La funzione antiproletaria dell’unità sindacale" che si sta cucinando fra i vertici bonzeschi
Si è conclusa in questi giorni su Rinascita la prima parte del dibattito sulla unificazione sindacale, a cui i bonzi di tutte le tinte danno il nome di «Unità sindacale». Riservandoci di illustrare più oltre quale sia la vera unità sindacale, cerchiamo per il momento di chiarire agli operai che cosa si nasconde dietro la tragica farsa che tutti, CGIL, CISL, UIL, sono d’accordo di recitare.
Intanto va detto che simili espedienti non sono affatto «di tipo nuovo», ma di vecchia marca opportunista, e, se furono validi venti anni fa per permettere alla borghesia di riorganizzare il suo apparato economico-politico messo in difficoltà dalla guerra, lo saranno anche oggi per puntellarlo di fronte all’avanzare di una crisi che andrà generalizzandosi, sempreché il proletariato non trovi la forza politica di opporvisi.
Alludiamo all’infame periodo del 1945-46, quando gli stessi traditori di oggi gridarono «all’unità» siglando quel patto di pacificazione fra le diverse centrali sindacali (Patto di Roma) da cui uscì un’unica organizzazione economica, espressione della coalizione governativa in cui collaboravano di comune accordo i partiti cosiddetti proletari e i rappresentanti dichiarati della classe sfruttatrice. Abbiamo già chiarito in passato, documentandolo, come questo fraterno abbraccio corrispondesse non a necessità di classe ma agli interessi della borghesia, che aveva bisogno di piegare la classe operaia ad una pacifica collaborazione fra capitale e lavoro e alla ricostruzione economica. Il momento era difficile e il capitalismo temeva un intervento diretto. D’altra parte i dirigenti della CGIL, in accordo con il PCI, non chiedevano di meglio che di mostrare ai loro padroni borghesi quanto fossero bravi nel sostituirli fregando gli operai; e l’operazione venne condotta a termine senza eccessivi rischi. È vero che allora si esaltava il ruolo «democratico» delle correnti e non ci si scandalizzava del fatto di pubblica ragione che proprio attraverso le correnti si riflettevano nel sindacato gli interessi politici dei partiti; ma ciò era dovuto al fatto che l’opportunismo non correva nessun pericolo, ben sapendo che si andava verso un lungo periodo di stabilizzazione capitalistica. Le correnti politiche all’interno dell’organizzazione sindacale serviranno poi a scinderla quando la borghesia, ormai ristabilita, crederà necessario dividere nuovamente gli operai per impedire loro di conquistare posizioni di forza indubbiamente realizzabili nel momento del boom, data l’alta richiesta di forza lavoro. La vantata «unità sindacale» di allora fruttò al capitalismo venti anni di quieto vivere democratico, non tenendo conto ovviamente degli scioperi superarticolati e di rivendicazioni, quali i cottimi e gli incentivi, che erano il pane dei padroni. Come ognuno può constatare, tali «conquiste» non hanno minimamente intaccato né la forza economica né quella politica del capitalismo.
Questo breve cenno permette di capir meglio quello che si sta preparando oggi in campo sindacale, perché parte dalle stesse necessità di conservazione sociale e dimostra che la politica controrivoluzionaria dei dirigenti confederali può cambiare nella forma, ma non nella sostanza.
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Infatti, mentre nel ’45 si trattava di soffocare momentanee rivolte proletarie, facilmente localizzabili in una situazione storica generale favorevole al capitalismo, oggi ci si vuole unificare per preparare un accerchiamento in cui chiudere il proletariato, nella prospettiva che il precipitare della crisi economica, non più locale ma destinata ad estendersi alla scala mondiale, riporti gli operai sul terreno del combattimento aperto e della lotta generale.
Questo il vero significato del «dibattito» in corso. Non a caso vi hanno partecipato dirigenti sindacali appartenenti a tutte le centrali sindacali, dalla CISL all’UIL, che, pure avversando anche i timidi scioperetti articolati condotti dalla CGIL e stipulando in molti casi accordi separati, inaspettatamente scoprono di aver molti punti in comune con la centrale «rossa». In realtà, i decantati «spostamenti a sinistra» che queste centrali dichiaratamente padronali avrebbero compiuto non esistono; sono la CGIL ed i partiti di sinistra che sempre più apertamente vanno nelle braccia della borghesia, i cui interessi impediscono loro perfino di salvare la faccia.
Luciano Barca, eminente rappresentante del PCI, lo dice a chiare lettere sul n. 49 di Rinascita: «… ma problemi e interrogativi riguardano anche i partiti e soprattutto un partito come il nostro, che si richiama alla classe operaia e che opera al livello del capitalismo maturo, per la costruzione [ecco il punto!] di un blocco rivoluzionario di forze sociali che abbia al centro la classe operaia…».
Qui si rovescia la concezione marxista rivoluzionaria che vuole la classe operaia prima ed unica forza motrice di sovvertimento sociale, che, semmai, nel corso della lotta da essa diretta può trascinare al combattimento strati sociali non prettamente proletari e costituzionalmente incapaci di divenire avanguardie di classe: il proletariato sarà rinchiuso in questo blocco «controrivoluzionario» la cui direzione sarà affidata alla piccola borghesia genericamente intesa, alla quale non si chiederà neppure più una particolare fede politica: e questo calderone verrà chiamato «partito unico del lavoro». Tale, per lo meno, è il grande progetto dell’opportunismo, sempreché gli interessi capitalistici da cui deriva la sua azione non decidano altrimenti.
Ma, come sa ogni marxista, anche se rinnegato come gli attuali dirigenti, la lotta economica è la base materiale dell’azione politica; quindi, non si può procedere all’unificazione se la più importante organizzazione sindacale, la CGIL, lascia le porte aperte ad una possibile riconquista rivoluzionaria. Si tratta perciò di rompere con quella tradizione proletaria che, se oggi è solo un tenue ricordo sentimentale nel cuore degli operai più combattivi, domani, in condizioni storiche favorevoli alla ripresa della lotta di classe, costituirebbe un’indispensabile via attraverso la quale i comunisti rivoluzionari riporterebbero il sindacato alla sua funzione di «strumento» (non ci vergognamo affatto di dirlo) per la rivoluzione, e in questo senso di cinghia di trasmissione del partito di classe.
Lo stesso segretario della UIL sul n. 7 di Rinascita ammette che il sindacato è uno strumento molto importante di azione e propaganda, ma invita tutti i partiti a rinunciarvi in nome del «progresso sociale del paese». Santi, sul n. 48, trova «significativa» la dichiarazione di Alicata che «il partito non deve pensare di contare sul sindacato come canale di comunicazione con le masse», mentre Foa, da bravo supersinistro, auspica la liquidazione del vecchio concetto della cinghia di trasmissione, e si serve della falsificazione per affermare che «il sindacato non può proporsi come suo fine il rovesciamento dei rapporti capitalistici di produzione». È chiaro che questi «signori» sanno benissimo di poter contare sul vuoto politico prodotto nel cervello dei proletari da cinquant’anni di controrivoluzione; quindi non possiamo fare altro che richiamarci all’impegno che il 1° Congresso Internazionale dei Sindacati Rossi prese nel 1921: «i sindacati rivoluzionari si assegnano il compito essenziale di unire, disciplinare, e educare le masse per il rovesciamento violento del capitalismo», mentre la quinta condizione di ammissione obbligava «all’accordo completo fra tutte le organizzazioni rivoluzionarie e il partito comunista in tutte le azioni offensive contro la borghesia».
Come si vede, sindacato e Partito hanno due funzioni diverse ma non opposte. Negare il legame tra questi due elementi, che insieme rappresentano il proletariato e la lotta ancora aperta che esso conduce contro il capitalismo, significa condannare in eterno gli operai alla loro condizione di sfruttati, e permettere al capitalismo di sopravvivere a se stesso. In cambio, l’opportunismo chiede «una sfera di responsabilità e di potere», cioè l’inserimento dei sindacati nello Stato borghese.
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Quanto abbiamo riportato ci pare dimostri a sufficienza che l’unificazione sindacale, premessa per il sindacato di Stato, sarebbe già cosa fatta se non si temesse la tradizione di un passato che il proletariato segnò con le sue grandi lotte, animate da una prospettiva che non era di conservazione sociale, come vuole Foa e per lui tutto l’opportunismo, ma di rovesciamento del capitalismo, e che permette all’attuale degenerata confederazione di definirsi ancora «sindacato di classe».
Questo passato va lentamente riproponendosi ai proletari di oggi: licenziamenti massicci, miseri aumenti salariali, esasperazione dei ritmi produttivi nelle fabbriche e coercizioni di ogni genere, cominciano a far riflettere alcuni strati operai – che la stessa Rinascita definisce «uno strato non trascurabile» – sulla politica della CGIL, e questo costituisce il «punto nero» sulla strada «dell’unità sindacale», tant’è che i bonzi sono costretti a prenderne atto nel bilancio che chiude il referendum:
«Le ragioni di quanti esprimono perplessità o ostilità si riassumono sostanzialmente nel timore che il costo dell’unità sia troppo alto, che l’unità si traduca in una attenuazione della combattività e delle posizioni classiste del sindacato». (Rinascita n. 9, 1967).
Non ci soffermeremo sul ridicolo gioco di schemi e grafici in cui sono stati suddivisi i «sì», i «no», i «perplessi» e gli «astenuti», in quanto ciò fa parte della frenesia democratica della conta dei cervelli tipica dell’opportunismo, che da un consenso così ottenuto trae la speranza della sua sopravvivenza. Quegli operai che con tanta chiarezza si sono opposti all’unificazione sindacale saranno senza dubbio una «minoranza», ma ciò che li rende temibili agli occhi dei loro dirigenti è la sostanza delle loro posizioni, che esprimono spontaneamente gli interessi di tutti i compagni e sono la testimonianza di una realtà di classe che il capitalismo sta rendendo suo malgrado sempre più evidente:
«Il sindacato o è di classe, e quindi non può essere unitario, o non è un sindacato». (Rinascita, n. 9, 1967).
Questa affermazione, che fa parte dell’opposizione in seno alla CGIL, sintetizza perfettamente il concetto di unità agitato dai comunisti rivoluzionari: non unità di vertici sindacali al fine di trattare con la borghesia il prezzo della pace sociale, o tutt’al più per soddisfare interessi di singole categorie e di limitati strati operai, ma fronte unico di tutti gli operai indipendentemente dalla loro fede politica, per una lotta che, sulla base di necessità contingenti e parziali, riesca nel suo svolgersi ad unificare il proletariato e a generalizzarne le lotte per far sì che il proletariato si riconosca come classe. Unità di obiettivi, quindi, e di metodi di combattimento, che renderanno sempre più chiaro agli operai che di fronte a loro non c’è la singola azienda da conquistare, e il singolo padrone da espellere, ma un sistema generale di sfruttamento da distruggere.
L’UIL conduce la danza
L’UIL. attraverso il suo organo Il lavoro italiano, ha mille ragioni di pavoneggiarsi; è lei che mena la danza, ed è la CGIL che la segue a guisa di mite cagnolino.
I tessili, nei due scioperi del 15 e del 22 marzo, hanno dato prova di voler combattere a fondo? L’UIL- tessili ne conclude che bisogna « evitare un inopportuno braccio di ferro e ulteriori scioperi prima che sia definito un quadro sufficientemente ampio delle rispettive posizioni delle parti » [figurarsi; dopo tanto tempo, il « quadro » delle posizioni rispettive non è ancora abbastanza « ampio »!], e propone (e gli altri due sindacati accettano) di buttarsi in ginocchio di fronte al padronato, pregandolo a mani giunte di riprendere le trattative. Ecco l’umiliante lettera delle tre segreterie (Il Lavoro italiano del 2-4): « Le segreterie delle tre organizzazioni sindacali dei lavoratori .. hanno deciso di chiedervi la ripresa delle trattative in quanto ritengono che le manifestazioni del 15 e 22 abbiano dato la misura della volontà dei lavoratori di pervenire ad una rapida e soddisfacente conclusione della vertenza … Ci auguriamo che anche voi abbiate maturato le opportune riflessioni »«.
Dunque, sono loro, i rappresentanti di una categoria che lotta da mesi e mesi, quelli che vanno a Canossa, « augurandosi » che la controparte abbia nel frattempo fatto il suo esame di coscienza. « Ci sembra a questo punto che da parte dei sindacati si sia dimostrata tutta la buona volontà possibile ». commenta il suddetto organo; e davvero sarebbe difficile pensare che le brache potessero essere calate più di così.
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Anche la conferenza triangolare ministri-sindacati-industriali del 3-4 aprile sull’occupazione è un’iniziativa UIL, prontamente accettata dalla CGIL in base al principio che « la programmazione è una realtà e quindi bisogna esserci dentro anche se, per salvar la faccia, ci si è astenuti dal darle il proprio voto. Così i sindacati si avviano ad inserirsi « responsabilmente » nel meccanismo dello Stato, che è – e come! – una realtà, e quindi non bisogna starne fuori …
Oggi in funzione consultiva, domani in funzione deliberativa, in ogni caso in un dissimulato collaborazionismo e corporativismo… fascista !
Che cosa si è fatto degli scioperi dei 10.000 chimici-ENI?
Una breve nota sull’Unità dell’1 aprile informa che le trattative per il contratto dei 10 mila chimici ENI sono state nuovamente rotte per l’intransigenza mostrata dalla controparte nel pretendere il rinnovo automatico del vecchio contratto con un aumento globale sui minimi di appena il 3%, per giunta scalato in due tempi – il 2% subito e l’1% nel corso della durata del contratto! Il vecchio contratto era del 1963: l’aumento del 3% sarebbe un’autentica beffa!
Ma il peggio non è questo; l’ASAP non ha mai fatto mistero delle sue intenzioni. Il peggio è che a tanto si è giunti dopo due mesi e mezzo di lotte, durante i quali tutto è stato fatto dai sindacati per dar prova di «buona volontà» di fronte ai padroni, e li si è quindi messi nelle condizioni migliori per alzare il bastone senza neppure offrire la carota. La vicenda può essere meglio seguita dall’osservatorio degli stabilimenti ANIC di Ravenna, ed è appunto di qui che parliamo.
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Il primo sciopero indetto in seguito alla rottura delle trattative è dei giorni 24 e 25 gennaio scorsi. Un primo rilievo si impone: il contratto scadeva il 30 sett. 1964: mesi e mesi sono stati dunque lasciati passare nel tira e molla delle conversazioni fra le parti, e in questo periodo, in cui erano in lotta i chimici dell’industria privata, gli edili, i metalmeccanici ed altre categorie, nessun ordine di combattimento è stato dato, nessun tentativo è stato fatto di collegare le diverse agitazioni, tutte finite – appunto perché chiuse nel loro isolamento – nell’accettazione di contratti fasulli malgrado l’aperto malcontento e la non celata delusione dei proletari.
Comunque, tira e molla, infine i sindacati si sono decisi: le vivaci richieste dei numerosi operai che si facesse sciopero ad oltranza, all’assemblea del 19-1 a Ravenna, mostrano che la corda era troppo tesa perché i bonzi non cercassero di allentarla almeno un po’. Le rivendicazioni della trinità sindacale non escono però dal quadro solito: contrattazione aziendale, diritti sindacali in fabbrica, modifiche nel sistema di classificazione, aumento non specificato dei minimi salariali, riduzione non specificata dell’orario di lavoro (si noti che, all’ANIC di Ravenna, dal 1963 le maestranze sono diminuite di 300 unità su 3400, che i ritmi di lavorazione sono asfissianti, che il tasso degli infortuni e delle malattie professionali è elevatissimo: non una parola di tutto ciò nella piattaforma sindacale!)
Le 48 ore di sciopero del 24-25/1 all’ANIC, SCR e Philips registrano astensioni del 98% circa; la forte pressione operaia ha imposto la partecipazione anche del 40% degli impiegati. L’ANIC, che la sa lunga ed è forte di un bilancio 1966 con utili per 4,73 miliardi di lire, non solo non molla, ma ricorre alla corruzione e alle rappresaglie contro gli scioperanti: minacce di trasferimento, mensa speciale, bevande e consumazioni gratuite ai capi e ai pochissimi crumiri, 24 ore di retribuzione su 24 di cui 8 straordinarie ai non scioperanti.
Il 4-2, all’assemblea delle maestranze, vivaci interventi operai a favore dello sciopero a tempo indeterminato e del rifiuto dello straordinario. I bonzi si guardano bene dall’accettare il primo consiglio: preferiscono la solita campagna di appelli alla solidarietà di autorità locali, provinciali e parlamentari, bottegai e preti.
Altro sciopero, sempre di 48 ore, il 6-7/2. La percentuale delle astensioni dal lavoro è del 96%; i picchetti sono fittissimi. Per i crumiri, mensa gratuita, pullman, brandine.
L’Unità intervista gli scioperanti e ha la faccia tosta di pubblicare le risposte, quasi tutte favorevoli a scioperi più decisi e meno distanti l’uno dall’altro. Val la pena di riferirne alcune. Un operaio della UIL e uno della CGIL dicono che, già che si è in ballo, si deve procedere «con una lotta a tempo indeterminato»; un operaio della CISL afferma che come minimo «bisogna subito sospendere gli orari straordinari attraverso i quali l’azienda recupera i giorni di sciopero». Alla Philips gli operai sono stati costretti a lavorare anche sabato pomeriggio e tutto ieri domenica. (Ecco i bei risultati della calata di brache delle bonzerie). Un altro operaio riferisce di lavori costruiti a metà, ultimamente, all’interno dell’ANIC e così si esprime: «Troppi nostri compagni hanno lasciato la vita o la salute in questa fabbrica».
Il picchetto ritorna a farsi consistente nell’immediato pomeriggio, all’ora del nuovo turno. Ma gli operai attendono con impazienza cosa decideranno i sindacati. Molti di essi affermano: «Fare uno sciopero di 48 ore per rientrare in fabbrica e ritornare a scioperare dopo una settimana significa dare la possibilità alla direzione di torchiare particolarmente i capiturno e gli impiegati, col rischio che qualcuno ceda alle minacce, o, quanto meno, con la certezza di subire umiliazioni e sfottimenti. Intanto che siamo fuori, fuori restiamo e vedrai che prima o poi i dirigenti dell’ANIC si decideranno a chiedere l’incontro».
Ma da quest’orecchio i sindacati non ci sentono. L’«opinione» operaia è stata consultata: ora fanno quello che vogliono, non quello che vorrebbero i proletari: non è forse questa la democrazia? Tutto quello che si può concedere sono 72 ore di sciopero il 10-11-12 febbraio. Ebbene, l’astensione dal lavoro riesce al 96% quantunque le misure di intimidazione e di incitamento al crumiraggio continuino, anzi si aggravino: la SITA-FIAT, ad esempio, dà una mano all’ENI facendo compiere percorsi non autorizzati ad alcuni dei suoi camion che trasportano i crumiri. Ma dite un po’ che i bonzi pensino all’elementare dovere di far entrare in sciopero i dipendenti SITA: neanche per sogno! I borghesi si aiutano a vicenda, non conoscono distinzioni fra settore privato e statale: gli operai no, non devono seguirne l’esempio…
Il 14-15/2 scioperano i chimici dell’ANIC di Gela: a Ravenna si lavora. Laggiù anche i metalmeccanici e gli edili dipendenti da ditte appaltatrici di lavori all’interno del complesso statale scioperano per solidarietà con i chimici astenutisi dal lavoro nella misura del 98%: qui, è tanto se una sola categoria sciopera. Proprio in questi mesi, è in corso a Forlì una polemica sulla nocività dei processi di lavorazione delle fibre sintetiche alla Orsi Mangelli; non era una buona occasione per far scendere in lotta i chimici forlivesi accanto ai ravennati che soffrono degli stessi mali?
Non basta. Lo sciopero già decretato per il 20/2 è sospeso in pendenza della mediazione ministeriale, e solo la violenta pressione operaia induce i sindacati a proclamarne un altro di 5 giorni il 24-28/2. Esso riesce compattissimo: 98% di astensioni dal lavoro (alte percentuali pure fra gli impiegati), picchetti a prova di bomba anche di notte.
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Questa volta l’ANIC di Ravenna chiede l’intervento di forze di polizia, specializzate nell’azione anti-sciopero, da località vicine: è ovvio che, se l’agitazione fosse stata estesa a tutte le categorie operaie, questo concentramento non sarebbe stato possibile. Notizie da Gela confermano che lo sciopero è riuscito al 97%, e a Pisticci al 95%. Avevano bisogno di altre prove di combattività operaia, i sindacati? Sia a Gela, che a Ravenna, il 25 e il 28 si hanno manifestazioni di notevole imponenza e, nel primo caso, scontri con le forze dell’ordine. Tuttavia, i sindacati decretano che l’1 marzo si torni al lavoro, salvo a riprendere l’agitazione per 48 ore il 14-15.
Ma, all’ultimo momento, ecco l’ennesima sospensione: il Ministero del Lavoro ha convocato le parti e queste hanno deciso di riprendere le trattative a partire dal giorno 16. Due giorni dopo, si sa che l’abboccamento è fallito. L’Unità del 19 spudoratamente commenta: «Nonostante la buona volontà dei sindacati (sospensione dello sciopero e presentazione di controproposte unitarie) non è stato possibile pervenire ad alcuna intesa».
Che fare? Oh bella: niente! Si protesta presso il Ministero per l’intransigenza padronale, e si decide un nuovo turno di negoziati al 29/3. Come risulta dal volantino SILIC-CGIL del 23/3, l’ASAP ha detto di no sulle questioni di fondo: eppure, si accetta ancora di sedersi con lei al tavolo verde. Ma bisogna anche cercar di ammansire gli operai, evidentemente tutt’altro che soddisfatti dei loro «capi», se il volantino ammonisce: «Rinnoviamo l’invito affinché si evitino polemiche. Le Organizzazioni Sindacali possono avere anche dei limiti, delle debolezze, ed anche commettere errori, ma non sono l’avversario dei lavoratori». Aver sentito il bisogno di dirlo, è confessare che i proletari hanno mostrato una grinta poco raccomandabile…
Passano due giorni, ed ecco l’immancabile notizia: trattative rotte, le organizzazioni sindacali si accorderanno per riprendere unitariamente… l’azione. Ma, con questi precedenti, che cosa aspettarsi di buono?
Il 28/3, i nostri compagni hanno distribuito a Ravenna un volantino di ben altro timbro e sapore. Ne diamo il testo:
LAVORATORI PETROLCHIMICI !
Lunghi mesi di sterili trattative – dopo l’inerzia sindacale dal settembre ’66 al gennaio ’67 — hanno servito solo ad incoraggiare la prepotenza, le rappresaglie e il crumiraggio organizzato dei padroni. I bonzi hanno deliberatamente manovrato per impedire che le lotte del petrolchimici della ASAP si congiungessero a quelle dei chimici e farmaceutici delle aziende private, degli edili e metalmeccanici, tessili, minatori, autoferrotranvieri, etc., la cui potenza numerica e la cui combattività avrebbero assicurato la indispensabile solidarietà operaia per mettere il padronato con le spalle al muro. Non contenti di ciò, i bonzi hanno spezzettato lo sciopero di 12 giorni in quattro riprese per intrecciare snervanti trattative con i soliti appelli alla ca- rita pelosa di pubbliche autorità, onorevoli, bottegai, preti e dello Stato, malgrado i ripetuti e pressanti appelli allo sciopero a tempo indeterminato lanciati dai lavoratori.
I bonzi vantano queste manovre disfattiste come dimostrazioni di « buona volontà » a trattare, di « comprensione » dei problemi eco- nomici del paese; mentre fingono di ignorare lo stillicidio degli in- fortuni sul lavoro e delle malattie professionali, le condizioni disu- mane di lavoro, i licenziamenti « invisibili » (all’ANIC di Ravenna 300 licenziati dal 1963!), i vostri salari immutati dinanzi all’aumento del 15 % del costo della vita; ignorano l’accrescersi delle distanze tra le vostre pughe e i lauti stipendi di dirigenti e burocrati, l’ingigantirsi dei profitti aziendali.
PROLETARI ! LAVORATORI ! COMPAGNI !
In tali condizioni, battersi per aumenti salariali irrisori e solo per questi, per l’aumento dei premi, incentivi, cottimi e superminimi, significa lottare per un misero piatto di lenticchie e consolidare lo sfruttamento padronale. In tali condizioni, condurre la lotta con la « buona volontà » e la « comprensione », con gli scioperi preavvertiti e al contagocce, significa distruggere la vera forza dei lavoratori che consiste nel numero e nella solidarietà.
Le vostre lotte potranno consolidare la vostra forza, la vostra organizzazione di classe, potranno condurvi all’emancipazione dello sfruttamento capitalistico, alla condizione che vi battiate: sul terreno sindacale, contro ogni forma di premi, incentivi, cottimi che peggiorano le vostre condizioni di lavoro e ingrassano le casse aziendali, rivendicando invece un aumento generale dei salari, maggiore per le paghe più basse; contro le ore straordinarie e il prolungamento della giornata lavorativa, rivendicando, invece, la riduzione radicale dell’orario di lavoro, a parità di salario, a 5 ore giornaliere; sul terreno tattico, contro gli scioperi articolati, per settore, azienda e perfino reparto, per lo sciopero nazionale, di categoria, fino allo sciopero generale di tutti i lavoratori, per lo sciopero a tempo indeterminato anche durante le trattative; sul terreno politico, rifiuto a firmare le deleghe ai padroni, e impegno di sostenere il sindacato con quote direttamente versate ai compagni collettori; denuncia sistematica dei dirigenti infedeli, della politica dei bonzi tendente a stringere rapporti di collaborazione permanente di classe con le direzioni aziendali; denuncia della falsa unità con i caporioni borghesi e antirivoluzionari della CISL-UIL. La vera unità di classe si realizza sul campo delle lotte contro i capitalisti e i loro servi, contro i traditori del comunismo.
COMPAGNI ! PROLETARI ! VIVA LO SCIOPERO GENERALE ! VIVA LA VERA UNITA’ DI CLASSE ! PER LA RICOSTITUZIONE DI UN’ALA RIVOLUZIONARIA NELLA CGIL !
Marzo 1967.
IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE
Questa rimane, oggi, la nostra direttiva, qualunque « decisione » prendano le tre centrali a « responsabili ».
La politica del nì
Al Consiglio generale della CGIL, il 24 marzo, Novella ha spiegato l’atteggiamento della sua Centrale verso la programmazione, e l’ha fatto dando un ennesimo saggio della capacità propria ed esclusiva dei bonzi di giocare a bussolotti.
Di che si tratta? Molto semplice: per non perdere la faccia di fronte agli operai, i rappresentanti della CGIL in parlamento si sono astenuti dal voto sul Piano governativo; ciò significa, peraltro, che essi « accettano la realtà del piano …. per modificarlo … lavorando all’interno di esso … perché il prossimo sia diverso ». Dunque, non dicono né sì, né no; dicono nì e accettano di starci dentro, come Giona nel ventre della balena e come l’opposizione di Sua Maestà nel parlamento inglese, in attesa di un « prossimo piano » migliore! Allo stesso modo, nel « confronto » con gli altri sindacati, la CGIL, conduce la politica di « polemizzare con la CISL senza aggredirla » avendo « fiducia di far cambiare [campa cavallo! ] le attuali posizioni CISL- UIL ».
E in questa « fiducia » si prosegue, costi quel che costi: l’importante è avere un posticino nelle commissioni paritetiche o alle tavole rotonde; l’importante è servire con una critica che sia costruttiva gli interessi dell’ordine costituito!
Ancora sulla questione delle navi-traghetto
Riprendendo l’articolo pubblicato nel nr. 5, notiamo come il SASMANT, nato per difendere gli interessi dei soli ufficiali non sia stato capace di porre una rivendicazione tanto ristretta. La richiesta d’indennità infatti non potrà essere corrisposta agli ufficiali senza corrisponderla anche al personale esecutivo e più proletario. Stando così le cose, sarebbe stato logico che avessero chiamato allo sciopero anche la «bassa forza». E invece non l’hanno fatto perché… non sapevano di poterlo fare, anzi ritenevano, quegli analfabeti dirigenti, che un marinaio che li avesse appoggiati sarebbe potuto incorrere in gravi sanzioni disciplinari da parte dell’Azienda, che non avrebbe trovato «legale» il loro sciopero in quanto non dichiarato da un sindacato confederato. E così si assistette a un vero capovolgimento delle cose: i marinai, i motoristi, ecc., che nelle lotte sindacali sono sempre stati all’avanguardia e dei cui sforzi hanno sempre beneficiato i loro «superiori», il 26 gennaio sono rimasti a guardare loro che scioperavano e fermavano le navi, forti più della legge che prescrive la loro presenza a bordo che di una assoluta e reale necessità tecnica. Su due delle otto navi della flotta dello Stretto essi hanno addirittura dovuto offrire la loro preziosa collaborazione alla Marina Militare intervenuta per farle navigare; e con ciò i proletari sono stati convertiti in involontari crumiri e sabotatori di uno sciopero che dovrebbe portar quattrini anche alle loro tasche. «E se non piangi, di che pianger suoli?» Non crediamo che vi siano situazioni più assurde. Si rifletta: solo il 13% degli interessati sciopera per strappare al padrone qualcosa di cui ben l’85% dovrebbe essere dato a quell’87% del personale che non sciopera, che fa da spettatore senza manifestare nessuna volontà di avere l’indennità di cui sopra ma che, indiscutibilmente, tiene represso il suo malcontento per la riduzione dello stipendio reale a causa dell’ascesa dei prezzi.
In queste condizioni non si potrebbe non prevedere che le cose finiscano male e non tanto per la resistenza del padrone che, nel clima generale del blocco dei salari, non vorrà creare precedenti per gli altri raggruppamenti di ferrovieri (come macchinisti, capi stazione, ecc.) ma per la stessa intrinseca debolezza di coloro che hanno ingaggiato la lotta. È facile rendersi conto, infatti, che per la riuscita di scioperi del genere la compattezza diventa un fattore quanto mai indispensabile: la defezione di uno o due elementi può comprometterli seriamente. Al contrario, in uno sciopero nazionale di tutti i ferrovieri, se anche tutto il personale delle N.T. non lo appoggiasse, lo sciopero non ne risentirebbe affatto, perché le navi andrebbero su e giù senza portare un solo carro ferroviario e consumando solo nafta.
Comunque, se queste previsioni dovessero essere smentite nel senso che il gigante Golia dovesse essere battuto dal nuovo David e concedesse ciò che viene richiesto, ciò non cambierebbe assolutamente nulla.
La riuscita di una lotta circoscritta nel più gretto ed egoistico orizzonte di categoria non ci troverà mai disposti a percorrere quella strada che è una deviazione innaturale della lotta di classe in cui ogni spinta, ogni lotta di categoria, deve essere convogliata. D’altra parte, ogni eventuale miglioramento acquisito anche per questa via sarebbe il frutto anche del nostro contributo alla lotta, contributo che è tanto più significativo perché dato non nell’ignoranza totale degli ostacoli da superare, ma con la coscienza e nella previsione di una sconfitta. I nostri volantini mostrano chiaramente come noi siamo i soli a batterci per ricostituire anzitutto l’unità degli equipaggi che per loro natura sono qualcosa di quanto mai unitario. E specie sulle navi traghetto ove ai comandanti non è stato lasciato nessuno di quei poteri che nella mercantile gli armatori, di cui essi sono la lunga manus, attribuiscono loro.
Il nostro ruolo non finisce qui: noi siamo stati i soli portavoce del personale esecutivo cioè degli elementi più proletari e gli unici a vigilare contro ogni eventuale accordo del SASMANT con la controparte che si risolvesse solo a beneficio degli ufficiali.
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Passiamo ora alla cronaca degli ultimi avvenimenti di questa penosa questione che, pur riguardando un gruppo assai ristretto di lavoratori, si presta a considerazioni di ordine generale e contribuisce a valutare il grado di degenerazione raggiunto dalle lotte sindacali.
Dunque, dopo lo sciopero del 26 gennaio scorso, il SASMANT, in un’assemblea dei propri soci (gli ufficiali delle N.T.), allo scopo di fugare certi sospetti sul proprio operato o addirittura di crearsi delle simpatie fra il personale esecutivo e più proletario delle N.T., assumeva l’impegno (v. Gazzetta del Sud del 3-2) di difendere anche l’interesse di tutti i membri degli equipaggi e a non barattare con contropartite inaccettabili. Non c’è dubbio che ciò era il risultato della pressione esercitata dall’azione dei nostri compagni e solo da essi (nessun sindacato infatti aveva speso una parola fino ad allora) con la diffusione del volantino che noi abbiamo pubblicato sul n. 5 di Spartaco.
Dopo di ciò il SASMANT dichiarava un secondo sciopero per l’11 febbraio, che però non attuò in quanto era stato invitato a Roma a un incontro con i funzionari dell’Azienda. Il risultato di questo incontro fu assai deludente e la fiducia degli ufficiali nella loro «invincibilità» ne ricevette un colpo tanto duro, che subito essi pensarono a cercare appoggi ed alleati per le prossime azioni sindacali. Ma in che modo? Non certo cercando di prendere accordi con i sindacati che organizzano marinai, motoristi, elettricisti ed altro personale di bordo. Come se fosse la cosa più naturale del mondo, essi, invece, si dettero da fare per organizzare un nuovo sindacato scissionista nel seno di questi lavoratori. Istruiti dai dirigenti della FISAFS (Federazione Italiana Sindacati Autonomi delle Ferrovie dello Stato) a cui aderisce il SASMANT e fidando sul pecorame qualunquistico che non manca mai fra i lavoratori più arretrati politicamente e sindacalmente, i nostri bravi dirigenti semantici sono diventati di colpo degli attivisti soletti. Non c’è che dire, proprio coloro che più si lamentano ogni giorno che «in Italia» i sindacati sono troppi, sono poi quelli che si danno anima e corpo a fabbricarne dall’oggi al domani.
È a questo punto che i dirigenti locali dei sindacati confederati: SFI (CGIL), SAUFI (CISL) e SIUF (UIL), si svegliano. Solo il 22 febbraio appare infatti il primo volantino del SFI, e tre giorni dopo quello del SAUFI. Rimasti indifferenti e neutrali di fronte ad un’azione di sciopero e alla sua impostazione anticlassista, questi altri bravi «sindacalisti» si preoccupano solo di evitare delle frane alle loro organizzazioni e di non subire lo scotto di disdette di deleghe per il futuro, di quelle tali deleghe che assicurano gli stipendi a tutta la pletorica burocrazia sindacale e il funzionamento di una mostruosa macchina pompa-voti cui si è ridotto oggi il sindacato.
E intanto il SASMANT si era deciso a dichiarare un terzo sciopero per il 26-2 e lo aveva di nuovo sospeso per aderire a un altro incontro con la controparte a Roma per il 2-3. Questa seconda trattativa dà le più inaspettate e lusinghiere promesse, e niente meno che da parte di quel «moralizzatore di scandali pubblici» che è il ministro dei trasporti Scalfaro, colui che ha posto fine al privilegio della Motorizzazione Civile abbassando le retribuzioni ad ingegneri ed impiegati. Manco a dirlo, il facile e, ripetiamo, inatteso «trionfo» rinfocola tutte le illusioni su grossi e sostanziosi miglioramenti economici da realizzare a breve scadenza. Ma per chi: per i soli ufficiali o per tutte le qualifiche di bordo? E a quale prezzo? Su questo punto il SASMANT non ha sentito il dovere di informare il personale che ne ha tutto il diritto. La serie dei suoi comunicati fatti a mezzo di volantini e della stampa locale si è interrotta di colpo. Qualcosa di losco c’era sotto: il sospetto che le belle promesse fossero state ottenute con un alto prezzo da pagarsi da parte di chi meno doveva guadagnare dalla operazione (leggi, i più proletari) si fece strada rapidamente in mezzo ai lavoratori. E per questo e per altro, i sindacati locali SFI, SAUFI e SIUF sentirono il dovere di emanare un volantino in cui informavano di aver sollecitato l’Azienda ad esaminare con loro una comune rivendicazione consistente in un premio per la sola categoria navigante a causa delle «speciali condizioni di lavoro». Successivamente indicevano un’assemblea per illustrare questa richiesta e per comunicare che anch’essi avevano ottenuto l’invito dal padrone per il giorno 29-3. Ma si noti bene: mentre il SASMANT era stato convocato per il pomeriggio, la terna sindacale doveva «discutere» il mattino. Non c’è chi non veda a quale assurdità si sia giunti: per quattro gatti si spostano da Messina a Roma i rappresentanti di quattro sindacati che non si presentano dal padrone uniti e contemporaneamente, ma divisi e ad ore diverse. Lo stato di marasma e di confusione è enorme. L’atmosfera di sospetto e perfino di inimicizia è qualcosa di edificante. Spettò ai nostri compagni, in seno all’assemblea cui si è accennato sopra, far luce sulle cause e le «colpe» di questa assurda divisione degli equipaggi, e non solo di essa. Anzitutto essi dimostrarono che tanto la richiesta d’indennità (art. 83) del SASMANT quanto il premio (art. 73) chiesto da SFI, SAUFI e SIUF sono rivendicazioni di categoria anzi di «raggruppamento», e tendono a dar un privilegio ai ferribottari rispetto ai loro colleghi ferrovieri!
Esse dunque sono anticlassiste e antiunitarie nei riguardi della più grande categoria dei ferrovieri in cui i ferrovieri-acquatici sono compresi: nessuno ha quindi il diritto di chiamarsi «sindacato unitario». A parte questioni di forma, esse sono equivalenti nella sostanza, e non si giustifica la divisione e la concorrenza fra i sindacati. I nostri compagni non si sono limitati a fare queste critiche di principio, essi sono stati gli unici a preoccuparsi di sbloccare una situazione insostenibile. Sicuri che da trattative separate e concorrenti non può sortire nulla di buono, e che in ogni caso esse approfondiranno l’attuale frattura degli equipaggi tra ufficiali e «bassa forza», si sono adoperati per far concordare una comune richiesta da presentare al padrone e, in caso di mancato accordo, per tener desto e vigile il raggruppamento affinché nessuna porcheria venga accettata per via di un accordo capestro concluso dal SASMANT, che è il più arrabbiato corporativista.
Finora gli avvenimenti hanno dato ragione ai nostri compagni: gli incontri del 29, dei sindacati con l’Azienda non hanno portato a nulla di buono e di definito, ma solo a altre promesse di… buona volontà. Staremo a vedere come andrà a finire.
Internazionalità dei bonzi
Nel parlare della nuova veste assunta dalla Krupp, e della presenza nel suo consiglio di amministrazione del presidente del sindacato metallurgici Brenner (nr. 6 del «Programma»), non abbiamo potuto fornire i dettagli piccanti che il Giorno del 27-3 riporta da «Le Nouvel Observateur». Colmiamo ora la lacuna.
È noto che, più abili dei nostri mandarini sindacali, i loro colleghi tedeschi hanno fondato ed esercitano con molto successo una «Bank für Gemeinwirtschaft» che, per dirla con il riassunto del Giorno, «gestisce e rende produttivi i contributi assicurativi dei lavoratori iscritti ai sindacati» fornendo crediti ingenti alle aziende contro le quali i sindacati stessi dovrebbero, molto teoricamente, lottare in difesa degli interessi degli iscritti. È così avvenuto che la «banca sindacale» sia diventata, «senza complessi né pregiudizi, un enorme istituto d’affari che ha già investito considerevoli somme nel gigantesco trust di Thyssen e in altre imprese tedesche». Orbene, trovatosi a corto di quattrini, Krupp ha pensato di rivolgersi all’«enorme istituto», e questi non solo gli ha «imposto» (una «imposizione» quanto mai… produttiva, per l’azienda) il suddetto presidente del sindacato metallurgici, ma lo ha «costretto», per la parte riguardante le forniture all’edilizia, a fondersi con la società «Neue Heimat» (nuovo focolare: sentite come sono poetici i bonzi d’oltralpe?), a sua volta filiazione della «Bank für Gemeinwirtschaft», che vanta un giro d’affari di 120 miliardi di marchi all’anno per la costruzione di alloggi di carattere «sociale».
Così, Krupp-nuovo-stile e sindacali-ultimissimo-modello saranno legati a filo doppio, padrine delle fauste nozze le banche private e la stessa Repubblica federale che, com’è noto, partecipano alla metamorfosi… progressista del grande complesso metalmeccanico tedesco. E se i nostri bonzi tentassero un’operazioncella del genere, magari con quella Fiat che i rapporti con la «patria del socialismo» hanno ormai riscattata dalla brutta fama di «monopolio», per farla assurgere ad «azienda-pilota» nella distensione e nella coesistenza internazionale? Che bello sarebbe!
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La Danimarca, si sa, è uno dei paradisi socialdemocratici, culla del progresso sociale, e via discorrendo. Ne segue che è anche uno dei paradisi del bonzume. Eccone un piccolo esempio.
Da novembre, l’organizzazione sindacale nazionale («LO») era in trattative con l’associazione dei datori di lavoro per ottenere il salario minimo garantito di 400 corone la settimana per tutti i lavoratori senza distinzione, e miglioramenti per le operaie (le vere neglette di questa società eminentemente «prospera») e per gli apprendisti. Poiché i datori di lavoro non intendevano mollare di un millimetro, i dirigenti sindacali furono costretti, la morte nel cuore, a decidere di proclamare uno sciopero. Ma, come vuole la mirabolante prassi, prima dello sciopero bisognò inviare i regolamentari tre «avvisi», e così, perdendo tempo, si giunse alla fine di febbraio. A questo punto, i datori di lavoro lanciarono la loro contro-minaccia: la serrata. Panico in tutti i settori del mondo del lavoro, ma specialmente nella direzione dei sindacati. Che fare? Dopo settimane di buffonesche trattative diurne e notturne, la «LO» cade in ginocchio di fronte alla proposta di «compromesso» di un salario minimo di 354 corone, suppergiù 60-70 mila lire mensili.
Ma la democrazia è democrazia, e bisogna «consultare la base». Lo si fa attraverso una girandola di riunioni in cui i bonzi sudano quattro camicie per convincere gli operai a seguire le proprie direttive piegando a loro volta la schiena, e naturalmente ci riescono, anche perché, sempre nello stile della perfetta democrazia, se le assemblee non contano almeno il 75% degli iscritti, i dirigenti con tanto di delega votano… per gli assenti. Così, fra brogli, pastette e pressioni, il compromesso è stato accettato con 323.538 sì contro 167.300 no, e i padroni, grazie ai loro lacchè, hanno avuto partita vinta.
Senonché, per la prima volta da molto tempo, c’è stata una piccola bomba: la distribuzione di un volantino in cui, nello stesso linguaggio nostro, si buttava in faccia agli opportunisti l’infame pateracchio, e si invitavano i proletari a respingerlo proclamando lo sciopero generale nel più completo disprezzo delle «superiori esigenze dell’economia nazionale». Lo scandalo è stato notevole, tanto più che, orrore!, il volantino si chiudeva con le frasi finali del Manifesto del Partito Comunista di Marx, cosa che in particolare i dirigenti staliniani o ex-staliniani non possono davvero digerire.
Nel gran mare di latte e miele sociale danese, sia questa voce l’annunzio di un ritorno alle tradizioni di battaglia del proletariato, non solo locale, ma mondiale!
Sempre un osso duro i tranvieri napoletani
La trinità sindacale sperava di contenere nel limite di poche ore di sciopero la protesta degli autotranvieri dell’ATAN per la mancata applicazione dell’accordo sulle competenze accessorie (questione che dura dal 1964 e che pareva risolta alla fine del 1966); ma non faceva i conti con un osso duro: la volontà dei tramvieri di mandare a carte quarantotto il famoso «senso di responsabilità» e la «programmazione delle agitazioni», per scioperare finalmente ad oltranza.
Così, fra le grida di scandalo di tutti i benpensanti il 24-3 nessun pullman e nessun tram è uscito dai depositi malgrado e contro gli ordini dei sindacati che volevano limitare l’astensione a tre ore soltanto: e così è stato pure il 25, il 26 e il 27 sebbene i «responsabili sindacali» si adoperassero, fra gli elogi del Mattino a nome e per incarico della classe dominante, per «far opera di persuasione» e, l’ultimo giorno, riuscissero a raggranellare qualche crumiro. Orrore: «la realtà sfugge ai dirigenti sindacali, che non riescono più a controllare gli aderenti alle organizzazioni!»; «la loro autorità è scossa, i loro orientamenti e la loro azione non sono più condivisi dalla maggioranza»; «i dirigenti sconfessati di fatto, e clamorosamente, dalla base»: «un gruppo di oltranzisti è riuscito a bloccare i mezzi nei depositi!» — ecco un piccolo campionario delle urla di sdegno dei giornali. Sembra di essere alla vigilia della fine del mondo: se non si «programmano» gli scioperi, e se ogni programmazione è «sconfessata dalla base», dove si andrà a sbattere? Per giunta, ecco astenersi dal lavoro i dipendenti della Cumana: c’è da farsi il doppio o triplo segno della croce!
Di fronte a tale situazione, figurarsi se non si è strillato allo «scandalo» degli ingorghi stradali, al «disagio della popolazione», ai «danni del turismo partenopeo…».
Ma i tramvieri hanno tenuto duro per quattro giorni — e avrebbero resistito di più se «l’opera di persuasione» dei loro «dirigenti» e, soprattutto, la decisione di questi di non chiamare in lotta l’intera classe operaia partenopea, non li avessero infine costretti a riprendere il lavoro. Resta il fatto che essi hanno saputo dare un magnifico esempio di combattività scavalcando le barriere erette dai bonzi, e infischiandosene delle urla di quanti gridavano: «Dalli al… cinese» o «A morte gli… oltranzisti!». Non è la prima volta, come abbiamo documentato su queste colonne; e non è azzardato prevedere che non sarà l’ultima!