sorto dal crogiuolo delle lotte operaie e pregiudicherebbe seriamente il ruolo affidatogli dalla storia recente delle conquiste rivoluzionarie del proletariato.
Il sindacato, così com’è rappresenta un’esigenza storica e vitale dello Stato imperialista; perciò vivrà per intero l’esistenza di questo Stato, e sarà distrutto con la sua distruzione. Solo allora gli operai saranno in grado di prendere in pugno il loro destino, ma stia sicuro il compagno Pannekoek, che non saranno più così ingenui da trastullarsi con la democrazia aziendale e di fabbrica ma opereranno sul piano della violenza rivoluzionaria perché dallo Stato al Sindacato, dalla chiesa alla fabbrica, tutto, in quanto incrostazione secolare del capitalismo, dovrà passare sotto il rullo compressore della dittatura comunista.
Occupazione e disoccupazione
Il più difficile problema del regime capitalistico, nella sua fase attuale, è quello di realizzare la piena occupazione di tutte le forze atte al lavoro.
È evidente che una società che non riesce a dar lavoro a strati sempre più vasti della popolazione – strati che, trovandosi nell’impossibilità di provvedere agli elementari bisogni dell’esistenza, sono costretti a vivere di elemosine, di espedienti o di impossibili sussidi – espone tutto l’ordine costituito al pericolo di gravi perturbazioni sociali. Alle difficoltà insite nella necessità politica di tener conto di queste stratificazioni sociali, si aggiunge il problema di ottenere in un modo qualsiasi una redistribuzione dei redditi in funzione di questo stato di cose.
La situazione impone allora la creazione di attività inutili, di solito note come lavori pubblici che tendono ad assorbire la mano d’opera esuberante sul mercato, ma che, per il loro carattere e per il modo come sono condotte, non servono che ad occupare e distruggere capitali, anziché a crearne di nuovi.
Ora, la rarefazione dei capitali esistenti o periodicamente creati dall’attività produttiva è un elemento che aggrava la situazione, prolunga nel tempo le condizioni generali di incertezza, impedisce la naturale soluzione del problema consistente nello sviluppo della produzione e del consumo generale.
La situazione del lavoro viene per di più resa difficile dalla minor concorrenza reciproca sul mercato dei capitali…
Ma è proprio l’impossibilità di dilatare il consumo che frena l’aumento della produzione e con essa la capacità di riassorbire la mano d’opera resa esuberante dal progredire della tecnica, dal perfezionamento degli impianti industriali, dal processo dell’accumulazione di capitali.
La società sviluppa attività improduttive, e nella proporzione fra il lavoro applicato ad attività utili e produttive e quello dedito ad attività inutili o improduttive si assiste al continuo aumento della parte di quest’ultimo e con ciò del parassitismo generale, che grava unicamente sul primo. Così il numero di persone che deve in ultima analisi mantenere tutta l’organizzazione sociale diviene sempre più piccolo, mentre cresce il numero delle persone mantenute.
Fra i ceti che vivono alle spalle di chi è dedito ad attività realmente produttive, entrano a far parte persino stratificazioni del proletariato. Si origina allora quella situazione di corporativismo collettivo, di difesa a oltranza delle posizioni costituite, che a un certo punto si traduce in alleanze fra strati operai e strati capitalistici.
Quest’alleanza si esprime politicamente nella tesi cara agli opportunisti che occorre difendere il lavoro delle fabbriche, la piena occupazione, l’attività generale, che bisogna combattere la concorrenza, e via di seguito.
Il problema della massima occupazione operaia non viene mai praticamente risolto dal capitalismo industriale se non mediante un azione specifica che si esplica attraverso il principio che garantisce il salario solo nella misura in cui questo è uguale al prodotto marginale del lavoro. Avviene cioè che il lavoro è offerto all’operaio solo finché la sua occupazione permetta un reddito almeno uguale al suo costo.
Si dice allora che l’occupazione è assicurata fino al limite in cui l’ultimo lavoratore occupato aggiunge alla produzione una quota X, poniamo 10, pari al potere di acquisto del suo salario. Se l’aggiunta di un altro lavoratore riduce l’apporto alla produzione alla quota 9, questa aggiunta viene rifiutata dal datore di lavoro. Se però questi è in condizione di giocare attraverso il meccanismo dei prezzi fino a portare il valore reale del potere d’acquisto del salario alla quota 9, l’incremento dell’occupazione diventa possibile.
Appare allora evidente che l’industriale viene a conseguire un ulteriore utile sui lavoratori precedentemente occupati, per cui a un certo momento lo sviluppo dell’occupazione è un interesse diretto del datore di lavoro, il mezzo per aumentare i suoi profitti, tanto più che la possibilità a lui concessa di sviluppare il giuoco monetario attraverso il meccanismo dell’offerta e dei prezzi non può essere in alcun modo controbattuta dagli strumenti di lotta e di difesa in mano al proletariato e tanto meno dai sindacati opportunisti.
Il problema dell’occupazione operaia e del suo aumento è un problema d’ordine capitalistico e di immediata utilità per il datore di lavoro, finché il movimento operaio rimane ancorato alla lotta per le parvenze economiche e politiche, cioè per la difesa del salario nominale anziché reale o per la difesa del diritto al lavoro. Questo diritto il capitalista è ben disposto a vederlo riconosciuto anche in un articolo della Costituzione, in quanto in sostanza garantisce i suoi utili e i suoi profitti.
Uno dei più illustri economisti borghesi, il Keynes, scrive: “È quindi una fortuna (per i capitalisti: nota nostra) che i lavoratori, per quanto inconsciamente, siano per istinto economisti più razionali di quelli della scuola classica, in quanto oppongono resistenza a riduzioni di salari monetari che non sono mai o quasi mai di carattere generale, anche se l’equivalente reale di tali salari superi attualmente la disutilità marginale dell’occupazione esistente; mentre non oppongono resistenza a riduzioni dei salari reali, che siano connesse con aumenti dell’occupazione complessiva e lascino invariati i relativi salari monetari, salvo quando la riduzione sia spinta tanto innanzi da minacciare una riduzione del salario reale al di sotto della disutilità marginale del volume di occupazione esistente. Ogni associazione di lavoratori opporrà resistenza alla riduzione dei salari monetari, per quanto piccola questa sia: ma a nessuna associazione verrà in mente di mettersi in sciopero ogni qual volta si verifichi un aumento del costo della vita. Quindi esse non creano quell’ostacolo a qualsiasi aumento dell’occupazione complessiva, che è loro attribuito dalla scuola classica”.
I sindacati attuali, per riconoscimento di una delle massime autorità dell’economia borghese moderna, contribuiscono dunque alla soluzione dei problemi più scottanti del momento nel campo industriale e la loro opposizione non va al d là delle apparenze, lasciando completamente libera l’esplicazione del giuoco monetario e di mercato che permette agli industriali di conseguire notevoli e innegabili vantaggi sulla necessità di realizzare la piena occupazione e un maggior sfruttamento delle masse.
Si noti che il problema dell’occupazione industriale e del profitto capitalistico non è in contraddizione con quanto abbiamo detto più sopra a proposito della tendenza moderna a sviluppare il lavoro improduttivo e a gravare sempre sul lavoro produttivo.
Per il capitalista, utile diventa sinonimo di produttivo e utili sono considerati tutti quei processi che permettono di ritrarre dal capitale impiegato il profitto medio. Lastricare dieci volte di seguito nel corso di un anno una grande arteria cittadina è un’attività utilissima per l’impresa che ha questo compito, anche se l’incarico ad essa affidato coi fondi pubblici o comunali non ha altro scopo che di comporre momentaneamente un importante problema sociale.
La diversità fra il concetto di utile e produttivo nella normale accezione capitalistica e quello che è espresso dal senso reale della parola – cioè creazione di un bene o servizio qualsiasi che corrisponda a un bisogno evidentemente sentito – impone di distinguere nettamente fra attività economica capitalistica e attività economica diretta alla soddisfazione dei bisogni.
La società capitalista non riesce a garantire l’occupazione totale in funzione del soddisfacimento dei bisogni generali, e per contro si orienta verso l’occupazione destinata a creare beni, servizi o attività, unicamente suscettibili di procurare un reddito all’industriale che se ne occupa.
Ne segue che parlare di difesa del lavoro, di lotta contro i licenziamenti, di piena occupazione operaia, mantenendo fermo il postulato della permanenza del sistema di produzione basato sul profitto, significa solidarizzare con le esigenze di questo e permettergli di procedere al consolidamento degli interessi costituiti.
La difesa del blocco dei licenziamenti può avere un senso, dal punto di vista rivoluzionario, solo nel caso di un’evidente crisi economica e industriale, in cui il capitalismo si trovi paralizzato nella sua normale attività e debba pertanto cercare di sbarazzarsi di personale inattivo.
In questo caso, può essere utile cercar di mobilitare le masse sul principio che se la società perisce, se l’ordine sociale non riesce a funzionare, se vi sono colpe da scontare, non è il proletariato ma la classe dominante che deve farne le spese.
Nessuna variazione allo stato di fatto che permetta il ritorno ad una normalità capitalista, a una situazione che veda riprendersi e ripetersi con maggior energia lo sfruttamento delle masse proletarie. Se così non si può più andare avanti, si cambi strada, non si colmino le buche e si livellino le asperità.
In questo caso, la parola d’ordine “lotta contro i licenziamenti” contribuisce ad accelerare lo sfacelo dell’ordine costituito, non già a difendere lo stato di fatto.
Può anche avvenire che il capitalismo ponga il problema dei licenziamenti in funzione di una necessità di epurazione politica, o col secondo fine di esercitare il terrore nei confronti degli elementi più audaci e temibili del proletariato; ma anche in questo caso l’opposizione non può essere disgiunta dalla lotta generale contro l’insieme del regime economico e politico; e perciò la resistenza ai licenziamenti assume una funzione di difesa proletaria, non di principio politico da postulare come elemento di un programma di partito.
La disoccupazione è il tormento perenne della società attuale, il funzionamento degli impianti e il lavoro degli operai sono la condizione diretta del conseguimento degli utili capitalistici, per cui si può esser certi che è nell’ordine di idee dello stesso capitalismo di dar lavoro a tutti, e se non vi riesce è per una incapacità specifica del sistema, non per mancanza di “buona volontà”.
Un partito di classe, un partito rivoluzionario, deve saper valutare giustamente queste tendenze e quindi saper sfruttare la situazione in modo da chiarire alle masse la portata di alcune parole d’ordine che talvolta si prestano ad essere utilizzate dalle forze opportunistiche per mantenere il proprio prestigio e la propria influenza sugli operai, e al fine non di muoverli verso la soluzione dei loro definitivi e sostanziali problemi storici, che si riassumono nella necessità di una trasformazione radicale della società, ma per motivi che coincidono con le esigenze interne di questa, e più particolarmente, nel momento attuale, con le manifestazioni del contrasto fra i due massimi imperialismi mondiali.
Elementi di economia marxista Pt.6
Sezione VI
Il salario
Legge generale della plusvalenza
In questo argomento ricordiamo soltanto che l’espressione esatta che designa nella nostra teoria il salario, ossia la somma di denaro versata del capitalista all’operaio per una giornata di lavoro è: prezzo della forza lavoro, ossia valore della forza lavoro. L’economia classica si affanna a cercare il valore del lavoro analogamente a quello di ogni altra merce. Con ciò si cade nell’equivoco di definire come valore della giornata di lavoro il valore trasmesso ai prodotti dell’attività giornaliera del lavoratore. Ora sappiamo che tale valore, corrispondente al consumo della merce „forza lavoro”, è molto superiore al valore di essa (id est: valore d’acquisto, valore di mercato, dunque prezzo di essa forza lavoro).
Invano si cercò di risolvere la contraddizione sfuggendo alla constatazione che vi una parte di lavoro non pagato, col riferirsi alle possibili oscillazioni del prezzo del salario analoghe alle oscillazioni di ogni altro prezzo per effetto della domanda e dell’offerta. Tale legge provoca oscillazioni o scarti in più o in meno rispetto ad una quantità media che è il valore di scambio. Ammesso che l’abbondanza di una merce rispetto al fabbisogno obblighi gli incauti o disgraziati produttori a venderla a prezzo ribassato, tale fenomeno, accompagnato alla riduzione della produzione, oppure il fenomeno inverso, sono fenomeni che riconducono all’equilibrio, ed è appunto la cifra di equilibrio del prezzo che chiamiamo valore e che cerchiamo di spiegare.
Così per la merce forza lavoro e per il salario. Indipendentemente dal giuoco della domanda e della offerta (come indipendente da ulteriori fenomeni da studiarsi più oltre, quale sarebbe la resistenza sindacata operaia e padronale) in regime di equilibrio esso salario è sempre fortemente al disotto della quantità di valore fornito dal lavoro. Invano quindi l’economia classica cerca di far credere che in ogni acquisto sul mercato possa esservi un beneficio (sovrapprezzo) e così occasionalmente nell’acquisto della forza lavoro, restando il plusvalore un prodotto miracoloso del capitale. Sulla scorta di queste direttive generali possono studiarsi le varie forme di salario (paghe orarie o a cottimo), le oscillazioni dei salari da paese a paese e da epoca ad epoca (capitoli XVII-XX).
Legge generale
A conclusione del primo studio sul procedimento della produzione capitalistica svolto negli appunti che precedono, ricorderemo ancora una volta l’espressione della legge fondamentale scoperta da Marx
p/v = s = saggio della plusvalenza = plusvalenza / capitale variabile = plusvalenza / valore della forza lavoro = sopralavoro / lavoro necessario = tempo di lavoro extra / tempo di lavoro necessario
«Ogni aumento di capitale è lavoro rubato».
Sezione VII
L’accumulazione del capitale
Riproduzione del capitale
Il processo capitalistico si realizza in tre fasi: la prima avviene sul mercato, conversione del denaro in merci di produzione e forza lavoro; la seconda è la produzione propriamente detta. La terza, che si svolge anch’essa sul mercato, è la trasformazione dei prodotti ottenuti in denaro. L’insieme di queste fasi, che si ripetono indefinitamente, chiamasi circolazione del capitale (come già parlammo di circolazione delle merci e della circolazione del denaro).
Attraverso questo processo ritorna nelle mani del capitalista il capitale primitivo più un plusvalore. Questo può avere diverse destinazioni. Anzitutto, in dati casi, il capitalista imprenditore deve dividerlo con altri capitalisti, col proprietario fondiario ecc. In secondo luogo il plusvalore può essere o consumato dal capitalista o impiegato di nuovo come capitale.
Per ora si parlerà semplicemente della accumulazione del capitale, ovvero della sua formazione iniziale, della sua conservazione e del suo accrescimento a mezzo di parte del plusvalore. Chiamiamo accumulazione primitiva la prima formazione del capitale; riproduzione semplice la sua conservazione in quantità costante; riproduzione progressiva il suo continuo incremento per l’aggiungersi di parte di plusvalore.
Riproduzione semplice
Supponiamo che il capitalista impieghi come fondo di consumo personale e per la propria famiglia tutto il plusvalore fornitogli ad ogni atto di circolazione, riacquistando mezzi di produzione e forza lavoro sempre nella stessa quantità. Si dice allora che egli vive con la rendita del proprio capitale (benché con la parola rendita si indichi talora il capitale del plusvalore, anche se non tutto viene consumato dal capitalista).
Suol dirsi che il capitalista ha anticipato le spese per la produzione e tra esse il salario che permette agli operai di vivere e di conservare le proprie forze lavoro. Ma la spesa salari o capitale variabile non è che un aspetto storico particolare del cosiddetto fondo di mantenimento del lavoro che in ogni sistema economico assicura il perpetuarsi della produzione. Ciò, pur essendo una necessità sociale, si faceva in forme non ancora capitalistiche, come ad es. dal piccolo contadino o dell’artigiano, il quale ogni giorno lavorava tanto da disporre dei prodotti occorrenti al suo mantenimento. Il capitale, in realtà, avendo separato i lavoratori dai mezzi di produzione, si appropria di tutti i loro prodotti e non solo non anticipa, bensì rende ad essi a ciclo compiuto una parte sola dei prodotti medesimi convertendo l’altra in plusvalore. Quando noi consideriamo la circolazione del capitale nel caso della riproduzione semplice, e quando abbia raggiunto un regime costante, sparisce ogni anticipazione che possa da teorie morali o giuridiche essere accampata come giustificazione del plusvalore.
Certo che se, invece del regime ormai stabilito, consideriamo il periodo iniziale, un’anticipazione di valore deve essere constatata. Questa anticipazione di valore doveva rappresentare lavoro senza plusvalore; si asserisce, quindi, che sia lavoro degli stessi capitalisti in altri tempi. Si può accettare questa spiegazione salvo a discuterla parlando dell’accumulazione primitiva.
Un capitale di 100 lire dia ora ad ogni ciclo un plusvalore di lire 20. Ammesso che le 100 lire rappresentino lavoro del capitalista e suo diritto a consumare altrettanto senza che si parli di plusvalore sorto da lavoro altrui non pagato, ne segue che si spiega come il capitalista possa, ripetendo cinque cicli produttivi, volgere in rendita cinque volte il plusvalore di lire 20. Egli avrebbe allora consumato le primitive sue 100 lire di valore lavoro. Ma dopo tale consumo non solo sussistono ancora le 100 lire di capitale che egli potrebbe consumare a suo capriccio, ma di più queste sono suscettibili di produrre indefinitamente altro plusvalore. Adunque ammesso che le 100 lire siano state effettivamente anticipate una volta come lavoro fornito o consumo risparmiato del capitalista, ciò non spiega come tale anticipo venga ritirato non già una volta sola, ma due, tre, quattro e mille e in teoria infinite volte. Quindi l’anticipazione, in quanto implica una restituzione, non può spiegare il fatto del plusvalore o rendita.
In altri termini la semplice riproduzione, per poco che il capitalista voglia consumare, basta per trasformare presto o tardi qualsiasi capitale anticipato in capitale accumulato. Quindi tutto il capitale è plusvalore capitalizzato, come tutto il plusvalore è lavoro non pagato. Il lavoro iniziale dei membri della classe capitalistica, volendo ammetterlo, è coperto dalle poche prime annualità di rendita (plusvalore volto a consumo). Adunque il meccanismo capitalistico, creatore di plusvalore, non è sorto per il semplice fatto che a taluno è riuscito di lavorare e non consumare. Ben altro è occorso perché la produzione di plusvalore si iniziasse; è occorsa la separazione forzata del lavoratore dai mezzi di produzione e dai prodotti, che lo obbligò a trasformarsi in salariato. La pretesa trasformazione del lavoratore artigiano, vincolato dai mille regolamenti medioevali, in lavoratore libero di contrattare la vendita della sua forza lavoro, significa in realtà una condizione di dominio della classe capitalistica su quella operaia, espressione cui noi diamo un significato materiale in quanto produce una sottrazione materiale di lavoro e di produzione come ogni altra forma storica di appropriazione di sopra lavoro. Nella riproduzione semplice il capitale riproduce se stesso ma, soprattutto, lasciando all’operaio solo quanto basta alla stretta sussistenza, ed escludendolo salvo casi eccezionalissimi dalla possibilità di accumulare, anticipare a sua volta lavoro e valore, esso riproduce ossia conserva e difende (col solo fatto della semplice riproduzione, e col solo rispetto delle leggi statali che garantiscono lo scambio tra privati possessori lasciando teoricamente a tutti uguale diritto) i rapporti sociali di forza propri del regime capitalistico.
Riproduzione progressiva
Se invece di spendere il plusvalore lo si impiega ancora in aggiunta al capitale, si ha un capitale aumentato che darà un plusvalore maggiore. Se per es. si sono anticipati in un ciclo produttivo 250 mila lire di cui 200 mila di capitale costante e 50 mila lire di salari, e se il saggio di plusvalore è del 100% si ricaveranno 50 mila lire di plusvalore e il capitale salirà a 300 mila lire. Impiegandolo in altro ciclo, il capitale variabile sarà di 50 mila lire e di altrettante il nuovo plusvalore. La prossima volta il capitale potrà essere di 350 mila lire e così via.
In generale perciò bisogna domandarsi, passando ad esaminare il quadro totale della produzione, come il plusvalore realizzato in denaro troverà da convertirsi in capitale, dovendo perciò trovarsi sul mercato forze lavoro addizionali e materie prime e strumenti elaborati in altri atti produttivi. Quanto alla prima esigenza abbiamo già visto come il meccanismo capitalistico assicuri la produzione e l’incremento numerico dei lavoratori. Quanto ai prodotti atti a convertirsi in capitale (cioè non destinati né al consumo di capitalisti né alle sussistenze dei lavoratori) occorre che essi figurino in eccedenza nella produzione totale. Consideriamo per chiarezza il periodo di un anno: essa produzione totale relativa deve così comporsi: una parte che ricostituisce intatto il capitale costante (C), una parte che rappresenta sussistenze scambiate contro la somma dei salari o capitale variabile (V), infine il plusvalore (P) o prodotto netto. Di questo una parte va a consumo personale dei capitalisti, un’altra parte, che deve potersi trasformare in capitale, deve essere realizzata materialmente in sussistenze addizionali, in materie prime da lavorare, in strumenti di lavoro e macchine.
Così se le 250 mila lire fossero tutte il capitale mondiale, 200 mila lire di prodotti riformerebbero il capitale constante; 50 mila sarebbero sussistenza (salari). Se delle 50 mila di plusvalore, 10 mila fossero consumate dai capitalisti, 40 mila andrebbero a nuovo capitale, a condizione che del prodotto totale annuo, del valore di 300 mila lire, esistessero materialmente per 30 mila lire di mezzi produttivi, e 10 mila di sussistenze, in più.
Se si domanda donde il capitalista ha tratto le primitive 250 mila lire, si risponde che vengono dal suo lavoro o da quello dei suoi avi. Ammesso ciò per un momento, le cose non cambiano, però, per il capitale addizionale di 40 mila. Esso non è che plusvalore, ossia lavoro non pagato, e le stesse forze di lavoro e i mezzi di produzione in cui si investono le 40 mila, sono prelevati dal prodotto netto, ossia da quanto resta previa restituzione al capitale di tutte le sue anticipazioni, dunque dal plusvalore e dal lavoro tolto senza corrispettivo alla classe operaia.
Siamo venuti alla conclusione che quanto più lavoro non pagato il capitale ha preso tanto più ne prenderà. Ciò sembra contraddire alla legge fondamentale dello scambio tra equivalenti, che esigerebbe la formula opposta: più si è preso più si deve restituire. Inutile notare che la soluzione della contraddizione sta nella scoperta del plusvalore per cui la speciale merce lavoro, scambiata al suo valore, dà a chi la usa un valore superiore.
Ciò spiega perché lo stesso diritto di proprietà regoli l’economia mercantile fino a quando ogni produttore dispone del suo prodotto e lo reca al mercato, e seguita a regolarlo anche dopo il sorgere del capitalismo ha separato il produttore dai suoi prodotti. Sarebbe errore poi credere che la produzione mercantile potesse fare a meno di evolversi in senso capitalistico e che l’appropriazione di plusvalore possa cessare conservandosi il regime mercantile di scambio e di distribuzione (libero commercio).
Ciò perché soltanto a partire dal momento in cui la forza lavoro diviene merce la produzione mercantile diviene dominante nell’economia e ogni ricchezza circola sul mercato. Il diritto della proprietà privata viene ad identificarsi con quello dell’appropriazione capitalistica, non solo in quanto è diritto di proprietà privata sui mezzi di produzione, ma anche in quanto lo è sugli oggetti di consumo. La frase del testo «grande illusione è quella di talune scuole socialiste che si immaginano di poter infrangere il regime del capitale applicando ad esso le eterne leggi della produzione mercantile», avrebbe bisogno di lungo commento, se invece di esporre la teoria e la critica della economia capitalistica si esponessero e discutessero programmi sociali. Il socialismo non è solo la economia in cui i mezzi di produzione da privati diventano collettivi, ma è soprattutto quella in cui tutti i prodotti sono collettivi e collettivamente distribuiti; ogni circolazione con scambi di salari tra privati è abolita e sostituita da un meccanismo distributivo centrale che, parallelamente a quello che distribuisce il lavoro tra i produttori, fa giungere tutti i prodotti al consumatore immediato, a meno che non ne realizzi addirittura la disponibilità illimitata (servizi gratuiti dei trasporti, telefoni, poste, elettricità e via via di tutti gli altri consumi).
Nell’anzidetta frase è implicita la condanna di tutte le scuole corporative, sindacaliste, libertarie preconizzanti associazioni autonome di produttori professionali o locali (corporazioni, sindacato, comune, cooperativa) ed anche di quelli che ammettono un socialismo centralizzato nella produzione ma lasciante sussistere la distribuzione mercantile1.
* * *
La parte di rendita che il capitale consuma gli serve a comprare merci le quali evidentemente sono oggetti di consumo e non mezzi di produzione. L’economia borghese chiama lavoratori improduttivi quelli che hanno prodotto tali merci, lavoratori produttivi quelli che producono merci acquistate come capitale.
Essa ha insistito nel raccomandare al capitalista di consumare poco e di accumulare molto: beninteso per la produzione capitalistica accumulare non significa tesaurizzare denaro e merce, ma investire il valore in capitale cioè in mezzi produttivi. L’economia classica ha sostenuto sempre che carattere dell’accumulazione è il far consumare il prodotto netto (plusvalore) da lavoratori produttivi anziché improduttivi.
È erronea però la tesi di Smith e Ricardo che tutto il prodotto netto destinato ad accumulazione è consumato da lavoratori produttivi. Ciò vorrebbe dire che tutto il plusvalore viene anticipato come spesa salari; abbiamo visto che invece occorre anticiparlo parte come capitale costante e parte come capitale salari. È vero che anche la parte di prodotto netto investita in materie prime corrisponde a prodotti di altre lavorazioni che contengono altra parte di capitale salari; ma allora essi contengono anche altra parte di plusvalore, consumato da altri capitalisti.
Non si può quindi menar per buona ai capitalisti la tesi che «ogni parte di prodotto netto volto a capitale è consumato dai lavoratori».
Né è ancora il caso di tentare di riprodurre il quadro generale della circolazione della ricchezza, problema oltremodo complesso e difficile.
Chiamiamo grandezza dell’accumulazione il rapporto tra le parti di plusvalore accumulato come capitale e quello destinato al consumo del capitalista. D’altra parte l’accumulare parte del plusvalore è una necessità a cui il capitalista non può sottrarsi perché è una necessità dell’istesso capitale in lui personificato e della concorrenza delle aziende rivali. Quindi i primi capitalisti predicavano energicamente l’astinenza da eccessivo consumo personale che ritraesse capitale dell’accumulazione.
Tuttavia, per effetto dell’accumulazione stessa e del cresciuto volume del plusvalore, i capitalisti si permisero di consumare in sempre più larga misura.
Il concetto dell’astinenza fu elevato a teoria pretendendosi di far passare ogni capitale come valore che il capitalista si è astenuto dal consumare, ed ogni accumulazione come prodotto dell’astinenza capitalistica. Per rispondere a questa obiezione che vorrebbe dimostrare necessaria l’esistenza del capitalista se si vuole ottenere l’incremento della ricchezza sociale, si mostra anzitutto storicamente che società precapitalistiche presentavano la riproduzione semplice e anche quella allargata senza che vi fosse plusvalore capitalistico, ed accumulazione di capitale, come nelle Indie ove i contadini erano piccoli proprietari autonomi versanti un annuo tributo ai signori locali.
Anche in una economia di questo genere una parte del prodotto è volta a nuove e maggiori produzioni, senza che intervenga il capitalista ad astenersi dal mangiarla.
Tale ragionamento si completa (anche quando ciò nel testo non è esplicito) con la conclusione: si potrà benissimo destinare parte del prodotto sociale (per fissare le idee, poniamo il 20%) a mezzi di produzione addizionali, senza alcun bisogno di attribuirne una quantità assai superiore (poniamo il 40%) al capitalista, perché questi abbia a farsi il merito di essersi astenuto da consumare la parte primitiva, pur consumando liberamente la differenza.
Variazioni di grandezza dell’accumulazione
Ammesso che una aliquota sempre costante di plusvalore venga consumata, ed il resto capitalizzata, (ad es. il 20% e l’80% rispettivamente) la quantità del capitale accumulato dipenderà dalla quantità o massa di plusvalore. Influiscono quindi sulla quantità dell’accumulazione le stesse cause che influiscono sulla quantità del plusvalore. Queste cause sono già state esaminate. Sempre a parità del valore di denaro ecc. esse sono:
a) Grado di sfruttamento della forza operaia ovvero saggio di plusvalore, ovvero rapporto tra pluslavoro e lavoro necessario. Osserviamo a tal proposito che qualora il capitalista riesca a prolungare il pluslavoro (diminuendo il salario o prolungando la giornata) egli non sarà obbligato, per accrescere la forza lavoro adoperata, ad accrescere contemporaneamente il capitale costante, come avverrebbe se senza poter modificare il pluslavoro ingaggiasse nuovi operai alle stesse condizioni dei vecchi. Quindi tutto l’aumento di capitale genererà aumento di prodotto netto, di plusvalore, di accumulazione.
Se lo sfruttamento del lavoro avesse inizio nelle industrie estrattive e minerarie, che non abbisognano di materie prime, l’intensificato sfruttamento della forza lavoro fornirà maggiore slancio all’accumulazione. Nell’agricoltura l’effetto è quasi analogo, a parte la necessità di investire capitale in concimi, oggi d’altronde forniti da industrie estrattive o chimiche. Infine nelle manifatture e nelle fabbriche l’aumento della spesa in lavoro non presuppone, quando derivi da aumentato pluslavoro, aumento di capitale costante per impianti, ma solo per acquisto di materie prime, e se queste provengono dall’aumentato margine di prodotto netto delle industrie estrattive e dell’agricoltura avremo come risultato finale un impulso poderoso dell’accumulazione.
b) Produttività del lavoro – L’aumento di produttività del lavoro arreca come abbiamo mostrato, se anche non cambi la giornata di lavoro, un amento di plusvalore. Inoltre, sebbene il valore totale del prodotto non muti, varia la sua quantità materiale sicché alla stessa cifra di denaro corrisponde più valore d’uso e soddisfazione di maggiori bisogni. Quindi da un lato abbiamo che cresciuto il plusvalore cresce l’accumulazione, dall’altro una rendita minore può soddisfare gli stessi bisogni del capitalista; quindi questi può accrescere la percentuale di capitalizzazione. Il nuovo capitale accumulato nominalmente conserva lo stesso valore, ma rappresenta maggiore massa di prodotti, siano essi materie prime o strumenti o sussistenze destinate a compensare il lavoratore. Di qui maggiore potenza accumulatrice di questo capitale.
Chiamando capitale addizionale quello derivato dal plusvalore, abbiamo che per i progresso scientifici e tecnici la parte di esso investita in strumenti di lavoro (impianti, macchine) si concreta in tipi più efficienti di quelli corrispondenti all’antico capitale. Questo rimane con ciò deprezzato, ma poiché occorre periodicamente rinnovarlo e tale anticipazione è già prevista in tutte le nostre deduzioni e calcoli, esso viene ben presto rinnovato.
Meno sensibile ancora è tale fenomeno per le materie prime, il cui consumo e rinnovamento è annuale se provengono dell’agricoltura, e mediamente molto più rapido se vengono dall’industria. La chimica scoprendo sempre nuove materie utili, talune delle quali erano rifiuti o non valori, le trasforma in elementi addizionali per l’accumulazione. A misura quindi che la potenza del lavoro favorisce una accelerata accumulazione, essa conserva e ravviva un primitivo valore capitale. Tale proprietà, inerente al lavoro umano socialmente diviso ed alle conquiste della scienza, presentasi falsamente come un attributo del capitale che ne giustifichi la incessante appropriazione di pluslavoro2.
c) Rapporto tra il consumo del capitale impianti e la sua importanza – È chiaro che il capitale investito in impianti (fabbriche, strade, ponti, ferrovie, macchine, navi, miglioramenti fondiari, canali, impianti elettrici ecc. ecc.) aumenta continuamente, mentre tende a diminuire la produzione di esso che si consuma poniamo in un anno. Quel valore enorme, mantenuto con sforzi relativamente lievi, equivale ad un servizio gratuito fornito dal lavoro delle generazioni passate. Mentre il senso di questo processo dovrebbe far intravedere la tendenza alla soddisfazione di tutti i bisogni con un minimo di lavoro sociale, tale contributo viene dall’economia ufficiale attribuito non al lavoro passato ma al capitale attuale per cui il plusvalore (profitto o interesse) apparirebbe come compenso non più dell’astinenza, ma del lavoro di altri tempi. È chiaro invece che tutti questi processi d’incremento della ricchezza collettiva non sono condizionati ma anzi, a partire da una data epoca storica che stiamo vivendo, gravemente intralciati dal sistema capitalistico.
d) Grandezza del capitale anticipato – Altra causa che influisce sull’accumulazione a parità di saggio del plusvalore, è la quantità del capitale anticipato che determina corrispondente plusvalore ed accumulazione.
Tutte queste cause di accumulazione non agiscono dunque in modo uniforme ma con ritmo crescente ed accelerato (analogamente al crescere degli interessi composti). La linea che può dare un diagramma della intensità del capitalismo non è una retta ma una curva che piega sempre più verso l’alto fino a tendere alla direzione verticale. Ciò dà una idea del fatto che il capitalismo non può avere durata indefinita ma corre con ritmo accelerato alla sua fine.
Teoria del preteso fondo dei salari
Taluni economisti borghesi pretendevano che, sebbene la massa totale del capitale varii aumentando continuamente, la frazione di esso che si investe in sussistenza dei lavoratori resti costante, essendovi un limite quasi naturale (!) per cui malgrado il loro sforzo i lavoratori non possono che contendersi tra loro questo totale. Tale teoria non merita alcuna critica essendo senz’altro smentita dagli stessi dati di fatto del sistema capitalistico.
Note
Force, Violence, and Dictatorship in the Class Struggle Pt. 6
Postscript
The work Force, Violence, and Dictatorship in the Class Struggle, which we have published in five parts, dealt with the question of the use of force in social relationships and the characteristics of the revolutionary dictatorship according to the correct Marxist interpretation. It intentionally did not dwell on the issue of class and party organization. However, in the final part of the discussion on the causes of the degeneration of the dictatorship, we were led straight to this point since many people have attributed such degeneration to errors in internal organization and to the violation of a democratic and elective process within both the party and the other class organizations.
In refuting this thesis, however, we have neglected to mention an important polemic which took place in the Communist International in 1925‑26 on the subject of changing the organizational base of the Communist Party to factory cells or factory nuclei. The Italian Left was practically alone in resolutely opposing this change and in insisting that the organizational base must remain territorial.
This position was exhaustively expounded at the time, however the central point was this: the organic function of the party, a function which no other organization can fulfil, is to lead the struggle from the level of the individual economic struggle on the local and trade basis to the united, general proletarian class struggle which is social and political. Such a task, consequently, cannot be seriously undertaken by an organizational unit which includes only workers of the same trade or concern. This milieu will only be receptive to narrow trade interests, the central directives of the party will seem as something coming from above, something foreign, and the party officials will never meet with the rank and file on an equal footing and in a certain sense they will no longer belong to the party since they are not employed by a concern.
Territorial groups by nature, however, place workers of every trade and workers employed by different employers on the same level, as well as the other militants from social strata which are not strictly proletarian – and the party openly accepts the latter as rank and file members, and initially only as rank and file members, if necessary keeping them in quarantine for some time before calling them, if such a thing is warranted, to organizational positions.
It had been claimed that the factory cell would provide a closer link between the party organization and the great masses. However we demonstrated at the time that the concept of factory cells contained the same opportunist and demagogic defects as right‑wing workerism and Labourism and counterposed the party officials to the rank and file, in an out-and-out caricature of Lenin’s conception of professional revolutionaries.
The Left replaced the idiotic majoritary criterion, which is copied after bourgeois democracy, with a higher, dialectical criterion which hinges everything on the solid link of both the rank and file militants and the leadership to the strict and obligatory continuity of theory, program and tactics. It rejected any idea of demagogically wooing those wide layers of the masses which are so easily manoeuvrable. The Left’s conception of the organization of the party is, in reality, the only one which can provide protection against the bureaucratic degeneration of the leading strata of the party and against the overpowering of the party’s rank and file by such leadership, both of which lead to a situation where the enemy class gains a devastating influence.
Il destino del piano Monnet
In una rapida rassegna critica sul Piano Monnet (Prometeo n. 6) avevamo dimostrato come questo piano di riattrezzatura e potenziamento dell’apparato economico francese si sarebbe tradotto in un intensificato ritmo di sfruttamento dell’operaio e in una riduzione dei consumi a profitto di uno sviluppo intensivo della produzione di beni capitali. In realtà, il piano non perseguiva l’obiettivo di un miglioramento della situazione economica delle grandi masse, ma quello di uno sviluppo del potenziale economico nazionale a sostegno della “politica di grandezza francese” auspicata tanto dalla destra borghese di De Gaulle quanto dalla sinistra borghese di Thorez.
Gli obiettivi sono stati, per quanto riguarda lo sfruttamento della forza-lavoro, pienamente raggiunti. La settimana lavorativa ha potuto essere aumentata senza provocare sensibili turbamenti sociali; i salari, pur non potendo essere rigidamente bloccati, hanno seguito solo da lontano il moto ascendente dei prezzi (rallentato, ma non interrotto dalla politica governativa di controllo); i provvedimenti finanziari del governo Schuman hanno largamente tosato i risparmi e le disponibilità liquide delle masse operaie e soprattutto contadine, accrescendo nello stesso tempo il carico fiscale; la produzione di beni capitali è ulteriormente aumentata uscendo dall’angolo morto delle difficoltà di approvvigionamento di energia e di mezzi di trasporto. Ad un peggioramento delle condizioni di vita delle masse ha fatto da contrappeso l’aumento complessivo della produzione.
Il Rapporto sul semestre 1947 documenta che quasi tutti i rami industriali hanno realizzato il programma fissato dal Piano: l’hanno superato la produzione di energia elettrica, di autocarri, di perfosfati, di concimi chimici, di carta. In complesso, la produzione industriale ha toccato il 98,2% della produzione anteguerra contro il 42%del 1945 e il 74 del 1946, e la disponibilità di beni e servizi è salita a 416 miliardi di franchi contro i 433 del 1938.
Ma, mentre i beni capitali disponibili avevano raggiunto l’indice 120 superando dunque il livello prebellico, i beni di consumo erano appena a 90 e la produzione agricola a 82. Anche il consumo era aumentato, ma solo per i beni strumentali, il che significa che le disponibilità monetarie affluivano in misura crescente verso gli investimenti, non si orientavano verso il consumo diretto. Il Commissariato del Piano stimava i nuovi investimenti a 29 miliardi di franchi contro i 19 del 1946 e gli 8 del 1938: ed è d’altra parte caratteristico che, nel settore delle industrie-chiave, gli investimenti siano risultati superiori al previsto, mentre negli altri rami, che toccano più direttamente l’approvvigionamento delle grandi masse (agricoltura, edilizia, trasporti, commercio, servizi pubblici), non avevano raggiunto neppure le cifre preventivate. (È ben vero che l’aumento dei prezzi nel corso dell’anno fa sì che le cifre complessive degli investimenti risultino in realtà più basse delle previsioni, ma il rapporto non cambia nel senso che si è preferito orientare comunque i capitali verso gli investimenti nelle industrie-chiave che in altri rami dell’economia nazionale).
Ma, rilevati questi aspetti dell’orientamento della economia francese e trattane nuova conferma a quanto precedentemente avevamo sostenuto, mette conto di sottolineare un nuovo e non meno suggestivo aspetto di questo che partiti della “democrazia progressiva” salutarono ai tempi come un piano destinato a rinnovare la struttura fondamentale della società francese e a porre su nuove basi l’edificio della sicurezza e del prestigio politico della Francia. È successo questo: che il finanziamento del piano di ricostruzione è avvenuto, fino a tutto il 1947, non già, come prevedevano i suoi ideatori, attraverso il ricorso al mercato dei capitali (dimostratosi estremamente prudente e sospettoso, contribuendo per una percentuale esigua agli investimenti) ma attraverso l’emissione di carta moneta o, in altre parole, con metodi inflazionistici. Secondo i calcoli ufficiali del Commissariato per il Piano l’istituto di emissione ha contribuito nel 1947 per non meno di 180 miliardi alla copertura delle spese pubbliche e degli investimenti (in complesso 460 miliardi), provvedendosi per il resto a crediti bancari e ai normali metodi di autofinanziamento. Il finanziamento del piano si è risolto così in un ulteriore incremento della spirale inflazionistica con gravissimo danno dell’economia francese in generale e riflessi negativi sulle possibilità di regolare attuazione del piano in particolare. Alla fine del 1947, il destino del piano sembrava segnato, e ci si poteva chiedere se, anche mettendo in conto i provvedimenti governativi per il risanamento delle finanze dello Stato e della moneta, si sarebbe potuto continuare a parlare del “Piano Monnet” come di un piano a lungo respiro per la conquista di un reale equilibrio dell’economia francese. La “salvezza” è venuta dal piano Marshall, dalla prospettiva cioè di un ingente afflusso di capitali esteri rappresentati sia da prestiti, sia e soprattutto dal controvalore in franchi delle forniture americane (controvalore previsto in circa 200 miliardi annui, pari ai due terzi degli investimenti annui). D’altro canto, il governo americano riconosceva nel Piano Monnet un elemento essenziale della ricostruzione francese ai fini della ricostruzione europea e lo inseriva come un particolare ingranaggio nel meccanismo generale dell’E.R.P. Così, nato come piano di ricostruzione nazionale con ambiziose finalità politiche nel quadro della “politica di grandezza”, il Piano Monnet, sia per le difficoltà interne del suo finanziamento, sia per l’evolversi della situazione internazionale, finiva per divenire il più efficace strumento per l’inserimento dell’economia, e quindi della politica francese, nell’organizzazione politica ed economica del dominio nord-americano sul mondo. È il destino di tutti i paesi usciti dalla guerra in condizioni di inferiorità assoluta di fronte ai grandi centri produttivi dell’America e della Russia: e l’ironia della situazione francese sta solo nel fatto che l’integrazione nel dispositivo mondiale americano sia avvenuta proprio attraverso il canale di un piano elaborato e posto in esecuzione in vista di una politica nazionale di grandezza.
Il Piano Monnet ha cessato di essere un piano francese per divenire uno dei piani secondari e gerarchicamente coordinati di un sistema che ha il suo perno e i suoi obiettivi fuori di Francia. Sennonché, è evidente che, “salvato” nelle sue stesse possibilità di realizzazione – giacché proprio di questo si tratta: o inserirsi nel meccanismo della politica americana degli “aiuti” o arenarsi, e arenare il faticoso processo della ricostruzione nazionale – il Piano Monnet non potrà più conservare la sua fisionomia originaria, ma sarà costretto a rivedere tutti gli elementi sul cui intreccio si era in origine basato, obbedire a esigenze nuove, integrarsi in un piano più vasto, sviluppare alcuni dei suoi settori e smantellarne altri, perdere insomma il suo equilibrio iniziale.
Il riflesso più immediato si avrà, naturalmente, nella politica finanziaria, essendo, com’è noto, uno dei presupposti fondamentali dell’applicazione dell’E.R.P. l’avviamento alla stabilizzazione monetaria dei diversi paesi aderenti, in ordine agli obiettivi generali di attuazione del piano Marshall. Ciò significherà non soltanto un’ulteriore limitazione dell’autonomia economica e politica della Francia, ma una revisione generale di tutti gli elementi di calcolo sui quali era costruito il Piano Monnet. E si dovrà ricominciare da capo.
In Francia, come in tutti i paesi occidentali, il capitalismo si salva alla sola condizione di vendere la propria gelosa indipendenza a Zio Sam: le lacrime di coccodrillo di De Gaulle e di Thoreznon cambiano nulla a questa realtà di fatto. Il Piano Monnet starà in piedi solo perché avrà cessato di essere sé stesso.
Letture
The New International, Marzo e Aprile 1948
Chi si diletti di studiare le perplessità e le ambasce dei trotzkisti di fronte agli avvenimenti più clamorosi della storia più recente, legga questi due numeri della rivista dell’ala dissidente americana di Shachtman, interamente dedicati al colpo di stato staliniano in Cecoslovacchia e in particolare un articolo di H. Draper: Il triangolo delle forze.
I trotzkisti, da due anni a questa parte, lanciano a ripetizione lo slogan: «Governo socialista e comunista!», nell’illusione che l’andata al governo dei partiti di massa sotto la spinta di un «moto popolare» crei le premesse di una situazione di sommovimento e di commozione sociale in cui inserirsi, nuovissimi «dei ex machina» con la parola d’ordine finale della rivoluzione proletaria. Senonché, la crisi cecoslovacca ha posto a questi casisti della preparazione tattica della conquista rivoluzionaria del potere un amletico problema: abbiamo un governo comunista che ha bensì liquidato le vecchie formazioni borghesi cecoslovacche, ma non è stato accompagnato dal tanto sospirato entusiasmo rivoluzionario delle masse operaie e contadine e, quel che è peggio, ha – contrariamente alle previsioni del programma tattico transitorio – consolidato una situazione di stasi politica e sociale. Non accadrà altrettanto in qualsiasi altro caso di assunzione di «socialisti e comunisti» al governo?
E d’altra parte (qui la casistica raggiunge il vertice del parossismo) se «i comunisti» di Gottwald hanno, da una parte, frantumato le vecchie formazioni politiche borghesi e, dall’altra, messo la camicia di forza al proletariato ceco invece di lasciarlo sbrigliarsi in un autentico «moto popolare», che cosa diavolo è questo stalinismo? Un movimento borghese no, perché liquida senza tanti complimenti i borghesi; un movimento proletario neppure, perché conquista il potere con una rivolta di palazzo: non c’è che una conclusione da trarne, lo stalinismo è una forza politica e sociale nello stesso tempo… anticapitalista e antiproletaria. Così, lungo la via crucis del loro intermedismo, i trotzkisti raggiungono, da una parte, i teorici della «Terza Forza» che passeranno, com’è noto, alla storia per aver introdotto nell’antitesi marxista capitalismo-socialismo un terzo termine, il «totalitarismo», e, dall’altra, il deprecatissimo Burnham della «rivoluzione dei tecnici» per il quale la Russia non è né capitalismo né socialismo ma qualcosa di nuovo, e le classi sociali, da Marx ridotte in ultima istanza a due sole, si arricchiscono di una prepotente sorella minore, la burocrazia del capitalismo di stato sovietico. E, nell’un caso e nell’altro, finiscono nel più complicato pasticcio revisionista.
Che è la fine di tutti coloro che camminano sui trampoli dei «programmi transitori».
Left Wing – Maggio 1948
I gruppi di opposizione comunista staccatisi in America dallo stalinismo e passati per la quarantena del trotzkismo sono in un processo di continuo logorio e disfacimento per l’incapacità di trovare un ubi consistam sulla via maestra del marxismo.
Comune a tutti questi gruppi e gruppetti a germinazione e scissione continua è la reazione – frutto più di esperienze negative che di un reale superamento ideologico – alle contorsioni tattiche dell’intermedismo trotzkista: comune a tutti è l’ambizione di costituire il «partito rivoluzionario di classe» partendo da premesse eclettiche o da un minimo di posizioni critiche non inquadrate in una concezione generale della natura e dei compiti del Partito. Left Wing non sfugge alla regola: è il portavoce di un gruppo variopinto di oppositori provenienti chi dal laburismo, chi dallo stalinismo, chi dal trotzkismo, e raggruppati, a voler dar retta alla dichiarazione programmatica («Why Left Wing», Perchè Ala Sinistra?), intorno ad una prima «conquista» ideologica: l’impossibilità di istituire un’antitesi fra democrazia e fascismo, e il riconoscimento che la tattica trotzkista della difesa della democrazia contro un eventuale pericolo reazionario è proprio la premessa maggiore del trionfo di qualunque movimento fascista. È ovvio che quando si parte da questa premessa, non centrale ma derivata, non si costruisce nulla: e infatti, quando C. Allen, dopo aver passato sotto il vaglio della critica il riformismo laburista e staliniano e la concezione antipartito dei sognatori di una democrazia operaia aziendale pura, si pone il problema del partito di classe, la più spaventosa delle confusioni si genera: il partito è bensì riconosciuto come la spina dorsale della rivoluzione proletaria, ma la soluzione del problema della dittatura del proletariato non la si cerca nella dinamica dei rapporti fra partito e classe ma nell’ideazione di un sistema perfetto di organismi elettivi collegati gli uni agli altri e destinati a garantire il massimo di «democrazia operaia».
«La quarta strategia (quella appunto propugnata dall’autore) è per l’organizzazione di un partito politico della classe operaia che faccia dei luoghi di produzione il centro del suo programma strategico, che riconosca nei luoghi di produzione la sede effettiva del potere e la base reale del futuro stato operaio come i capitalisti contrapposero il suffragio territoriale alle antiche forme feudali, così la classe operaia contrapporrà il suffragio per industrie alle forme territoriali»: tutto questo dopo di aver demolito nella pagina precedente la tattica della conquista proletaria delle aziende senza conquista preventiva del potere politico e senza direzione centralizzata degli impulsi rivoluzionari delle masse e della gestione dei fattori produttivi.
Inizia male chi, propostosi di costruire il partito della rivoluzione, comincia col fare della rivoluzione l’atto di sostituzione di un metodo giuridico di suffragio all’altro!
Southern Advocate for Workers’ Councils, Aprile 1948
Avevamo parlato di questa rivista australiana quando era ancora il «Southern Socialist International Digest» – una palestra piuttosto eclettica di gruppi di opposizione comunista e prima che assumesse la veste attuale di portavoce delle correnti operaiste, in particolare del gruppo olandese «Spartakus», di cui il numero al quale ci riferiamo riporta il programma e, come inserto, un opuscolo sui Consigli Operai scritto nel 1941-42 durante l’occupazione tedesca dell’Olanda.
Questa pubblicazione di documenti ufficiali del movimento olandese dei Consigli, richiamantesi più o meno direttamente alle concezioni di Hermann Gorter e di Anton Pannekoek, permette di situare storicamente il problema di certi gruppi di opposizione radicati in una tradizione rivoluzionaria e in un insieme di posizioni ideologiche, che hanno almeno il titolo storico della omogeneità e della coerenza.
Abbiamo sempre giudicato l’ideologia dei Consigli come un’interpretazione idealistica e volontaristica del marxismo. I tribunisti olandesi, come gli uomini del Partito Operaio Comunista Tedesco, hanno al loro attivo da lotta condotta da più di vent’anni contro la degenerazione dell’Internazionale Comunista e della Russia proletaria, la costante riaffermazione del carattere internazionalista del movimento operaio, la tenace difesa di queste posizioni prima e nel corso della seconda guerra mondiale, il rifiuto di ogni forma di collaborazione di classe, la denuncia del contenuto controrivoluzionario della parola d’ordine della nazionalizzazione e l’analisi dell’evoluzione in senso totalitario del capitalismo imperialista: ma si direbbe che la storia delle sconfitte proletarie e, in particolare, il fallimento della rivoluzione russa abbiano esasperato il fondo volontaristico, democratico, anarchicheggiante di una ideologia che già nel ’18-21 si era contrapposta all’impostazione programmatica e tattica della III Internazionale. L’opposizione spartachista alle forme più avanzate dell’evoluzione capitalistica – totalitarismo, capitalismo di Stato, nazionalizzazioni ecc. – e a quella particolare sua filiazione che è il regime russo nato dalla degenerazione della rivoluzione di ottobre non nasce infatti da una analisi della struttura interna del regime di produzione, dei rapporti di forza fra le classi che in esso si sono stabiliti ecc., ma da una postulazione di ordine generale e permanente: la rivendicazione della libertà e della democrazia contro regimi spietatamente accentratori, monopolistici e totalitari. Alla concezione materialistica del socialismo come regime di produzione fondato sull’abolizione del profitto, sulla gestione collettiva dei mezzi di produzione e sulla soddisfazione dei bisogni umani, i comunisti di Spartaco sostituiscono la versione idealistica – non molto dissimile da quella degli anarchici – del controllo democratico dei fattori produttivi da parte della classe operaia. All’interpretazione marxista della parabola degenerativa della rivoluzione russa come prodotto storico della dinamica dei rapporti di forza tra le classi in una determinata fase dello sviluppo internazionale della lotta fra proletariato e borghesia, essi sostituiscono l’interpretazione idealistica di una sua derivazione causale dalla legge immutabile ed eterna che potere significa dominazione, e la dominazione porta al privilegio, alla formazione di nuove classi e allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo da cui deriva la negazione del partito e una concezione della dittatura del proletariato che, escludendo il partito ed escludendo lo Stato, dissolve essa dittatura – esattamente come nel pensiero anarchico – nell’avvenuta realizzazione della società senza classi.
Dunque, niente partito come arma di guida del proletariato nella preparazione e realizzazione dell’assalto rivoluzionario al potere. Sul Partito grava, per i comunisti dello «Spartakusbund» una specie di peccato originale che lo condanna irrevocabilmente alla degenerazione, alla sete di potere, allo schiavismo – peccato originale da cui sarebbero invece per vocazione ultrastorica esenti le masse e, in esse, gli individui -: «nessun partito, nessun comando può portare emancipazione; solo la massa della classe lavoratrice lo può. A questo fine si richiedono una più ampia conoscenza e una coscienza più matura da parte dei lavoratori, maturità che è data dall’esperienza pratica delle masse. Il compito del Movimento di Spartaco è solo di dare aiuto e chiarificazione, consigli e orientamento». Non dunque organo di direzione della lotta proletaria, ma ufficio-informazioni e assistenza: questo è la Lega di Spartaco. E non vale la considerazione marxista che le masse lavoratrici nella loro immediatezza e generalità, per il fatto stesso che subiscono lo sfruttamento economico della classe avversa, ne riflettono anche le ideologie e, come non riescono ad emanciparsi sul terreno dei rapporti di dipendenza economica, così non si emancipano sul terreno della coscienza finché non siano capovolte le basi del regime di produzione e di distribuzione. Nelle masse, per i comunisti dei Consigli, è immanente una coscienza intemporale dei loro interessi ultimi o, se non c’è, vi supplisce… l’esperienza bruta, aleatoria, non organizzata.
Niente partito e niente Stato dopo la distruzione del regime capitalista: «le varie tendenze e i diversi orientamenti della democrazia operaia discuteranno in congressi democraticamente eletti tutte le questioni e prenderanno decisioni in rapporto alla loro forza relativa. La minoranza accetterà il dominio della maggioranza, pur conservando piena libertà di critica». E via di questo passo sulla via del più rancido «democratismo-puro».
Che cosa sostituisce Spartaco al partito? I Consigli operai. Ma, anche qui, la scelta è determinata unicamente da criteri idealistici e di pura democrazia. Altri, constatato che le organizzazioni sindacali sono oggi preda dello Stato e strumenti dell’imperialismo, potrà pensar di trovare nei Consigli operai, in una fase d’incandescenza della lotta sociale, la più efficace leva di mobilitazione delle masse (non entriamo nel merito della questione): ma, per i teorici dello Spartakus, i Consigli sono in sé e per sé, in qualunque momento storico, la organizzazione tipica della battaglia rivoluzionaria del proletariato per il solo fatto di esprimere la più pura, incontaminata e diretta delle democrazie (anche in regime capitalistico, si badi!): perché «a) sono eletti direttamente dagli operai sul posto di lavoro; b) sono controllati e soggetti a revoca in ogni momento dalle masse che li eleggono; c) comprendono tutti gli operai senza distinzione di età, sesso, credo o affiliazione politica, e siano essi membri o no delle organizzazioni sindacali; d) si estendono ben oltre gli scopi dell’organizzazione sindacale; e) non spezzettano gli operai in diverse categorie professionali, ma li uniscono in una nuova organizzazione di massa; f) non tollereranno mai una burocrazia in cui i delegati cessino di essere operai o ricevano più del salario normale dell’operaio per l’espletamento dei loro compiti» (Programma del Gruppo Spartaco). E’ questa l’organizzazione «perfetta» della classe operaia, e i comunisti dei Consigli procederanno a costituirla fin da oggi, convinti che la sua essenza medesima la premunisca dal diventar preda dell’opportunismo, della degenerazione, del funzionarismo e, insomma, della classe avversa e del suo Stato…
Siamo qui fuori del marxismo, su un terreno volontaristico, idealistico, illuministico. E a proposito, dal momento che gli «spartachisti» olandesi si appellano alla esperienza, possibile che l’esperienza dei Consigli tedeschi e russi, per citare solo questi, non dica loro proprio nulla?
La degenerazione dell’Internazionale Comunista e della Russia sovietica ha avuto fra gli altri tragici riflessi quello di rivalutare agli occhi di qualche militante di avanguardia gli «eterni principii» della democrazia diretta: qualcuno, per logica conseguenza, è finito nel materno grembo della socialdemocrazia; qualche altro è passato al limite fra democrazia ed anarchismo, sognando una rivoluzione senza partito e senza programma, affidata all’infallibile voce della «coscienza collettiva» o alla purezza di organismi, immuni per definizione dalle malattie infettive dell’ambiente capitalistico in cui sono chiamati a vivere ed operare. Gli uni sono finiti nel «concretismo» gli altri nell’utopia. Che sono, per un movimento rivoluzionario, entrambe due forme di liquidazione.
P. L. TOMORI: Qui succédera au Capitalisme? (Cahiers Mensuels de Spartacus, Paris, Giugno 1947)
La sconfitta internazionale del proletariato, il fallimento delle realizzazioni dell’ottobre bolscevico, hanno seminato nelle correnti di opposizione allo stalinismo uno smarrimento che spesso si conclude o nella revisione o nell’abbandono del metodo di analisi storica marxista. Pur in una forma più letteraria che scientifica, P.-L. Tomori ha invece tentato in questo pamphlet una appassionata riaffermazione del marxismo contro le dichiarazioni di invalidità o di insufficienza che hanno accompagnato sul piano ideologico il cammino tragico delle sconfitte proletarie.
Negazione, anzitutto, del carattere socialista del regime staliniano e sua caratterizzazione come capitalismo di Stato («Un capitalismo di Stato la cui classe dirigente, detentrice privilegiata, con la proprietà statale, cioè con la quasi totalità degli strumenti di produzione, di tutte le funzioni socialmente utili ma non comportanti lavoro produttivo, è costretta, in vista di una accumulazione progressiva del capitale di Stato, a sfruttare fino al limite del possibile la forza-lavoro degli operai e dei contadini che possono vendersi soltanto ad un unico imprenditore lo Stato, cioè la classe che lo detiene, lo sfrutta e ne trae i suoi redditi negazione correlativa della tesi trotzkista secondo la quale, non esistendo più in Russia proprietà privata, il regime staliniano costituirebbe tuttora, dal punto di vista economico e sociale se non da quello politico, un regime proletario; negazione d’altra parte delle teorie o pseudo-teorie in cui amano sbizzarrirsi i delusi dell’esperienza russa e che caratterizzano la rivoluzione d’ottobre come rivoluzione borghese per il fatto stesso d’essersi conclusa nell’attuale regime di capitalismo di stato.
E, sbarazzato il terreno da queste prime deformazioni storiche del fenomeno russo, riconoscimento che il capitalismo di stato, il dirigismo, la tendenza alla nazionalizzazione, il carattere sempre più sociale della produzione, tutti questi aspetti caratteristici della società d’oggi, che le varie categorie di liquidatori si affannano a presentare o come prime ed embrionali realizzazioni del socialismo (trotzkismo; stalinismo) o come le manifestazioni di un nuovo regime non più capitalista ma neppur socialista, di un regime destinato a succedere a quello borghese senza essere, contrariamente alle previsioni di Marx, proletario (teoria della «rivoluzione dei managers») si inquadrano perfettamente evoluzione prevista ed anticipata del capitalismo e nelle sue leggi di sviluppo, e non solo non escono dai limiti del sistema economico e sociale borghese ma ne sono la esasperazione e perciò la più drammatica e schiacciante conferma del marxismo, muovendosi sulla stessa linea di dialettica storica che ha portato dalla primitiva forma privatistica della produzione borghese al regime dei monopoli ed all’imperialismo, ed essendo (in tutti i Paesi del mondo per quanto sotto forme diverse non soltanto in Russia, ma in America, Inghilterra ecc.) l’altra faccia dell’economia di guerra e della crisi permanente come portato ultimo delle contraddizioni interne della sovraccumulazione capitalistica e della caduta tendenziale del saggio del profitto. In altre parole, il capitalismo di Stato è il capitalismo nella sua fase di massimo declino -fase caratterizzata dalla impossibilità di risolvere le antitesi del regime di produzione borghese sul piano delle crisi cicliche e fuori di un’economia permanente di guerra e di periodica distruzione dei fattori produttivi -; e, se porta in sé, come è nell’analisi e nella critica marxista, gli elementi prefigurati di una società nuova, «questi nuovi elementi, queste nuove forme, rimangono integrati in un sistema di rapporti di dominazione e di sfruttamento capitalistici, un sistema di spinta necessaria verso la guerra, votato alla distruzione totale». Niente «rivoluzione dei tecnici» dunque: l’importanza economica e sociale assunta dai tecnici nel capitalismo decadente e di Stato non cambia i termini fondamentali della società capitalistica del suo metodo di appropriazione del plusvalore: e niente «scelta fra specie diverse di capitalismo di Stato. Bisogna scegliere fra socialismo e distruzione totale… o il socialismo o la guerra in permanenza; il socialismo o la morte» giacché, se per «l’alto-capitalismo (termine con cui I’A. caratterizza il capitalismo della libera concorrenza e dell’iniziativa individuale) la distruzione dei capitali, unitamente al loro deprezzamento attraverso le crisi, era un espediente, una misura eccezionale, una cura straordinaria di depurazione, il basso-capitalismo non può vivere senza distruzione: la guerra è la sua ragione d’essere». Non si tratta perciò di scegliere fra varietà diverse di un unico regime sociale: non si tratta di scegliere fra democrazia all’americana o totalitarismo alla russa o viceversa, perché gli uni e gli altri sono totalitarismo e significano guerra. «Il socialismo, che è per definizione anticapitalista, deve prendere posizione contro tutte le forme di capitalismo. Esso non può esistere che a condizione di essere insieme antiliberale, antifascista e antistaliniano».
Su tutti questi punti, è chiaro che non può non esserci accordo. E’ invece da lamentare la frequente imprecisione, la non scientificità del linguaggio, da una parte (alludiamo soprattutto al termine ambiguo di «postcapitalismo» svuotato di ogni senso dalla stessa analisi condotta da P.-L. Tomori), e, dall’altra, la frettolosità con cui è istituita una continuità storica e di fatto fra il «capitalismo di Stato» di cui parlava Lenin per caratterizzare la fase transitoria delle realizzazioni economiche postrivoluzionarie, e il capitalismo di Stato che ha trovato la sua giustificazione teorica e la sua attuazione pratica nel regime staliniano. C’è fra i gruppi di opposizione allo stalinismo una tendenza a civettare coi «dilemmi strategici di Lenin» ed a scambiarli con i dilemmi tragici della storia. E’ un altro aspetto della malattia contro cui ha reagito L.-P. Tomori: e non c’è guarigione se non ci si sbarazza anche di quella.
Quatrième Internationale
Nella collezione di «Quatrième Internationale», giuntaci da poco e che ci ripromettiamo di considerare con maggior margine di tempo, si trovano interpretazioni veramente interessanti degli sviluppi della situazione politica nei vari paesi del mondo.
Va a questo proposito rilevato che i trotzkisti sono perennemente lanciati in un’alta strategia interpretativa e, dimentichi della natura basilare e magari elementare di ogni possibile interpretazione marxista, si affondano nelle tortuose vicende, determinate dalle necessità dei vari settori del capitalismo dominante, come una sorta di chiaroveggenza esistenzialistica atta a cementare programmi o rivendicazioni cui vada applicato il deus ex machina della quarta internazionale: il transitorio.
Costituzionalmente portati alla mediazione tra i termini contrapposti per inserirvi le loro parole d’ordine di lotta, i trotzkisti negano a sé stessi la possibilità di individuare l’essenziale. Per loro l’essenziale è di riuscire a porre un’azione tattica che abbia la capacità di sfruttare i singoli momenti storici e non di riuscire a individuare la genesi e la funzione dei contrasti imperialistici derivandone poi la possibilità o meno del proprio intervento.
Così, a proposito della Grecia l’articolista di «Quatrième Internationale» (n. 6 del 1948) comincia col farci una gran tirata sul carattere dittatoriale del Governo greco, sulle brutalità dell’esercito mercenario e sulla «tensione» fra i diversi gruppi politici conservatori, allarmati dal distacco dell’opinione pubblica e preoccupati della reazione popolare alla tirannia, per poi passare ad una lacrimevole commiserazione dello scandaloso vassallaggio economico della Grecia rispetto all’America e all’esame del significato reale del Governo di Markos, pedina della Russia, e dotato di un programma molto confacente alle aspirazioni delle masse oppresse, e arrivare finalmente a piazzare le parole d’ordine e le prospettive.
E dopo aver fatto affermazioni piuttosto gratuite come quella sul fermento che la forma dittatoriale borghese provocherebbe nelle masse popolari (l’esperienza italiana, tedesca, spagnola, giapponese dimostrano visibilmente che la forma del dominio borghese si aggiorna in relazione a necessità economiche e politiche ma che il proletariato non trova maggior scintilla per la sua opposizione di classe nell’una forma piuttosto che nell’altra dell’ordinamento borghese), trae il succo e fa un ragionamento di questo genere: il partito comunista si è avvantaggiato in Grecia per l’oppressione che la borghesia esercita dittatorialmente sul proletariato e per il programma del governo Markos che si basa sulla riforma agraria, l’espropriazione delle imprese straniere e la nazionalizzazione delle grandi aziende, i tribunali del popolo, le libertà democratiche, la protezione delle minoranze nazionali e l’abolizione della monarchia.
D’altra parte l’azione del partito comunista non ha via di uscita positiva perché esso è legato alla funzione diplomatica della Russia; e allora ecco che soccorre la magia trotzkista: il compito dei rivoluzionari greci essi dicono sarà quello di combinare la critica del movimento di Markos, negativo per il suo carattere di strumento russo, con la impostazione di una politica positiva che si concreta in un appoggio critico a Markos con parole d’ordine come queste: democratizzazione dell’esercito dei partigiani; tribunali del popolo e comitati popolari eletti democraticamente dalle masse; una Grecia socialista in una federazione balcanica socialista.
E ne concludono naturalmente che se su queste parole i partigiani sapranno collegarsi con gli operai e i contadini, la prospettiva rivoluzionaria non potrà che aprirsi alla loro lotta: disinvoltura maggiore non è invero facilmente immaginabile.
Il fondamento, la natura di un movimento, non costituisce materia di indagine da parte dei trotzkisti; essi stessi dicono: il governo Markos non è che una pedina della diplomazia sovietica; ma una considerazione di tal genere non li ferma. Anziché porsi allo smantellamento delle posizioni che quei servitori dell’imperialismo russo cercano di guadagnare nel seno del proletariato, essi ne avallano l’azione ponendo in sostanza le stesse parole d’ordine e semplicemente accompagnandole con una critica – del resto appena accennata – alla funzione di pedina russa assunta dai partigiani greci.
Ciò che è importante stabilire è che per i trotzkisti il determinismo storico di Marx ha perso ogni sostanza e che essi non vanno a cercare le cause reali dei moti politici per inquadrarne la funzione rivoluzionaria o controrivoluzionaria, ma si fermano sulle parole d’ordine che vengono date a questa o a quella lotta e manovrano perché le parole medesime possano reagire positivamente – cioè rivoluzionariamente – su chi le ha tirate fuori in ubbidienza ai contrapposti fini della controrivoluzione. In realtà questi individui seguono una sorta di volontarismo che, in quanto ammantata con frequenza di parole come rivoluzione, presa del potere ecc., esercita su minoranze di eccitati la stessa funzione deviatrice e controrivoluzionaria che già assolve il centrismo nazionalcomunista nei confronti di masse più vaste e meno ribollenti d’attivismo.
La loro fiducia nell’intermedismo, nel transitorio è già una chiara espressione della caduta nell’ideologia borghese: alla critica marxista non può sfuggire che ogni forma di intermedismo o di transizione non può essere che transizione verso il maggior rafforzamento della classe avversa, e che a queste parole si può applicare, facendone la trasposizione adeguata, la condanna della gradualità riformista.
Quando un partito politico dà il suo appoggio a rivendicazioni come quelle di Markos, quando lo stesso partito parla di tribunali del popolo, di potere ai partigiani, contadini e operai, di elezioni democratiche et similia innestandole su quella po’ po’ di rivendicazione rivoluzionaria che è la nazionalizzazione delle grandi imprese, e puntando su una forza nata e sorretta esclusivamente per il sostegno della guerra imperialista non possiamo che rafforzarci nella nostra diagnosi di una forza intaccata irrimediabilmente dall’opportunismo, operante alla sinistra dei partiti nazionalcomunisti verso l’inevitabile risultato del frantumamento sempre maggiore della orientazione classista.