Il corso implacabile della crisi mondiale
Si vanno delineando i sintomi di una ripresa di attività del movimento internazionale proletario. Ma se anche questi tardassero non diminuirebbe la eloquenza delle incessanti manifestazioni della insanabile crisi dell’assetto capitalistico, non solo nel campo dei fenomeni economici, ma altresì nel quadro della politica internazionale.
I custodi delle tavole di Versailles vedono tutto crollare dattorno ad essi. L’assetto politico mondiale ed europeo dopo la grande guerra restano più che mai una vana utopia. I problemi della politica internazionale lungi dal risolversi si complicano sempre più, in modo da avvalorare l’ impressione, in chiunque voglia formulare un giudizio, che dalla fase attuale non si potrà a nessun patto uscire con un graduale e definitivo assestamento di rapporti tra i popoli i governi e le classi. La prospettiva che si delinea è quella dell’inevitabile catastrofe del regime sociale ed in modo immediato quella di una nuova guerra, che vedrà divisi I vincitori di ieri in campi opposti.
Crisi nei paesi vincitori. Non occorre ricordare qual sia, in questo momento la situazione interna in America, Inghilterra,Francia, Italia. Crisi nei paesi vinti: son ben note le disastrose condizioni nei paesi tedeschi e la minaccia della catastrofe che si addensa sulla stessa solida organizzazione produttiva della Germania, per effetto della politica dei vincitori. Crisi dei paesi eredi dell’Austria e balcanici, che non trovano il loro equilibrio e si aggruppano e si minacciano l’un l’altro. Crisi dell’Oriente in cui la bancarotta della politica di Versailles ha segnato il più clamoroso dei suoi episodii, sconvolgendo i rapporti tra Francia e Inghilterra e mettendo in più giusta luce la politica della seconda, nel mentre una crisi non meno grave tormenta tutte le sue colonie: India, Egitto, Mesopotamia.
La vittoria strepitosa delle armate di Kemal pascia contro la Grecia, lunga mano della politica inglese in Oriente, è nel tempo stesso un coefficiente e un argomento rivoluzionario. Nel campo economico, essa ci dice quanto fallace sia il piano delle potenze europee di risanare i vuoti della loro economia interna con lo sfruttamento delle risorse coloniali e dell’Oriente asiatico. Politicamente essa ci mostra l’impotenza dei vincitori della grande guerra a far rispettare i loro patti e trattati.
Finora la Francia apparve nelle quistioni di politica europea e in quelle principalmente delle riparazioni e dei rapporti con la Russia come la fautrice delle soluzioni più imperialiste e reazionarie, mentre l’Inghilterra abilmente ostentava un contegno più generoso verso il nemico vinto e più liberale verso la repubblica dei Soviet. Ma questa attitudine inglese non toglieva che, nel dominio meglio conveniente ai suoi interessi, l’Inghilterra conducesse la sua politica di ultraimperialismo con criterii di vero brigantaggio.
Mirando ad una egemonia militare sui campi europei, l’imperialismo francese teme la riscossa della Germania e il pericolo bolscevico al massimo grado, e vorrebbe schiacciare tedeschi e russi. L’Inghilterra vede naturalmente di malocchio questa politica di forza della Francia, e la contrastava al tappeto delle varie conferenze diplomatiche. Ma in Oriente le parti si invertono: l’Inghilterra fa la politica della parte del leone, opponendosi direttamente all’opera rivoluzionaria che la repubblica dei Soviet conduce tra le popolazioni oppresse dell’Oriente; e armando la Grecia contro la Turchia alleata della Russia, mentre la Francia, preoccupata del rafforzarsi dell’imperialismo navale britannico su tutte le grandi vie di comunicazione mondiale, non è stata scontenta di vedere l’artiglio inglese costretto a ritirarsi dai Dardanelli e di assistere al crollo del progetto del grande impero inglese in Anatolia, se pure gli stessi eventi sono molto favorevoli alla causa della repubblica rossa..
II ritiro della prepotenza inglese dal controllo degli stretti da cui passano vie fondamentali di traffico per la Russia, significa la rottura di una maglia della catena controrivoluzionaria che i banchieri della City vorrebbero stendere intorno al mondo. Suez a sua volta è minacciala dalle ripercussioni delle vicende di Tracia e Anatolia. I rivoluzionarii italiani non possono non vedere con letizia l’apertura della via mediterranea che potrebbe domani essere una delle direttive di avanzata della rivoluzione in Europa. Ed intanto il mondo intero che ha visto dietro le baionette di Kemal la attitudine risoluta della Russia, dopo averne ammirato i rappresentanti diplomatici al tappeto delle discussioni coi rappresentanti del capitale mondiale, i quali invano tentarono di estorcere ad essi concessioni che ledessero i principii rivoluzionarii che in Russia hanno vinto, il mondo intero constata oggi la forza dello Stato proletario che ha saputo cosi bene rompere il corso della politica dell’Inghilterra ossia della reazione mondiale.
La ritirata della alterigia britannica, cui i suoi dominions hanno negato il concorso militare, che la Francia ha momentaneamente abbandonata pur essendo già convinta delle insidie che racchiude il terreno della attuale politica di rapporti tra gli Stati vincitori, segna un punto di partenza per l’ ulteriore processo di disquilibrio delle forze mondiali, che appare una paurosa incognita per le classi dominanti, mentre al proletariato mondiale avvicina le prospettive, sia pure aspre e tormentate di alternative, della sua emancipazione rivoluzionaria.
È prevedibile che gli Stati borghesi man mano che si accorgeranno di perdere viemmaggiormente il controllo della situazione mondiale reagiranno con un incrudimento della reazione interna contro il proletariato e i suoi organi di lotta classista: ma questo non varrà ad arrestare il corso della dissoluzione del regime, mentre esigerà sempre più dalle masse che le dure esperienze siano utilizzate a fondo per foggiare le armi della riscossa.
La sensazione di uno scioglimento catastrofico è, come dicevamo, negli stessi conservatori, che in vano si ubriacano di violenza forcaiola. La eredità tempestosa della grande guerra non è liquidata, e non potrà esserla che dalla classe lavoratrice, giustiziera di una società condannata dalla storia.
I rapporti delle forze sociali e politiche in Italia Pt.1
I.
Se ci poniamo il problema: lo Stato italiano odierno è esso uno Stato tipicamente borghese, o è uno Stato arretrato rispetto al tipo degli Stati moderni capitalistici? – siamo naturalmente indotti a cercare la risposta nello studio del gioco delle forze delle classi sociali e dei partiti, in quello delle forme costituzionali dello Stato, e a seguire gli sviluppi storici di tutti questi fattori.
Prima di tentare di allineare gli elementi d’una risposta vogliamo chiarire una questione di metodo che ci pare pregiudziale per una tale ricerca. Questo chiarimento ci è suggerito dalla evidente considerazione che, se noi cercassimo nel mondo lo Stato liberale borghese tipo, da porre come modello per il nostro studio, verremmo a constatare immediatamente che per taluno dei caratteri che ci facevano ritenere altri Stati come tipicamente moderni, questi stessi si sono evoluti in tal senso, da assumere con gli ultimi eventi storici una fisionomia superfi cialmente giudicabile come pre-borghese. Questo si constaterebbe se si ponesse mente soprattutto al regime della politica interna e al grado di libertà consentito alle popolazioni o a dati strati di esse, come anche al regime della politica militare e dei rapporti con l’estero e con le colonie.
La pregiudiziale che noi vogliamo porre è semplicemente questa: dobbiamo cercare per definire lo Stato borghese moderno quei caratteri che attribuisce a tale tipo storico la nostra dottrina marxista. Le due interpretazioni sono fondamentalmente inconciliabili, ed appunto una riprova della bontà del sistema critico nostro sarà la possibilità di dare una spiegazione dell’insieme dei fatti e dello sviluppo storico a cui invece è impotente la teoria ortodossa dello Stato.
Una così elementare osservazione ci conduce ad un’altra distinzione utilissima per la buona preparazione del nostro bagaglio di nozioni e di argomenti necessario alla quotidiana azione politica. Nel campo della critica teoretica, la cui applicazione costituisce un lavoro per così dire interno e diret tivo del nostro movimento, una valutazione di forze avversarie e nostre e di probabilità di sviluppi della situazione, senza la quale non si potrebbero mai costruire indirizzi tattici e pratici, dobbiamo appunto attenerci ad uno studio obiettivo e scientifico dei vari fattori condotto coi criteri che ci fornisce il nostro metodo marxista.
Ma altro è costruire le verità che ci servono per la direzione della nostra rotta come partito nella storia, altro, sebbene cosa completamente collegata alla prima, è la elaborazione di quelle parole di propaganda di cui ogni partito deve servirsi per guadagnare con i suoi argomenti alla causa propria quegli elementi che stanno al di fuori di esso e che ancora non sono maturi all’impiego dei metodi critici propri del partito. Si potrebbe anzi stabilire che anche nella massa degli aderenti politici al partito, dai quali naturalmente non si pretende un esame di scienza marxista, ha gioco la seconda forma, delle parole „esterne” di propaganda, e cercare di stabilire il limite tra gli strati e gli organi interni o le occasioni in cui devono aver impiego l’uno e l’altro criterio. Ma non intendiamo aprire qui tale ulteriore digressione.
Nelle nostre „parole di propaganda” dunque, e nell’armamentario dei nostri argomenti, allestito per il proselitismo e la con quista di avversari e di indifferenti, non si applicano in modo immediato, diretto, scolastico, le tesi fornite dalla nostra critica e della esattezza delle quali siamo tuttavia convinti. Si applica invece un procedimento dialettico che deve condurre progressivamente e nel modo più utile possibile alla acquisizione da parte di più vasta massa di una precisa coscienza conforme ad un orientamento marxista, mentre già tende ad utilizzarne l’azione in un senso rivoluzionariamente utile.
Se si concepissero le necessità di questo secondo criterio in modo staccato dalle direttive fondamentali che il primo ci fornisce, o se nel corso dell’opera nostra si perdesse la linea originale, allora si verificherebbero quelle dannose conseguenze che hanno fatto degenerare in tanti casi la propaganda dei partiti proletari insieme al loro indirizzo di azione. Senza quindi mai rinunziare a stabilire chiaramente i nostri capisaldi critici, noi dobbiamo con opportuna sagacia allestire gli argomenti che fanno presa sulla massa in un primo stadio. E, appunto, a tale scopo noi ci poggiamo al cune volte, come punto di partenza polemico, non più sulla dottrina nostra, ma su quella dell’avversario, perché questo ci serve per sospingere la massa a esigere da lui la traduzione nella pratica delle sue premesse teoriche, la realizzazione dei benefizi che esso pretende sgorghino dalla applicazione delle sue proposte di organizzazione sociale e politica. È evidente che dalla contraddizione tra la sua dottrina e la sua attività pratica, tra le sue promesse e le sue realizzazioni, scaturirà la sconfitta del nostro avversario, il distacco da lui di quelli che avevano creduto alle sue dichiarazioni, e in seguito, attraverso la nostra opportuna opera, l’acquisizione di questi elementi alla nostra fede politica.
Gli esempi di questo metodo sono di ogni giorno, e purtroppo sono anche frequentissimi gli esempi della sua degenerazione. Così la campagna contro le dottrine religiose, che sarebbe assurdo fare sulla base filosofica e affrontando in pieno il fanatismo dei credenti, si poggia sulla critica anticlericale e sulla dimostrazione che i sacerdoti stessi cadono ad ogni momen to in fallo con la loro fede. Nella campagna contro una guerra noi ci serviamo di argomenti atti a confutare la tesi avversaria che vi è un benefizio per la nazione, anziché stabilire subito la difficile critica del concetto di nazione dal punto di vista della antitesi degli interessi di classe. Ma in realtà, se noi dimenticassimo che nello sviluppo reale dell’ordinamento politico delle masse su cui fanno presa le nostre parole, bisogna bene arrivare a porre nella loro interezza le nostre vedute effettive, avverrebbe questo: che noi stessi rinunzieremmo ad esse e finiremmo col rinnegarle. Ed infatti il movimento socialista tradizionale per i nove decimi anziché svolgere un’azione e una propaganda marxista, e quindi tenersi contro tutte le concezioni borghesi, religiose, nazionali ste, democratiche, era giunto ad essere un cattivo curatore della bancarotta delle ideologie borghesi e un coro di piagnoni sulla contraddizione di preti governanti o demagoghi alle loro promesse, mentre proprio su tale bancarotta e contraddizione doveva costruire la propria avanzata.
Ritornando dunque alla nostra distinzione, intendiamo stabilire che per il problema che ci siamo posti e per la sua soluzione dobbiamo fare una critica dello Stato italiano che ne confronti i caratteri con quelli che la nostra dottrina attribuisce allo Stato della borghesia, e non pretendere di constatare in esso la realizzazione pratica dei postulati teorici del liberalismo ufficiale, pretesa che possiamo accampare in materia di polemica con l’avversario e per sottrarre i suoi seguaci alla sua influenza ingannevole, ma che sappiamo che deve finire in una negativa.
La constatazione, a cui certamente giungeremo, che l’attitudine dello Stato italiano si trova in contraddizione con i compiti che la teorica liberale borghese assegna allo Stato, potrà inquadrare nell’insieme della nostra cri tica che appunto demolisce il metodo liberale smascherandolo come una simulazione della vera natura dello Stato borghese.
La genesi storica dello Stato italiano ci sembra adempiere tutti i caratteri che accompagnano il sorgere del regime demo cratico moderno. In generale, allorquando questo sorge, segnando la vittoria della borghesia industriale e commerciale e dei ceti che si stringono attorno ad essa contro il potere delle aristocrazie feudali clericali e assolutiste, l’ambiente economico non è che embrionalmente capitalistico. Nel periodo del Risorgimento italiano nel quale dal 1821 al 1870 si comprendono i tentativi e i successi di sostituire con la guerra civile o l’espansione territoriale i vecchi regimi della penisola con lo Stato libe rale unitario, noi constatiamo certo in Italia uno sviluppo dell’economia moderna, molto arretrato rispetto a quello di altri paesi; ma non dobbiamo dimenticare che siamo in ritardo nella introduzione del regime politico democratico rispetto all’Inghilterra, l’America e la Francia di un periodo tanto poco trascurabile, che in realtà la prima vera rivoluzione borghese italiana (data la limitata importanza degli eventi del 1799 importatori meccanici di repubbliche dalla vicina Francia) viene a coincidere in un secondo stadio con aspetti rivoluzionari dell’affermazione del regime borghese in gran parte d’Europa. D’altra parte se, per un insieme di ragioni che non è qui il caso di ripetere, lo sviluppo capitalistico in Italia non ha potuto seguire il ritmo accelerato che ha avuto altrove nel secolo XIX, questo non deve neppure farci dimenticare che un capitalismo commerciale era in Italia molto più antico, ed anche in una notevole misura esisteva nel periodo in questione il capitalismo manifatturiero.
Che la rivoluzione liberale in Italia sia stata sostenuta da alcune famiglie aristocratiche non è affatto un carattere di eccezione rispetto alle altre rivoluzioni borghesi. E la lotta contro il feudalesimo ha avuto in essa parte essenziale, se pure a caratteri meno evidenti che altrove, dove la esistenza di uno Stato nazio nale rendeva più chiari i termini di un tale problema, mentre in modo caratteristico si aveva la campagna contro i privilegi economici e fondiari del clero.
Come altrove, il nascente proletariato costituiva le masse di manovra della rivoluzione borghese, senza avere una fisionomia propria, che in altri paesi cominciava a delinearsi solo in stadi successivi della lotta per l’affermazione completa dell’assetto democratico contro tutte le resistenze dei vecchi regimi.
Il programma politico e ideologico del Risorgimento italiano combacia anche perfettamente col contenuto della rivoluzione liberale-democratica, trovando se vogliamo in Italia anche migliori tradizioni dottrinali che altrove. Ad esso corrispondono il movimento nazionale e per l’indipendenza dallo straniero, la lotta, tipica, contro il clero e le dottrine religiose, quella contro i privilegi e gli atteggiamenti della nobiltà. Siamo in presenza di tutte le rivendicazioni integrali del liberalismo: istituzioni parlamentari, libertà di culto, di stampa, di associazione, e via dicendo.
Dal 1859 in poi i governi che sono alla testa dello Stato italiano, viaggiatore da Torino a Firenze a Roma, sono tenuti da partiti che stanno nel campo della dottrina liberale: si formano la destra e la sinistra parlamentare, ma i problemi che le dividono sono di importanza non fondamentale, e forse la ortodossia liberale è nella destra ancora maggiore. I partiti del vecchio regime: assolutisti, temporalisti, borbonici, austriacanti, reazionari in genere rispetto alla rivoluzione borghese spariscono senza essersi riconciliati con le nuove istituzioni, e la borghesia realizza una vera e propria dittatura rivoluzionaria; il che non fa che corrispondere benissimo alla non perfetta sua differenziazione sociale, ed è anzi una necessità che da questo scaturisce.
Sarebbe assolutamente erroneo costituirsi questo schema: lo Stato unitario italiano si poggia su due forze sociali nettamente distinte anche nella politica di governo, se pure alleate: la borghesia del Nord e la classe dirigente feudale agraria del Sud. I rapporti che sono andati creandosi nell’apparato di governo in Italia tra Nord e Sud sono da giudicare meno superficialmente. Cominciamo ad osservare che molte forze della destra classica venivano dalla borghesia industriale commerciale piemontese e lombarda, e molte della sinistra dai collegi parlamentari del Sud.
In realtà nel Sud d’Italia non esisteva un grande e potente feudalesimo capace di opporre una forte resistenza alla rivoluzione borghese. La classe dirigente meridionale, in cui la proprietà media prevaleva, si conciliò facilmente con le forme del regime parlamentare democratico in cui subito inserì le forme embrionali della sua scialba attività sociale e politica, riducendo la tesi ai contrasti di partiti e gruppi puramente locali. Come oggi non ha una lotta aperta di classe tra borghesia e proletariato, così il Mezzogiorno non ebbe un’aperta lotta tra feudalesimo e borghesia, e dette al nuovo Stato un’eredità di coefficienti reazionari, ma una materia plastica adattissima ad essere utilizzata dall’apparato di governo parlamentare, che largamente si propizia di influenze col volgare favoritismo amministrativo.
Tra gli interessi economici del Meridione agrario e del Nord industriale esiste una evidente antitesi in quanto riflette la politica doganale e il protezionismo. Ma questo non basta a stabilire un netto dualismo nella classe che tradizionalmente ha governato il paese, ove si tenga conto che certe misure di protezione doganale favoriscono anche i coltivatori (zuccheri, alcool), che in realtà la maggior proporzione di produzione agricola in Italia si ha nel Nord e non nel Sud, e che piuttosto per la questione del protezionismo si determina il dualismo di interessi tra la massa dei consumatori proletari e semiproletari e talune categorie di operai industriali, diversissima essendo la proporzione dei secondi sui primi nel Sud e nel Nord. E questa situazione si riflette negli atteggiamenti politici dei partiti costituzionali diversamente nelle due parti d’Italia, piuttosto a scopo di demagogia elettorale che per contrasti di interessi che esse direttamente rappresentino nel seno della classe padronale.
D’altra parte il liberalismo che è sostenuto in Italia dalla destra liberale, anche quando questa ha rappresentato e rappresenta la classe dirigente del Nord, non è certo una tesi precapitalistica, se pure corrisponde ad uno stadio di sviluppo capitalistico superato negli ultimi decenni nei paesi più progrediti, e in nessun caso può essere considerata come una prova della partecipazione di classi borghesi alla costituzione dello Stato italiano.
Ci pare di poter concludere che i rapporti di forze economiche che si verificano nel periodo della formazione dell’attuale regime statale autorizzano a definire questo come un regime compiutamente borghese, liberale, democratico.
Quanto alla struttura costituzionale dello Stato italiano, teoricamente e giuridicamente essa corrisponde alla natura storica dello Stato liberale. Certo ne potrebbero essere fatte delle critiche se invece di guardare alla realtà dei rapporti che si verificano nell’apparato statale noi ci inducesse all’errore di valutazione di prendere a modello gli schemi di certe dottrine di diritto costituzionale di scuole liberali che si affannano a sopravvivere alla bancarotta storica del metodo che rappresentano, o se ci fermassimo alla esteriorità di certi rapporti con altre costituzioni statali. Dal punto di vista democratico sono più audaci quelle di America, Francia, Svizzera, ad esempio, ma si potrebbe dire che lo Stato inglese merita meno di quello italiano il nome di Stato borghese moderno, solo perché la sua pramma tica isti tuzionale è antiquata, aristocratica, addirittura medievale in certe forme?
Nella costituzione tradizionale dello Stato italiano vi è tutto quello che occorre per riconoscere un meccanismo liberale, gettandosi in pieno nel flusso della prassi parlamentare di governo nella seconda metà del secolo scorso per evolvere nei primi anni dell’attuale in un deciso senso democratico, e fare dinanzi al ingrandire del movimento operaio una decisa politica di sinistra, fino alla vigilia della guerra mondiale.
Vogliamo prendere ed esaminare la politica interna, o meglio di „polizia” dello Stato? Troveremo indubbiamente delle manifestazioni brutalmente reazionarie e repressive verso i moti popolari e sovversivi: ma questo non fa che corrispondere mirabilmente alla politica interna di tutti gli Stati borghesi contemporanei. Il vero errore sarebbe quello di ravvisare una politica „di destra” nel senso borghese nell’adozione di brutali misure di po lizia, perché, confondendo questi due, noi ci poniamo senza avvedercene sulla piattaforma della teoria avversaria secondo la quale il regime demo cratico è una effettiva garanzia dei diritti dei cittadini tutti e delle loro liber tà. Noi invece, dopo aver ravvisato lo Stato compiutamente democratico nelle sue forme istituzionali e nelle sue basi sociali, stabilimmo come elemento critico fondamentale che esso non è altro che un perfetto strumento di classe del padronato per la difesa con tutti i mezzi degli interessi di questo, e non ci stupiamo affatto se le sue armi sono portate contro la popolazione proletaria e semiproletaria quando dà segni di malcontento.
Alla fine del secolo scorso noi abbiamo in tutta la penisola un’ondata di moti popolari culminanti nei fatti del ’98. Non è una vera azione di classe, ma una tappa notevole nel formarsi di un movimento rivoluzionario del proletariato italiano. Nell’atteggiamento da prendersi la borghesia si divide, la destra piglia il sopravvento, un governo presieduto da un generale assume poteri eccezionali e scatena una reazione poliziesca e giudiziaria feroce. Ma più che del prevalere di uno strato della classe dominante su di un altro si tratta di un conflitto di metodi, di un esperimento di sistemi di difesa del regime. Non sono gli uo mini tradizionali del liberalismo classico italiano che avrebbero fatto un tale esperimento „austriaco” o „borbonico”. Il governo che è responsabile cade nelle elezioni successive sotto i voti della stessa sinistra borghese, e si inizia il periodo dei governi democratici di sinistra. Del nuovo metodo un uomo è l’esponente: Giolitti. E del vecchio metodo, d’altra parte, era stato esponente un uomo della stessa parte: la sinistra, ossia Cri spi. E due uomini sono rappresentanti della stessa politica estera: triplicista. Dunque non siamo di fronte ad un dualismo che prenda le basi dello Stato italiano nella piattaforma sociale su cui si formano, bensì ad una ricerca di metodi difensivi da parte della borghesia dinanzi al sorgere del movimento proletario sindacale e socialista, che sconvolge i criteri mentali del liberalismo classico.
Stato della classe borghese, il regime italiano agisce storica mente come il difensore degli interessi borghesi. In altri paesi questi sono più precisi e potenti, ma in Italia le speciali condizioni hanno a parer nostro fornito un esperimento più completo delle funzioni di classe dello Stato della borghesia, sino agli ultimi eventi del dopoguerra che, a nostro modesto avviso, e come ora vedremo, non sono un ritorno al passato, ma un esempio in anticipo delle forme che prenderà la lotta politica nelle più inoltrate fasi dell’evoluzione del mondo capitalista.
Non si può neppure seriamente parlare di influenze decisive sul meccanismo dello Stato italiano di forze non democratiche, come i circoli di corte, la nobiltà, gli alti gradi dell’esercito, della magistratura, della burocrazia. In tali campi si reclutavano coefficienti poderosi per la difesa del regime borghese, è evidente, ma in modo non diverso dalla funzione storica di tutto l’apparato delle istituzioni. Nel periodo del quale uno dei sintomi del volgere al metodo democratico di sinistra era l’anticlericalismo, in tutti questi ceti acquistò decisiva influenza la massoneria.
Le stesse forze cattoliche, o rimasero al di fuori di ogni influenza sullo Stato borghese in una attitudine di inconciliabilità che dava tinte giacobine ad ogni funzionario dello Stato, cominciando dal monarca, o in quanto rientrarono nel movimento sociale e politico, si posero più a sinistra che a destra dei partiti nazionali, checché potesse sembrarne durante i fastigi della scalmanata anticlericale.
Abbiamo già accennato al periodo della ultrademocrazia di governo. In questo periodo la borghesia italiana si pone il problema della tattica di classe dinanzi al divenire del movimento operaio. Lo pone in condizioni squisite, poiché se è vero che l’industrialismo non è che relativamente sviluppato, abbiamo in senso opposto un movimento importantissimo dei salariati agricoli della valle padana a tendenza socialista, ed un ceto di uomini di strati borghesi, liberi di riserve mentali tradizionaliste e pronti a porsi il problema con tutto il cinismo possibile.
Un liberalismo teorico recalcitra al riconoscimento dell’organizzazione sindacale, attaccato com’è al suo liberalismo in economia, nemico di ogni sorta di monopolio di forze economiche che limiti il gioco della concorrenza. Ma nella ulteriore evoluzione del capitalismo dalle prime fonti più pure, il capitale diviene esso stesso sindacale e monopolistico, e vede nel monopolio e nell’imperialismo gli sbocchi che gli permettono di rinviare una lotta di principio col movimento operaio che esso irresistibilmente suscita ampliando e concentrando le sue imprese. Ridurre i cittadini dello Stato li berale a tante unità autonome economiche si dimostra una utopia, e il potere borghese si deve adattare a riconoscere il diritto di aggregarsi agli interessi analoghi se non vuole immediatamente scatenare una battaglia rivoluzionaria. Con il riconoscimento del diritto sindacale lo Stato liberale dà uno strappo nella sua dottrina, ma continua al tempo stesso la sua funzione di difesa di classe. Fenomeno storico che disturba una critica tracciata dal punto di vista della dottrina li berale pura, ma che non abbiamo che ad inserire nella serie delle nostre constatazioni sulla bancarotta delle teorie politiche borghesi. Lo Stato non basta alla difesa degli interessi dei cittadini, non è la forma sufficiente a tutto di organizzazione sociale, i cittadini si aggruppano secondo i ceti economici alla propria difesa; dunque lo Stato serve ad altro compito, che risulta evidente: quello di sostenere gli interessi della classe padronale, con la simulazione della imparzialità della legge, da un lato, con l’impiego della forza statale dall’altro a sostegno diretto degli interessi padronali.
Alla borghesia la dottrina liberale serve per uso esterno e per uso interno, nella formazione della sua tattica di governo le serve la realistica legge della forza. Se per applicare la seconda ella deve formalmente lacerare un canone che discende dalla prima, è logico che lo faccia, pur tentando con mille contorsioni di dimostrare di non aver rinnegato i suoi principii.
Ora, se noi vogliamo intendere per metodo democratico non il metodo stesso che chiamiamo liberale ed ha le sue fonti classiche nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, ma una ulteriore evoluzione dei programmi di governo degli Stati moderni, possiamo identificarlo in generale con la fase più recente del capitalismo, svoltasi alla vigilia della guerra mondiale, la fase del monopolio e dell’imperialismo. Seguiremo più oltre l’innestarsi di un tal metodo con l’attuale fase di offensiva economica e politica borghese, sulla nostra linea dello studio degli avvenimenti in Italia.
Alla identificazione che abbiamo fatta potrebbero muoversi obiezioni, osservando che mentre si compie in Italia (dopo il 1900) l’esperimento di questo metodo di governo (da chiamarsi per evitare confusioni „democratico di sinistra”) proprio l’Italia è il paese in cui l’evoluzione del capitalismo avviene in ritardo. Ma il ritardo dell’evoluzione capitalistica in Italia è forse più nel senso quantitativo che qualitativo, il gioco del capitale bancario nella produzione e quindi nella politica si presenta prestissimo, una ripresa economica generale si determina nel periodo che esaminiamo dopo i precedenti decenni di grave crisi, e quella poca influenza di strati agrari aristocratici e feudali clericali nel governo, su cui abbiamo insistito, permette allo Stato di seguire con docilità le esigenze del protezionismo industriale, che manovra molto bene all’ombra della demagogia e con la complicità del riformismo.
Adunque dopo il conato del ’98 avviene nei primi anni del secolo la conciliazione dello Stato ufficiale con l’esistenza delle associazioni sindacali proletarie. Lo strato dei dirigenti di queste compensa la possibilità di agire legalmente e pacificamente col desistere da ogni propaganda di azione sovversiva contro le istituzioni, e si gettano le basi del compromesso collaborazioni sta. Il socialismo viene a destra e in compenso i governi democratici di sinistra iniziano un’opera di legislazione sociale.