Międzynarodowa Partia Komunistyczna

Rassegna Comunista 4

Gli schieramenti dei partiti parlamentari in Italia

Questa applicazione del meccanismo elettorale cui abbiamo assistito in Italia, svoltasi con una rapidità di passaggio che è l’unica cosa che poteva conferire alla sua sopportazione, ha confermato che si tratta di un meccanismo rugginoso e consunto, incapace ormai di fungere da primo motore della macchina politica. 

Le recenti elezioni non hanno indicato né tanto meno fornito alla classe che è al potere nuovi espedienti e risorse per uscire dalle strette di una penosa situazione. La nuova Camera è composta su per giù come l’antica e, dal punto di vista puramente parlamentare, offre gli stessi problemi alla formazione di un governo secondo le regole consuete. 

È impressione corrente che, avendo il ministero Giolitti sciolta la Camera, perché su di essa era impossibile basare una sicura maggioranza di governo, si trovi ora dinanzi ad una Camera in cui quelle difficoltà si sono identicamente rinnovate, e forse accentuate. 

Ma queste sono le riflessioni correnti di quella pubblica opinione ricucita di luoghi comuni, e poco ci importano. La realtà è che la politica difensiva della classe borghese in Italia si avvia a confermare quella che è una esperienza fondamentale del movimento internazionale comunista, cioè la funzione decisivamente reazionaria della socialdemocrazia. 

Si è troppo ripetuto che in Italia una socialdemocrazia non esiste, si è troppo speculato sulle superficiali valutazioni che del socialismo riformista e transigente italiano sono in voga in Italia e all’estero per la interferenza di fattori non bene compresi. Lo si è tanto ripetuto che gli avvenimenti non mancheranno di regalarci un altro teorema (ci si passi la espressione) che la più velenosa e reazionaria forma di socialdemocrazia è quella che più tarda ad appalesarsi per tale. 

Certo è che mentre il regime, o se non il regime le cui crepe sono troppo evidentemente insanabili, almeno il potere borghese, dà prova di avere tuttora delle notevoli risorse difensive, e di essere capace di far arretrare di qualche passo l’avversario, il proletariato rivoluzionario, profittando con intuito e risolutezza delle sue debolezze, mentre questa verità altamente ammonitrice per i proletari, scaturisce da quanto avviene nelle piazze e nelle campagne attraverso gli episodi di una quotidiana guerriglia, la consultazione elettorale dà indicazioni nettamente di sinistra, dà la vittoria a forze essenzialmente democratiche, a programmi che sono materiati di riformismo socialistoide e di modernismo sindacale. Protagonisti della vigorosa resistenza borghese non sono dunque i gruppi reazionari (nel senso storico della parola) della borghesia; non sono elementi ultraconservatori, ultramonarchici, clericali, moderati… tutta questa terminologia è sparita addirittura dalla politica italiana. 

I partiti messi in auge dalle elezioni recenti e dalle precedenti sono tutti su di un terreno democratico, si avviano tutti ad accettare l’esperimento di un governo socialdemocratico; ossia a formarsi la coscienza di classe che costituire un tale governo non vorrà dire cedere dinanzi alle masse, ma portare contro di esse e l’avanguardia rivoluzionaria del loro movimento, la più decisa delle offensive. 

Il partito popolare – non occorre ripeterne i motivi – è un partito largamente democratico e riformista; sindacalista nella sua ala sinistra, la quale arriva perfino a considerare senza timore un cambiamento di forma di governo nel senso repubblicano; ed è apertamente (tutto il partito) fautore della più larga funzione della democrazia parlamentare. Esso fa posto nei suoi programmi alle aspirazioni economiche delle masse; sopratutto agrarie, e fa leva in gran parte su queste – non fa mistero di essere un partito di governo, e comincia a dichiarare di essere pronto a collaborare con le frazioni della più accesa democrazia; essendo ormai da una parte e dall’altra superato per sempre quel problema dell’anticlericalismo massonico, che una volta sembrava il pernio delle lotte politiche in Italia; mentre era il risultato di uno spregevole onanismo intellettuale. 

I gruppi del «partito liberale» non si possono esaminare che riducendoli a seguito di questo o di quello «illustre parlamentare». Vi sono i seguaci fedeli di Giolitti: chi non conosce l’audacia democratica e riformistica dei suoi programmi? La sua antica decisione di portare i socialisti al potere, realizzata in parte dopo la scissione del 1912 in cui il partito socialista respingeva da sé i collaborazionisti, creando la illusione di aver superato il pericolo riformista; mentre questo covava nelle sue file, e mentre, come dicevamo, esso è tanto più insidioso, quanto più circonda di stentate od ostentate riluttanze la sua via verso l’alleanza borghese? 

Vi è una «opposizione» a Giolitti che gravita verso Nitti. Le ragioni della opposizione non sono che personali, il tono politico è lo stesso. Caso mai Nitti è ancora più corrivo alla collaborazione socialista, verso cui quando era al potere fece tentativi replicati, dimostrandosi così audacemente oculato dal sorridere anche al chiassoso massimalismo del 1919 ed aiutarlo a vincere nelle elezioni.

Ancora: v’è un gruppo Salandra, in cui sopravviverebbe la «destra» della Camera italiana. A dispetto di ogni regola geometrica o simmetrica, nel Parlamento nazionale la sinistra comprende i cinque sesti dei deputati, e la destra, con aggiuntovi il centro, si e no il sesto, anzi certamente no. Ma il recente discorso Salandra dimostra che anch’egli accederebbe ai modernissimi criteri di governo deponendo pregiudiziali sorpassate. D’altra parte nel suo governo di guerra egli comprese i socialisti riformisti interventisti. E nel giudicare dello schieramento politico dei partiti italiani non bisogna dare troppo peso alla politica fatta durante la guerra. Bissolati è morto; e se sempre ha vissuto vicinissimo a Turati, oggi sarebbe forse per condividere ancora la sua tessera. Non vi è maggiore abisso tra Salandra e Giolitti di quello che vi fosse tra Bissolati e Turati. Del resto, il riavvicinamento è stato sancito dalla stessa posizione elettorale del Salandra, divenuto anch’egli ministeriale. 

Vi sono i fascisti. La presenza di questo nuovo gruppo non deve ingannare. Esso non smentisce affatto le tendenze della borghesia italiana alla avanzata democrazia parlamentare, alle riforme che vogliono contentare i lavoratori, alla più grande ampiezza di libertà per i sindacati professionali. Anzi in tutto questo campo il fascismo è una avanguardia programmatica. Il fascismo non è né un partito, né un gruppo; esso è il precipitato ultimo della politica di difesa della classe borghese, di cui contiene le più forti esperienze nazionali ed internazionali. La sua funzione sulla scena della politica italiana è la dimostrazione vivente e dinamica delle affermazioni critiche del comunismo; che cioè nel meccanismo parlamentare democratico si realizza la dittatura borghese, che la funzione di quel meccanismo si integra con la lotta violenta contro le tendenze rivoluzionarie, colla applicazione alla lotta di classe del principio militare che la migliore difesa è l’offensiva.

Il fascismo, colle sue imprese, se interpretato alla luce di una valutazione marxista che è lettera morta per la cecità o per la complicità – socialdemocratica, avvia, attraverso un processo le cui vicende parlamentari si intravedono già, ma su cui ancora non ci soffermeremo, lo scatenamento della più selvaggia battaglia antirivoluzionaria, sotto la bandiera, non di una dittatura extraparlamentare, ma di un governo di democratici, magari di una repubblica presieduta da socialisti, che rinnoverà le gesta degli Ebert e dei Noske. 

Le gesta non sarebbero rinnovate, al certo, se la grande massa proletaria seguisse la suadente politica di addormentamento socialdemocratica, e disarmasse nei metodi di passività sfrontatamente proposti dal partito socialista. Questo potrebbe sembrare probabile a chi considerasse aritmeticamente le cifre dei voti socialisti e comunisti nelle elezioni recenti. 

Ma il comunismo italiano, più che mai ferrato delle armi critiche demolitrici dell’inganno parlamentare apprestate dalla genialità dei Maestri, e dalle sanguinose esperienze dei militanti contemporanei della lotta rivoluzionaria, sorge a rispondere che su altro terreno si dimostrerà come anche in Italia vi siano forze inquadrate sotto il vessillo di Spartaco. Alle quali se migliore arriderà la fortuna, non vi sarà ombra di grazia per i «passati al nemico».

Partia i Akcja Klasowa

W poprzednim artykule, w którym rozwinęliśmy pewne podstawowe pojęcia teoretyczne, wykazaliśmy nie tylko, że nie ma sprzeczności w tym, że partia polityczna klasy robotniczej, nieodzowny instrument w walkach o emancypację tej klasy, obejmuje w swych szeregach tylko część, mniejszość, klasy, ale wykazaliśmy również, że nie można mówić o klasie w ruchu historycznym bez istnienia partii, która ma dokładną świadomość tego ruchu i jego celów, i która stawia się w awangardzie tego ruchu w walce.

Dokładniejsze zbadanie historycznych zadań klasy robotniczej na jej rewolucyjnym kursie, zarówno przed, jak i po obaleniu władzy wyzyskiwaczy, potwierdzi tylko bezwzględną konieczność istnienia partii politycznej, która musi kierować całą walką klasy robotniczej.

Aby mieć dokładne, namacalne pojęcie o technicznej konieczności partii, powinniśmy najpierw rozważyć – nawet jeśli może się to wydawać nielogiczne – zadania, jakie proletariat musi wykonać po dojściu do władzy i po wyrwaniu burżuazji kontroli nad maszyną społeczną.

Po zdobyciu kontroli nad państwem proletariat musi podjąć złożone funkcje. Oprócz zastąpienia burżuazji w kierowaniu i zarządzaniu sprawami publicznymi, musi on zbudować zupełnie nową i inną maszynę administracyjną i rządową, o celach o wiele bardziej złożonych niż te, które składają się na dzisiejszą „sztukę rządową”. Funkcje te wymagają zorganizowania jednostek zdolnych do pełnienia różnych funkcji, do badania różnych problemów i do stosowania pewnych kryteriów w różnych sektorach życia zbiorowego: kryteria te wywodzą się z ogólnych zasad rewolucyjnych i odpowiadają konieczności, która zmusza klasę proletariacką do zerwania więzów starego reżimu w celu ustanowienia nowych stosunków społecznych.

Byłoby zasadniczym błędem sądzić, że taki stopień przygotowania i specjalizacji można osiągnąć jedynie przez zorganizowanie robotników na bazie branżowej według ich tradycyjnych funkcji w starym reżimie. Naszym zadaniem nie będzie wyeliminowanie wkładu kompetencji technicznych dostarczanych wcześniej przez kapitalistę lub elementy ściśle z nim związane, aby zastąpić je, fabryka po fabryce, najlepiej szkolonymi i doświadczonymi robotnikami. Zamiast tego będziemy musieli stawić czoła zadaniom o znacznie bardziej złożonym charakterze, które wymagają syntezy przygotowania politycznego, administracyjnego i wojskowego. Takie przygotowanie, które musi dokładnie odpowiadać precyzyjnym historycznym zadaniom rewolucji proletariackiej, może zagwarantować tylko partia polityczna; w efekcie partia polityczna jest jedynym organizmem, który posiada z jednej strony ogólną historyczną wizję procesu rewolucyjnego i jego konieczności, a z drugiej – ścisłą dyscyplinę organizacyjną, zapewniającą całkowite podporządkowanie wszystkich swoich funkcji partykularnych ostatecznemu celowi ogólnemu klasy.

Partia jest tym zbiorem ludzi, którzy mają ten sam ogólny pogląd na rozwój historii, którzy mają precyzyjne pojęcie o ostatecznym celu klasy, którą reprezentują, i którzy z góry przygotowali system rozwiązań różnych problemów, z którymi proletariat będzie musiał się zmierzyć, gdy stanie się klasą panującą. Z tego właśnie powodu panowanie klasy może być tylko panowaniem partii. Po tych krótkich rozważaniach, które bardzo wyraźnie można dostrzec w nawet powierzchownym studium rewolucji rosyjskiej, rozważymy teraz fazę poprzedzającą dojście proletariatu do władzy, aby wykazać, że rewolucyjna akcja klasy przeciwko władzy burżuazyjnej może być tylko akcją partii.

Jest przede wszystkim oczywiste, że proletariat nie byłby wystarczająco dojrzały, by stawić czoła niezwykle trudnym problemom okresu swojej dyktatury, gdyby organ niezbędny w rozwiązywaniu tych problemów, czyli partia, nie zaczął na długo przedtem tworzyć korpusu swojej doktryny i doświadczeń.

Partia jest niezbędnym organem wszelkiej akcji klasowej, nawet jeśli weźmiemy pod uwagę bezpośrednie konieczności walk, które muszą zakończyć się rewolucyjnym obaleniem burżuazji. W rzeczywistości nie możemy mówić o prawdziwej akcji klasowej (to znaczy akcji, która wykracza poza interesy zawodowe i bezpośrednie troski), jeśli nie ma akcji partyjnej.

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Zasadniczo zadanie partii proletariackiej w procesie historycznym jest określone w następujący sposób.

W każdej chwili stosunki ekonomiczne i społeczne w społeczeństwie kapitalistycznym są nie do zniesienia dla proletariuszy, którzy w konsekwencji są zmuszeni do podjęcia próby ich przezwyciężenia. Poprzez złożony rozwój sytuacji ofiary tych stosunków uświadamiają sobie, że w ich instynktownej walce z cierpieniami i trudnościami, które są wspólne dla wielu ludzi, indywidualne zasoby nie wystarczają. Stąd też skłaniają się one do eksperymentowania z kolektywnymi formami działania, aby poprzez zrzeszanie się zwiększyć zakres swojego wpływu na narzucone im warunki społeczne. Ale następstwo tych doświadczeń na całej drodze rozwoju obecnej kapitalistycznej formy społecznej prowadzi do nieuchronnego wniosku, że robotnicy nie osiągną rzeczywistego wpływu na swój los, dopóki nie zjednoczą swych wysiłków ponad granicami interesów lokalnych, narodowych i branżowych i dopóki nie skoncentrują tych wysiłków na dalekosiężnym i integralnym celu, który urzeczywistni się w obaleniu burżuazyjnej władzy politycznej. Dzieje się tak dlatego, że dopóki obecny aparat polityczny pozostaje w mocy, jego funkcją będzie unicestwienie wszelkich wysiłków klasy proletariackiej zmierzających do ucieczki od kapitalistycznego wyzysku.

Pierwszymi grupami proletariuszy, którzy osiągają tę świadomość, są ci, którzy biorą udział w ruchach swoich klasowych towarzyszy i którzy poprzez krytyczną analizę swoich wysiłków, wynikających z nich rezultatów oraz błędów i rozczarowań wprowadzają coraz większą liczbę proletariuszy na pole wspólnej i ostatecznej walki, która jest walką o władzę, walką polityczną, walką rewolucyjną.

W ten sposób początkowo coraz większa liczba robotników przekonuje się, że tylko ostateczna walka rewolucyjna może rozwiązać problem ich warunków życia. Jednocześnie rośnie liczba tych, którzy gotowi są przyjąć nieuniknione trudy i ofiary walki, gotowi są stanąć na czele mas pobudzonych do buntu przez swoje cierpienia, a wszystko po to, by racjonalnie wykorzystać ich wysiłki i zapewnić ich pełną skuteczność.

Nieodzowne zadanie partii przedstawia się zatem w dwojaki sposób jako czynnik świadomości, a następnie jako czynnik woli: pierwszy przekłada się na teoretyczną koncepcję procesu rewolucyjnego, którą muszą podzielać wszyscy członkowie; drugi na akceptację precyzyjnej dyscypliny, która zapewnia skoordynowany wysiłek, a tym samym powodzenie odpowiedniej akcji.

Oczywiście to wzmocnienie energii klasowych nigdy nie było i nie może być bezpiecznie postępującym, ciągłym procesem. Zdarzają się zastoje, niepowodzenia i rozwiązania. Partie proletariackie często tracą zasadnicze cechy, które były w trakcie formowania, i predyspozycje do wypełniania swoich historycznych zadań. Ogólnie rzecz biorąc, pod samym wpływem określonych zjawisk świata kapitalistycznego, partie często porzucają swoją podstawową funkcję, która polega na skupianiu i kanalizowaniu impulsów pochodzących z ruchu różnych grup i kierowaniu ich ku jednemu ostatecznemu celowi, jakim jest rewolucja. Takie partie zadowalają się natychmiastowymi i przejściowymi rozwiązaniami i kompromisami. W konsekwencji degenerują się w swojej teorii i praktyce do tego stopnia, że przyznają, iż proletariat może znaleźć warunki korzystnej równowagi w ramach reżimu kapitalistycznego, a jako swój cel polityczny przyjmują cele jedynie cząstkowe i doraźne, rozpoczynając tym samym drogę do kolaboracji klasowej.

Te zjawiska degeneracji osiągnęły swój szczyt wraz z wielką wojną światową. Po niej nastąpił okres zdrowej reakcji: partie klasowe inspirowane dyrektywami rewolucyjnymi – które są jedynymi partiami prawdziwie klasowymi – zostały odbudowane na całym świecie i organizują się w Trzecią Międzynarodówkę, której doktryna i działanie są wyraźnie rewolucyjne i „maksymalistyczne”.

Tak więc w tym okresie, który wszystko wskazuje na to, że będzie decydujący, widzimy znów ruch rewolucyjnego zjednoczenia mas, organizacji ich sił dla ostatecznego działania rewolucyjnego. Ale znów, daleka od natychmiastowej prostoty zasady, sytuacja ta stwarza trudne problemy taktyczne; nie wyklucza częściowej lub nawet poważnej porażki, i stawia pytania, które tak bardzo pobudzają bojowników światowej organizacji rewolucyjnej.

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Teraz, gdy nowa Międzynarodówka usystematyzowała ramy swojej doktryny, musi jeszcze opracować ogólny plan swoich metod taktycznych. W różnych krajach z ruchu komunistycznego wyłonił się szereg pytań, a problemy taktyczne są na porządku dziennym. Kiedy już ustalono, że partia polityczna jest nieodzownym organem rewolucji; kiedy nie może już być punktem spornym, że partia może być tylko częścią klasy (i ten punkt został rozstrzygnięty w teoretycznych uchwałach II Kongresu Światowego, które stanowiły punkt wyjścia poprzedniego artykułu), wtedy pozostaje do rozwiązania następujący problem: musimy wiedzieć dokładniej, jak duża musi być organizacja partyjna i jaki musi mieć związek z masami, które organizuje i którym przewodzi. Istnieje – lub mówi się, że istnieje – tendencja, która pragnie mieć idealnie czyste „małe partie” i która niemal z przyjemnością oddaliłaby się od kontaktu z wielkimi masami, oskarżając je o małą świadomość i zdolności rewolucyjne. Tendencja ta jest ostro krytykowana i określana jako lewy oportunizm. Etykieta ta wydaje nam się jednak bardziej demagogiczna niż uzasadniona; powinna być raczej zarezerwowana dla tych tendencji, które negują funkcję partii politycznej i udają, że masy mogą być zorganizowane na szeroką skalę dla rewolucji za pomocą czysto ekonomicznych i syndykalnych form organizacji.

Tym, czym musimy się zatem zająć, jest dokładniejsze zbadanie relacji między masami a partią. Widzieliśmy, że partia jest tylko częścią klasy robotniczej, ale jak mamy określić liczbową wielkość tej frakcji? Dla nas, jeśli istnieje dowód błędu woluntarystycznego, a więc typowego antymarksistowskiego „oportunizmu” (a dziś oportunizm może oznaczać tylko herezję), to jest nim pretensja do ustanowienia takiego stosunku liczbowego jako apriorycznej zasady organizacji; to znaczy do ustalenia, że partia komunistyczna musi mieć w swoich szeregach, lub jako sympatyków, pewną liczbę robotników, która jest albo większa, albo mniejsza od określonego, danego procentu masy proletariackiej.

Byłoby śmiesznym błędem oceniać proces powstawania partii komunistycznych, który przebiega poprzez rozłamy i fuzje, według kryterium liczbowego, to znaczy zmniejszać liczebność partii zbyt dużych i na siłę dodawać do liczebności partii zbyt małych. Byłoby to w efekcie niezrozumienie, że formacja ta musi kierować się raczej normami jakościowymi i politycznymi oraz że rozwija się w bardzo dużej mierze poprzez dialektyczne reperkusje historii. Nie można jej zdefiniować za pomocą zasad organizacyjnych, które udawałyby, że partie powinny być formowane w taki sposób, jaki uważa się za pożądany i właściwy wymiar.

To, co można stwierdzić jako niepodważalną podstawę takiej dyskusji o taktyce, to fakt, że preferowane jest, by partie były jak największe liczbowo i by udało im się przyciągnąć wokół siebie jak największe warstwy mas. Nikt z komunistów nigdy nie ustanowił zasady, że partia komunistyczna powinna składać się z małej liczby ludzi zamkniętych w wieży z kości słoniowej o politycznej czystości. Nie ulega wątpliwości, że liczebna siła partii i entuzjazm proletariatu do gromadzenia się wokół partii są korzystnymi warunkami rewolucyjnymi; są to niewątpliwe oznaki dojrzałości rozwoju energii proletariackich i nikt nigdy nie życzyłby sobie, aby partie komunistyczne nie rozwijały się w ten sposób.

Dlatego też nie istnieje żaden definitywny ani możliwy do określenia stosunek liczbowy między członkostwem w partii a wielką masą robotników. Po ustaleniu, że partia przyjmuje swoją funkcję jako mniejszość klasy, dociekanie, czy powinna to być duża mniejszość, czy mała mniejszość, jest szczytem pedanterii. Pewne jest, że dopóki sprzeczności i konflikty wewnętrzne społeczeństwa kapitalistycznego, z których wywodzą się tendencje rewolucyjne, znajdują się dopiero w pierwszym stadium rozwoju, dopóki rewolucja wydaje się być odległa, dopóty musimy spodziewać się takiej sytuacji: partia klasowa, partia komunistyczna, będzie z konieczności składać się z małych grup awangardowych, które mają szczególną zdolność rozumienia perspektywy historycznej, a ta część mas, która ją zrozumie i za nią podąży, nie może być bardzo duża. Jednakże, gdy kryzys rewolucyjny stanie się nieuchronny, gdy burżuazyjne stosunki produkcji staną się coraz bardziej nieznośne, partia odnotuje wzrost swoich szeregów i zakresu naśladowania w obrębie proletariatu.

Jeśli obecny okres jest okresem rewolucyjnym, o czym wszyscy komuniści są głęboko przekonani, to wynika z tego, że musimy mieć duże partie, które wywierają silny wpływ na szerokie grupy proletariatu w każdym kraju. Ale wszędzie tam, gdzie cel ten nie został jeszcze zrealizowany mimo niezaprzeczalnych dowodów na ostrość kryzysu i rychłość jego wybuchu, przyczyny tego niedostatku są bardzo złożone; dlatego też niezwykle niepoważne byłoby wnioskowanie, że partia, gdy jest zbyt mała i o niewielkim wpływie, musi być sztucznie powiększona przez łączenie się z innymi partiami lub frakcjami partii, których członkowie są rzekomo związani z masami. Decyzja, czy członkowie innych organizacji powinni zostać przyjęci w szeregi partii, lub przeciwnie, czy partia, która jest zbyt duża, powinna wyeliminować część swojego członkostwa, nie może wynikać z arytmetycznych rozważań lub z dziecinnego rozczulania się nad statystyką.

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Tworzenie się partii komunistycznych, z wyjątkiem rosyjskiej partii bolszewickiej, narastało w bardzo przyspieszonym tempie zarówno w Europie, jak i poza nią, ponieważ wojna otworzyła drzwi, w bardzo przyspieszonym tempie, do kryzysu systemu. Masy proletariackie nie mogą stopniowo osiągać solidnej świadomości politycznej; przeciwnie, są popychane tu i tam przez konieczność walki rewolucyjnej, jak gdyby były miotane przez fale wzburzonego morza. Z drugiej strony, nadal utrzymuje się tradycyjny wpływ metod socjaldemokratycznych, a same partie socjaldemokratyczne są nadal na scenie, aby sabotować proces rewolucyjny, na korzyść burżuazji. Kiedy problem, jak rozwiązać kryzys, osiąga punkt krytyczny i kiedy kwestia władzę zostaje postawiona masom, rola socjaldemokratów staje się niezwykle oczywista, ponieważ kiedy pojawia się dylemat wyboru pomiędzy dyktaturą proletariatu a dyktaturą burżuazji i kiedy nie można już uniknąć decyzji, zawsze wybierają oni współudział z burżuazją. Jednak kiedy sytuacja dojrzewa, ale nie jest jeszcze w pełni rozwinięta, znaczna część mas pozostaje pod wpływem tych zdrajców społecznych. I w tych przypadkach, gdy prawdopodobieństwo rewolucji wydaje się, ale tylko wydaje się, maleć, lub gdy burżuazja niespodziewanie zaczyna rozwijać swoje siły oporu, nieuniknione jest, że partie komunistyczne tymczasowo stracą grunt pod nogami w dziedzinie organizacji i w kierowaniu masami.

Biorąc pod uwagę obecną niestabilną sytuację, możliwe jest, że będziemy świadkami takich wahań w ogólnie bezpiecznym procesie rozwoju rewolucyjnej Międzynarodówki. Nie ulega wątpliwości, że taktyka komunistyczna musi próbować stawić czoła tym niesprzyjającym okolicznościom, ale nie mniej pewne jest, że byłoby absurdem mieć nadzieję na ich wyeliminowanie za pomocą samych formuł taktycznych, podobnie jak przesadą byłoby wyciąganie z tych okoliczności pesymistycznych wniosków.

W abstrakcyjnej hipotezie ciągłego rozwoju rewolucyjnych energii mas, partia widzi, że jej siły liczbowe i polityczne wzrastają w sposób ciągły, ilościowo rosnąc, ale pozostając jakościowo takie same, o ile wzrasta liczba komunistów, w stosunku do ogólnej liczby proletariuszy. Jednakże w rzeczywistej sytuacji różnorodne i stale zmieniające się czynniki środowiska społecznego działają na nastroje mas w sposób złożony; partia komunistyczna, składająca się z tych, którzy wyraźniej dostrzegają i rozumieją cechy rozwoju historycznego, nie przestaje jednak być efektem tego rozwoju i dlatego nie może uciec od wahań atmosfery społecznej. Dlatego, choć działa nieustannie jako czynnik przyspieszenia rewolucji, nie ma żadnej metody, którą mógłby się posłużyć, choćby najbardziej wyrafinowanej, która mogłaby wymusić lub odwrócić sytuację w odniesieniu do jej zasadniczej istoty.

Najgorszym jednak środkiem zaradczym, jaki można by zastosować przeciwko niekorzystnym następstwom sytuacji, byłoby okresowe wystawianie na próbę zasad teoretycznych i organizacyjnych, stanowiących samą podstawę partii, w celu rozszerzenia jej strefy kontaktu z masami. W sytuacjach, gdy słabną rewolucyjne skłonności mas, ten ruch „zbliżenia partii do mas”, jak to niektórzy nazywają, jest bardzo często równoznaczny ze zmianą samej natury partii, a więc pozbawieniem jej tych właśnie cech, które pozwoliłyby jej być katalizatorem zdolnym wpłynąć na masy, by wznowiły swój ruch naprzód.

Wnioski dotyczące dokładnego charakteru procesu rewolucyjnego, które wynikają z doktryny i doświadczenia historycznego, mogą mieć jedynie charakter międzynarodowy, a tym samym skutkować międzynarodowymi standardami. Gdy partie komunistyczne zostaną solidnie oparte na tych wnioskach, wówczas ich fizjonomia organizacyjna musi być uznana za ustaloną i należy zrozumieć, że ich zdolność do przyciągnięcia mas i oddania im pełni władzy klasowej zależy od przestrzegania ścisłej dyscypliny w zakresie programu i organizacji wewnętrznej.

Partia komunistyczna posiada świadomość teoretyczną potwierdzoną przez międzynarodowe doświadczenia ruchu, co pozwala jej być przygotowaną do konfrontacji z wymaganiami walki rewolucyjnej. I z tego powodu, nawet jeśli masy częściowo opuszczają ją w pewnych fazach jej życia, ma ona gwarancję, że ich poparcie powróci, gdy staną przed problemami rewolucyjnymi, dla których nie może być innego rozwiązania niż to, które jest wpisane w program partii. Kiedy potrzeby działań rewolucyjnych ujawnią konieczność istnienia scentralizowanego i zdyscyplinowanego organu kierowniczego, wtedy partia komunistyczna, której konstytucja będzie przestrzegać tych zasad, postawi się na czele mas w ruchu.

Wniosek, który chcemy wyciągnąć, jest taki, że kryteria, których musimy użyć jako podstawy do oceny efektywności partii komunistycznych, muszą być zupełnie inne niż ocena a posteriori ich sił liczbowych w porównaniu z siłami innych partii, które roszczą sobie prawo do reprezentowania proletariatu. Jedynymi kryteriami, według których można ocenić tę efektywność, są precyzyjnie określone teoretyczne podstawy programu partii oraz sztywna dyscyplina wewnętrzna wszystkich jej sekcji organizacyjnych i wszystkich członków; tylko taka dyscyplina może zagwarantować wykorzystanie pracy wszystkich dla największego sukcesu sprawy rewolucyjnej. Każda inna forma ingerencji w skład partii, która nie wynika logicznie z precyzyjnego zastosowania tych zasad, może prowadzić jedynie do złudnych rezultatów i pozbawiłaby partię klasową jej największej rewolucyjnej siły: siła ta polega właśnie na doktrynalnej i organizacyjnej ciągłości całej jej propagandy i wszystkich jej działań, na jej zdolności do „stwierdzenia z wyprzedzeniem”, jak rozwinie się proces ostatecznej walki między klasami i na jej zdolności do nadania sobie takiego typu organizacji, który odpowiada potrzebom tej decydującej fazy.

W czasie wojny ta ciągłość została bezpowrotnie utracona na całym świecie i jedyną rzeczą, jaką można było zrobić, było zacząć od początku. Narodziny Międzynarodówki Komunistycznej jako siły historycznej zmaterializowały, na podstawie całkowicie jasnego i decydującego doświadczenia rewolucyjnego, linie, na której ruch proletariacki mógł się zreorganizować. Pierwszym warunkiem rewolucyjnego zwycięstwa światowego proletariatu jest zatem osiągnięcie stabilizacji organizacyjnej Międzynarodówki, która mogłaby dać masom na całym świecie poczucie zdecydowania i pewności, która mogłaby zdobyć poparcie mas, umożliwiające jednoczesne czekanie na nie zawsze, gdy jest to niezbędne, by rewolucyjny rozwój kryzysu nadal je kształtował, kryzysu podczas którego nie da się uniknąć eksperymentowania mas z podstępnymi radami socjaldemokratów. Nie ma lepszych recept na ucieczkę od tej konieczności.

Drugi Kongres Trzeciej Międzynarodówki zrozumiał te konieczności. Na początku nowej epoki, która musi doprowadzić do rewolucji, musiał ustalić punkty wyjścia dla międzynarodowej pracy organizacyjnej i przygotowania rewolucyjnego. Być może byłoby lepiej, gdyby Kongres, zamiast zajmować się poszczególnymi tematami w takiej kolejności, w jakiej zostały one potraktowane w tezach – z których wszystkie dotyczyły jednocześnie teorii i taktyki – ustalił najpierw fundamentalne podstawy teoretycznej i programowej koncepcji komunizmu, ponieważ organizacja wszystkich partii sympatyzujących musi opierać się przede wszystkim na przyjęciu tych tez. Następnie Kongres sformułowałby podstawowe zasady działania, których wszyscy członkowie muszą ściśle przestrzegać w kwestiach związkowych, agrarnych, kolonialnych itd. Wszystko to jednak zostało załatwione w zbiorze uchwał podjętych przez II Kongres i znakomicie podsumowane w tezach o warunkach przyjęcia partii.

Zastosowanie tych warunków przyjęcia należy uznać za wstępny akt konstytutywny i organizacyjny Międzynarodówki, to znaczy za operację, która musi być dokonana raz na zawsze, aby wyciągnąć wszystkie zorganizowane lub dające się zorganizować siły z chaosu, w jaki popadł polityczny ruch proletariacki, i zorganizować te siły w nową Międzynarodówkę.

Należy bez dalszej zwłoki podjąć wszelkie kroki w celu zorganizowania ruchu międzynarodowego na podstawie tych obowiązkowych norm międzynarodowych. Albowiem, jak już mówiliśmy, wielką siłą, która musi kierować Międzynarodówką w jej zadaniu napędzania rewolucyjnych energii, jest wykazanie ciągłości jej myśli i działania w kierunku precyzyjnego celu, który pewnego dnia ukaże się wyraźnie w oczach mas, polaryzując je wokół partii awangardowej i zapewniając najlepsze szanse na zwycięstwo rewolucji.

Jeśli w wyniku tej wstępnej – choć decydującej organizacyjnie – systematyzacji ruchu, partie w niektórych krajach mają pozornie niewielką liczbę członków, to badanie przyczyn takiego zjawiska może być bardzo pożyteczne. Absurdem byłoby jednak modyfikowanie ustalonych norm organizacyjnych i redefiniowanie ich stosowania w celu uzyskania lepszego stosunku liczbowego partii komunistycznej do mas lub do innych partii. Unicestwiłoby to jedynie całą pracę wykonaną w okresie organizacji i uczyniłoby ją bezużyteczną; wymagałoby to rozpoczęcia pracy przygotowawczej od nowa, z dodatkowym ryzykiem kilku innych startów. W ten sposób metoda ta spowodowałaby jedynie stratę czasu zamiast jego zaoszczędzenia.

Jest to tym bardziej prawdziwe, jeśli weźmie się pod uwagę międzynarodowe konsekwencje tej metody. Skutkiem uczynienia międzynarodowych zasad organizacyjnych odwołalnymi i stworzenia precedensów dla akceptacji „przerabiania” partii – tak jakby partia była jak posąg, który może być przerobiony po tym, jak za pierwszym razem nie wyszedł dobrze – byłoby zatarcie całego prestiżu i autorytetu „warunków”, jakie Międzynarodówka stawiała partiom i jednostkom, które chciały do niej przystąpić. Opóźniłoby to również w nieskończoność stabilizację kadr armii rewolucyjnej, ponieważ nowi oficerowie mogliby stale aspirować do wstąpienia, jednocześnie „zachowując przywileje swojego stopnia”.

Dlatego nie trzeba opowiadać się za dużymi – lub małymi – partiami; nie trzeba postulować odwrócenia orientacji niektórych partii pod pretekstem, że nie są one „partiami masowymi”. Przeciwnie, musimy domagać się, aby wszystkie partie komunistyczne były oparte na solidnych dyrektywach organizacyjnych, programowych i taktycznych, które krystalizują wyniki najlepszych doświadczeń walki rewolucyjnej w skali międzynarodowej.

Wnioski te, choć trudno je uzmysłowić bez bardzo długich rozważań i przytaczania faktów zaczerpniętych z życia ruchu proletariackiego, nie wypływają z abstrakcyjnego i jałowego pragnienia posiadania czystych, doskonałych i ortodoksyjnych partii. Zamiast tego wywodzą się z chęci wypełnienia rewolucyjnych zadań partii klasowej w najbardziej efektywny i bezpieczny sposób.

Partia nigdy nie znajdzie tak pewnego poparcia ze strony mas, masy nigdy nie znajdą pewniejszego obrońcy swojej świadomości klasowej i swojej władzy, niż wtedy, gdy dotychczasowe działania partii wykazały ciągłość jej ruchu w kierunku celów rewolucyjnych, nawet bez mas lub przeciwko nim w pewnych niekorzystnych momentach. Poparcie mas można bezpiecznie zdobyć tylko poprzez walkę z ich oportunistycznymi przywódcami. Oznacza to, że tam, gdzie partie niekomunistyczne nadal wywierają wpływ na masy, należy je pozyskać poprzez rozbicie sieci organizacyjnej tych partii i wchłonięcie ich proletariackich elementów do solidnej i dobrze zdefiniowanej organizacji Partii Komunistycznej. Jest to jedyna metoda, która może dać użyteczne rozwiązania i zapewnić praktyczny sukces. Odpowiada ona dokładnie stanowisku Marksa i Engelsa wobec dysydenckiego ruchu Lassalleańczyków.

Dlatego też Międzynarodówka Komunistyczna musi patrzeć z ogromną nieufnością na wszystkie grupy i jednostki, które przychodzą do niej z zastrzeżeniami teoretycznymi i taktycznymi. Możemy uznać, że ta nieufność nie może być absolutnie jednolita na poziomie międzynarodowym i że pewne szczególne warunki muszą być brane pod uwagę w krajach, gdzie tylko ograniczone siły stawiają się na prawdziwym terenie komunizmu. Pozostaje jednak prawdą, że nie należy przywiązywać wagi do liczebności partii, gdy chodzi o to, czy warunki przyjęcia powinny być łagodniejsze czy surowsze dla jednostek i, co jest jeszcze bardziej uzasadnione, dla grup, które są mniej lub bardziej niekompletnie przekonane do tez i metod Międzynarodówki. Pozyskanie tych elementów nie byłoby pozyskaniem pozytywnych sił; zamiast przyprowadzić do nas nowe masy, spowodowałoby to ryzyko zagrożenia wyraźnego procesu pozyskiwania ich dla sprawy partii. Oczywiście musimy chcieć, aby ten proces był jak najszybszy, ale to życzenie nie może nas skłaniać do nieostrożnych działań, które mogłyby, przeciwnie, opóźnić końcowy solidny i ostateczny sukces.

Konieczne jest włączenie do taktyki Międzynarodówki pewnych norm, które stale okazywały się bardzo skuteczne, do podstawowych kryteriów, które dyktują stosowanie tej taktyki, oraz do złożonych problemów, które pojawiają się w praktyce. Są to: absolutnie bezkompromisowa postawa wobec innych partii, nawet tych najbliższych, pamiętanie o przyszłych reperkusjach poza doraźnymi pragnieniami przyspieszenia rozwoju pewnych sytuacji; dyscyplina wymagana od członków, uwzględniająca nie tylko obecne przestrzeganie tej dyscypliny, ale także ich przeszłe działania, z maksymalną nieufnością w odniesieniu do konwersji politycznych; uwzględnienie przeszłej odpowiedzialności jednostek i grup, zamiast uznawania ich prawa do wstępowania lub opuszczania armii komunistycznej, kiedy tylko zechcą. Wszystko to, nawet jeśli może się wydawać, że na razie zamyka partię w zbyt wąskim kręgu, nie jest teoretycznym luksusem, lecz metodą taktyczną, która bardzo bezpiecznie zapewnia przyszłość.

Niezliczone przykłady pokazałyby, że rewolucjoniści z ostatniej chwili są nie na miejscu i bezużyteczni w naszych szeregach. Jeszcze wczoraj mieli oni postawy reformatorskie, które były podyktowane szczególnymi warunkami okresu, a dziś zostali skłonieni do przestrzegania fundamentalnej dyrektywy komunistycznej, ponieważ wpływają na nich ich często zbyt optymistyczne rozważania na temat rychłości rewolucji. Każde nowe zachwianie sytuacji – a w wojnie kto może powiedzieć, ile będzie postępów i odwrotów przed ostatecznym zwycięstwem – wystarczy, by powrócili do dawnego oportunizmu, zagrażając jednocześnie treści naszej organizacji.

Międzynarodowy ruch komunistyczny musi składać się nie tylko z tych, którzy są głęboko przekonani o konieczności rewolucji i są gotowi walczyć o nią za cenę wszelkich poświęceń, ale także ot tych, którzy są zobowiązani do działania na terenie rewolucyjnym nawet wtedy, gdy trudności walki ujawniają, że ich cel jest trudniej osiągalny i bardziej odległy niż sądzili.

W momencie intensywnego kryzysu rewolucyjnego będziemy działać na trwałej podstawie naszej organizacji międzynarodowej, polaryzując wokół siebie elementy, które dziś jeszcze się wahają, i pokonując partie socjaldemokratyczne różnych odcieni.

Jeśli możliwości rewolucyjne są mniej bezpośrednie, nie będziemy ryzykować, nawet przez jedną chwilę, że pozwolimy się odciągnąć od naszej cierpliwej pracy przygotowawczej, aby wycofać się do zwykłego rozwiązywania natychmiastowych problemów, co byłoby korzystne tylko dla burżuazji.

* * *  

Innym aspektem problemu taktycznego, który muszą rozwiązać partie komunistyczne, jest wybór momentu, w którym należy wystosować wezwania do działania, czy będzie to działanie wtórne, czy ostateczne. Dlatego właśnie namiętnie dyskutuje się dziś o „taktyce ofensywy” partii komunistycznych, która polega na organizowaniu i uzbrajaniu bojowników partii i bliskich sympatyków oraz manewrowaniu nimi w odpowiednim momencie w akcjach ofensywnych, mających na celu pobudzenie mas do ogólnego ruchu, a nawet dokonanie spektakularnych akcji w odpowiedzi na reakcyjną ofensywę burżuazji.

Również w tej kwestii istnieją na ogół dwa przeciwstawne stanowiska, z których żadne nie byłoby prawdopodobnie popierane przez komunistę.

Żaden komunista nie może żywić uprzedzeń do stosowania działań zbrojnych, odwetu, a nawet terroru, ani zaprzeczać, że działania te, wymagające dyscypliny i organizacji, muszą być kierowane przez partię komunistyczną. Równie infantylna jest koncepcja, że użycie przemocy i akcje zbrojne zarezerwowane są dla „Wielkiego Dnia”, kiedy to rozpocznie się najwyższa walka o zdobycie władzy. W rzeczywistości rozwoju rewolucji krwawe konfrontacje między proletariatem a burżuazją są nieuniknione przed ostateczną walką; mogą one pochodzić nie tylko z nieudanych prób powstańczych ze strony proletariatu, ale także z nieuniknionych, częściowych i przejściowych starć między siłami burżuazyjnej obrony a grupami proletariuszy, które zostały zmuszone do podniesienia broni, lub między bandami burżuazyjnych „białych gwardzistów” a robotnikami, którzy zostali przez nich zaatakowani i sprowokowani. Nie jest również słuszne twierdzenie, że partie komunistyczne muszą wyrzec się wszystkich takich działań i zarezerwować całą swoją siłę na moment ostateczny, ponieważ wszystkie walki wymagają przygotowania i okresu szkolenia i to właśnie w tych wstępnych działaniach musi zacząć się wykuwać i sprawdzać rewolucyjna zdolność partii do przewodzenia i organizowania mas.

Błędem byłoby jednak wnioskowanie z tych wszystkich poprzednich rozważań, że działanie partii klasy politycznej jest jedynie działaniem sztabu generalnego, który może swoją wolą określić ruch sił zbrojnych i ich wykorzystanie. I byłoby wyimaginowaną perspektywą taktyczną sądzić, że partia, po stworzeniu organizacji wojskowej, mogłaby przypuścić atak w danym momencie, w którym oceniłaby swoje siły jako wystarczające do pokonania sił obrony burżuazyjnej.

Ofensywne działanie partii jest możliwe do pomyślenia tylko wtedy, gdy realia sytuacji ekonomicznej i społecznej rzucają masy w ruch zmierzający do rozwiązania problemów bezpośrednio związanych, w najszerszej skali, z ich warunkami życiowymi; ruch ten wywołuje niepokój, który może rozwinąć się w kierunku prawdziwie rewolucyjnym tylko pod warunkiem, że partia zainterweniuje, jasno ustalając swoje ogólne cele oraz racjonalnie i sprawnie organizując swoją akcję, w tym technikę wojskową. Pewne jest, że rewolucyjne przygotowanie partii może zacząć przekładać się na zaplanowane działania nawet w cząstkowych ruchach mas: dlatego odwet na biały terror – którego celem jest wywołanie w proletariacie poczucia, że jest on definitywnie słabszy od swoich przeciwników i skłonienie go do porzucenia rewolucyjnego przygotowania – jest niezbędnym środkiem taktycznym.

Jednakże kolejnym woluntarystycznym błędem – dla którego nie może być i nie powinno być miejsca w metodach Międzynarodówki Marksistowskiej – byłoby przekonanie, że poprzez wykorzystanie takich sił wojskowych, nawet jeśli mogą być one bardzo dobrze zorganizowane na szeroką skalę, można zmienić sytuację i sprowokować rozpoczęcie ogólnej walki rewolucyjnej pośród zastoju.

Nie można tworzyć ani partii, ani rewolucji; prowadzi się partie i rewolucje, łącząc wszystkie pożyteczne międzynarodowe doświadczenia rewolucyjne w celu zapewnienia największych szans na zwycięstwo proletariatu w walce, która jest nieuniknionym wynikiem epoki historycznej, w której żyjemy. Taki właśnie wniosek wydaje nam się konieczny.

Podstawowe kryteria, które kierują działaniem mas, wyrażają się w zasadach organizacyjnych i taktycznych, które Międzynarodówka musi ustalić dla wszystkich partii członkowskich. Kryteria te nie mogą jednak iść tak daleko, by bezpośrednio przekształcać partie, łudząc się, że nadadzą im wszystkie wymiary i cechy, które zagwarantują sukces rewolucji. Muszą natomiast być inspirowane dialektyką marksistowską i opierać się przede wszystkim na jasności i jednorodności programowej z jednej strony oraz na centralizującej dyscyplinie taktycznej z drugiej.

Istnieją naszym zdaniem dwa „oportunistyczne” odstępstwa od właściwej drogi. Pierwsze polega na wnioskowaniu o naturze i cechach partii na podstawie tego, czy w danej sytuacji możliwe jest przegrupowanie licznych sił, czy też nie: sprowadza się to do dyktowania zasad organizacyjnych partii przez sytuacje i nadawania jej z zewnątrz konstytucji innej niż ta, którą osiągnęła w danej sytuacji. Drugie odchylenie polega na przekonaniu, że partia, o ile jest liczna i ma przygotowanie militarne, może wywoływać sytuacje rewolucyjne, wydając rozkaz do ataku: jest to równoznaczne z twierdzeniem, że sytuacje historyczne mogą być tworzone przez wolę partii.

Niezależnie od tego, które odchylenie należy nazwać „prawicowym” czy „lewicowym”, pewne jest, że oba są dalekie od poprawnej doktryny marksistowskiej. Pierwsze odchylenie wyrzeka się tego, co może i musi być uprawnioną interwencją ruchu międzynarodowego w postaci systematycznego zbioru zasad organizacyjnych i taktycznych; wyrzeka się tego stopnia wpływu – wynikającego z precyzyjnej świadomości i doświadczenia historycznego – jaki nasza wola może i musi wywierać na rozwój procesu rewolucyjnego. Drugie odchylenie przypisuje nadmierne i nierealne znaczenie woli mniejszości, co grozi doprowadzeniem do katastrofalnych porażek.

Komunistycznymi rewolucjonistami muszą być ci, którzy przeciwnie, zostali zbiorowo zahartowani przez doświadczenia walki ze zwyrodnieniami ruchu proletariackiego, którzy mocno wierzą w rewolucję i gorąco jej pragną, ale nie jak ktoś, kto oczekuje zapłaty i pogrążyłby się w rozpaczy i zniechęceniu, gdyby termin płatności miał się opóźnić tylko o jeden dzień.

La democrazia operaia

di P. PASCAL

Tempo fa, dalla destra, si è accusato il Potere dei Soviet di rimettere il governo nelle mani della massa grossolana, ignorante ed incapace. Oggi, Sebastiano Faure e qualche altro lo combattono sotto il pretesto che in Russia la dittatura del proletariato è stata ridotta alla dittatura del Partito Comunista. 

In realtà la Repubblica dei Soviet, così come si presenta, non merita né l’uno né l’altro di questi rimproveri contraddittori. La sua politica si è limitata ad essere realista. Le classi oppresse di Russia hanno preso il potere per cacciarne i nobili e la borghesia, perché questo potere fosse esercitato nell’interesse dei lavoratori. Ma, nella loro massa, esse non erano capaci di esercitarlo. Non bisogna mai dimenticare che il 60% degli operai ed il 75% dei contadini erano analfabeti. Essi avevano bisogno di rovesciare il dominio del capitale per aver la possibilità di imparare a leggere e, da un punto di vista più vasto, per acquistare il mezzo per divenire uomini coscienti ed apprendere a governarsi da sé. 

La conquista del potere era la condizione necessaria poiché l’antico regime sociale opponeva allo sviluppo delle masse un ostacolo materiale invincibile. La rivoluzione d’ottobre è stata la soppressione dell’ostacolo, ma essa non poteva essere l’infusione istantanea di tutte le virtù e di tutte le conoscenze intellettuali, morali, amministrative, politiche. ecc., ad una folla di 100 milioni d’uomini. Per acquistare tutte queste qualità, occorrevano degli anni di lavoro, se non delle generazioni. Questa iniziativa individuale non meno cara ai comunisti che agli anarchici, si crede forse che sia stata data bella e pronta, come un dono gratuito della natura, ad ogni uomo? L’operaio ed il contadino, abituati da padre in figlio a curvare la schiena senza ragionare davanti alle potenze di questo mondo, sapranno essi improvvisamente agire a loro volta come potenze in grazia della sola Rivoluzione? Certamente no. 

Prima di poter governarsi nel vero senso della parola da sole, le masse russe avevano bisogno di imparare a leggere, vale a dire a liberarsi prima dalla loro ignoranza. In seguito imparare il funzionamento, poscia la condotta di questo meccanismo complicato, che costituisce la società moderna, nelle sue diverse branche. Ecco perché i lavoratori russi hanno riconosciuto indispensabile la direzione del Partito Comunista e perché questi è divenuta l’anima che dà vita al Potere dei Soviet. In attesa che il proletariato nella sua massa sia cosciente e capace, occorre di necessità che la sua dittatura sia esercitata in modo attivo da un gruppo d’iniziativa, devoto alla sua causa, sottomesso alle sue aspirazioni, che gli rende conto del proprio operato, ma che nello stesso tempo lo guida sulla via difficile dell’avvenire, perché più attivo e più sperimentato. La dittatura del proletariato si è data una specie di organo esecutivo nel Partito Comunista. 

Perché lui piuttosto che un’altro partito? Perché il proletariato si è reso conto che esso solo risponde alle condizioni volute: devozione ai suoi interessi, attività e capacità. Tutti gli altri partiti, menscevichi, socialrivoluzionari, anarchici, hanno dimostrato con il loro atteggiamento, e troppo sovente, haime!, che essi riuniscono tutti i vizi contrari: assenza di programma, impotenza davanti ai problemi economici, incoerenza interna, collusione con la reazione zarista o straniera. 

La sola questione da porsi da Sebastiano Faure e da coloro che aderiscono alla sua campagna è questa: in qual modo il Potere dei Soviet, inspirato dal Partito Comunista, ha realizzato la sua missione? Ha egli veramente fatto tutto ciò che poteva per preparare gli operai ed i contadini a governarsi da sé, non soltanto nella loro élite, ma nella loro massa? 

Bisogna domandarsi innanzi tutto in quale misura il Potere dei Soviet ed il Partito Comunista hanno avuto il mezzo materiale di consacrarsi a questo compito. La realtà è che, per quanto essenziale esso fosse, ne è apparso un’altro più imperioso ancora e più urgente, dal quale dipendeva tutto il resto il problema dell’esistenza. 

La guerra più ineguale che si sia mai visto è appena terminata, e la Rivoluzione proletaria ne è uscita vittoriosa grazie alla sottomissione al pugno di ferro del Partito Comunista. La sua disciplina ha causato questo miracolo. 

Nello stesso tempo il proletariato ha ricevuto dall’antico regime e dalla borghesia di Kerenski una Russia già economicamente rovinata, ridotta letteralmente alla miseria, all’arresto dei trasporti e dell’industria.

Prima di pensare allo scopo ideale del Potere dei Soviet, prima di sviluppare le capacità e le iniziative individuali, non occorreva forse rispondere alle esigenze della difesa militare e della sussistenza economica, questione imperiosa di vita o di morte per la Rivoluzione? 

Ecco perché questo ideale non è ancora realizzato, ecco perché cento milioni d’operai e contadini incolti non sono ancora in grado d’esercitare senza intermediari la loro dittatura. 

Bisogna tener conto di ciò che è possibile o no, e non rimproverare al Potere dei Soviet di non aver compiuto il prodigio che si reclama. 

Si può forse dire che durante questi tre anni e mezzo di guerra e di miseria ininterrotta, esso non abbia fatto nulla per preparare le masse popolari alla loro funzione sovrana? Se così fosse, si avrebbe il diritto di applicargli la parola del poeta: per difendere il suo essere, egli ha perso la sua ragion d’essere. Ma così non è. Tutti gli osservatori rimangono colpiti dal progresso morale che si constata ogni giorno di più nel popolo russo. C’è innanzitutto l’arricchimento intellettuale. Senza ricordare i corsi per gli analfabeti, le scuole di ogni sorta, esso si manifesta con la moltiplicazione dei giornali stampati, alle volte dattilografati, in località che non ne avevano mai conosciuti, con la diffusione di quelle «izbas-biblioteche» che divengono il luogo di riunione nei borghi, da quella sete di rappresentazioni drammatiche che quasi inquieta Lounatcharski, I gruppi comunisti, le leghe giovanili, reclutando nuovi membri, aprendo corsi di ogni grado, dando delle conferenze, esponendo nei comizi le grandi questioni del giorno, la politica locale, nazionale, ed anche internazionale, sono precisamente i più potenti fattori d’educazione generale delle masse. Il Partito Comunista non è una setta ristretta ed egoista di gelosi privilegiati. Al contrario, egli non cerca che di allargare le sue file e trascinare verso di lui, verso la liberazione, verso la luce e verso l’azione cosciente, un numero sempre maggiore di coloro che oggi si chiamano i senza partito. La sua propaganda non è propriamente una propaganda politica, ma un vero strumento d’istruzione e di risveglio. V’è identità fra il progresso morale del popolo russo e la prosperità del Partito Comunista. 

A questo arricchimento intellettuale corrisponde in effetto un’attività sempre maggiore delle masse nell’amministrazione politica o economica e nel governo. 

I soviet, le loro elezioni, le loro essemblee generali, i loro congressi sono per così dire le forme supreme e solenni di questa attività. Si sa che la necessità di prendere delle decisioni rapide ed energiche passa avanti in tempo di guerra ai diritti della deliberazione. Era dunque fatale che nella situazione di campo trincerato in cui si trovava la Russia, la funzione dei Soviet fosse assorbita dai Comitati Esecutivi, meno numerosi e più speditivi, eletti da essi. Nonostante ciò essi non hanno mai cessato di riunirsi, di rinnovarsi, di esprimere la volontà del popolo lavoratore, di prendere delle decisioni e di eseguirle. 

Ma dare un’importanza esclusiva ai Soviet, vale a dire all’esercizio del potere nella sua forma politica, sarebbe dar prova d’un pregiudizio parlamentarista, sarebbe non vedere che uno degli aspetti della sovranità del proletariato. Colui che possiede il contenuto sostanziale del potere, è in realtà chi lo applica ogni giorno, in tutte le circostanze della vita. Ora, non solamente il proletariato russo, con i suoi delegati eletti ai Soviet, ai Comitati Esecutivi ed ai Congressi, anche durante la guerra, non ha mai cessato di fare, le leggi ed i regolamenti, ma ancora egli è stato sempre padrone della loro applicazione. Si immagini non solo l’operaio, ma il contadino di un qualsiasi villaggio arretrato. Ogni quattro mesi in media, egli elegge il suo Soviet, a meno che non ne sia membro lui stesso, poiché c’è un membro ogni cento abitanti. Nell’intervallo si riuniscono delle conferenze generali che non hanno potere legislativo, ma emettono dei voti praticamente obbligatori per le autorità della giurisdizione corrispondente. Dalla città vengono degli oratori ad esporre in modo accessibile a tutti, anche a quelli che non sanno leggere il giornale, le grandi questioni d’attualità. Prendiamo a caso la provincia d’Ekaterinbourg: nella prima metà dello scorso mese d’ottobre, si sono tenute laggiù 300 conferenze di cantone o di distretto, i cui partecipanti sono stati eletti dai villaggi. 

Là, i comunisti non sono che un’infima minoranza, poiché si cerca di riunire i senza partito, ed il Partito Comunista si presenta davanti ad essi per render conto del proprio operato e per domandare non solo l’approvazione, ma la collaborazione. L’ordine del giorno tocca tutte le questioni: guerra, approvvigionamento, agricoltura, controllo, lavori pubblici, previdenza sociale, ecc. 

I rapporti sono fatti dai capi delle sezioni amministrative corrispondenti. Si svolge una discussione animata, poiché se il contadino è poco istruito, non bisogna credere che manchi di senso critico e di preveggenza. Finalmente esse approvano i principi comunisti, ma reclamano dei perfezionamenti nell’applicazione e la soppressione degli abusi. 

Non è questa una prova che da una parte si riconosce buona la direzione del Partito Comunista e dall’altra le masse lavoratrici divengono atte a discutere gli affari pubblici, a controllare l’amministrazione, vale a dire a governarsi da sé? 

L’anno scorso una spaventevole epidemia di tifo ha potuto essere scongiurata solo con l’appello lanciato a tutta la popolazione. Delle «Commissioni di pulizia» si costituirono nei villaggi. Esse vennero istruite dalle sezioni sanitarie dei Comitati Esecutivi locali, e sorvegliarono all’osservanza delle precauzioni indicate, aggiungendo proprie iniziative preziose. E un principio che «la salute delle masse deve essere opera delle masse stesse». 

Se passiamo nelle città le occasioni in cui l’iniziativa operaia è chiamata a manifestarsi sono ancora maggiori. Oltre i Soviet, le Conferenze generali, le Commissioni d’ogni sorta, vi sono per esempio i «gruppi d’ispezione» eletti ogni quattro mesi in ogni impresa, sulle ferrovie, nello stesso esercito rosso, dalle assemblee generali degli operai e dei soldati, per assistere a tutte le operazioni amministrative, rilevare le irregolarità ed assicurare il buon andamento del servizio. Questi «gruppi d’ispezione» si espandono alla anche nelle campagne, per controllare gli organi esecutivi dei borghi e dei cantoni. 

La Repubblica soviettista ha istituito le trattorie comunali, dove ogni cittadino riceve un pasto gratuito. I pensionanti inscritti in queste trattorie sono per turno incaricati del loro controllo. 

Accanto alle scuole, esistono dei Consigli di genitori che assistono alle sedute dei Consigli pedagogici, a tutte le commissioni, alle classi, ai giuochi dei ragazzi e sorvegliano affinché l’insegnamento sia quello che è necessario al popolo. 

Sarebbe troppo lungo enumerare e descrivere tutte queste istituzioni dove, un poco alla volta con la pratica si fa l’educazione politica ed amministrativa dei lavoratori. Bisognerebbe aggiungere le scuole militari, la educazione morale perseguita nell’esercito rosso, la propaganda fra le donne per risvegliarle ad una vita cosciente e sociale. Ecco ciò che si è potuto ottenere malgrado lo stato di guerra e di crisi acuta. Ecco un quadro molto succinto di ciò che costituisce la democrazia soviettista ovvero la democrazia operaia. 

Oggi, che si può credere finita la guerra, il Partito Comunista dirigente ha incominciato a sviluppare ancor di più questa democrazia operaia. L’ultimo Congresso dei Soviet lo ha deciso, le assemblee deliberative riprendono il sopravvento sui Comitati Esecutivi. Si vedono i Soviet tenere le loro sedute nelle officine e nelle caserme, per permettere alla folla dei soldati e degli operai di formulare direttamente i loro desideri, le loro lamentele e le loro proposte. Attualmente si procede all’elezione di Soviet nei piccoli centri che prima non ne avevano. La grande campagna agricola condotta fin dall’inizio dell’anno si basa interamente sull’iniziativa dei contadini, rappresentata nei «Comitati di semina» e costituenti soli i «Comitati di villaggio» per il miglioramento della coltura. Le officine entrano in una fase nuova. Che cos’è la «propaganda per la produzione» di cui ora tanto si parla, se non un’insieme di misure destinate a far comprendere all’operaio perché egli eseguisce tale o tal altro lavoro ed invitarlo a ricercare i mezzi per eseguire quello stesso lavoro con la minore fatica? Perciò la direzione espone la situazione, deposita il suo bilancio, rende i suoi conti, non più davanti agli azionisti, ma davanti all’assemblea generale degli operai, che discutono, approvano, biasimano e fanno delle proposte. Non è questo l’unico mezzo reale per rendere poco a poco gli operai capaci di innalzarsi fino alla funzione di direttori effettivi e sperimentati? E dunque una fase nuova che incomincia. All’inizio della rivoluzione c’è stato un controllo operaio caotico, semplice reazione spontanea contro l’antico regime. In seguito i venuta l’autorità di un direttore unico o collettivo controllato solamente dall’alto. Oggi incomincia il controllo operaio diretto e permanente, ma cosciente e metodico. 

La grande parola d’ordine del X Congresso del Partito Comunista, che è appena terminato, è stata ancora una volta un appello all’attività delle masse. E proprio questo il momento d’intraprendere presso i compagni rivoluzionari una campagna per denunciare la sedicente tirannia del Partito Comunista, la finzione del Potere dei Soviet, ecc.? 

La vera democrazia non è tutta fatta come quella che è solo di parole, essa deve costituirsi pezzo per pezzo, con un lavoro tenace nello spirito degli uomini. Le masse non sono pronte a realizzarla, bisogna prepararle. La Repubblica soviettista ha già cominciato questo lavoro, essa lo persegue oggi più attivamente che mai. 

La situazione in Italia Pt.2

di KRISTO KABAKCIEF

III.

    Il Congresso di Livorno ha creato in Italia le premesse per la rivoluzione proletaria e le ha spianato la via. Esso ha messo in chiaro davanti alle grandi masse lavoratrici l’inganno riformista e pacifista prevalso finora nel Partito. Esso ha svelato la funzione di tradimento esercitata dai riformisti nel Partito, nei sindacati, nelle cooperative, e stabilito in modo definitivo la solidarietà e l’unità dei centristi comunisti «unitari», coi riformisti. In breve, il Congresso di Livorno ha compiuto un’immensa opera di chiarificazione, e ha liberato il proletariato italiano da molte illusioni ed errori, mostrandogli i principi e i metodi di lotta, che condurranno alla vittoria finale la sua lotta rivoluzionaria. L’esclusione dei riformisti e dei centristi dalla I.C. e la fondazione del Partito comunista italiano è il passo più importante e decisivo fatto sulla via della preparazione delle condizioni necessarie alla vittoria della rivoluzione proletaria in Italia. 

    La profonda crisi economica e finanziaria, che da due anni scuote l’Italia, spinge il proletariato italiano alla lotta rivoluzionaria. Questa lotta raggiunse il suo punto culminante nel settembre scorso con la occupazione delle fabbriche e dei latifondi. 

    L’occupazione delle fabbriche da parte dei lavoratori non bastava ad assicurare la vittoria della rivoluzione, giacché la borghesia, finché aveva in sue mani il potere politico, poteva impedire l’approvvigionamento di materie prime alle fabbriche occupate e così arrestare la produzione, per poter più tardi ritogliere le fabbriche dalle mani degli operai. Similmente l’occupazione dei latifondi per opera dei contadini non poteva esser durevole, giacché i latifondisti partecipano al potere con la borghesia. In questo momento, come pure durante le altre numerose lotte e insurrezioni rivoluzionarie, di cui è piena la vita italiana, il Partito proletario aveva il dovere di indicare lo scopo generale di tali lotte, di collegarle e indirizzarle alla conquista del potere politico. 

    Ma nel Consiglio Nazionale, composto di rappresentanti del Partito e dei Sindacati, che fu convocato nel vivo della lotta, i riformisti riuscirono a far prevalere il concetto, che la lotta stessa avesse semplice scopo sindacate economico, e che quindi la direzione ne spettava soltanto ai sindacati. Venne respinta la proposta, presentata dalla maggioranza comunista della Direzione del Partito, di riconoscere al movimento carattere politico e di farne quindi assumere la direzione al Partito. In tal guisa il movimento fu cacciato in un vicolo cieco e condannato alla sconfitta. I capi dei riformisti, Turati nel Partito e D’Aragona nei Sindacati, trionfarono; i centristi ne giustificarono l’attitudine, e anzi Serrati giunse sino a negare il carattere rivoluzionario della lotta per l’occupazione delle fabbriche, designandolo invece come una «pacifica azione sindacale», mentre qualificava di «movimento reazionario» l’azione dei contadini per l’occupazione della terra. 

    II Governo non osò servirsi della forza amata per reprimere il movimento. Esso era disorientato e impotente di fronte al grande e potente movimento rivoluzionario degli operai e dei contadini. In questo momento i riformisti e centristi vennero in aiuto del Governo e lo trassero dalla sua critica situazione, tendendogli la mano e annodando trattative sulla base del «controllo» operaio e di altre rivendicazioni economiche. Tali trattative approdarono alla riconsegna delle fabbriche da parte degli operai, ma naturalmente non vennero mantenute le fatte promesse, una volta che i capitalisti eran di nuovo padroni delle fabbriche e che il Governo era riuscito frattanto a fare i suoi preparativi di repressione sanguinosa. In tal guisa il proletariato fu tradito da coloro stessi, ch’erano preposti alla direzione della lotta nel Partito e nei Sindacati. 

    La borghesia e il Governo italiano, affatto impotenti nel primo anno dopo la guerra a reprimere la lotta rivoluzionaria del proletariato, grazie all’aiuto dei riformisti e centristi guadagnarono tempo per respirare, radunar forze, riorganizzare la disordinata macchina statale ed armarsi. 

    Quanto all’esercito permanente, la borghesia organizzò anche un esercito speciale di circa 100 mila soldati ben armati, detti guardie regie, destinati a combattere la rivoluzione proletaria. Inoltre formò una guardia bianca, quella dei cosiddetti fascisti, che si è organizzata ed armata alla luce del sole, e si trova in intimi rapporti col Governo, con la guardia regia e in generale con tutto l’apparato statale.

    La borghesia italiana invocò l’opera di un uomo politico, che non aveva preso parte alla guerra mondiale, di Giolitti, per soffocare il malcontento popolare e tagliar la strada alla rivoluzione. Giolitti lavorò accortamente, cercando di trattenere il movimento rivoluzionario con molte promesse di riforme sociali e con la arrendevolezza verso le rivendicazioni economiche sindacali, salvo poi a non soddisfarle, mentre anche quando sono soddisfatte l’incessante rincaro toglie loro ogni valore. Egli in questa sua politica ha trovato fedeli alleati, o, più esattamente, strumenti ciechi nei riformisti e centristi. Dall’altro canto, Giolitti arma l’esercito, crea nuove truppe e protegge la formazione della guardia bianca. 

    Giolitti sa accortamente mascherare la sua politica controrivoluzionaria. Come di fronte ai nazionalisti estremi recita la parte di «pacifista», così di fronte al proletariato rivoluzionario fa quella di «riformatore» e pioniere della «evoluzione pacifica». Per consolidare i successi della politica imperialista della borghesia italiana egli inscenò la commedia della «lotta» contro D’Annunzio a Fiume. Per dar tempo alla borghesia di armarsi e prepararsi a schiacciare la rivoluzione proletaria, egli ogni giorno rappresenta la commedia di «reprimere» i fascisti, che assaltano e assassinano i comunisti, incendiano i circoli operai, ecc., ed entrano in prigione da una porta solo per uscirne subito dall’altra. 

    Il Governo di Giolitti fa ora questa politica: disorganizzare, terrorizzare e indebolire il proletariato rivoluzionario con assalti e uccisioni alla spicciolata; e prepararsi intanto a grandi colpi decisivi in alcuni grandi centri industriali, che sono i focolari della prorompente rivoluzione1. In alcuni di questi centri è già concentrata un’enorme quantità di truppa d’ogni specie, che li hanno trasformati in veri campi militari. Ma la borghesia non si fida completamente né di queste truppe, né delle proprie forze – la crisi economica sempre più aspra le scava il terreno sotto i piedi – e quindi spia il momento propizio, se il proletariato non sa condurre la sua lotta rivoluzionaria con coscienza del fine, compattezza e risolutezza, per poterlo schiacciare nel sangue, e così conservare provvisoriamente il proprio dominio. 

    Gli avvenimenti del settembre dell’anno scorso chiarirono questa situazione agli occhi del proletariato italiano. Esso scorge ormai il grave pericolo ond’è minacciato. La parte più avanzata del proletariato sente ormai e riconosce la necessità di una chiara e risoluta tattica rivoluzionaria, di una salda organizzazione centralista con disciplina di ferro, e della creazione di tutte le premesse per la rivoluzione proletaria (organizzazione illegale, armamento ecc.). Con la fondazione del Partito Comunista il proletariato italiano ha creato una delle più importanti tra tali condizioni. 

    Il movimento per l’occupazione delle fabbriche e delle terre offriva al proletariato italiano due strade, di cui la prima attraverso il tradimento dei riformisti e dei centristi condusse alla sconfitta, l’altra attraverso la lotta del Partito Comunista guida alla vittoria. A Livorno la parte cosciente dei lavoratori più d’un terzo del Partito si decise per il comunismo, che conduce alla vittoria finale del proletariato. Non v’ha alcun dubbio che in breve tempo la gran massa del proletariato italiano si schiererà attorno alla bandiera del comunismo. Già sin dai primi giorni dopo il Congresso di Livorno pervennero da ogni parte notizie di passaggi in massa di lavoratori al Partito Comunista.  

    Naturalmente la lotta contro i riformisti e centristi esigerà molto tempo e molti sforzi. D’Aragona, Turati e Serrati hanno con sé la massima parte della burocrazia del partito e dei sindacati, la quale adopererà tutti i mezzi per conservare la propria posizione e influenza nelle organizzazioni. La borghesia e il Governo adopereranno nel modo più utile questi loro agenti a fine di ostacolare il rafforzamento del Partito Comunista. L’alleanza dei centristi coi riformisti, e quella di costoro con la borghesia, ben presto susciterà contro di loro le masse lavoratrici. Lo spirito rivoluzionario del proletariato italiano non è spento; anzi, al contrario, con l’eliminazione del principale ostacolo, contro il quale s’infransero le ondate rivoluzionarie – la politica traditrice dei riformisti e centristi – esso si spiegherà con forza incoercibile e invincibile. 

    Viaggiando l’Italia, si vede dappertutto, nelle città come nei villaggi, alle grandi mura delle fabbriche come anche sulle capanne dei contadini, sempre la stessa iscrizione: «Viva Lenin!». In questo grido universale del popolo lavoratore d’Italia si esprime, non solo lo sconfinato entusiasmo per la grande rivoluzione russa e per la repubblica soviettista, ma anche la sua aspirazione e la sua piena fiducia nel prossimo trionfo della rivoluzione in Italia. Questo grido si unisce all’altro di:  «Viva il Partito Comunista d’Italia!» e si espande fin negli angoli più remoti del paese. L’entusiasmo e la fede del proletariato italiano nella rivoluzione sono indistruttibili. 

    La stampa socialpatriottica e borghese d’Italia e di tutto il mondo ha dato le notizie più tendenziose intorno a questo Congresso. La borghesia e i di lei agenti, i socialpatrioti, tentarono di far passare come una sconfitta dell’Internazionale Comunista la grande lotta ideologica e politica, che i comunisti condussero contro i seguaci del riformismo e del semiriformismo e che mise capo alla fondazione del Partito Comunista italiano. II vero è che a Livorno realmente non vinsero i riformisti e semiriformisti, sebbene questi abbiano ottenuto una maggioranza casuale e transitoria, ma bensì la frazione comunista e l’Internazionale Comunista, che scoprirono davanti all’intiero proletariato italiano e internazionale il giuoco proditorio dei riformisti e semiriformisti, raccogliendo sotto la loro bandiera tutti gli elementi coscienti e rivoluzionari del Partito Socialista italiano, e preparando, con la fondazione del P.C.I., la vittoria della rivoluzione proletaria in Italia. 

    Quello di Livorno fu il primo Congresso del Partito Socialista italiano, in cui le fondamentali divergenze teoretiche e tattiche tra riformismo e comunismo si sieno manifestate apertamente e siano state discusse davanti all’intiero Partito e alla classe lavoratrice. Fallirono tutti gli sforzi fatti da Serrati per nascondere sotto la maschera dell’«unità» i profondi e irreconciliabili contrasti tra queste due tendenze del Partito. Serrati a Livorno, come già a Bologna, tentò di salvare il riformismo e i riformisti in nome dell’«unità»; ma questo tentativo ebbe per risultato di chiarirlo definitivamente partigiano e difensore del riformismo. 

    A Livorno si presentarono tre gruppi, formatisi già molto prima del Congresso; ed essi vi vennero con mozioni, già precedentemente deliberate nelle rispettive Conferenze. La mozione dei riformisti (Turati) afferma che in Italia, come del resto in tutto il mondo capitalista, mancano ancora le condizioni necessarie per la rivoluzione proletaria, che il capitalismo ha ancora davanti a sé un lungo periodo di pacifico sviluppo, e che il Partito Socialista non deve rifiutare di collaborare con la borghesia, se ciò è necessario per aiutare la classe lavoratrice. Ma nello stesso tempo la mozione riformista si dichiara per l’Internazionale Comunista! 

    La mozione dei centristi (semiriformisti, che danno a se stessi il nome di «comunisti unitari» con Serrati alla testa) accetta tanto le tesi della Internazionale Comunista, quanto le 21 condizioni, ma aggiunge: «L’applicazione di queste condizioni deve lasciarsi al Partito Socialista italiano, che deve conservare l’antico nome». 

    La mozione del gruppo comunista esige non solo l’immediata accettazione, ma anche l’immediata applicazione delle 21 condizioni mediante l’espulsione dei riformisti (di tutti quei delegati e sezioni, che hanno partecipato alla Conferenza di Reggio Emilia) dal Partito e l’accettazione di tutte le tesi approvate dal Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista. 

    Tra la mozione del gruppo comunista è quelle dei riformisti e centristi vi erano divergenze di principio. I riformisti e centristi si sforzarono di nasconderle. Tanto i riformisti come i centristi si dichiararono partigiani dell’Internazionale Comunista. Essi sanno che il proletariato italiano ha così viva simpatia per la rivoluzione russa e per l’Internazionale Comunista, che se essi si dichiarassero apertamente contro questa, perderebbero immediatamente la fiducia e l’appoggio delle masse operaie. 

    Perciò i riformisti, e specialmente i centristi, cercano accuratamente di nascondere i contrasti tra loro e l’Internazionale Comunista: per ciò mascherano la lotta da essi combattuta contro l’Internazionale Comunista con ipocrite dichiarazioni di simpatia e di fedeltà. Con simili mezzi i riformisti e centristi speravano anche questa volta d’ingannare i lavoratori. Ma il gruppo comunista frustrò le loro speranze. Prima del Congresso e durante questo i comunisti smascherarono la vera natura del riformismo e del centrismo, e nella loro mozione essi formularono chiaro e tondo – «Chi i per l’Internazionale Comunista deve separarsi dai riformisti immediatamente, nel Congresso stesso e votare per la loro espulsione». 

    A Livorno i centristi fecero tentativi disperati per passare come leali seguaci dell’Internazionale Comunista. Ma non potevano sfuggire al chiaro e categorico dilemma loro posto dai comunisti: o colla Internazionale Comunista o coi riformisti. Alla domanda: perchè mai i centristi non accettavano che l’inevitabile espulsione dei riformisti avvenisse per opera dello stesso Congresso, suprema istanza del Partito, essi rispondevano: Lasciate che il Partito li mandi via quando lo troverà necessario: In una conferenza particolare coi rappresentanti dell’Internazionale Comunista Serrati e Vella dichiararono: – Noi attenderemo che i riformisti commettano qualche nuova azione compromettente, e allora espelleremo i colpevoli; altrimenti il proletariato non capirà perché noi espelliamo questi uomini! 

    I centristi vogliono ancora delle prove del riformismo di Turati e compagni. Per loro, il tradimento giornaliero che i riformisti compiono da due anni in qua non è prova sufficiente; per essi non è ancor prova sufficiente la mozione approvata dai riformisti nella Conferenza di Reggio Emilia, dove si nega l’esistenza delle condizioni della rivoluzione proletaria.

    Era chiaro che i centristi non volevano l’espulsione dei riformisti. E quando essi arrivavano a dire, che avrebbero eventualmente acconsentito ad espellere questo o quel riformista, mostravano sol- tanto che, col sacrificare qualche riformista, volevano soltanto salvare il riformismo come tendenza, programma e tattica nel Partito. 

    Ma perché i centristi non vollero staccarsi dai riformisti? Perché in realtà essi si son posti sullo stesso terreno teoretico e tattico dei riformisti. La polemica che precedette il Congresso e le discussioni del Congresso dimostrarono ciò esaurientemente; ma sopratutto lo ha dimostrato il fatto dell’essere i centristi rimasti uniti coi riformisti in un unico Partito. 

    L’uscita dei comunisti dal P.S.I. gettò del tutto i centristi nel campo dei riformisti. La burocrazia semiriformista e pacifista del Partito, dei Sindacati, delle Cooperative, che già prima inclinava verso il riformismo e che a Livorno costituì la maggioranza di Serrati, si è alleata coi riformisti. Questo fatto ha grande importanza, poiché fa luce sufficientemente chiara sulla vera politica dei centristi: e questa luce aiuterà il proletariato italiano a trovare entro breve tempo la sua via sotto la bandiera del nuovo Partito Comunista d’Italia. Passeranno appena pochi mesi, e la nuova sezione dell’Internazionale Comunista raccoglierà nel suo seno la maggioranza dei lavoratori dell’antico Partito. 182

    1. Queste previsioni del Kabakcief. scritte alla fine di febbraio, hanno avuto piena conferma con la serrata di Torino (Nota di Red.)  ↩︎

    Lo sviluppo della politica agraria russa

    di EUGENIO VARGA

    II seguente, articolo del valente economista E. Varga, fu scritto prima che in Russia venisse deliberato l’ultimo mutamento nell’indirizzo della politica economica del governo dei Soviet, ed in special modo della sua politica agraria con la sostituzione dell’imposta in natura al sistema delle requisizioni. 

    Per tal motivo, non è fatto alcun cenno di questa nuova direttiva, là dove l’autore parla dell’organizzazione per la raccolta dei viveri e dei provvedimenti intesi a trasformare l’economia agricola privata in economia comunista. 

    Il presente articolo, di valore essenzialmente storico, conserva però egualmente il maggiore interesse, in quanto che esso ci espone in una rapida sintesi, attraverso quale fasi sia passata la questione agraria in Russia prima e dopo la rivoluzione proletaria, giungendo fino ad oggi in cui una nuova fase s’inizia e che solo l’avvenire può dire quali e quanti benefici essa porterà. 

    Lo sviluppo dell’economia agraria è l’essenza dell’economia politica russa. Così è sempre stato e così è anche oggi. 

    Perché il fatto più importante, che nell’agricoltura s’impiega circa l’80% di tutta la mano d’opera, non è cambiato con la rivoluzione proletaria. Ed anche le questioni fondamentali sono sempre le stesse. Come si possono portare i contadini russi a conseguire una maggiore ripartizione del raccolto sui loro estesissimi territori? Come si può far corrispondere la spartizione del suolo e dei suoi prodotti al sistema politico dominante? 

    Per quanto concerne la prima questione, fino alla rivoluzione proletaria si cercò sempre di risolverla nello stesso modo; assicurare la più elevata produzione possibile a spese dei lavoratori; spingere al massimo la produzione. Ciò accadde dopo l’abolizione della schiavitù con il più brutale e più cinico sfruttamento del lavoro dei servi. Come ovunque, anche in Russia ciò doveva portare al risultato opposto l’economia della servitù falliva sempre più; si produceva appena il minimo occorrente al mantenimento dei contadini stessi. 

    L’abolizione della servitù non cambio molto lo stato delle cose; benché i gravami dei contadini, imposte, tributi, ecc., fossero ormai ben definiti e non lasciati all’arbitrio del singolo proprietario, essi erano però un carico quasi insopportabile. E ciò perché il contadino, nella maggior parte della Russia, possedeva troppo poca terra per potervi impiegare la sua intera forza lavoro, e perché per il suo analfabetismo, per la sua assoluta ignoranza dell’economia agraria scientifica, per il suo forte conservatorismo e per la sua miseria di generi alimentari, egli era troppo debole per sopportare così forti pesi. 

    Il contadino russo soffriva la fame mentre i cereali russi venivano spediti in Inghilterra ed in Italia. 

    Così l’intero sistema agrario della Russia andò incontro alla rovina. 

    Il sistema del «Mir»; la triplice forma dell’economia agraria e le ripetute e periodiche nuove spartizioni di tutte le terre dei contadini, impediva anche a quei pochi idealmente preparati di rom- perla col tradizionale e pessimo sistema economico per mezzo di un’unione delle organizzazioni del «Mir». 

    L’impoverimento dei villaggi agrari della Russia portò generalmente alla rivolta dei contadini nella prima rivoluzione russa. Dopo la sua sconfitta si cercò di attuare una riforma su basi borghesi. Questa fu la riforma agraria di Stolypin. I suoi scopi fondamentali erano politicamente: la creazione di una condizione agiata ai contadini, affinché essa costituisse una larga base per la classe borghese; economicamente l’abolizione dell’organizzazione del «Mir», l’unione delle parcelle giacenti in comune con i latifondi arrotondati per creare con ciò ai contadini progressisti la possibilità del progresso economico. In connessione con questa riforma si ebbe: l’annullamento del diritto degli abitanti lontani dal villaggio ad una quota in denaro nel luogo nativo, con ciò una definitiva separazione del proletariato industriale semicontadino dalla gleba: la proletarizzazione dei poveri del villaggio con suddivisione dei latifondi comunali in seguito allo scioglimento dei «Mir». Per tal fine si acquistò su vasta scala dai grandi proprietari di terre e si vendette ai contadini possidenti con l’aiuto di una banca agraria di Stato. 

    La riforma agraria di Stolypin fu iniziata con mediocre energia. Perciò la sua esecuzione si effettuò molto più lentamente che non il rivoluzionamento degli spiriti. Questa parve essere la sorte di ogni riforma agraria borghese. Il regime di Kerenski dette un certo impulso alla questione agraria, ma la soluzione si aggirava sempre più nei limiti borghesi. Con la rivoluzione proletaria venne la soluzione rivoluzionaria della questione agraria. Noi possiamo in essa distinguere quattro fasi. 

    La prima è la spartizione dei grandi latifondi. Essa si effettuò in modo rivoluzionario. Tutti i contadini, ricchi e poveri, vi parteciparono. Anzi, i contadini ricchi usurparono, nella maggior parte dei casi, una maggior quantità di terra, di bestiame e di macchine che non i contadini poveri. Politicamente questa fase rappresenta l’annientamento della classe dei latifondisti, che sola nell’intero territorio possedeva una diffusa organizzazione terriera capace di suscitare una controrivoluzione. L’intera massa dei nullatenenti, provvisoriamente indifferenziati negli averi e nella posizione sociale, venne con ciò guadagnata al sistema dei Soviet ed ai bolscevichi e sottratta per sempre ad ogni tentativo di restaurazione del regime zaristico dei grandi possidenti. Viva il sistema dei Soviet, viva i bolscevichi, fu il grido di tutti i contadini. Per la maggioranza di essi la rivoluzione era compiuta con la spartizione della terra e l’annientamento del latifondo. Essi volevano d’ora innanzi viver bene, vendere i loro prodotti sul libero mercato ai prezzi più elevati e non pagare alcuna imposta. Il contadino ricco è in realtà sempre un anarchico, non certo però idealista! 

    Per i contadini poveri invece, con la prima spartizione dei grandi possedimenti, la rivoluzione non era compiuta. Altrettanto per il proletariato industriale. Non lo era per i contadini poveri, perché essi con la prima spartizione ricevettero poca terra, per la lavorazione della quale non avevano né bestiame né attrezzi, e perché era rimasta la stessa ineguaglianza delle ricchezze e dei redditi. Fu questa la fase della rivoluzione che nella stampa e nella letteratura social-democratica dell’Europa occidentale fu definita con le seguenti parole: «La rivoluzione bolscevica ha aumentato nel paese l’ineguaglianza». Non lo era per il proletariato industriale, perché i contadini ricchi fornivano i mezzi di sussistenza ai cittadini soltanto ad alti prezzi o possibilmente in cambio di prodotti industriali. Per cui risolto il primo compito, la soppressione della grande proprietà, occorse procedere oltre e iniziare la lotta negli stessi villaggi contro i contadini ricchi. 

    Venne il periodo dei «Comitati dei poveri». Sotto la direzione di lavoratori industriali coscienti, furono creati in ogni villaggio comitati dei poveri per una nuova sistemazione della vita economica e degli averi. Si ebbe un’aspra lotta con i contadini ricchi – chiamati Kulaken in Russia – lotta che nella Russia centrale ha avuto il suo epilogo, ma che in quelle regioni, ove prima si dovettero spazzar via i controrivoluzionari, Caucaso, Siberia, Ucraina, è tutt’ora in corso. 

    II risultato dell’attività dei Comitati dei poveri fu il seguente: 

    1. II terreno fu in ogni circoscrizione nuovamente ripartito, proporzionalmente al numero dei singoli. In questa nuova spartizione fu compreso non soltanto l’antico latifondo, ma anche i grandi possedimenti dei contadini ricchi. A ciascuno tocco una parcella eguale. E’ naturale quindi che i contadini che prima erano i più ricchi, oggi, dopo l’applicazione della riforma agraria e la spartizione dei latifondi, abbiano meno terra di prima1. La spartizione della terra fra tutti i contadini nello stesso paese è stata eguale non c’erano per quanto riguarda il possesso della terra – né grandi, né piccoli possidenti. 

    2. I comitati dei poveri introdussero anche la equiparazione nel possesso dei mezzi di produzione mobili, animali ed attrezzi. Sotto forma di «Imposta straordinaria» venne confiscata una gran parte delle ricchezze dei contadini ricchi, assegnandola ai contadini poveri. 

    3. Infine i comitati dei poveri servirono, quando non era ancora bene organizzata la requisizione dei mezzi di sussistenza nella repubblica dei Soviet, come organi per la raccolta dei viveri. Col loro aiuto per la prima volta si poté spingere lo sguardo nelle provviste dei contadini ricchi e provvedere alla raccolta sul luogo. 

    Con l’attuazione dell’uguale ripartizione del suolo, con la graduale compensazione dei beni mobili e col compimento dell’organizzazione statale per la provvista dei viveri, i comitati dei poveri divennero superflui e scomparvero. Nell’esteso territorio della Russia non c’erano più né contadini ricchi, né poveri nel vero-senso della parola. C’era solo il contadino medio. Al posto del comitato dei poveri subentrarono i Soviet eletti da tutta la popolazione del villaggio. 

    L’intero sviluppo venne definitivamente sanzionato con un decreto del maggio 1920, il quale stabiliva come definitiva l’attuale suddivisione dei beni e proibiva per 12 anni ogni nuova spartizione delle terre dei villaggi. 

    La politica agraria della Russia dei Soviet si orienta ormai verso i contadini medi. Però i socialdemocratici dell’Europa occidentale, i quali del reale sviluppo nulla conoscono o nulla vogliono conoscere, dichiarano con arroganza che la tattica dei comitati dei poveri ha condotto alla rovina e doveva quindi essere abolita. E per quanto riguarda la politica dei contadini medi, essi dichiarano che la repubblica dei Soviet abbia fatto la pace o mirasse a farla coi contadini – in generale essa rinunzia alla lotta contro di essi ed altre cose senza senso. 

    Ma intanto lo sviluppo in Russia progredisce senza posa. Compiuta la equiparazione dei patrimoni e dei redditi, si lavora per la trasformazione del sistema d’economia agraria privata in economia comunista statale. II primo passo fu l’elaborazione e la diffusione del sistema del contingente. Una certa parte del prodotto della produzione agricola in ogni specie di generi, biade, foraggi, patate, verdura, carni, burro, uova, latte, pelli, lana, crine, corna, unghie, canape, lino, cotone, frutta, miele, ecc., doveva esser fornita allo Stato a prezzi determinati. Inoltre – e ciò è veramente socialista – non è il singolo contadino che è tenuto al dovere del fornimento, bensì l’intero villaggio come unità sociale. 

    Il modo secondo cui i contadini raccolgono fra di loro il contingente da ciascuno dovuto, risponde pienamente al loro vero interesse, il quale è regolato in modo assolutamente democratico, con consultazioni di tutti i componenti del villaggio. Nei villaggi russi c’è una democrazia genuina, perché gli abitanti per l’appunto non stanno fra di loro nei rapporti di sfruttati e di sfruttatori. 

    Il comune dovere al fornimento è un vincolo sicuro perché l’economia agricola privata possa interessare gli uni nel progresso economico degli altri. 

    Su questi principi fondamentali si sviluppano digià le più elevate forme della fusione dei contadini. Interi villaggi costituiscono un’unica organizzazione del lavoro -Artel- la più grande si divide in tre o quattro parti per la comune lavorazione del suolo, la comune attuazione dei miglioramenti, ecc. 

    La fusione talvolta è ancora più stretta. I contadini mettono insieme i loro campi e tutti i loro mezzi di produzione, formano una comunità, la quale non soltanto produce in comune, ma consuma anche in comune, non in base al numero dei lavoratori, ma in base al numero dei consumatori, delle «bocche» come si dice qui. Queste forme di sviluppo sono sostenute dal governo dei Soviet con tutti i mezzi possibili, con denaro, macchine, sementi e bestiame. 

    Ma questo sviluppo, per quanto proceda bene, non è abbastanza rapido. E necessario perciò fare un passo avanti verso la trasformazione. Questo è il programma dell’inverno di quest’anno e della primavera. Noi possiamo definirlo nella frase seguente Regolamento statale della produzione agricola. In tutta la Russia parliamo della Russia centrale che costituì ininterrottamente la Russia dei Soviet, poiché gli altri territori, come accennammo, si trovano in uno stadio di sviluppo incipiente si sono costituiti dei comitati di coltivatori. 

    Questi comitati devono insegnare ai contadini quanti cereali od altre specie di piante devono seminare, quando e quanto profondo essi devono arare, ecc. Non si tratta quindi di nozioni teoriche. L’animatore ed il direttore spirituale di questa opera grandiosa, il compagno Ossinsky, ne definì lo scopo nei seguenti termini: Noi dobbiamo arrivare al punto che l’intero villaggio lavori la terra come il migliore e più intelligente agricoltore di questo circondario. Dunque, organizzazione proletaria del lavoro sotto la obbligatoria direzione degli organi statali2. Per assicurarne i risultati, vennero prese dallo Stato ai contadini le sementi necessarie per le semine primaverili e ad essi furono date invece a primavera granaglie scelte della migliore qualità; specie analoghe vennero dallo Stato assegnate immediatamente alla produzione. Ciò è un importante passo verso la socializzazione dell’economia rurale. Non l’ultimo. In Russia ora vengono costruite potenti «trattrici» – moto aratrici a benzina – qualcuna viene importata anche dall’America. Lo Stato farà arare pei contadini vaste estensioni di terra nera, con ciò entro l’anno, anche senza concimi, è assicurato un elevato raccolto. Utilizzazione comune delle nuove macchine che non vengono lasciate alla proprietà privata dei contadini. Alla fine, sarà lasciato all’economia privata del contadino soltanto il governo della casa. 

    Questo sviluppo non è necessario soltanto per dirigere lentamente i contadini verso il sistema dell’economia comunista, ma anche per aumentare la produzione. Non dobbiamo dimenticare che nella Russia le condizioni della ripartizione del suolo erano molto varie. Precisamente nella Russia centrale l’estensione del latifondo era molto limitata3. Trascurabile perciò l’aumento del terreno dei contadini. Poiché il raccolto in seguito ai sei anni di guerra accennava a scemare4 e per i difetti del commercio libero si manifestava fra i contadini la tendenza al ritorno all’economia domestica, ciò che influì, in seguito, sulla produzione collettiva, ed infine si era fortemente elevato il consumo dei contadini stessi in mezzi di sussistenza5, ci fu nella Russia centrale, con la relativa densa popolazione, malgrado la spartizione dei latifondi una nuova crisi agraria, o con espressione più mite, una questione agraria. 

    In vasti territori la terra divisa tra i contadini secondo il numero degli individui, con l’attuale sistema d’economia primitiva è appena sufficiente per soddisfare i loro bisogni. Mentre all’Est, nei territori del Volga e della Siberia, milioni e milioni di ettari di terreno fertile giacciono senza padrone, vaste estensioni che una volta all’anno vengono falciate dai militari, fondi di riserva in terreni della Repubblica dei Soviet, intorno a Mosca vi sono delle località dove anche oggi c’è bisogno di terra. Perciò la direttiva della politica agraria dei Soviet mira ai seguenti scopi: 

    1. Miglioramento dell’economia agricola sfruttando la terra esistente nel modo migliore. 
    2. Grandiosa colonizzazione, mediante lo stabilirsi della popolazione agricola esuberante nei territori del centro nelle terre libere del Volga e della Siberia, dove è digià possibile la vita sociale nelle più elevate forme collettive. 

    ***

    Qualche lettore troverà che il sunto ch’io do qui sullo sviluppo della politica agraria russa, non è così chiaro come lo si desidererebbe. La colpa non è mia. Io non scrivo nulla d’oscuro; sono gli avvenimenti in continuo movimento, come deve appunto avvenire in una rivoluzione. Delle linee di sviluppo in alcune parti sono giunte allo scopo, in altre invece incominciano ora. Talvolta si cerca di raggiungere un determinato grado di sviluppo o di superarlo. La vita nella Russia dei Soviet, uno Stato di 100 milioni di uomini che abitano una grande estensione di terra, non si può descrivere in una sola maniera. Forse sarebbe possibile dare descrizioni particolareggiate dei singoli tratti di territorio.

    Note

    1.  Il lettore influenzato dalle concezioni europee crederà sicuramente che la spossessamento dei contadini ricchi sia stato un danno. Ma ciò è errato, come ho dovuto convincermene personalmente. Dopo che con la rivoluzione sociale si rese impossibile l’impiego del lavoro salariato nell’agricoltura, questo perdette il suo valore come forma possibile di coltivazione, mediante l’impiego del proprio lavoro nel terreno posseduto. ↩︎
    2. I compagni stranieri difficilmente comprenderanno ciò. perché per l’appunto, la natural del sistema dei Soviet fa sì che gli stessi organi i quali costringono i contadini a lavorare in un determinato modo la terra, se necessario anche con la forza delle armi, d’altra parte presentandosi ad essi come consiglieri ed aiutanti si pongono anche all’aratro mostrando praticamente come ciò sia possibile nel migliore dei modi, portando loro nel lavoro un effettivo aiuto. ↩︎
    3.  Dati statistici ne abbiamo solo in relazione ai cereali. Il consumo medio annuo in cereali dei contadini nel «florido» Gubernien prima della guerra era di 640 pfund per abitante: nel 1918-19 raggiunge 676 pfund. Un pfund russo è circa 0,41 kg. (Larin-Kritzmann, pag. 24). ↩︎
    4. Secondo Larin-Kritzmann il raccolto complessivo del Winterroggen: importante frutto dell’artocarpo, per dessjatine è il seguente: dal 1909 fino al 1913, 4 pud; dal 1914 fino al 1918, 46 pud; 1918, 44 pud; 1919, 43 pud. È un fatto conosciuto che le statistiche indicano una diminuzione del prodotto se v’è un’imposta obbligatoria. ↩︎
    5.  Nel 1916 c’erano in 39 Gubernica della Russia cereale, su 39 milioni di dessjatine di terreno coltivabile solo 29 milioni di dessjatine di grandi latifondi, cioé il 71/2%. Nella rimanente della Russia europea il 20%. (Larin-Kritzmann, sunto della vita economica e dell’organizzazione della economia nella Russia dei Soviet). Pubblicato in russo nell’ottobre 1920. ↩︎

    La coltura proletaria e il Commissariato dell’Istruzione Pubblica

    di A. LOUNATCHARSKI

    L’articolo che segue e che è stato più volte riprodotto nella stampa russa, inizia i nostri lettori ad una polemica che ha avuto luogo all’inizio del 1919 fra la Sezione d’Istruzione pubblica di Mosca e il Comitato Centrale dei Proletcult di Russia. Il progresso rivoluzionario aveva inevitabilmente fatto nascere in tutti i domini delle istituzioni multiple, che sembravano rispondere a bisogni diversi, e furono poi riconosciute in pratica come facenti doppio lavoro. Da ciò la campagna giustificata e feconda intrapresa contro il «parallelismo». Da ciò la semplificazione crescente dell’organismo amministrativo ed il cammino verso un sistema razionale corrispondente alle grandi divisioni della vita sociale. L’articolo scritto da Lounatcharski, diretto a dimostrare che l’assorbimento degli istituti di coltura proletaria da parte delle sezioni d’istruzione pubblica dei Soviet, non è ancora indicato, definisce mirabilmente le funzioni dei due organi: l’uno laboratorio di studio e di creazione, rigorosamente riservato al proletariato industriale; l’altro, apparecchio d’insegnamento, che trasmette a tutte le classi le parti positive della coltura tradizionale. Le sezioni d’istruzione pubblica hanno a loro disposizione una rete, incessantemente allargata a tutta la Russia, di scuole di lavoro dei tre gradi con le scuote speciali e professionali, le forme diverse e multiple dell’insegnamento extra-scolastico (corsi, conferenze, teatri, cinematografi, circoli, concerti, pubblicazioni…). I Proletcult non esistono che nei centri industriali; essi non si rivolgono che ai giovani operai e dànno loro la possibilità, ogni giorno dopo il lavoro, nello «studio», cioè nel laboratorio o nel seminario da essi scelto, di coltivare liberamente fra compagni, con maestri chiamati da essi, se lo desiderano, il loro talento originale. Ci sono dei «studi» di pittura, di scultura, di musica, di canto corale, di danza, di letteratura, di poesia, d’arte teatrale… 

    Un decreto del Comitato Centrale esecutivo ha messo fine alla polemica, adottando il punto di vista di Lounatcharski e facendo del Protetcult un organo autonomo che dispone d’un bilancio a parte nel bilancio generale dell’Istruzione pubblica. Da ciò si vede quanto sia lontano il Governo dei Soviet dal vandalismo dei nostri borghesi, sempre disposti a far datare ogni coltura dalla loro rivoluzione, e nello stesso tempo assolutamente incapaci ad ammettere che un’altra coltura possa essere edificata da un’altra classe. Il proletariato, con il potere dei Soviet, abbraccia i tempi; egli si nutrisce del passato per trionfare del presente e creare l’avvenire. 

    Quando in compagnia d’alcuni compagni, convocai a Mosca, pochi giorni prima della rivoluzione d’ottobre, una conferenza per lo studio delle questioni di coltura proletaria, è certo che io mi raffiguravo la funzione e l’importanza dell’organizzazione uscita da questa conferenza e che prese in seguito il nome di «Proletcult», sotto una forma ben differente da quella che essa ha oggi. 

    In quest’epoca, il potere era puramente borghese, ed era su di un terreno estraneo ed anche in parte ostile al governo che il proletariato, abbandonato alle proprie forze, doveva cercare la sua via verso una propria civiltà. 

    Elevare il livello intellettuale, morale ed estetico del proletariato, aiutarlo a creare in tutti questi domini una coltura originale e propria alla sua classe, ecco il duplice compito che incombeva alla nuova organizzazione. 

    Fin dall’inizio, io attirai l’attenzione sul parallelismo perfetto esistente fra il Partito Comunista nel campo politico, i Sindacati nel campo economico, e il Proletcult nel campo morale. 

    Attualmente tutto è cambiato noi dobbiamo porci di nuovo la questione dei rapporti che devono esistere fra il Partito Comunista ed il Governo soviettista: ricercare le leggi che devono regolare le mutue relazioni fra le associazioni professionali da una parte, il Consiglio Economico Nazionale e gli altri organi economici dello Stato Soviettista dall’altra; definire il confine da stabilire fra il Proletcult ed il Commissariato dell’Istruzione pubblica. 

    Non mi soffermerò ora sulle due prime questioni, se non per dire che non viene in mente a nessuno di dichiarare superfluo il Partito e di sopprimerlo con il pretesto che i membri del suo Comitato Centrale sono quasi identicamente gli stessi di quelli del Consiglio dei Commissari del popolo o del Bureau del Comitato Centrale esecutivo o ancora di qualche altro organo dello stesso genere; non viene in mente ad alcuno di dire che il Partito ed il Potere dei Soviet fanno due volte lo stesso lavoro. 

    Tutti comprendono che tutto ciò va bene così, poiché il lavoro è fatto in realtà del proletariato comunista cosciente, di cui il Partito ed il Potere dei Soviet non sono attualmente che gli organi.  

    II proletariato, dopo aver messo le mani sul potere governativo e preso possesso di tutta l’eredità culturale del paese, doveva bene inteso creare gli organi necessari alla trasformazione delle scuole di ogni specie, biblioteche, musei, teatri, concerti, esposizioni, riviste, ecc., ecc., in strumenti di educazione proletaria. 

    Cosa significano queste parole: educazione proletaria? Significano in primo luogo che il proletariato deve assimilare i valori umani della scienza e delle arti senza di che è impossibile essere un uomo istruito, senza di che il proletariato resterà un barbaro, e non potrà mai usufruire veramente né del potere, né degli strumenti di produzione dei quali s’è impadronito. 

    Questo è un compito gigantesco. 

    Ad esso dobbiamo aggiungerne un’altro: l’educazione proletaria deve comprendere egualmente l’espansione delle pure idee proletarie prima nei centri meno rischiarati del proletariato stesso, in secondo luogo fra le masse contadine ed in generale fra tutti i lavoratori manuali, infine fra gli intellettuali. 

    II proletariato possiede già un tesoro d’idee che si possa considerare come indiscutibile? 

    In alcuni campi, si: le parti più elaborate del marxismo, in particolare nel dominio della sociologia e dell’economia politica, in minor grado in quelli della storia e della filosofia, possono attualmente pretendere in modo ben determinato ad un posto legittimo, ad un primo posto nelle università, biblioteche, ecc. 

    I fondamenti del nostro programma politico e pratico sono un meraviglioso tesoro che la nostra propaganda politica deve riuscire a far conoscere a tutti ed a ciascuno. Ecco perché essi devono essere diffusi a cura di tutti gli organi del potere governativo. 

    Ma se consideriamo questi puri elementi proletari assimilati dall’apparecchio governativo e portati da lui nella coscienza delle masse, noi vediamo ch’essi occupano un posto relativamente piccolo in ciò che costituisce il lavoro dello Stato in materia culturale. 

    Chi può negare ad esempio che nell’insegnamento delle scienze noi dobbiamo approfittare oggi di tutta l’esperienza accumulata? Forse riusciremo a modificare in una certa misura i metodi di’nsegnamento, ma ciò non avverrà che con un processo estremamente lungo. 

    Nel dominio delle arti, noi non dobbiamo in nessun caso lasciare il proletariato estraneo a tutte le mirabili opere accumulate dal genio dell’umanità. 

    Qui incontriamo due opinioni estreme contro le quali bisogna accuratamente mettere in guardia il proletariato che entra nella carriera del lavoro culturale. 

    Vi sono alcuni i quali dicono che diffondere la scienza e l’arte antica, è servire i gusti borghesi e contaminare il giovane organismo socialista col sangue d’un vecchio mondo in decomposizione. 

    I rappresentanti estremi di questo errore sono poco numerosi, ma il male che essi potrebbero fare può esser grande. E notevole che alcuni partigiani della coltura proletaria, pieni più di zelo che di buona inspirazione, cantano qui all’unisono con i futuristi, i quali di quando in quando confessano il loro desiderio di distruzione fisica di tutta la civiltà antica e vorrebbero chiudere il proletariato nelle esperienze fino ad oggi assolutamente non convincenti alle quali si riduce per essi l’arte. 

    No, lo ripeto per la millesima volta, il proletariato deve rivestire l’armatura completa della coltura umana. Esso è una classe storica, deve andare avanti senza romperla con tutto il passato. Rigettare le scienze e le arti del passato sotto il pretesto che sono borghesi è così assurdo come il rigettare sotto lo stesso pretesto le macchine o le ferrovie. 

    L’altro estremo consiste nel dire, tuffandosi nell’eccesso di questa universale coltura scientifica o artistica ecco il vero lavoro che s’impone al proletariato, basta migliorare tutto ciò, rivestirlo per così dire d’uno strato esteriore di sociologia marxista, ricoprirlo del programma comunista, e noi non abbiamo bisogno d’altro. 

    Non ci si opporrà mai troppo a questa concezione. La grande classe proletaria rinnoverà progressivamente tutta la civiltà dall’alto fino al basso. Essa si costruirà uno stile degno di lei, che si manifesterà in tutti i domini dell’arte e vi metterà un’anima nuova. Il proletariato modificherà la struttura stessa della scienza fin d’ora, si può prevedere il senso nel quale si svilupperà la sua metodologia. 

    Se noi vogliamo attualmente imporre allo Stato ed ai suoi organi di diffondere unicamente ciò che è nuovo, ciò che è proletario, noi condanneremmo il proletariato alla barbarie, gli taglieremmo le radici, e non avremmo da meravigliarci se i frutti del suo lavoro creatore nel dominio della scienza e delle arti sarebbe tardo e debole. 

    II compito dello Stato, è quello di diffondere le conoscenze assolutamente indiscutibili che il proletariato non ha conquistato che in qualche dominio immediatamente, legato alla sua campagna politica, in seguito poi si tratta di spargere largamente nel campo proletario tutti i materiali infinitamente ricchi e fecondi di cui egli è l’erede. 

    Ma se dopo ciò si dichiarasse che si può restare indifferenti alle ricerche originali del proletariato, al lavoro dei rappresentanti della classe operaia che cercano di elaborare nuove forme d’arte e metodi scientifici originali, si cadrebbe di nuovo nell’errore più grossolano. 

    Così le due funzioni sono nettamente e chiaramente fissate il «Proletcult» non deve in nessun caso considerare le prime manifestazioni dell’arte e del pensiero proletario, ad eccezione dei dati del socialismo scientifico, senz’altro come un valore, né cercare di sostituirle ai valori delle civiltà delle epoche precedenti. Non è nemmeno suo compito quello di cercare diffondere la conoscenza di tutte le branche della coltura umana per mezzo dei suoi organi nel primo caso esso dimostrerebbe la più imprudente presunzione, che bisogna lasciare interamente ai futuristi; nel secondo s’ingerirebbe in un lavoro che non è il suo e che il proletariato compie con un’altra mano, con gli organi dello Stato. 

    Ma il Proletcult deve concentrare tutta la sua attenzione sui lavori di laboratorio, sulla scoperta ed il sostegno dei talenti originali del proletariato, la creazione di circoli di scrittori, d’artisti e di giovani sapienti d’ogni sorta tolti dalla classe operaia, la creazione dei laboratori multiformi e d’organizzazioni viventi in tutti i campi della coltura fisica e morale, con l’intenzione invariabile di sviluppare con questo mezzo il seme libero e fecondo nascosto nell’anima proletaria. 

    Lo Stato proletario, più esattamente lo Stato operaio e contadino, non può non mostrare la più grande fiducia e la più grande sollecitudine per le giovani organizzazioni di questa specie, destinate a diffondere poco a poco quella luce e quel calore che un giorno sorpasseranno infinitamente tutta l’eredità di cui godiamo attualmente, ed edificheranno nel campo della civiltà il nuovo mondo che noi abbiamo fondato in quella della vita economica. 

    E’ per questo che io considero come assolutamente illegittime le tendenze della Sezione d’Istruzione pubblica del Soviet di Mosca a sopprimere il «Proletcult», senza pensare che esse non possono essere coronate da successo, poiché tutti gli altri Soviet della Russia hanno un’altro punto di vista. 

    Sarebbe assolutamente assurdo interdire al proletariato di Mosca d’avere un’organizzazione per elaborare nuovi valori colturali, quando quasi ogni città ha già la sua. 

    Ora, sopprimere dappertutto i «Proletcult» che hanno preso un’enorme estensione e dànno dei frutti estremamente preziosi, il Soviet di Mosca, fortunatamente, non lo può fare.